Si può essere brave mamme anche senza giocare con i propri bambini?

Bimbi vivaci: 8 strategie per gestirli senza urla e schiaffi

Si può essere brave mamme anche senza giocare con i propri bambini?

Può succedere che ai genitori di bimbi molto vivaci a volte saltino i nervi, si arrivi alle urla e qualche volta scappi anche uno scappellotto. E che subito dopo subentrino i sensi di colpa. Quando i figli ci fanno perdere la pazienza, qual è la reazione più ragionevole e soprattutto più efficace? Lo abbiamo chiesto alle psicologhe Paola Scalari e Rosanna Schiralli.

I bimbi sono vivaci e le loro forze sembrano non esaurirsi mai. Ma la pazienza di mamma e papà sì: può succedere che saltino i nervi, si arrivi alle urla e qualche volta scappi anche uno scappellotto.

E subito dopo subentrino i sensi di colpa, come ci scrive una mamma sul forum.

Quando i figli ci fanno perdere la pazienza, qual è la reazione più ragionevole e soprattutto più efficace? Lo abbiamo chiesto alle psicologhe Paola Scalari e Rosanna Schiralli.

“Ho due bimbi, uno di due anni e l'altro di quattro. Sono due bambini meravigliosi, ma sono molto vivaci e io sono un po' stanca, urlo sempre e quando proprio non mi ascoltano scappa lo schiaffo. Subito dopo però mi sento in colpa. Spesso penso di non essere una brava mamma perché mi innervosisco facilmente e perdo la pazienza” (lettera dal forum di nostrofiglio.it).

Premesso che:

  • I capricci sono per il bambino “prove tecniche di vita”, quindi è normale che li facciano. “Si potrebbe dire che il mestiere dei bambini è quello di contravvenire alle regole, perché in tal modo sperimentano fin dove possono spingersi con le loro richieste. Ma il mestiere dei genitori è quello riportarli dentro i binari” dice Paola Scalari. E' un lavoro impegnativo, perché i bambini non sono un interruttore che si accende e spegne a piacimento, quindi bisogna armarsi di pazienza e non sentirsi incapaci se non si riesce subito nell'impresa.
  • Noi genitori siamo umani e un momento di rabbia può capitare. Ci sono momenti in cui il genitore è più stanco, più in ansia e può capitare che reagisca male con il bambino. “Se per una volta perdiamo le staffe possiamo perdonarcelo” continua la Scalari. “Ma dobbiamo anche capire che non è stata una dimostrazione di forza ma di debolezza, un momento in cui ci siamo sentiti piccoli e impotenti e abbiamo avuto paura di essere soverchiati. E poi lavorarci su perché non si ripeta”.

Ecco, quindi, alcuni consigli utili. 

Le strategie che funzionano davvero sono:

Di seguito alcune strategie che funzionano davvero.

  • 1 – Non urlare: è inutile e fa aumentare rabbia e capricci. Quando il bambino fa i capricci, non bisogna gridare e arrabbiarsi più di lui. “Se noi urliamo, nel cervello del bambino aumenta la cosiddetta chimica della rabbia, cioè la produzione di sostanze dello stress, che lo fanno agitare ancor di più” dice Rosanna Schiralli. “Al contrario, un nostro atteggiamento calmo e controllato smorza la rabbia del bambino e il suo cervello ricomincia a produrre ossitocina, che è l'ormone della calma e del benessere”. “Urlare è uno sfogo immaturo di un'ansia” aggiunge la Scalari: “un genitore che urla rappresenta agli occhi del bambino non un adulto competente da cui imparare a vivere, ma un compagno come tanti che ha perso la testa e il controllo”.
  • 2 – Parlargli con voce pacata, ma ferma e decisa. Per correggere un comportamento del figlio, bastano poche parole, ma dette con l'espressione sicura e pacata di chi sa il fatto suo. “Più il bambino è piccolo, più non è in grado di capire il senso delle nostre parole, ma riesce a cogliere perfettamente il significato del nostro atteggiamento” spiega Rosanna Schiralli. “Se supera i limiti, allora, bisogna semplicemente dirgli un no fermo; se lui si agita e urla, prenderlo per le braccine senza fargli male, guardarlo negli occhi e ribadire con calma “questa cosa non si fa”, senza aggiungere tanti perché. Dilungarsi in spiegazioni infatti trasmette al bambino il messaggio che siamo in difficoltà e in questa situazione di incertezza lui ne approfitta per aprirsi un varco e tentare ancora di soddisfare il suo desiderio”.
  • 3 – Aver fiducia nella propria competenza di genitore. Il più delle volte mamma e papà perdono la pazienza e alzano la voce perché si sentono vulnerabili e impotenti di fronte ai capricci del bambino. Il genitore deve invece avere ben chiari quali sono i principi e le regole che vuole far rispettare a suo figlio e avere il comportamento di una guida sicura e rassicurante. “Il messaggio che deve passare è 'io so come si fa questa cosa e so come condurti; e la mia parola pacata ha talmente tanta forza che non c'è bisogno di urlare per affermarla'. Di fronte a questo atteggiamento di convinzione profonda, il bambino sente che l'adulto è competente e si lascia condurre, interrompendo il suo capriccio” dice scalari.
  • 4 – Mostrare di comprendere i suoi sentimenti. Quando diciamo un no, mostriamo al bambino che comprendiamo la sua rabbia. Basta dirgli semplicemente: 'Ti vedo che sei arrabbiato, ma adesso questa cosa non la possiamo fare.' “Sembra una frase banale, ma fa la differenza” commenta Rosanna Schiralli: “comunica al bambino che non è intrappolato nella sua rabbia, ma qualcuno lo ha visto, qualcuno che sa che la sua rabbia si può contenere e gestire senza farsi travolgere. Se al contrario vede che il genitore per primo perde la ragione, avrà paura anche lui delle sue reazioni, che percepisce come qualcosa di tremendo e incontrollabile”.

Prevenire è meglio che curare, quindi:

  • 5 – Dedicargli attenzioni nei momenti di calma. Spesso dietro un capriccio si nasconde il bisogno di attirare l'attenzione e del genitore, che sembra sempre distratto e intento a fare altro, salvo quando deve rispondere alle sue intemperanze. Per questo bisogna dedicare tempo ai bambini quando si è 'in stato di grazia': giocare un po' insieme, condividere emozioni, senza cellulari e senza tv. Sembra una magia, ma quando si vede curato il bambino diventa un angioletto ed è meno propenso ad arrivare a certi estremi.
  • 6 – Gratificarlo quando ha dei comportamenti corretti. Non sarà sempre e solo capriccioso: quando si comporta bene, allora, il genitore deve complimentarsi con lui e gratificarlo. In questo modo si sente incoraggiato a proseguire sulla buona strada ed è anche meglio disposto ad accettare dei no.
  • 7 – Anticipare il capriccio. Altro segreto è non aspettare che il bambino ci abbia esasperato, ma fermarlo per tempo. “A volte per comodità si accontenta il capriccio del bambino, sperando che finisca lì, invece si entra in una spirale che non finisce più” dice Scalari. Se al supermercato guarda con occhio voglioso l'ovetto di cioccolata, già prima che inizi il lamento diciamogli qualcosa tipo 'oggi niente ovetto, abbiamo stabilito che si compra solo il sabato'. E basta. Se lui è convinto di poterlo ottenere o capisce che insistendo la mamma cede, il suo desiderio aumenta e poi è molto più difficile farlo tornare indietro. Un altro esempio? Se arriva a casa da scuola affamato, la mamma per comodità gli dà un pezzo di focaccia, poi ne vuole un altro e un altro ancora finché arriva a tavola che e non tocca cibo, con conseguenti battibecchi. Meglio non cedere dall'inizio, coinvolgerlo semmai nei preparativi del pranzo così sono tutti ansiosi di sedersi insieme a mangiare.
  • 8 – Essere coerenti. Il modo migliore per prevenire capricci? Una volta stabilita una regola, va rispettata. “Se si decide che si va a letto alle 21, devono essere le 21” spiega Paola Scalari. “Se il genitore è coerente, il bambino sente che non può manipolarlo a suo piacimento. Viceversa, se un giorno lo mettiamo a letto alle 21, il giorno dopo vogliamo vedere un film e ci fa comodo mandarlo a nanna prima, il giorno successivo si va in pizzeria e si fa più tardi, il bambino capisce che la regola può essere rinegoziata ogni giorno. Certo, quando il bambino diventa più grandicello, a partire dai 9-10 anni, un po' di negoziazione ci può stare, ma il messaggio che deve passare è che le redini in mano le ha l'adulto e la negoziazione può essere fatta dall'adulto, non essere pretesa dal bambino”.

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Che cos'è la “Terrible Two” e cosa possono fare i genitori quando il loro bimbo attraversa questa fase? Lo abbiamo chiesto a Sara Luna Bruzzone, psicologa-psicoterapeuta e…

In ogni caso no allo schiaffo perché:

  • E’ una prevaricazione fisica. Dare uno schiaffo al bambino è un atto umiliante e aggressivo, una prevaricazione e anche una dimostrazione di debolezza di un genitore che ha perso il posto di guida e non riesce a risolvere la questione in alcun altro modo se non con la forza fisica, che è ovviamente superiore a quella del bambino.
  • Incute paura. “Quando un genitore alza la voce e le mani cambia anche l’espressione del volto, che incute paura al bambino e gli fa credere di non essere più amato. Ed aver paura dell’oggetto d’amore è una cosa che traumatizza” dice la Schiralli.
  • A violenza corrisponde violenza. Alzare le mani non è mai educativo, perché a violenza fisica corrisponde rabbia e violenza. “Più un bambino è picchiato, più sarà rabbioso, violento e cattivo nei suoi rapporti con gli altri. commenta la Scalari. “Non per niente un genitore che alza le mani è spesso stato un bambino sul quale sono state alzate le mani”.
  • Provoca sensi di colpa che ci fanno passare all’eccesso opposto. Urlare e alzare le mani provoca sensi di colpa nel genitore, che per rimediare rischia di passare da un estremo all’altro, diventando di colpo iper-permissivo. “Questa incoerenza confonde il bambino, che non capisce né il comportamento del genitore né il senso di quel che ha fatto” sottolinea Rosanna Schiralli.
  • E’ completamente inefficace. Usare le mani può portare ad un risultato immediato, ma obbedire per paura non porta a comprendere l’errore: al contrario, determina un senso di sottomissione dal quale, appena possibile, ci si svincola di nuovo e si disobbedisce” conclude la Scalari.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/bimbi-vivaci-strategie-per-gestirli-senza-urla-e-schiaffi

Compiti a casa? Mio figlio mi fa disperare!!

Si può essere brave mamme anche senza giocare con i propri bambini?

Avere un figlio che manifesta in vari modi un brutto rapporto con i compiti scolastici è un evento che può mettere a dura prova un genitore. Invece di essere un piacevole momento per stare vicino al proprio figlio, il momento dei compiti si concretizza in un momento veramente spiacevole che, per di più, si ripete quotidianamente!

Alla base di questo, spesso, vi è una mancanza di comprensione di ciò che sta succedendo al proprio bambino. Distinguere se si tratta di una difficoltà di ordine cognitivo, emotivo o motivazionale è il primo punto di partenza per poterlo aiutare.

Il genitore difronte al disagio del figlio

Quando un figlio si rifiuta ripetutamente di impegnarsi, temporeggia, si perde, si lamenta, sbuffa, ecc.

, un genitore  spesso si infastidisce, si sente preso in giro, oppure vive i comportamenti del figlio come una provocazione o come un vero e proprio affronto al proprio ruolo di genitore.

Per farvi comprendere quanto diffusa sia questa difficoltà, vi mostro le parole associate al tema dei compiti a casa da un gruppo di genitori partecipante ad un incontro sul tema organizzato nel mio studio. Vi riconoscete?

Questo accade perché un genitore ha un certo tipo di aspettativa: fare i compiti velocemente e magari anche tutti corretti ne è un esempio. La reazione, quindi, è spesso di arrabbiarsi con il figlio, sgridarlo, accusarlo di scarso impegno o studio, punirlo o ricattarlo in vari modi, o addirittura svolgere i compiti al posto suo per porre fine alle liti.

Queste reazioni sono comprensibili, soprattutto quando il tempo e l’energia a disposizione scarseggiano. Tuttavia nella maggior parte dei casi sono controproducenti perché, non tenendo conto delle ragioni alla base dei comportamenti del figlio, si rischia di alimentarli o irrigidirli.

Per rompere questo circolo vizioso di negatività è necessario andare un po’ incontro al bambino cercando di capire quali sono i motivi che stanno alla base di un tale comportamento.

Per capire cosa succede ad un bambino che non fa volentieri i compiti è utile per prima cosa avere chiaro cosa succede a chi li fa volentieri.

Quando è piacevole fare i compiti

Un bambino fa volentieri i compiti quando questa esperienza è per lui fonte di piacere e di soddisfazione personale.

Lo è quando si sente “capace” di svolgerli e sa cosa si deve fare per riuscire bene, quando è sicuro che con un po’ di sforzo ce la può fare, quando trova interessanti e divertenti le cose che impara, quando sente che la mamma o il papà sono felici nel vedere i suoi risultati positivi, quando li sente vicini e sente che può contare sul loro incoraggiamento o sostegno in caso di bisogno, quando è sereno e non ha particolari preoccupazioni.

In termini psicologici il bambino fa volentieri i compiti quando si verificano una o più delle seguenti condizioni:

  • il suo funzionamento cognitivo è adeguato alle richieste del compito
  • sa controllare bene la paura di fallire o di deludere qualcuno
  • ha una buona autostima e fiducia nelle proprie capacità
  • ha competenze metacognitive, cioè buone capacità di riflettere sui propri processi cognitivi (memoria, attenzione..)
  • ha acquisito un buon metodo di studio
  • ha un sistema di attribuzione interno, cioè sa che il successo in un compito deriva da vari fattori da lui controllabili: impegno, attenzione, esercizio…
  • ha una motivazione medio-alta, cioè prova piacere e desidera imparare e conoscere nuove cose
  • trova un buon supporto emotivo nel genitore o adulto che gli sta accanto
  • non ha un forte disagio emotivo per altre questioni (es: separazione genitori)

Vediamo ora, quando il momento dei compiti non è apprezzato dai bambini.

Quando non è piacevole fare i compiti

Un bambino non fa volentieri i compiti quando questa esperienza è per lui fonte di dispiacere o di umiliazione personale.

Succede quando si sente “incapace” di svolgerli e non sa cosa si deve fare per riuscire bene, oppure lo sa ma non ci riesce da solo, quando è insicuro e teme di fare brutta figura, quando non trova piacere in quello che fa e non si sente stimolato, quando sente che la mamma e il papà si arrabbiano e sono delusi di lui per i suoi comportamenti, oppure quando non riesce a soddisfare le loro pretese, quando si sente apprezzato solo in virtù del compito fatto bene, quando si sente ricattato, quando sente la presenza del genitore paragonabile a quella del vigile e del carabiniere, quando ha preoccupazioni forti su qualcosa d’altro che gli impediscono di concentrarsi. Per esempio, un bambino che è preoccupato per la separazione dei genitori, non può trovare le energie sufficienti per svolgere i compiti serenamente.

In termini psicologici, il bambino non vuole fare i compiti quando si verificano una o più delle seguenti condizioni:

  • il suo funzionamento cognitivo è immaturo rispetto alle richieste del compito
  • ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (da diagnosticare verso i 7-8 anni) oppure altri disturbi di origine neurologica (disturbi alla vista..)
  • ha una bassa autostima e, quindi, poca fiducia nelle proprie capacità
  • non ha ancora acquisito competenze metacognitive e, quindi, capacità di riflettere sui propri processi cognitivi (memoria, attenzione..)
  • non ha acquisito un buon metodo di studio
  • ha uno stile attributivo esterno, cioè crede che i buoni risultati dipendano da fattori esterni, quali la fortuna o la facilità del compito, e quindi crede di non poter fare nulla per migliorare la sua prestazione
  • ha scarsa motivazione, cioè non trova piacere e interesse in quello che apprende
  • non trova un giusto supporto emotivo nel genitore o adulto che gli sta accanto
  • ha un forte disagio emotivo per altre questioni (es: separazione dei genitori)

Comprendere per aiutare

Come abbiamo visto, i vari comportamenti di rifiuto o di malessere di un bambino di fronte ai compiti nascondono diversi tipi di difficoltà: cognitive (“non capisco”), emotive (“non sto bene”), e/o motivazionali (“non ho voglia”).

Coglierle è importante per riuscire a svolgere la propria funzione genitoriale con efficacia, cioè per offrire al proprio figlio l’aiuto di cui ha realmente bisogno.

Riuscendo a cogliere il nocciolo della sua difficoltà, è più facile trovare la strategia giusta per ottenere la sua collaborazione anche quando fare i compiti non è per lui piacevole. Non comprenderle o ignorarle, invece, porterà molto probabilmente ad una sua ribellione e al cosiddetto “muro contro muro”.

Per capire ancora più in dettaglio qual è il ruolo del genitore durante il momento dei compiti a casa, vi suggerisco di leggere anche: “Compiti a casa: ruolo del genitore“.

Diversi modi per intervenire

Se anche voi avete vissuto una situazione simile e vi sentite in difficoltà, oppure avete il sospetto che vostro figlio abbia una o più delle difficoltà sopra individuate e non sapete come aiutarlo, la prima cosa da fare potrebbe essere confrontarsi con l’insegnante. Se non fosse sufficiente, valutate di rivolgervi ad uno psicologo perché vi può aiutare nel rapporto con la scuola e nel trovare il modo corretto per aiutare vostro figlio ad affrontare i compiti di casa con serenità.

Un’altra alternativa per chi vive in Trentino dove lavoro può essere partecipare alle serate a tema su questo argomento che organizzo nel mio studio.

Si tratta di incontri in piccoli gruppi che servono per confrontarsi su una difficoltà condivisa e per individuare degli spunti di riflessione generici utili per orientarsi a casa nella relazione con i figli.

Per lasciarvi qualcosa di concreto, vi inserisco anche la foto delle frasi che hanno colpito maggiormente i genitori al termine di un altro incontro. Vi sembrano fattibili?

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

Articolo pubblicato per la prima volta il 30 novembre 2011 e aggiornato con delle aggiunte il 22 febbraio 2017.

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Источник: https://www.serenacosta.it/scuola-e-compiti/compiti-a-casa-mio-figlio-mi-fa-disperare.html

10 consigli per crescere bambini felici e sicuri di sé

Si può essere brave mamme anche senza giocare con i propri bambini?

Si sa, fare il genitore è un mestiere molto difficile. Una volta ho sentito un pediatra che equiparava il lavoro del genitore a quello di una persona che, avendo solo la patente per auto, si mette alla guida di un aereo… basta una mossa sbagliata per provocare danni incalcolabili!

Ecco 10 suggerimenti utili ai papà e alle mamme desiderosi di conoscere i metodi più efficaci per crescere i propri figli felici e sicuri di sé.

Scattare come una molla ogni volta che tuo figlio inciampa e cade o a ogni colpo di tosse notturno, farsi in quattro per preparargli sempre (e solo) i suoi piatti preferiti; trascorrere pomeriggi interi a tenerlo impegnato con decine di attività in casa per evitare che si annoi, sono tutte attività che da genitore pensi siano la dimostrazione del tuo amore profondo nei confronti di tuo figlio. E invece…

E invece possono trasformarsi in un campo minato in cui sarà sempre più complicato riuscire a muoversi senza rischiare di fare danni. È naturale, da genitore, preoccuparti della salute dei tuoi figli, cercare di evitare loro sofferenze inutili, proteggerli da ogni possibile insidia che la vita può offrire, volere il meglio sempre e comunque.

Ma, allo stesso tempo, sai che vivere un’infanzia troppo protetta – vivere nella cosiddetta campana di vetro – non ha effetti positivi sulla crescita dei bambini. Anzi: li rende più fragili e insicuri, incapaci di affrontare le difficoltà da soli, proprio perché abituati a vivere comodamente sotto “la gonna di mammà”.

Ma, come in tutte le cose, prendere coscienza è già un bel passo avanti verso la soluzione. Guidare i bambini verso l’indipendenza e l’essere responsabili, rispettando le loro inclinazioni naturali non è una missione impossibile: basta seguire le linee direttiveindicate da psicologi e pedagogisti e applicarle con buon senso.

Ecco i suggerimenti da mettere in pratica.

Non essere iperprotettivo

Da una ricerca pubblicata sul Journal of Positive Psychology, esserlo non riduce i pericoli o i problemi che i tuoi figli si troveranno ad affrontare.

Anche perché non è vero che oggi problemi e pericoli si sono decuplicati rispetto al passato: non sono aumentati né diminuiti, sono solo cambiati.

Ad essere diminuito drasticamente è il numero di figli e questo comporta maggiori attenzioni concentrate su un minor numero di bambini, con il rischio concreto di non conceder loro gli spazi giusti per lo sviluppo armonico e armonioso di fisico e psiche.

I tuoi figli devono capire che i pericoli si trovano ovunque nel mondo che li circonda e che possono cadere e farsi male, perché è così che imparano a difendersi e a crescere sani, forti, felici, consapevoli e responsabili.

Metti dei limiti

I confini ci limitano ma servono anche a tenerci al sicuro e, soprattutto, a rendere chiaro e semplice a ciascuno il proprio ruolo nel gioco della vita.

Davanti a pianti, strilla e capricci, il primo pensiero comune a tutti i genitori è di concedere per zittire. E invece, quello che può sembrare un piccolo e innocuo cedimento, insegna ai bambini che possono ottenere ciò che vogliono solo comportandosi in modo aggressivo.

Sapere che i genitori sono disposti a supportare la loro frustrazione e i loro momenti difficili per il bene dei figli, dà sicurezza ai bambini: sapranno che, se e quando dovessero avere bisogno, mamma e papà saranno sempre presenti e pronti a proteggerli e aiutarli. Ma sapranno anche che, prima, devono provare a farcela da soli.

Lascia che faccia esperienza

Nessuno sta dicendo di abbandonare i bambini a se stessi, tra le difficoltà: ma di dar loro gli strumenti per imparare a superare sconfitte e delusioni.

 Infatti, quando un bambino riesce a risolvere un problema da solo, sta alimentando la sua autostima e imparando a destreggiarsi tra le difficoltà. E continuerà a farlo anche da adulto.

Ciò si traduce nell’intervenire come genitore solo quando strettamente necessario per guidare il figlio evitando situazioni di pericolo.

Scrive infatti Maria Montessori nel suo testo alla base della pedagogia moderna: “Il piccolo rivela se stesso solo quando è lasciato libero di esprimersi, non quando viene coartato da qualche schema educativo o da una disciplina puramente esteriore”.

Mandalo all’asilo

Nulla di obbligatorio naturalmente: lo psicologo Antonio Pellai e la pedagogista Roberta Balsemin concordano. Ma considera che i bambini hanno bisogno di sperimentare figure diverse da quelle di mamma e papà. Se hai la fortuna di poter fruire dell’aiuto dei nonni o degli zii, fallo.

È stato più volte dimostrato che mandare i bambini all’asilo a tre anni (o in generale organizzarsi per tornare al lavoro e affidare i figli a nonni o babysitter) non crea mostri.

L’esperienza della scuola materna è positivamente stimolante per tutti i bambini, perché scoprono nuove regole e nuovi stili educativi, migliorano le capacità sociali e imparano a vivere e difendersi in gruppo. 

Responsabilizzalo

Il consiglio è della studiosa Jacqueline Bickel, coautrice del libro “Come educare i figli presto e bene”. Un bambino autonomo sarà un adulto felice.

E sono tante le attività che possono aiutare tuo figlio ad acquisire autonomia: mangiare da solo, rastrellare il giardino, portare fuori la spazzatura, rifarsi il letto prima di andare a scuola, prepararsi la cartella da solo sono alcune occasioni in cui i bambini si mettono alla prova, con se stessi e al cospetto dei genitori.

Se poi la responsabilità si traduce nel portare a spasso il cucciolo di casa, tuo figlio imparerà anche ad essere empatico ed altruista: doti che si imparano sul campo e a diretto contatto con chi ha davvero “bisogno di te”.

Unico accorgimento: le responsabilità devono essere proporzionate all’età. Lasciati guidare dal buon senso e sarai certo di fare la scelta giusta per tutti.

Lascia che si annoi

Riempire le giornate di tuo figlio e non lasciargli spazi di solitudine, limita lo sviluppo delle sue capacità creative, non impara a giocare da solo e a ricreare il suo mondo con nuove regole e nuovi personaggi. Lo sostiene da anni Raffaele Morelli, voce e volto noto ai più per i suoi programmi radiofonici, la presenza sul grande schermo e anche per la direzione digitale di riza.it.

La vita non può essere sempre e solo azione.

Come tu senti, fisicamente e mentalmente, il bisogno di staccare la spina e rilassarti ascoltando buona musica o guardando un film o anche sorseggiando un bicchiere di vino mentre ammiri la natura che ti circonda, così tuo figlio ha bisogno dei suoi “momenti di noia” da passare sdraiato sul suo letto o sul divano a guardarsi le dita dei piedini.

Riuscire a sopravvivere a un intero pomeriggio in casa senza proposte tecnologiche o da parte dei genitori, spinge i bambini a essere autosufficienti, a trovare il modo di riempire il loro tempo ed essere orgogliosi e soddisfatti delle scelte fatte senza l’interferenza di nessuno: “da soli”.

Trascorri con lui il tuo tempo migliore

Trascorrere tempo di qualità con tuo figlio è fondamentale per la sua crescita e lo sviluppo della sua personalità. È frustrante passare molto tempo insieme ad una persona che non ti ascolta o che non risponde alle tue domande o che si limita ad un sorriso forzato accompagnato ad un “bravo” alle tue richieste di pareri.

Se sei stanco, se stai poco bene, se hai poca voglia di stare con tuo figlio per un motivo qualsiasi, non sentirti in obbligo, né in colpa: tuo figlio capirà.

E puoi starne certo perché a lui non interessa avere un pupazzo seduto sul divano che fa finta di giocare: lui vuole un rapporto vero e interattivo, con una persona che lo ascolta, che risponde alle sue domande e pronto a trasformarsi in qualunque cosa richiedano le regole del gioco.

Aiutalo a trovare prospettive

Verrà il giorno in cui tuo figlio ti dirà che vuole lasciare la squadra di calcetto o che non vuole più andare al catechismo o che ha scoperto che non gli piace più il canto ma adora la pallavolo.

E tu cosa farai? Potrai “obbligarlo” a tener fede all’impegno preso (facendo leva sui suoi sensi di colpa nel caso in cui tu abbia già affrontato una spesa non indifferente) oppure puoi aiutarlo a non mollare alla prima difficoltà, a riflettere sulle motivazioni alla base della sua decisione, a parlarne con i compagni per capire anche le loro reazioni.

Guardare le cose da nuove prospettive, oltre a portare ad un arricchimento emozionale personale, aiuta anche ad adattarsi e trovare il modo migliore di agire davanti a vari tipi di difficoltà.

Scusati e ringrazia

Nulla ci è dovuto. Ed è bene che anche tuo figlio lo impari in fretta, per evitare che la sua personalità prenda una brutta piega. Ricordati che impariamo per imitazione e non per concetti.

Se vuoi insegnare a tuo figlio a perdonare, a essere gentile e altruista, a manifestare la propria gratitudine, tu per primo devi agire di conseguenza.

Le paroline magiche in grado di aprire tutte le porte del mondo sono sempre le solite: “scusa”, “per favore” e “grazie”. Usale con tuo figlio. 

Scusati con lui ogni volta che sbagli. Sei un genitore, non un dio sceso in terra: puoi sbagliare anche tu e riconoscerlo può solo fare del bene sia a te che a tuo figlio.
Le cose non si pretendono, ma si chiedono con gentilezza: è una questione di rispetto, tolleranza e umanità.

E quanto sarebbe più bello il mondo se tutti ne prendessimo coscienza. Ringraziare è salutare, per chi dona e per chi riceve. Ci fa sentire apprezzati e, di conseguenza, ci fa apprezzare maggiormente anche chi e cosa ci circonda. Ringraziare non è un atto di debolezza. Ed è anche uno dei pilastri alla base della buona educazione.

Источник: https://www.metlife.it/blog/famiglia/2016/consigli-per-crescere-figli-felici/

Gravidanza
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