Se il bambino rifiuta il cibo

Superare il rifiuto del cibo nei bimbi con espedienti psicologici

Se il bambino rifiuta il cibo

Le cause dell’ inappetenza nei bambini possono essere diverse. Di solito, se il bimbo si rifiuta di mangiare quello che ha nel piatto vuole rappresentare il dissenso per un cambiamento poco gradito.

Modifiche alla dieta, alimenti poco graditi, nascita di un fratellino o di una sorellina, cambio di stagione o cambio casa sono le cause più comuni e risolvibili.

In questi casi, il rifiuto del cibo nei bambini si supera mediante la psicologia.

Diversamente, una diminuzione fino alla riduzione dell’appetito indica una patologia o un disagio psicologico profondo che porta il soggetto a non volerne sapere più di mangiare. Le principali cause di inappetenza sono delle infezioni batteriche in una parte dell’organismo.

Il metodo più sicuro rimane quindi un consulto dal pediatra, oltre che una visita medica approfondita. Purtroppo, sono in aumento i casi di malattie alimentari infantili quali anoressia e bulimia. Spesso, esse derivano da un trauma psichico e fisico molto grave.

Per quanto ci si sforzi di convincerli ad alimentarsi, non si ottengono i risultati sperati.

Mamma e papà hanno il compito di insegnare ai propri figli a mangiare in maniera sana ed equilibrata e per questo cercheranno degli espedienti per raggiungere questo scopo.

Non è certo una cosa facile: il cibo, a partire dall’età pediatrica, si trasforma in un motivo di conflitto tra genitori e figli.

False credenze, sensi di colpa, ricatti e addirittura angoscia rimbalzano da una parte all’altra della tavola.

Rifiuto del cibo nei bambini
Bambini e mensa scolastica
Imboccare o non imboccare
Selettività alimentare infantile
Trucchi per far mangiare un bambino
Quando il digiuno preoccupa
Relazione cibo e psiche

Rifiuto del cibo nei bambini

I disturbi alimentari in età precoce in Occidente sono ormai una abitudine, non solo per i preadolescenti e gli adolescenti, bensì anche per chi è ancora nella fase dell’infanzia.

Capitano situazioni in cui il bimbo non mangia per nulla, o assaggia poco per poi vomitare o serrare la bocca. Questo comportamento è normale nella fase di svezzamento.

Il bambino alimentato con latte materno si trova spiazzato quando la madre inserisce nel suo regime alimentare le classiche pappette per neonati. Diverso il caso di un bambino grande.

Indubbiamente, il regime alimentare dei bambini di oggi non presenta sempre un ideale di crescita sana. Inoltre, i genitori moderni trovano difficile imporre ai figli una loro decisione, vanificando anche la loro educazione alimentare.

I capricci in fatto di cibo sono normali e fino al momento in cui il pargolo non abbia un brusco calo di peso e perda la sua vitalità, mamma e papà non dovranno preoccuparsi. A questo proposito, i genitori apprensivi potranno trovare utile un ebook intitolato.

Il Mio Bambino Non Mangia

Oltre a capire in maniera approfondita cosa succede al proprio figlio, ci si renderà conto che, probabilmente, se tende a non mangiare vuol dire solamente che non ha fame in quel preciso momento o ha dei dolori alla bocca dovuti alla crescita dei dentini. Fino a che i ragazzi sono piccoli, i problemi non sono gravi, ma più si cresce e più questa abitudine può diventare pericolosa.

Bambini e mensa scolastica

Nelle scuole in cui si usufruisce del servizio di mensa scolastica sono molto frequenti i casi in cui i bambini rifiutano il cibo servito.

I soggetti he tendono a farlo molto spesso sono quelli sensibili, riservati e poco socievoli e solari. Questi ragazzini stanno molto attenti alla qualità di ogni alimento.

Ad esempio, potrebbero rifiutare i bastoncini di pesce per la cottura scelta, al forno invece che fritti.

La cosa migliore da fare sarebbe quella di parlare con lui e farsi dire direttamente qual è il problema.

Qualora anche in questo caso non si riesca a capire il perché di questa mancanza di appetito, sarebbe cosa saggia portarlo a casa e cucinargli un piatto a lui gradito.

Gli psicologi sono concordi nel fatto di provare questa tattica piuttosto che farlo digiunare in mensa davanti a una ricetta che non mangerà.

I genitori si devono prendere le loro colpe, poiché spesso e volentieri si tende a cenare con piatti pronti o preparare cibo da microonde, dapprima congelato e poi cotto in 5 minuti. Di fronte a questa pratica, può essere del tutto normale che i figli girino la testa e si rifiutino di mangiare questo tipo di cibo.

Sempre se il proprio istituto scolastico lo permetta, si può spendere qualche minuto a preparare il pranzo per la scuola, in modo da essere certi di offrire un pasto di suo gradimento, senza lasciare questa speranza nelle mani dei cuochi delle mense scolastiche.

In questo modo, il proprio figlio si nutrirà e resterà in compagnia dei suoi amichetti, vivendo in maniera meno estraniante il momento del pranzo.

Imboccare o non imboccare

Durante lo svezzamento, tante mamme possono essere in dubbio su quale scuola di pensiero seguire. Non imboccare significa lasciare il bambino libero di scegliere se mangiare o meno, trasferendo così la libera scelta.

D’altro canto, il non imboccare significa non insistere e rischiare di farlo diventare grasso a forza di fargli aprire la bocca e infilargli il cucchiaino con tutti gli alimenti sminuzzati perfettamente. Dovrebbe essere il bambino a scegliere cosa mangiare prima e dopo.

Inoltre, non bisogna affatto creare ansia nel cibo, in quanto può diventare la causa dell’inappetenza. I pediatri suggeriscono di preparare i suoi pasti e farlo sedere insieme a tutta la famiglia a tavola. In questo modo non avrà gli occhi puntati addosso e per emulazione inizierà a mangiare, magari anche dal piatto dei familiari.

Sicuramente, il bambino prenderà tutto con le mani e non userà le posate, ma è un comportamento che si può correggere in seguito con molta pazienza. In questi casi sarebbe opportuno lasciarlo mangiare nella maniera che desidera.

La fase dell’imboccare si collega allo svezzamento, in quanto devono imparare il fatto che per essere sazi bisogna cibarsi. Oltre a questo passaggio, deve anche imparare ad autoregolarsi. Lo svezzamento inizia tra i 4 e i 6 mesi e serve per integrare altri elementi nutritivi non presenti nel latte.

Fino a questa data fatidica, i bimbi hanno potuto seguire solo una dieta monocibo. Andando avanti e passando dalla fase di svezzamento all’introduzione di cibi solidi, si rischia di imbattersi in capricci.

Gli alimenti impanati e fritti come il pesce a bastoncini o le pepite di pollo del fast food rischiano di deviare i suoi gusti alimentari. Se il bambino diventa selettivo bisogna adottare delle strategie mirate per rimetterlo in carreggiata.

In primis, mamma e papà devono imparare a non cedere ai ricatti come i pianti e i capricci e a non promettergli premi qualora riesca a mangiare i broccoli. Farebbe una associazione sbagliata, ovvero imparerebbe ad agire solo per convenienza.

Selettività alimentare infantile

Si parla di alimentazione selettiva quando i bambini si limitano a mangiare solamente una gamma di cibi preferiti e rifiutandone altri, spesso molto più sani. Questo problema ha origine durante il primo anno di vita, dopo lo svezzamento.

I bambini hanno imparato quali alimenti si mangiano in casa mediante informazioni visive, gustative e anche tattili (la consistenza). La capacità sensoriale non è ancora del tutto sviluppata, per questo motivo il bimbo riconosce una mela a spicchi e non intera, o un biscotto tondo invece che quadrato.

Tra i 18 e i 20 mesi si ha la neofobia: i bambini non riconoscono come familiari alcuni cibi nuovi e provoca una sensazione simile al disgusto. Sarebbe una sorta di protezione naturale contro l’assunzione di alimenti e sostanze tossiche. Questa fase può durare fino ai 5 anni.

In maniera progressiva, i bimbi iniziano ad imitare i coetanei e assaggiare anche nuove pietanze, ma alcuni rimangono radicati in una neofobia che spinge a consumare cibo di un solo colore. Qualora ci sia la presenza di carote e piselli nella zucca gialla, il bambino arriva anche a vomitare.

Altri sintomi di questo disturbo sono il veloce senso di sazietà che raggiunge il pargolo, la distrazione a tavola e il cibarsi molto lentamente. Unica soluzione è quella di un consulto medico, al fine di escludere intolleranze e allergie alimentari in corso e altri fattori.

Spesso, il bambino salta i pasti perché è sazio, perché deve giocare o per un disagio relazionale che si può manifestare anche con la carenza di sonno la notte. Con pazienza e un supporto medico e psicologico idoneo, i genitori aiuteranno il loro figlio a nutrirsi in maniera adeguata e a dormire il tempo necessario.

Trucchi per far mangiare un bambino

Se il medico ha rassicurato i genitori che il salto dei pasti è solo una fase transitoria data dai capricci, si possono applicare dei piccoli trucchi per non avere un bambino con carenze alimentari. Ad esempio, si può associare il cibo a un gioco, in modo da associare il pasto a un momento ludico.

I gusti dei figli sono molto importanti: ha ragione a non mangiare se la mamma cucina sempre la stessa verdura che odia. Gli abbinamenti sono una buona tattica per far mangiare un bambino, ovvero cucinare il suo cibo preferito associandolo a uno salutare, ma poco gradito. Spesso, la sazietà deriva dall’abbondanza di spuntini.

Il latte è meglio farlo bere la sera in quanto contribuisce a riempire lo stomaco.

Infine, via libera alla fantasia: impiattare gli alimenti in modo creativo a forma di animaletto, oppure dire che il pasto lo mangia un suo beniamino (ad esempio, la zuppa di piselli sarà la minestra di Shrek, una insalata può diventare il pasto della principessa Elsa di Frozen, ecc.).

Ad ogni modo, cari genitori, nessun bambino si lascerebbe morire di fame per un capriccio: prima o poi la fame da lupi si farà sentire e arriverà a mangiare anche il pesce in umido pur di non sentire il dolore della pancia vuota. Ultimo suggerimento: le centrifughe di frutta e verdura potrebbero aiutare a far mangiare questi alimenti, camuffando il sapore con frutta molto dolce.

Quando digiuno preoccupa

I bambini ragionano in maniera diversa dagli adulti. Spesso, mamma e papà si scoraggiano. Pur di farlo mangiare, gliela danno vinta e comprano ogni schifezza possibile.

Piuttosto, meglio iscrivere tutta la famiglia a un corso Zen per controllare le emozioni negative.

I bambini sono opportunisti senza saperlo, in quanto appena vedono un disagio o la tristezza della mamma per il loro pianto e il prodigarsi dei genitori per cercare di farlo smettere, capirà che questo è il metodo per ottenere quello che vuole.

I pediatri, in casi estremi di inappetenza, consigliano di somministrare sciroppi come Carpantin o Propovit se non sono molti piccoli, mentre il Betotal viene prescritto come integratore efficace per casi di digiuno prolungato.

Certamente, non sarebbero da associare a cibo spazzatura, ma se il bambino nm mangia altro ci si accontenta anche del junk food poco salutare. Del resto, la campagna contro questi alimenti grassi risulta più massiccia di quella contro il cibo bruciato, probabilmente cancerogeno se ingerito.

In questi casi il rifiuto del cibo dei bimbi è cosa ben diversa dal digiuno come terapia, eseguito per risolvere problemi di obesità o con finalità depurative, e pertanto può risultare estremamente pericoloso.

Relazione cibo e psiche

La psicologia è una scienza molto complessa. Ogni soggetto manifesta il disagio in diversi modi, anche con il digiuno.

Se un bambino inizia a non mangiare in mensa, ma a casa divora anche il piatto, vuol dire che a scuola ci sono problemi relazionali. Se invece è inappetente anche a casa, il problema si è radicato in profondità.

Oltre al non mangiare o cibarsi solo di un piatto o di alimenti monocolore, bisogna notare se il bambino ha altri disagi oltre quelli psicologici e traumatici che portano ad anoressia e bulimia.

Spesso, questi soggetti hanno difficoltà nel parlare, non tollerano i rumori forti e hanno problemi anche nel vestire. Le sindromi autistiche possono essere la causa primaria di questi disagi, ma solo con tanto amore, terapia psicologica e pazienza si potrà superare tutto con un sorriso.

Источник: https://www.heliantus.it/come-convincere-un-bambino-a-mangiare/

Bambini che rifiutano di mangiare: fase normale o difficoltà evolutiva? Scopri cos’è l’alimentazione selettiva

Se il bambino rifiuta il cibo

Con l’espressione “Alimentazione Selettiva” si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una gamma ristretta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altri cibi conosciuti o di assaggiarne di nuovi. Mangiano cinque o sei cibi differenti, spesso carboidrati come pane, patate fritte o biscotti. Quando il genitore tenta di ampliare la gamma di cibi il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito.

Ecco i comportamenti e le manifestazioni più comuni:

  • Il bambino mangia solo i cibi preferiti;
  • Si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo;
  • Assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti;
  • Consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà;
  • rifiuto di assaggiare cibi non conosciuti, scarso apporto di verdura o di altre categorie alimentari;
  • richiesta di una modalità particolare di preparazione dei cibi.

Una premessa:

è bene ricordare che già durante l’allattamento e poi lo svezzamento e il passaggio all’alimentazione autonoma, il pasto è il momento in cui il bambino costruisce il rapporto con gli adulti: questi momenti forniranno anche “ il modello” per le successive interazioni sociali.

È proprio all’interno di tale percorso evolutivo che si osservano le prime forme di difficoltà alimentari.

Nella maggior parte dei casi sono transitorie e sono l’espressione di difficoltà evolutive temporanee che tendono a risolversi spontaneamente in tempi rapidi.

In altri casi, le anomalie che si osservano possono persistere nel tempo e assumere i caratteri tipici dei Disturbi del Comportamento Alimentare.

Durante il primo anno di vita il bambino non possiede ancora capacità sufficienti ad integrare le informazioni e generalizzarle al contesto: è perfettamente normale che per il bambino “un biscotto” sia solo quel particolare tipo di biscotto (sempre quello – stessa forma – stessa marca) a cui il bambino si è abituato. E’ stato trovato che sono necessarie circa 15 presentazioni di un cibo nuovo perché il bambino possa considerarlo come familiare, e altre 10 perché possa arrivare a preferirlo.

Molti genitori, al contrario, si arrendono quasi subito dopo i primi rifiuti del bambino.

Un fenomeno naturale che non deve preoccupare riguarda la cosiddetta “neofobia”, ossia il rifiuto dei cibi nuovi.

Non tutti sanno che questo comportamento è in realtà geneticamente determinato; il fatto di non considerare sicuri i cibi sconosciuti (alcuni bambini hanno reazioni di disgusto fino al vomito), protegge il bambino dall’assunzione di cibi tossici durante l’esplorazione.

Generalmente, la fase della neofobia termina entro il terzo anno di età e solo raramente dura fino ai 5 anni.

Quando bisogna preoccuparsi?

L’ alimentazione selettiva diventa un problema in due casi:

  1. quando comporta difficoltà o rallentamento nello sviluppo psicofisico e carenze nutrizionali;
  2. quando le difficoltà e lo stress emotivo che causa sono eccessivi per i membri della famiglia.

Da cosa dipende l’alimentazione selettiva?

“L’eziopatogenesi dell’alimentazione selettiva è multifattoriale e può essere di origine medica, biologica, psicologica, ambientale e anche derivante dall’interazione di più fattori. Lo sviluppo di un comportamento alimentare selettivo può derivare da fattori come:

  • la pressione a mangiare
  • alti livelli di emozionalità negativa nel bambino o nel genitore
  • maggiore sensibilità agli stimoli sensoriali da parte del bambino (soglie recettoriali più basse)
  • stili o pratiche legate all’alimentazione, incluso il controllo genitoriale o fattori più specifici come l’assenza di un allattamento al seno o tentativi di svezzamento prima dei 6 mesi.

E’ perciò importante riconoscere questa problematica fin dalla più tenera età, per supportare la crescita e delle interazioni bambino-genitore che possano favorire uno sviluppo sano ed armonico (Mitchell et al. 2013).

Quando un figlio inizia a manifestare un rapporto alterato con il cibo, l’intera famiglia entra in crisi, soprattutto se il bambino non è ancora in grado di parlare. L’alimentazione selettiva e il rifiuto verso nuovi alimenti genera nei genitori un profondo disorientamento.

L’atmosfera familiare risente delle difficoltà legate ai momenti dei pasti e i genitori, in particolare il familiare che si occupa maggiormente dell’alimentazione del bambino, sia in termini di preparazione dei piatti sia di presenza durante il pasto, inizia a provare emozioni negative che non sempre aiutano nella risoluzione del problema.

L’ansia riguarda il fatto che i bambini non ricevano un’adeguata nutrizione sia in termini di quantità che di varietà. La rabbia manifestata nei continui conflitti durante i pasti viene legata al senso di frustrazione per i continui rifiuti dei figli verso nuovi alimenti.

Elevata è inoltre l’impotenza che deriva dalla constatazione che tutti gli sforzi fatti per ampliare il repertorio alimentare vengono rifiutati.

Spesso interviene nei genitori anche il senso di colpa, sia per le ricorrenti battaglie intraprese al momento di mangiare, sia perché iniziano a credere che possa essere il proprio modo di cucinare a causare problemi.” (ibidem)

Rivolgersi al proprio medico è la prima cosa da fare

Siccome la causa può essere sia di origine biologica, medica, neurologica (ad esempio ipersensibilità percettivo-gustativa, olfattiva, tattile) o psicologica, se il problema persiste va prima di tutto esclusa la causa medica (celiachia, intolleranze alimentari).

Contemporaneamente, bisogna porre un occhio attento alle manifestazioni del disagio del bambino e considerare gli aspetti relazionali e comportamentali dell’alimentazione perché potrebbero essere l’espressione di una possibile disarmonia della sfera affettiva del bambino, di una fatica, di un malessere o di una difficoltà evolutiva. Ciò ha il valore di un messaggio!!

E’ importante che i genitori imparino a valutare meglio e a tenere in maggiore considerazione lo stato emotivo del bambino

Genitori attenti possono comprendere se si tratta di un comportamento transitorio legato a un momento di particolare stanchezza o fatica del figlio, ad esempio l’ingresso del bambino all’asilo nido, la nascita di un fratellino, il rientro della mamma al lavoro.

Alcuni comportamenti errati e maladattivi da parte dei genitori possono dare origine o aggravare difficoltà nell’alimentazione. In particolare:

  • Lo stile di accudimento lassivo e permessivo, che soddisa tutti i desideri del bambino come preparargli solo quello che preferisce per evitare conflitti;
  • Lo stile autoritario che include pratiche coercitive ed imposizioni per forzare il bambino a mangiare.

“Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti, che rischiano di fare dell’atto nutritivo uno strumento di potere.

Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (‘Se non mangi tutto chiamo il vigile che ti porta via’), ricattatori (‘Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare‘) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (‘La mamma piange se tu non mangi’, ‘Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà‘ oppure ‘Se non lo mangi dopo non ti leggo la storia‘ )” (ibidem).

Ecco 3 cose da fare subito per modificare la situazione

Si tratta di consigli generici, ma se adattati alla vostra esperienza produrranno degli effetti.

  1. E’ stato dimostrato che i genitori con bambini molto selettivi nel mangiare credono che le preferenze alimentari dei loro figli non possano essere modificate. Se al contrario si iniziasse a credere le scelte dei figli in fatto di cibo non siano innate, si potrebbero iniziare a diversificare le pietanze proposte nei colori, odori e consistenza, utilizzando gli alimenti che il bambino già mangia e rispettando le spontanee inclinazioni mostrate dai figli.
  2. Un altro suggerimento è eliminare la pressione a mangiare: passare dunque da “Assaggialo e se non ti piace non devi mangiarlo‘, che però i bambini selettivi percepiscono come: ‘Se ti piace, lo devi mangiare‘ a una proposta come: ‘Assaggialo e dimmi cosa ne pensi‘.
  3. In ultimo è utile focalizzarsi sull’educazione alimentare più che sul mangiare; esplorare il cibo è infatti più facile quando è completamente slegato dall’alimentarsi. E’ importante parlare del cibo in termini di gusto, aroma, apparenza, consistenza, temperatura, suono, origine, prima che i bambini ne mettano un boccone in bocca. Più informazioni sanno, più coraggiosi saranno. Anche il cucinare insieme può essere un’attività utile; se infatti l’obiettivo non è solo quello di far mangiare al bambino ciò che è stato preparato, può aiutare i figli a prendere maggiore confidenza e familiarità con gli alimenti. Questa attività inoltre soddisfa le esigenze affettive, la spontanea curiosità del bambino, il desiderio di sentirsi grandi e importanti, l’imitazione dei genitori e anche l’appetito (ibidem).

Per concludere…

E’ chiaro che le preferenze alimentari derivano sia da fattori complessi intrinseci al bambino (temperamento, ipersensibilità sensoriale) sia da elementi ambientali (pressione a mangiare, stile genitoriale, abitudini alimentari dei genitori, facile rinuncia nell’offrire cibi nuovi) e contribuiscono a determinare le attitudini dei bambini sia verso i cibi familiari che non familiari.

E’ necessario quindi imparare prima il concetto di nutrizione e poi iniziare a dare il buon esempio: i bambini imitano quello che vedono fare da chi li circonda.

E’ fondamentale inoltre che i genitori riconoscano che l’emozionalità che si accompagna al pasto e all’alimentazione è un elemento imprescindibile per comprendere il bambino e occuparsi del suo benessere.

Mauro Bruni© – Tutti i diritti riservati

Fonte:

Источник: https://www.psicologoafrosinone.it/1608-2/

Bambini che hanno problemi con il cibo: i consigli PRATICI della psicologa da 0 a 16 anni

Se il bambino rifiuta il cibo

Quali possono essere i problemi con il cibo per i bambini? Il bimbo non vuole le pappe dello svezzamento oppure non mangia quando è più grandicello. Oppure al contrario mangia troppo. Una psicologa spiega i risvolti psicologici del cibo con 8 consigli pratici su come gestirli

E' il tormento di ogni genitore: l'alimentazione del figlio. Il bimbo che non ne vuole sapere di essere svezzato e regolarmente sputa tutta la pappa. Oppure quando diventa più grandicello, mangia pochissimo. Oppure al contrario non la smette mai di mangiare.

Secondo la psicologa Marta Bottiani dell'Associazione Pollicino e centro crisi genitori Onlus, associazione fondata a Milano nel 2006 per sensibilizzare genitori e adulti sui disordini alimentari dei bambini, un disagio o disturbo alimentare potrebbe essere “un campanello d'allarme da ascoltare. Il bambino sta cercando di dirci qualcosa a modo suo. Un messaggio che spesso non riguarda solo la sfera alimentare del piccolo”.

Ecco i consigli della psicologa per aiutare i genitori che hanno problemi con il cibo dei loro figli.

1 – Mettetevi in ascolto: che cosa sta cercando di dirmi?

“Non diamoci regole” dice la psicologa Bottiani. “Ogni bambino è un suo mondo, ha una sua realtà. Spesso il disturbo che ha è soggettivo, qualcosa di unico”. Quindi è meglio non fissarsi su manuali o esperienze di altri.

Meglio mettersi ad ascoltare davvero il bambino. Capire quello che sta cercando di dirci, perché spesso un disturbo alimentare non è associato al cibo in sé ma è legato alla sfera emotiva del bambino.

2 – Fate una visita dal vostro pediatra

In presenza di un problema alimentare “è importante interpellare il proprio pediatra”. Lui, analizzando peso è crescita, vi saprà dire se il bimbo sta crescendo bene nonostante il suo modo di mangiare vi possa preoccupare.

La sua visita è fondamentale anche per capire se ci sono cause metaboliche, organiche o magari psicologiche. (Calcola online il percentile del tuo bambino)

3 – Date il buon esempio

“Il comportamento alimentare si apprende. E il bambino impara a mangiare guardando gli adulti che per lui sono i punti di riferimento. Sono gli adulti stessi a dover promuovere un buon comportamento alimentare”.

Aprire la bocca è un comportamento innato, il comportamento alimentare no. E' importante responsabilizzare gli adulti sull'educazione alimentare.

E promuovere un clima disteso e sereno con il cibo. Inoltre, non si può pretendere che il bambino mangi le verdure se siamo noi i primi a evitarle.

O che stia seduto a tavola tranquillo quando siamo noi i primi a non mangiare tutti insieme.

4 – Interrogatevi: è cambiato qualcosa nella sua vita?

Un disagio alimentare nel bambino è un campanello d'allarme. Il bimbo sta cercando di dirci attraverso il cibo che qualcosa non va.

E' utile quindi interrogarsi su che cosa possa essere, scandagliando la sfera emotiva del piccolo.

C'è una situazione tesa in casa? Un cambiamento appena avvenuto nella sfera del bambino che ha un po' scombussolato la sua vita? L'arrivo di un fratellino?

5 – NON ricattatelo

I genitori rischiano di “snaturare il momento del cibo”, non considerando il cibo per quello che è, ma trasformandolo per esempio in un premio (se vai all'asilo, ti meriti una caramella) o in una punizione (se non mangi, non ti porto al parco). Meglio togliere il ricatto dal momento del cibo.

6 – Rifiuta il cibo? NON insistete

“L'insistenza genera sempre una resistenza.” In particolare se il bambino non mangia, insistere non serve a nulla. Il cibo può diventare un'arma nelle mani del bambino nei confronti dei genitori. Un modo per tenerli sotto scacco. (leggi anche 10 consigli se il bambino non mangia)

7 – Il piccolo appena svezzato non mangia?

Il bimbo sta dicendo di no a qualcosa che gli viene da fuori, dall'altro. Se prima per lui l'allattamento era la coccola con la mamma, qualcosa solo tra lui e lei, ora sta dicendo di no al cucchiaino, alla novità.

E' utile aiutare il bimbo ad accettare ciò che è nuovo, ma prima di tutto capire che lo svezzamento si fa in due.

“Aiutiamo le madri a pensare che non è possibile svezzare se anche lei non è disposta a farlo. Ci si svezza in due. A porgere il cucchiaino al bambino deve essere una mamma serena e disponibile.

Che porge il cucchiaino come porgeva il seno”. (Leggi anche: svezzamento: mangia troppo o rifiuta la pappa)

8 – Il bambino mangia troppo?

Il bimbo mangia troppo? Ha appena finito la cena e chiede sempre il bis? Come comportarsi? Secondo la psicologa un buon rimedio è “spostare l'attenzione su qualcosa che gli piace fare”.

Infatti se il bambino chiede sempre qualcosa in più probabilmente sta considerando il cibo una consolazione. Perché il cibo è “cibo per il cuore”.

Cioè, chiede il cibo NON perché ha fame, ma per colmare una “mancanza”.

E' utile quindi traslare la domanda e spostare la sua attenzione in attività che gli interessano e in passioni che ha, ma anche far sentire ancora di più che siamo presenti e lo amiamo.

Guarda anche il video: il bambino non mangia, gli aspetti psicologici

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Ogni giorno capricci, non mangia e non vuole dormire … ma neanche con il vasino va tanto bene soprattutto da quando è arrivato il fratellino. Nei primi anni dei bambini ci sono tante situazioni…

Aggiornato il 10.07.2018

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/alimentazione/bambini-che-hanno-problemi-con-il-cibo-i-consigli-pratici-della-psicologa-da-0-a-16-anni

Il bambino rifiuta il cibo

Se il bambino rifiuta il cibo

Dopo l’anno di età può capire che il piccoli inizi a rifiutare un cibo. Non è solo perché “non gli piace”: dietro al suo improvviso atteggiamento di rifiuto possono nascondersi, in realtà, dinamiche molto più complesse.

In primo luogo, intorno a quest’epoca il piccolo entra nell’età dei “no”: il rifiuto a qualsiasi proposta gli venga fatta non è dettato, in linea di massima, da un carattere particolarmente difficile o ribelle, quanto piuttosto dal fatto che il piccolo sta formando gradualmente la sua personalità e quindi vuole sperimentare il suo “potere” sui genitori anche attraverso il cibo. Il bambino, infatti, a questa età non è più il neonato dipendente in tutto e per tutto dalla mamma, che accetta in modo passivo qualsiasi cibo proposto da lei, esattamente come prima succhiava il latte senza problemi. Ora sta diventando un individuo ben definito, con gusti e preferenze tutti personali e l’unico modo per affermarsi è proprio negare quello che per lui, fino a quel momento, è stato una certezza. In pratica, “dire di no” a un cibo è come dire di no al potere assoluto che la mamma ha finora esercitato su di lui. E, in genere, il cibo che viene rifiutato con maggiore convinzione è proprio quello al quale la mamma tiene particolarmente, come la carne o le verdure.

Usare la fantasia

Se il piccolo si annoia a stare a lungo sul seggiolone o vede il pasto come un momento di interruzione dal gioco, si può provare a rendere il momento del cibo un’occasione per divertirlo.

Per farlo, basta lasciare andare un po’ la fantasia: una montagna di spinaci fumanti può “trasformarsi” in un vulcano, rondelle di zucchine disposte in fila nel piatto possono somigliare a un simpatico bruco, da fettine di carote e pomodori possono nascere fiori che si allungano nel piatto su steli di fagiolini. Allo stesso modo anche la carne può essere disposta nel piatto in modo più allettante. Se il piccolo apprezza questi sforzi, e quindi mangia le verdure e la carne, il tempo impiegato in queste preparazioni è ben speso. L’importante è valutare se con il proprio bambino queste astuzie sono davvero efficaci. Non tutti i bimbi, infatti, amano questi trucchi e possono quindi rifiutare comunque il piatto di verdure. Questo finisce per ingenerare un circolo vizioso di tensioni, perché la mamma prova una sensazione di frustrazione che la può rendere ancora più nervosa e irritabile, di conseguenza il bimbo può vivere il momento del pasto con ansia sempre maggiore. Per idee su ricette adatte ai bambini guarda qui.

Gli atteggiamenti giusti

Su questo punto tutti i pediatri si trovano pienamente d’accordo: un atteggiamento sereno da parte della mamma (o di chi propone il cibo al bambino) è il primo passo per porre le basi di una corretta educazione alimentare. Ecco, quindi, qualche consiglio utile per i genitori.

Intorno ai due anni-due anni e mezzo di età, in media, si conclude la fase del rifiuto, anche in coincidenza con una maggiore frequentazione dei coetanei, che porta al confronto continuo con essi. Di conseguenza, anche il rapporto con il cibo, in genere, tende a stabilizzarsi verso questo periodo.

Se la mamma si appresta a offrire il cibo al piccolo con eccessiva ansia, il bambino inevitabilmente percepirà la preoccupazione del genitore e si “divertirà” a tiranneggiare la mamma, mostrandosi ancora più ostinato nel rifiuto del cibo che lei si ostina a proporgli.

Poter toccare il contenuto nel piatto, provare a portarselo alla bocca da solo, anche “pasticciare” con il cibo, per il piccolo sono esperienze estremamente importanti, che lo aiutano a essere attivo nei confronti di ciò che mangia.

Quindi è bene che i genitori lo lascino fare, anche se questo comporta che si sporchi i vestiti o che imbratti il seggiolone. Nei primi mesi un bimbo fa anche sei pasti al giorno. Via via che il suo stomaco si abitua a quantità di cibo più abbondanti, anche i pasti tendono a diminuire di numero, per lasciare un tempo sufficiente alla digestione.

Gli spuntini di metà pomeriggio, quindi, sono in genere una buonaabitudine, ma niente impedisce di eliminarli se questo comporta poi che il piccolo non si nutra bene al momento dei pasti. Non cercare di convincere il bambino a mangiare con promesse o ricatti.

Frasi del tipo “se mangi la carne, ti darò una caramella” oppure “se mangi le verdure, ti compro un regalo” sono solo un modo per abituare il bimbo a considerare l’alimento una specie La carne, le verdure e ogni altro alimento non particolarmente amato dal piccolo non devono mai essere imposti, ma offerti con molta pazienza e costanza, facendoli comparire regolarmente sulla tavola di casa.

Se non vuole la carne

Secondo i pediatri, la carne dovrebbe comparire sulla tavola di un bambino almeno quattro volte alla settimana. Si tratta, infatti, di un alimento indispensabile, in quanto fornisce diversi nutrienti importanti per la crescita e il benessere dell’organismo.

Anzitutto questo alimento è fondamentale perché fornisce una valida scorta di ferro, una sostanza indispensabile per formare i globuli rossi, le cellule del sangue deputate al trasporto dell’ossigeno in tutto il corpo.

Nei primi mesi di vita, il fabbisogno di ferro non è molto elevato, perché il neonato possiede i globuli rossi che gli sono stati trasmessi dalla mamma durante la gravidanza, attraverso la placenta (l’organo che nutre e ossigena il feto).

Dopo il quinto mese, però, l’organismo del bambino inizia a produrre globuli rossi propri: ha, quindi, bisogno di assumere questo prezioso minerale attraverso gli alimenti. La carne ne è la fonte migliore perché il tipo di ferro che essa apporta è altamente biodisponibile, cioè totalmente assorbibile da parte dell’organismo umano.

Per le proteine nobili

Oltre che per il ferro, la carne è importante perché contiene proteine nobili, ossia complete, indispensabili per la formazione di muscoli, tessuti, ossa, per la maturazione del sistema immunitario (cioè di difesa dell’organismo), per la trasmissione degli impulsi nervosi e per altre funzioni vitali. La carne, infine, contiene vitamine del gruppo B (B1, B2 e B12), che intervengono nei processi di assimilazione delle proteine, dei carboidrati e dei grassi e forniscono energia all’organismo. La carne è importante soprattutto per la B12, presente soltanto negli alimenti di origine animale.

Con quali cibi sostiuirla

Vanno rivalutati i secondi “alternativi”, cioè i piatti a base di pesce, uova e latticini. Contengono meno ferro rispetto alla carne ma, essendo di origine animale, apportano altrettante proteine nobili. Le uova e il pesce, inoltre, sono ricchi di vitamine del gruppo B, come la carne. Dovrebbero comparire nella dieta del bambino due volte la settimana.

Il pesce, che tra l’altro apporta sostanze indispensabili per il sistema nervoso, dovrebbe essere offerto al piccolo anche qualche volta in più alla settimana. In sostituzione della carne, si possono proporre al piccolo anche altri alimenti che contengano il ferro, come i cereali, i legumi e i vegetali a foglia verde.

È bene però ricordare che il ferro di derivazione vegetale non è del tutto assimilabile dall’organismo. Quindi è meno “utile” rispetto al ferro contenuto nelle carni.

Per facilitarne l’assorbimento, si può provare a offrire al piccolo un bicchiere di succo d’arancia (o di altri agrumi graditi) appena spremuto: la vitamina C aumenta la capacità dell’organismo di sfruttare il ferro di origine vegetale.

I trucchi per renderla più appetitosa

Per invogliare il bambino a mangiare la carne più volentieri, si può cercare di presentarla in modo diverso. Quindi, invece, che dargli la solita fettina cotta al vapore, si possono provare metodi di preparazione più allettanti. Ecco qualche esempio:

  • la fettina al vapore può essere frullata e unita al sugo di pomodoro per condire la pasta oppure aggiunta al passato di verdura;
  • con un po’ di carne trita, patata lessa, uovo e pangrattato si possono preparare polpette che poi, cotte al forno senza grassi, costituiscono un piatto leggero e digeribile, ricco di ferro e proteine;
  • le stesse polpette, in formato più ridotto, possono essere cotte direttamente nel passato di verdura o nella minestrina;
  • infine, quasi tutti i bimbi amano il prosciutto cotto (che tra l’altro, essendo un derivato della carne, ha un buon apporto di ferro), che può essere usato per “travestire” la fettina. Basta avvolgere la carne nel prosciutto, passarla in padella con un po’ d’acqua e un filo di olio di oliva e lasciare cuocere qualche minuto da entrambi i lati.

Se non vuole le verdure

La verdura è l’altro grande problema delle mamme alle prese con un bambino capriccioso a tavola, forse ancora più serio della carne. Perché se questa può essere assunta anche saltuariamente, la verdura (come la frutta) andrebbe consumata tutti i giorni.

Oltretutto andrebbe mangiata cruda perché qualsiasi tipo di cottura, soprattutto se prolungata (come avviene per esempio per i minestroni), elimina quasi del tutto il patrimonio vitaminico, indispensabile all’organismo umano.

Sono proprio i vegetali a fornire le maggiori quantità di vitamine, sostanze indispensabili per la salute e per il normale accrescimento dell’organismo. La vitamina A, per esempio, che influenza l’accrescimento, protegge pelle e vista, è presente nelle carote, negli spinaci e nei pomodori.

La vitamina C, importante per il metabolismo e le difese immunitarie, si trova nei pomodori e nei cavoli. La vitamina K, che regola il processo di coagulazione del sangue, è presente in tutte le verdure fresche.

Le verdure contengono poi molte fibre, necessarie per mantenere la funzionalità dell’intestino regolare: l’organismo, infatti, non riesce a intaccare queste sostanze, che quindi agiscono sulle pareti intestinali, ripulendole e portando via con sé, proprio come una scopa, le sostanze di scarto. Fondamentale infine è l’apporto di sali minerali come il calcio (contenuto nei vegetali verdi, nei piselli e nei fagioli), il magnesio (presente nei vegetali a foglia verde e nei legumi), il potassio (nei pomodori).

Sostituirle con la frutta

In attesa che il bambino impari ad apprezzare anche le verdure, si può sempre ricorrere alla frutta fresca, generalmente abbastanza amata anche dai più piccoli. Dopo l’anno e mezzo di vita, un bimbo può mangiare praticamente di tutto, a parte alcune varietà esotiche (più a rischio di allergia). Oltre alla mela, alla pera e alla banana, via libera quindi anche ai frutti di stagione:

  • in autunno si possono proporre l’uva e il cachi, particolarmente ricchi di zuccheri, indispensabili per dare energia, di potassio, essenziale per la funzionalità muscolare e nervosa, e di vitamine;
  • in primavera e poi in estate si possono far provare le fragole, le prugne, le pesche e le albicocche, che contengono antiossidanti, sostanze capaci di proteggere l’organismo dalle tossine e di rafforzare il sistema immunitario (cioè di difesa), soprattutto se si vive in un ambiente particolarmente inquinato;
  • sono molto indicate anche le arance e i mandarini, ricchissimi di vitamina C, magari offerti in spremute, eventualmente addolcite con un po’ di zucchero o con un cucchiaio di miele.

I trucchi per renderle più appetitose

È difficile che un bambino di un anno e mezzo mangi piatti di insalata e verdure fresche: oltre a trovarle poco appetitose, non ha ancora gli strumenti per masticare questi cibi, cioè un numero sufficiente di molari. È inutile, quindi, deprimersi se rifiuta alcuni tipi di verdure crude.

Fanno eccezione i pomodori, che in genere sono graditi, soprattutto se ben maturi, tagliati a pezzetti molto piccoli e conditi. In generale, è consigliabile proporre al piccolo le verdure cotte. È vero che ogni procedimento di cottura elimina buona parte delle vitamine, ma si possono adottare alcuni trucchi per limitare al minimo la dispersione di nutrienti.

Occorre preferire la cottura al vapore (che oltretutto mantiene i cibi più gustosi) e lasciare le verdure tagliate a pezzi grossolani, in modo da limitare il più possibile la dispersione di vitamine e sali minerali.

Inoltre, si possono adottare trucchi, come proporre le verdure sotto forma di polpette (per esempio, con l’aggiunta di carne trita, formaggio grattugiato e prosciutto tritato), cotte al forno.

Anche il purè in genere piace ai più piccoli: prepararlo è semplice, basta aggiungere alle patate, lessate e schiacciate, piselli, zucca, carote, zucchine e spinaci lessati e, alla fine, spolverizzare di parmigiano o grana grattugiato. Con il purè si possono anche inventare torte di verdura, polpettoni o frittate: l’importante è che il bimbo non perda l’abitudine al sapore, al colore e alla consistenza delle verdure.

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Источник: https://www.bimbisaniebelli.it/bambino/1-2-anni/rifiuta-cibo-cosa-fare-10227

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