Se hai figli sei più brava sul lavoro

10 consigli per crescere bambini felici e sicuri di sé

Se hai figli sei più brava sul lavoro

Si sa, fare il genitore è un mestiere molto difficile. Una volta ho sentito un pediatra che equiparava il lavoro del genitore a quello di una persona che, avendo solo la patente per auto, si mette alla guida di un aereo… basta una mossa sbagliata per provocare danni incalcolabili!

Ecco 10 suggerimenti utili ai papà e alle mamme desiderosi di conoscere i metodi più efficaci per crescere i propri figli felici e sicuri di sé.

Scattare come una molla ogni volta che tuo figlio inciampa e cade o a ogni colpo di tosse notturno, farsi in quattro per preparargli sempre (e solo) i suoi piatti preferiti; trascorrere pomeriggi interi a tenerlo impegnato con decine di attività in casa per evitare che si annoi, sono tutte attività che da genitore pensi siano la dimostrazione del tuo amore profondo nei confronti di tuo figlio. E invece…

E invece possono trasformarsi in un campo minato in cui sarà sempre più complicato riuscire a muoversi senza rischiare di fare danni. È naturale, da genitore, preoccuparti della salute dei tuoi figli, cercare di evitare loro sofferenze inutili, proteggerli da ogni possibile insidia che la vita può offrire, volere il meglio sempre e comunque.

Ma, allo stesso tempo, sai che vivere un’infanzia troppo protetta – vivere nella cosiddetta campana di vetro – non ha effetti positivi sulla crescita dei bambini. Anzi: li rende più fragili e insicuri, incapaci di affrontare le difficoltà da soli, proprio perché abituati a vivere comodamente sotto “la gonna di mammà”.

Ma, come in tutte le cose, prendere coscienza è già un bel passo avanti verso la soluzione. Guidare i bambini verso l’indipendenza e l’essere responsabili, rispettando le loro inclinazioni naturali non è una missione impossibile: basta seguire le linee direttiveindicate da psicologi e pedagogisti e applicarle con buon senso.

Ecco i suggerimenti da mettere in pratica.

Non essere iperprotettivo

Da una ricerca pubblicata sul Journal of Positive Psychology, esserlo non riduce i pericoli o i problemi che i tuoi figli si troveranno ad affrontare.

Anche perché non è vero che oggi problemi e pericoli si sono decuplicati rispetto al passato: non sono aumentati né diminuiti, sono solo cambiati.

Ad essere diminuito drasticamente è il numero di figli e questo comporta maggiori attenzioni concentrate su un minor numero di bambini, con il rischio concreto di non conceder loro gli spazi giusti per lo sviluppo armonico e armonioso di fisico e psiche.

I tuoi figli devono capire che i pericoli si trovano ovunque nel mondo che li circonda e che possono cadere e farsi male, perché è così che imparano a difendersi e a crescere sani, forti, felici, consapevoli e responsabili.

Metti dei limiti

I confini ci limitano ma servono anche a tenerci al sicuro e, soprattutto, a rendere chiaro e semplice a ciascuno il proprio ruolo nel gioco della vita.

Davanti a pianti, strilla e capricci, il primo pensiero comune a tutti i genitori è di concedere per zittire. E invece, quello che può sembrare un piccolo e innocuo cedimento, insegna ai bambini che possono ottenere ciò che vogliono solo comportandosi in modo aggressivo.

Sapere che i genitori sono disposti a supportare la loro frustrazione e i loro momenti difficili per il bene dei figli, dà sicurezza ai bambini: sapranno che, se e quando dovessero avere bisogno, mamma e papà saranno sempre presenti e pronti a proteggerli e aiutarli. Ma sapranno anche che, prima, devono provare a farcela da soli.

Lascia che faccia esperienza

Nessuno sta dicendo di abbandonare i bambini a se stessi, tra le difficoltà: ma di dar loro gli strumenti per imparare a superare sconfitte e delusioni.

 Infatti, quando un bambino riesce a risolvere un problema da solo, sta alimentando la sua autostima e imparando a destreggiarsi tra le difficoltà. E continuerà a farlo anche da adulto.

Ciò si traduce nell’intervenire come genitore solo quando strettamente necessario per guidare il figlio evitando situazioni di pericolo.

Scrive infatti Maria Montessori nel suo testo alla base della pedagogia moderna: “Il piccolo rivela se stesso solo quando è lasciato libero di esprimersi, non quando viene coartato da qualche schema educativo o da una disciplina puramente esteriore”.

Mandalo all’asilo

Nulla di obbligatorio naturalmente: lo psicologo Antonio Pellai e la pedagogista Roberta Balsemin concordano. Ma considera che i bambini hanno bisogno di sperimentare figure diverse da quelle di mamma e papà. Se hai la fortuna di poter fruire dell’aiuto dei nonni o degli zii, fallo.

È stato più volte dimostrato che mandare i bambini all’asilo a tre anni (o in generale organizzarsi per tornare al lavoro e affidare i figli a nonni o babysitter) non crea mostri.

L’esperienza della scuola materna è positivamente stimolante per tutti i bambini, perché scoprono nuove regole e nuovi stili educativi, migliorano le capacità sociali e imparano a vivere e difendersi in gruppo. 

Responsabilizzalo

Il consiglio è della studiosa Jacqueline Bickel, coautrice del libro “Come educare i figli presto e bene”. Un bambino autonomo sarà un adulto felice.

E sono tante le attività che possono aiutare tuo figlio ad acquisire autonomia: mangiare da solo, rastrellare il giardino, portare fuori la spazzatura, rifarsi il letto prima di andare a scuola, prepararsi la cartella da solo sono alcune occasioni in cui i bambini si mettono alla prova, con se stessi e al cospetto dei genitori.

Se poi la responsabilità si traduce nel portare a spasso il cucciolo di casa, tuo figlio imparerà anche ad essere empatico ed altruista: doti che si imparano sul campo e a diretto contatto con chi ha davvero “bisogno di te”.

Unico accorgimento: le responsabilità devono essere proporzionate all’età. Lasciati guidare dal buon senso e sarai certo di fare la scelta giusta per tutti.

Lascia che si annoi

Riempire le giornate di tuo figlio e non lasciargli spazi di solitudine, limita lo sviluppo delle sue capacità creative, non impara a giocare da solo e a ricreare il suo mondo con nuove regole e nuovi personaggi. Lo sostiene da anni Raffaele Morelli, voce e volto noto ai più per i suoi programmi radiofonici, la presenza sul grande schermo e anche per la direzione digitale di riza.it.

La vita non può essere sempre e solo azione.

Come tu senti, fisicamente e mentalmente, il bisogno di staccare la spina e rilassarti ascoltando buona musica o guardando un film o anche sorseggiando un bicchiere di vino mentre ammiri la natura che ti circonda, così tuo figlio ha bisogno dei suoi “momenti di noia” da passare sdraiato sul suo letto o sul divano a guardarsi le dita dei piedini.

Riuscire a sopravvivere a un intero pomeriggio in casa senza proposte tecnologiche o da parte dei genitori, spinge i bambini a essere autosufficienti, a trovare il modo di riempire il loro tempo ed essere orgogliosi e soddisfatti delle scelte fatte senza l’interferenza di nessuno: “da soli”.

Trascorri con lui il tuo tempo migliore

Trascorrere tempo di qualità con tuo figlio è fondamentale per la sua crescita e lo sviluppo della sua personalità. È frustrante passare molto tempo insieme ad una persona che non ti ascolta o che non risponde alle tue domande o che si limita ad un sorriso forzato accompagnato ad un “bravo” alle tue richieste di pareri.

Se sei stanco, se stai poco bene, se hai poca voglia di stare con tuo figlio per un motivo qualsiasi, non sentirti in obbligo, né in colpa: tuo figlio capirà.

E puoi starne certo perché a lui non interessa avere un pupazzo seduto sul divano che fa finta di giocare: lui vuole un rapporto vero e interattivo, con una persona che lo ascolta, che risponde alle sue domande e pronto a trasformarsi in qualunque cosa richiedano le regole del gioco.

Aiutalo a trovare prospettive

Verrà il giorno in cui tuo figlio ti dirà che vuole lasciare la squadra di calcetto o che non vuole più andare al catechismo o che ha scoperto che non gli piace più il canto ma adora la pallavolo.

E tu cosa farai? Potrai “obbligarlo” a tener fede all’impegno preso (facendo leva sui suoi sensi di colpa nel caso in cui tu abbia già affrontato una spesa non indifferente) oppure puoi aiutarlo a non mollare alla prima difficoltà, a riflettere sulle motivazioni alla base della sua decisione, a parlarne con i compagni per capire anche le loro reazioni.

Guardare le cose da nuove prospettive, oltre a portare ad un arricchimento emozionale personale, aiuta anche ad adattarsi e trovare il modo migliore di agire davanti a vari tipi di difficoltà.

Scusati e ringrazia

Nulla ci è dovuto. Ed è bene che anche tuo figlio lo impari in fretta, per evitare che la sua personalità prenda una brutta piega. Ricordati che impariamo per imitazione e non per concetti.

Se vuoi insegnare a tuo figlio a perdonare, a essere gentile e altruista, a manifestare la propria gratitudine, tu per primo devi agire di conseguenza.

Le paroline magiche in grado di aprire tutte le porte del mondo sono sempre le solite: “scusa”, “per favore” e “grazie”. Usale con tuo figlio. 

Scusati con lui ogni volta che sbagli. Sei un genitore, non un dio sceso in terra: puoi sbagliare anche tu e riconoscerlo può solo fare del bene sia a te che a tuo figlio.
Le cose non si pretendono, ma si chiedono con gentilezza: è una questione di rispetto, tolleranza e umanità.

E quanto sarebbe più bello il mondo se tutti ne prendessimo coscienza. Ringraziare è salutare, per chi dona e per chi riceve. Ci fa sentire apprezzati e, di conseguenza, ci fa apprezzare maggiormente anche chi e cosa ci circonda. Ringraziare non è un atto di debolezza. Ed è anche uno dei pilastri alla base della buona educazione.

Источник: https://www.metlife.it/blog/famiglia/2016/consigli-per-crescere-figli-felici/

Congedo parentale:10 cose da sapere

Se hai figli sei più brava sul lavoro

Congedo parentale: cos’è? E come funziona? Ne hai diritto anche se non sei una lavoratrice dipendente? E qual è l’indennità? Può chiederlo anche il padre? Con l’aiuto di un avvocato rispondiamo alle 10 domande più frequenti sul congedo parentale.

La maternità obbligatoria è finita, ma vorresti restare a casa con tuo figlio ancora un po’. Magari mentre cerchi una brava babysitter per quando tornerai al lavoro.

Se vuoi capire meglio come funziona il congedo parentale, continua a leggere. Insieme all’avvocato Francesca Romana Frittelli, del Foro di Roma, abbiamo risposto ai dubbi più frequenti dei genitori.

Intanto, cominciamo a chiarire di cosa si tratta.

1. Che cosa è il congedo parentale?

Il congedo parentale è un periodo di congedo che i genitori possono chiedere per prendersi cura dei figli dopo la fine del congedo maternità, mantenendo il posto di lavoro e ricevendo un’indennità. Può essere utile se ancora non sei pronta a lasciarlo con qualcun altro oppure non hai ancora deciso tra nonni, nido o babysitter.

Attenzione quindi a non confondere congedo parentale e congedo maternità. Il congedo maternità è un congedo obbligatorio che va dalle ultime settimane di gravidanza ai primi due o tre mesi di età del bambino.

Il congedo parentale, invece, è facoltativo, e dura 3 o 6 mesi, a seconda del tipo di contratto di lavoro del genitore. Diversa anche l’indennità che si riceve: per il congedo parentale è intorno al 30% della retribuzione media.

Mentre per il congedo maternità arriva all’80%.

Il congedo parentale spetta a molte categorie di mamme lavoratrici e – cosa importante – anche ad alcuni papà.  Con differenze per quanto riguarda durata e retribuzione, che dipendono dal tipo di contratto del genitore e dall’età del bambino. Vediamo meglio.

2. Congedo parentale 2019: chi ne ha diritto?

Parliamo prima di tutto del congedo parentale per le mamme. Ne hanno diritto – quasi – tutte le mamme che lavorano come dipendenti, ma anche quelle che lavorano come parasubordinate (cococo) o autonome, se hanno determinati requisiti. 

Mamme lavoratrici dipendenti

Se sei una lavoratrice dipendente, quasi sicuramente hai diritto al congedo parentale. Restano escluse da questo diritto solo le lavoratrici a domicilio e le lavoratrici con contratto di lavoro domestico. Purtroppo, infatti,  babysitter colf e badanti devono tornare al lavoro alla fine della maternità obbligatoria.

Mamme lavoratrici parasubordinate e autonome

Anche se sei una mamma parasubordinata – cococo per esempio – potresti avere diritto al congedo parentale. Per chiedere il congedo e la relativa indennità all’INPS è necessario:

  • avere un rapporto di lavoro in corso
  • aver pagato almeno 3 mesi di contributi alla gestione separata negli ultimi 12 mesi
  • non ricevere una pensione
  • non essere iscritta a forme di previdenza obbligatoria, per esempio le casse previdenza dei giornalisti o degli avvocati.  ( Non puoi chiedere l’indennità di congedo parentale all’INPS ma potrai chiederla alla tua cassa).

Sei una commerciante, una professionista o hai una piccola impresa? Anche in questo caso avrai diritto al congedo parentale come lavoratrice autonoma. Per ottenerlo, però, devi aver pagato i contributi del mese precedente a quando inizia il congedo.  

Qualunque sia il tipo di lavoro che presti (dipendente, parasubordinato o autonomo), dovrai astenerti dal lavoro per tutta la durata del congedo. Se no, che congedo è?

3. Congedo parentale padre

Attenzione a non confondere congedo di paternità e congedo parentale. I termini sono simili, ma si tratta di due congedi molto diversi.

Il congedo di paternità – come il congedo di maternità – è legato alla nascita del bambino: è obbligatorio, dura solo pochi giorni ed è retribuito al 100%.

Serve al papà per essere presente alla nascita del figlio e magari restare a casa i primi giorni dopo la nascita.

Il congedo parentale, invece, come abbiamo visto dura alcuni mesi e si può chiedere, in alcuni casi, fino ai 12 anni di età del bambino. L’indennità che si riceve però, come per le mamme, è di circa il 30% della retribuzione.

Hanno diritto al congedo parentale i padri lavoratori dipendenti, anche se la madre del bambino non lavora.

4. Ma quanto dura?

La durata del congedo parentale dipende dal tipo di contratto di lavoro. Le mamme e papà con contratto di lavoro dipendente sono i più fortunati: possono chiedere fino a 6 mesi di congedo parentale, da prendere entro i 12 anni del bambino.

Insieme, però, non possono chiedere più di 10 mesi. Che diventano 11 se è il papà a prenderne almeno 3.

  Le lavoratrici iscritte alla gestione separata o auotonome, invece, potranno avere solo 3 mesi di congedo parentale, da godere entro il primo anno di età del bambino.

Qualunque sia la durata, il congedo può essere preso tutto insieme oppure frazionato in settimane, giorni o anche ore. Questo significa che puoi chiedere un congedo anche di sei mesi tutti insieme, oppure puoi chiedere due mesi, poi tornare al lavoro e poi chiedere altri due mesi. Puoi chiedere singoli giorni di congedo. O ancora, puoi chiederlo a ore. 

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5. Quando il congedo parentale non è retribuito?

E adesso veniamo all’altra questione importante: quanto si prende con il congedo parentale?  Per le lavoratrici parasubordinate e autonome, l’indennità per congedo parentale è circa del 30% della normale retribuzione. (Per le autonome si calcola su una “retribuzione convenzionale” stimata dall’INPS per le diverse categorie di lavoratori).

Per le lavoratrici dipendenti, invece, l’indennità dipende dall’età del bambino e in alcuni casi non è retribuito. Fino a 6 anni, l’indennità è pari al 30% della retribuzione media. Dopo i 6 anni del bambino, invece, il congedo parentale è retribuito al 30% solo se il reddito è inferiore a una certa soglia. E tra gli 8 e i 12 anni del bambino il congedo parentale non è retribuito.

L’indennità per congedo parentale, poi,  non prevede il pagamento della tredicesima né del Tfr. 

6. Congedo parentale a ore: come funziona?

La cosa bella del congedo parentale è la flessibilità: se hai diritto, per esempio, a 3 mesi di congedo puoi decidere di goderli tutti insieme, oppure prendere solo qualche settimana e conservare il resto per dopo, oppure ancora frazionare il congedo in ore. La legge prevede la possibilità del congedo parentale a ore già da alcuni anni.

I detttagli dovrebbero essere definiti dai diversi contratti di settore. Ma, se sei un lavoratore dipendente e il tuo contratto non lo specifica, puoi comunque tornare al lavoro ma chiedere il congedo parentale per metà dell’orario medio giornaliero. Quindi se lavori 8 ore, potrai chiedere 4 ore di congedo invece di prendere l’intera giornata.

Il periodo complessivo, del congedo, naturalmente, non cambia.

7. Congedo parentale a ore o permesso per allattamento?

Ma allora, meglio prendere mezza giornata per congedo parentale o un permesso per allattamento? Potendo scegliere, meglio il permesso per allattamento. Perché il congedo parentale è retribuito solo al 30% . Però il permesso per allattamento dura solo fino a un anno del bambino.

Mentre il congedo parentale si può chiedere anche  fino a 6 anni.  Ricorda che i due permessi non sono compatibili: non potrai chiedere nella stessa giornata 2 ore di permesso per allattamento e 4 ore di congedo parentale.

  Dovrai scegliere l’uno o l’altro, anche se si riferiscono a figli diversi.

8. Congedo per genitori adottivi e affidatari

Anche i genitori adottivi o affidatari hanno diritto al congedo parentale, con le stesse modalità dei genitori naturali. In questo caso, la durata del congedo si misurerà a partire dall’ingresso in famiglia del bambino. Sempre entro la minore età del bambino.

9. E se hai gemelli?

In caso di gemelli, la durata del congedo si moltiplica.

A differenza di quanto avviene per la maternità obbligatoria – che dura sempre lo stesso periodo di tempo, sia che si tratti parto gemellare che di parto singolo – nel caso del congedo parentale si ha diritto ad un uguale periodo di congedo per ogni figlio. Per esempio: una lavoratrice dipendente mamma di 2 gemelli avrà diritto a 12 mesi di congedo parentale, 6 per ogni figlio.

10. Come fare domanda

La domanda deve essere fatta all’INPS. Se decidi di goderlo tutto insieme, basterà una sola domanda.

Se invece vuoi prenderlo frazionato, dovrai presentare una domanda all’inizio di ogni periodo di congedo.

Puoi presentare il modulo di domanda anche online sul sito dell’INPS (ma devi avere il PIN) oppure puoi farlo al telefono tramite contact center INPS . In alternativa, puoi farti aiutare da un patronato.

Il congedo parentale, l’abbiamo detto, è facoltativo. E se stai pensando di tornare al lavoro al termine della maternità obbligatoria, dai un’occhiata alla nostra Guida pratica: rientro al lavoro dopo un figlio.

Источник: https://www.sitly.it/blog/congedo-parentale/

Inchiesta Maternità/2: il lavoro negato alle mamme

Se hai figli sei più brava sul lavoro

Dopo l ‘articolo sulla situazione delle nascite pubblicato la scorsa settimana, ora il focus è sulle madri lavoratrici

«Ma si può essere così stupide da temere di dire al capo che aspetti un figlio? A lui, che pure ha figli? Però si sa come gira nelle aziende… Lui già è convinto che un lavoratore maschio è più affidabile perché non sta a casa in maternità, penserà che farò come tutte le mammine, con la testa presa dal marmocchio, che andrò in stress appena avrà la febbre, che diventerò un peso per i colleghi dell’ufficio. Mi sento in colpa già all’idea di dirglielo: sono incinta. Già. E del resto è a me che lui ha buttato lì, prima che firmassi l’assunzione, se fossi intenzionata a fare prima o poi un bambino. Io gli ho risposto di sì, ma che avrei aspettato tot. Fortuna che ho rispettato la scadenza…». È la testa in fiamme di una mamma come tantissime altre, agitate tra il volo di una maternità finalmente arrivata e il suo precipitare dentro le paure di non riuscire a conciliarla con il resto. «Incontro diverse lavoratrici stressate perché temono che l’avere un figlio sia percepito come qualcosa che toglie tempo e risorse all’azienda» racconta una psicoterapeuta romana, Maria Grazia Flore, specialista di Psicologia Perinatale, che qualche tempo fa lanciò il servizio “Maternità + Lavoro = Si può fare”, per soccorrere le madri in crisi con la conciliazione e una cultura aziendale che spesso recepisce la gravidanza di una dipendente come un incidente costoso, quando non un tradimento dell’impegno professionale. «Quello che faccio con loro è rafforzare la resilienza, le capacità di affrontare i problemi, l’assertività, tutte caratteristiche molto importanti quando ci si trova ad affrontare difficoltà come queste, che mettono a dura prova la resistenza e l’autostima. Dico loro che attraverso la maternità acquisiranno capacità che metteranno a frutto nella professione. Deve essere chiaro che il lavoro è in molti casi fondamentale per essere una madre appagata, nonché indipendente. Se la cura dei figli e della casa fosse suddivisa equamente tra uomini e donne, non ci troveremmo di fronte a questi problemi».

Le madri guadagnano meno

Già, il lavoro di cura che grava quasi sempre sulle donne, anche se lavorano pure fuori casa.

L’Istat lo misura così: per quanto la percentuale di madri e padri che dichiarano difficoltà a conciliare lavoro e famiglia sia pari (sono il 35,8 e il 34 per cento), ad aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per superare il problema sono decisamente di più le donne, ovvero il 38,3 per cento rispetto all’11,9 degli uomini.

Siamo insomma noi donne a prendere part-time che non sempre desideriamo, ad adattarci a lavori pagati male pur di avvicinarci a casa, a chiedere flessibilità rinunciando ai diritti.

Siamo ancora noi a pagare conseguenze salariali elevate: secondo l’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere, il gap salariale rispetto agli uomini raggiunge il massimo livello in presenza di bambini con meno di sette anni, aumenta all’aumentare del numero dei figli e rimane nel tempo. A 15 anni dalla maternità – dice uno studio di qualche tempo fa su un campione di dati Inps – i salari lordi annuali delle lavoratrici madri italiane sono di 5700 euro inferiori a quelli delle stesse lavoratrici senza figli.

Il problema resta culturale

Dentro questa strage di stipendi e carriere ci sono sì mariti e compagni che non condividono quanto è necessario la cura di casa e figli, ma ci sono anche aziende sospettose, quando non tossiche nei confronti delle lavoratrici madri. Paola Setti è una giornalista ed è mamma di due figli.

Ha scritto un libro bello e straziante, Non è un Paese per mamme, appunti per una rivoluzione possibile (All Around), che è un montaggio di pezzi della sua vita e pezzi di storie di decine di altre madri lavoratrici. Paola ricorda così il momento in cui annuncia la sua gravidanza nel quotidiano in cui fa la cronista e la risposta del suo capo.

Scrive: «Lui dice proprio così: “Voi donne quando fate un figlio perdete non una marcia, ma quattro”. Io non faccio quello che dovrei. Non gli tiro il portapenne di pietra.

Non gli svuoto a grandi manate la scrivania che ci separa né ci salto sopra, alla scrivania, per gridargli sul muso come diamine si permette di dirmi queste boiate, anzi, di dircele, queste boiate, a tutte e due noi, a me dopo 15 anni di onorato servizio e a lei di soli 5 mesi nella mia pancia».

Va a finire come tante volte, perché un figlio fa saltare le tesserine del puzzle e nulla rimane come era. Però tu all’azienda servi com’eri prima. «Ma tu quella di prima non sei più» racconta Paola. «È tutto legale. Nessuno può obbligare un’azienda che aveva assunto un donno e su quel donno contava ad andare incontro alla donna che improvvisamente si trova davanti.

La sua famiglia è lontana? Assuma una tata. I soldi non le bastano? Non è un problema nostro. Il part-time? Non è nella politica aziendale». Così lei si è licenziata. «Io, la Setti, la donna in carriera che pensavo di essere, me ne sono andata» racconta.

«In fondo, ma a loro non ditelo, non li ringrazierò mai abbastanza…In fondo è grazie a loro che sono diventata consapevole… È giusto rovesciare il tavolo, è sbagliato farsi calpestare. È giusto fare un figlio, se lo vuoi, ed è sbagliato non farlo in nome del posto di lavoro.

È giusto lottare per essere mamme e anche lavoratrici, così come i maschi dovrebbero lottare per essere lavoratori e anche papà. È lì, in lacrime mentre consegnavo la lettera di dimissioni, che improvvisamente mi sono svegliata.

I figli servono anche a farci ritrovare quella parte di noi che se ne stava in un punto nascosto tra la pancia e il cuore, schiacciata tra le altrui aspettative e il nostro senso del doverle assecondare». Oggi che lavora e vive in un paese sul mare con il marito e i due ragazzini, s’è fatta l’idea che se certe aziende osteggiano i pancioni sarà sì perché comportano un costo economico, ma il punto vero non è quello. «Il punto» ci dice, «è culturale: noi donne continuiamo a essere quelle dei figli, della cura, noi e soltanto noi, e se vogliamo anche lavorare rompiamo le scatole. Non ci vogliono così». È in questa costruzione ancora tanto maschia del lavoro e delle relazioni che germina una diffusa ostilità, che qualche volta è aperta, dichiarata ma nel grosso dei casi infila la via sfiancante dei sabotaggi ambigui e prolungati, della prevaricazione camuffata.

Quando “la capa” si scatena

Maurizia è alla reception di un grande centro benessere lombardo: al rientro dalla seconda maternità, la destinano al turno che inizia alle 16, guarda caso proprio l’ora in cui le bimbe escono dall’asilo, e quando lei va dal capo a chiedere di ripristinare almeno la turnazione precedente perché altrimenti al rientro a casa le trova che già dormono, le viene detto no. No anche alla riduzione d’orario: resisterà 10 mesi, quindi lascerà il centro. Per tenersi il posto, tempo fa, in una cooperativa di servizi Marilena ha firmato un foglio di dimissioni in bianco (oggi questa pratica è stata scongiurata da una legge inserita nel Jobs Act che valida esclusivamente le dimissioni date dal lavoratore per via telematica). Giulia, che vive a Genova con marito e due bambine, viene trasferita a Sassari e per mesi fa su e giù lungo mezza Italia per ricongiungersi una volta a settimana alla famiglia. Quando, per un quasi miracolo, si libera un posto nella sede di Genova e Giulia si sente a un passo dalla salvezza, la sua azienda che fa? Lo assegna a una collega… sarda.

Fabio Rusconi, avvocato fiorentino a capo di uno studio di specialisti in diritti del lavoro, ci fa leggere una sentenza depositata presso la Corte d’appello di Firenze che racconta un’ordinaria storia di beffe e umiliazioni.

In sintesi Carlotta – nome inventato -, commessa in un centro commerciale, deve portare la sua bambina di un anno dal pediatra e, siccome ha macchie rosse sulla pelle, riferisce alla responsabile che se venisse diagnosticata una malattia infettiva non riuscirebbe a entrare puntuale al lavoro.

A quel punto si scatena la reazione della capa, che al telefono – è agli atti – risponde: «Per colpa tua e dei tuoi figli ho dovuto assumere un’altra persona e se non vieni al lavoro alle 15,30 in punto ti faccio il c…, mi sono rotta di te e dei tuoi figli… E stai attenta, questo è l’ultimo avvertimento che ti do».

E poi: «Il part time che mi hai chiesto scordatelo, devi farti il c… a lavorare, dato che sei una super mamma e hai voluto dei figli, vedremo quanto sei dura; ti ho assunta sperando tu fossi sterile…».

Tante restano nell’ombra

Dice l’avvocato: «Di questa vicenda mi ha colpito più di tutto la solitudine, anzi l’ostilità che la lavoratrice sconta tra i colleghi di lavoro, e la risposta a dir poco claudicante della Giustizia: prima di ottenere ragione, la lavoratrice ha dovuto subire due rigetti della sua domanda da due giudici, che l’hanno anche condannata a pagare spese processuali rilevanti. Ha dovuto quindi ricorrere in appello, rischiandone di ulteriori. Dopo i primi due anni di cause – tanto! – in cui questa donna ha mostrato un coraggio e una tenacia inusuali, di fronte all’ostilità umana e ambientale si è dimessa. La sanzione che l’azienda ha subìto è di 10.000 euro!, tale è la somma che la Giustizia ha quantificato per il risarcimento dei danni ai diritti costituzionali primari dell’individuo». Ma per una Carlotta che denuncia, tutte le Maurizia, Marilena, Giulia restano nell’ombra. «Le donne che percorrono le vie legali sono un numero straordinariamente basso» aggiunge l’avvocato. «Non credo perché siano rare le lavoratrici vittime di ostilità e discriminazioni. Penso, piuttosto, che finiscano per subire in silenzio e resistano finché ce la fanno, pur di difendere il posto di lavoro. A un certo punto gettano la spugna e, mi creda, ciò nonostante nel nostro Paese si possa contare su un diluvio di norme molto buone, norme che io chiamo “interstiziali” perché assicurano forme di tutela molto mirate e dettagliate».

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Le aziende non vogliono precedenti

«Non smetto di dire che dobbiamo conoscere bene la normativa, non tanto per reclamarla in maniera rivendicativa, ma per metterci nelle condizioni di attuarla con pragmatismo e serenità nel tempo della gravidanza e nel lungo tempo del dopo, in un dialogo continuo con l’azienda».

A parlare è Sonia Alvisi, che associa alla sua professione di consulente del lavoro la carica di Consigliera di Parità per l’Emilia Romagna, una figura nominata dal Ministero del Lavoro per promuovere l’attuazione dei principi di Pari opportunità tra uomini e donne sui luoghi professionali (ce n’è una in ogni provincia.

I contatti si trovano su Internet e il loro sostegno è gratuito).

«Quando ho iniziato a fare la consulente del lavoro, ero impressionata da quanti venivano da me per sapere come poter buttare fuori una dipendente che aveva appena avuto un figlio: tendenzialmente sono aberrazioni che non succedono nelle grandi aziende, ma nelle piccole realtà, il tessuto del nostro Paese.

Credo di essermi appassionata alla causa proprio allora, davanti all’ostilità nei confronti delle lavoratrici» racconta.

«In anni di attività, ho assistito a scene discriminatorie ai limiti dell’assurdo, incontrando manager che si vantavano di avere introdotto policy amiche delle donne, ma poi ostacolavano le neo madri nei diritti basilari per “non creare precedenti scomodi per l’azienda”. Incredibile! Ed è incredibile per me registrare che le donne che rinunciano al lavoro appena diventano madri sono in aumento, incentivate anche dall’indennità di disoccupazione assicurata in questi casi: nel 2019 è successo in Emilia Romagna e ancor di più in Lombardia e Veneto. È un dolore».

È stato difficile per voi comunicare la vostra gravidanza sul posto di lavoro? Quali sono state le reazioni? Come avete gestito il momento delicato del rientro? Ed è stato un ostacolo alla carriera? Scriveteci a iodonna.parliamone@rcs.it o danda.santini@rcs.it. Le vostre testimonianze, che rimarranno in forma anonima, ci aiuteranno a completare la nostra inchiesta sulla maternità.

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Источник: https://www.iodonna.it/attualita/storie-e-reportage/2020/11/21/maternita-lavoro-italia-difficolta-inchiesta/

Come programmare la propria carriera se si desidera un figlio

Se hai figli sei più brava sul lavoro

Conciliare una gravidanza con le proprie ambizioni lavorative è possibile: abbiamo chiesto all'esperta di orientamento professionale Cristina Polga di aiutarci a fare chiarezza

Conciliare carriera professionale e vita familiare non dovrebbe essere un’impresa proibitiva per una donna nel 2019. Eppure nei fatti si tratta una questione complessa e molto sentita nel nostro Paese, sia per chi lavora come dipendente in azienda, sia per chi intraprende un percorso professionale autonomo.

Abbiamo chiesto all’esperta di orientamento professionale Cristina Polga di aiutarci a capire che elementi considerare nel pianificare una carriera quando sappiamo già di desiderare fortemente una gravidanza.

CARRIERA E GRAVIDANZA: NON ESISTE IL MOMENTO GIUSTO

Non c’è una risposta univoca a tutte coloro che si chiedono quale sia l’età migliore per mettere al mondo un bambino in relazione allo sviluppo della propria carriera.

“Una donna deve sentirsi pronta all'arrivo di un figlio e ciò deriva da tanti aspetti: la maturità della coppia, quella personale, la situazione economica.

La crescita professionale dei genitori va tenuta in considerazione fra le variabili, ma non c’è un’età ideale e non esistono regole al riguardo”.

“Spesso le donne decidono di costruire la propria carriera dando il meglio di sé prima di fare un figlio e poi decidono di averlo quando la posizione raggiunta è un po’ più stabile”.

Ma a volte non è così, e non è detto che sia un male. “Ho una cliente che è rimasta incinta molto giovane, in un momento in cui era in crescita dal punto di vista professionale.

La prima reazione è stata lo shock, la seconda la comprensione di quanto sua figlia potesse essere importante per la sua crescita.

Ora sta cercando una nuova strada e il suo obiettivo è ambizioso quanto prima della gravidanza, forse ancora di più”.

QUANDO E COME ANNUNCIARE UNA GRAVIDANZA NEL LUOGO DI LAVORO

Per pianificare al meglio propria carriera al meglio, bisogna considerare e valutare bene anche come annunciare la dolce attesa: “La legge non stabilisce un termine entro cui dichiarare la propria gravidanza.

Di solito si attende la fine del terzo mese ma la decisione è molto personale”, spiega la dottoressa Polga, secondo cui è comunque buona norma lasciare al datore di lavoro il tempo per trovare un sostituto e pianificare il passaggio di consegne.

“Consiglio di informare prima verbalmente il datore di lavoro e successivamente inviare una comunicazione scritta, via mail. Credo che una comunicazione chiara in tema di progetti, disponibilità e aspettative tra i soggetti coinvolti sia sempre un buon segnale di maturità per tutti”.

COME RICONOSCERE UN LUOGO DI LAVORO ATTENTO ALLE ESIGENZE DELLE MADRI

Nel pianificare una carriera se si desiderano avere dei figli, fondamentale è scegliere un luogo di lavoro che la renderà possibile per una madre.

I datori di lavoro non sono tutti uguali: una delle condizioni fondamentali è il rispetto della parità di genere e della maternità.

“Ci sono dei segnali che vanno colti: se non ci sono donne ai posti di comando o il loro ruolo azienda è sempre subalterno, la maternità potrebbe essere vista come un fattore frenante per la carriera.

Al contrario, la presenza di numerose lavoratrici madri o di “padri in congedo parentale” sono indicatori positivi”, spiega Cristina Polga. “Anche la tipologia di domande poste al colloquio può essere un campanello di allarme: è capitato più volte che alle mie clienti venisse chiesto con scetticismo come pensassero di gestire maternità e lavoro”.

Bisognerebbe fare attenzione infine ai programmi di welfare per la tutela della genitorialità presenti in un’impresa: “Cercate di capire se ci sono un nido aziendale, convenzioni con asili e società di baby sitting o anche solo flessibilità negli orari e smart working”: perseguire le proprie ambizioni lavorative e il proprio desiderio di carriera è infinitamente più facile se ci sono queste facilitazioni.

CARRIERA E MATERNITA': UNA QUESTIONE DI CULTURA COLLETTIVA

Non si può negare che in certe realtà lavorative esistano tristi realtà come il demansionamento, l’allontanamento o l’esclusione dalle posizioni di responsabilità di una neo-mamma, spiega la dottoressa Polga.

“Le riunioni fissate alle 19, ad esempio, tendono a escludere chi ha appena avuto un figlio.

Più di una cliente mi ha raccontato di aumenti già decisi e pianificati, non firmati perché la lavoratrice ha annunciato di aspettare un bambino”.

Il rapporto fra maternità e attività professionale si inserisce in un contesto più ampio di cultura collettiva e dipende quindi anche dalla società, dalle scelte politiche e dal comportamento delle aziende che dovrebbero supportare una vera parità nelle possibilità.

“In questo senso ci sono anche segnali positivi.

Nella mia città, Milano, sono presenti alcune società di grandi dimensioni con una cultura del lavoro che forse si avvicina di più a quella del Nord Europa, dove ci sono agevolazioni per le madri e soprattutto una cultura paritaria rispetto alla gestione dei figli”.

Molto penalizzate sono invece le carriere autonome, “per cui le tutele e i supporti sono purtroppo ancora molto carenti”.

Per pianificare al meglio la carriera quindi, per chi vuol lavorare come dipendente l'ideale è orientarsi – ove possibile – su una società dalla cultura aziendale tendenzialmente nordeuropea, e studiare bene prima di farsi assumere quali sono le agevolazioni per i lavoratori con figli.

GRAVIDANZA E LAVORO: COME COMPORTARSI IN UN AMBIENTE OSTILE

Secondo Cristina Polga, le donne non dovrebbero considerare la maternità come un vincolo nel pianificare la carriera, sia essa autonoma o dipendente, ma, al contrario, portarla avanti con la consapevolezza che è un diritto, è un gran favore che fanno al mondo e farlo con orgoglio.

“Lavoro con moltissime donne e dico sempre di non mentire mai sul fatto di avere figli e di far capire all’interlocutore – ovvero alla società per cui lavoriamo o vogliamo lavorare – che avere figli non è un problema, che i figli si gestiscono con un compagno e con una struttura sociale che abbiamo fortunatamente intorno, pur acciaccata che sia”.

Pianificare la carriera mettendo in conto di dover sottostare a regole non scritte che consideriamo ingiuste non ha senso: “Adeguarsi e sopportare un contesto di lavoro che non supporta la maternità può avere un costo emotivo molto alto.

Il mio consiglio è non disperare, darsi tempo e costruire un piano B per uscire dall’azienda. Trovare un nuovo lavoro è possibile se si utilizzano i mezzi e le modalità giuste”.

“In azienda si parla molto di attrarre talenti e credo che una delle condizioni fondamentali perché i talenti si avvicinino ad una azienda sia proprio quella del rispetto della parità di genere e della maternità.

Siamo noi donne (e con noi la popolazione maschile) che, piano piano, dobbiamo far capire alle aziende che il nostro talento lo daremo a chi rispetterà le nostre scelte personali”.

GRAVIDANZA E LAVORO: STUDIARE E AGGIORNARSI

Un altro consiglio importante per pianificare la carriera riguarda la formazione professionale, importante se si è dipendenti ma assolutamente fondamentale se si è libere professioniste: mettere in conto che la formazione dovrà essere perenne.

“Non bisogna mai “fermarsi”, soprattutto se si ha intenzione di avere un bambino. Anche prima della gravidanza serve sviluppare competenze, continuare a studiare e monitorare le richieste del mercato rispetto al proprio ambito professionale”.

Non “per espiare la colpa della maternità” ma per essere contente e soddisfatte di noi stesse, orgogliose di quello che sappiamo fare.

GRAVIDANZA E LAVORO: LA MATERNITA' COME UN MASTER

Nel pianificare la carriera, bisogna tener conto delle competenze che si hanno prima del parto e quelle che si acquisiscono “sul campo” dopo.

Avere un figlio, infatti, tende a migliorare le competenze generali di una donna e spesso è un vantaggio anche in ambito lavorativo. “Anche per esperienza personale, posso dire che si imparano a risolvere i problemi in modo molto veloce e si è molto più pratici.

Aumenta la capacità di passare da un aspetto all’altro in maniera fulminea e di solito si lavora con più efficienza, arrivando a finire in meno tempo: con un bambino che aspetta a casa non è più possibile tirare in lungo l’orario lavorativo”.

Queste “doti aggiuntive” contribuiscono a scardinare i pregiudizi e ad aprire la strada a questa consapevolezza: la maternità non è un fattore rallentante, ma una risorsa anche al lavoro.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/famiglia/soldi-e-lavoro/conciliare-carriera-figli

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