Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa

Quante responsabilità dare ai bambini?

Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa

Quante responsabilità dare ai bambini? La psicologa ci spiega come evitare che i bambini siano troppo responsabilizzati e come lasciar loro la libertà di godersi la propria infanzia

Ci si domanda talvolta come comportarsi nei confronti dei propri figli quando si devono prendere decisioni che li riguardano: scegliere, spesso, diventa un problema e a volte si lascia proprio a loro tale incombenza! Ma ciò li rende più autonomi? La responsabilità è attribuire a ciascuno il suo, saper riconoscere i propri limiti e colpe, i propri e gli altrui meriti. Ogni personalità si delinea attraverso il riconoscimento della propria responsabilità.

È quindi importante nella crescita rispondere ai bisogni emotivi ed affettivi dei figli e fare in modo che possano acquisire pian piano una sicurezza interiore per poter distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, prima attraverso gli adulti e poi da soli.

È così che i bambini crescono sani e capaci di differenziarsi, distaccandosi lentamente dalle figure genitoriali e divenendo più autonomi e indipendenti.

Ma se ci si sostituisce nelle valutazioni o si interviene troppo spesso per aiutarli e difenderli o, al contrario, se si lascia a loro la ‘responsabilità’ di una scelta, allora il percorso di crescita diventa più problematico.

Devono o no andare a dormire? Possono andare a scuola ? È giusto che stiano tanto tempo con la nonna? Vogliono stare con papà o mamma? I bambini non solo a volte non sono in grado di decidere autonomamente, ma è anche opportuno che i genitori prendano decisioni che loro devono inevitabilmente seguire.

Un po’ per pigrizia, un po’ per scarsa autorevolezza e un po’ anche per paura di fare scelte sbagliate per loro, si demanda l’incombenza di stabilire l’organizzazione di alcuni aspetti, anche poco rilevanti, della vita. Ma bambini troppo responsabilizzati diventano figli che non godono della propria infanzia.

Un genitore è una figura di riferimento alla quale si rivolgono tutte le volte che si trovano in difficoltà.

Il processo di identificazione tra bimbi e adulti è fondamentale per la crescita (‘vorrei essere come papà’, ‘vorrei fare lo stesso lavoro di mamma’) e, anche se non esperito, i piccoli interiorizzano gli aspetti, l’autorevolezza e le regole che vengono loro tramandate. È importante quindi che il genitore decida per loro e si faccia seguire.

Cosa li rende più autonomi?

La scelta su cosa prediligere permette di delineare la personalità in maniera più specifica in modo da seguire le proprie passioni, i propri gusti senza incorrere in obblighi indotti dai genitori.

Rispettare le regole significa avere dei limiti, essere contenuti sul piano emotivo e comportamentale prima esternamente e poi interiormente in modo tale da crescere sicuri e con la certezza che vi siano dei vincoli da rispettare. Il genitore ha quindi la funzione di trasmetterle.

Responsabilizzarli allo studio, per esempio, permette loro di comprendere l’importanza di divenire autonomi sul piano intellettivo, di imparare a progettare il proprio futuro, di comprendere le loro preferenze e di definirsi in maniera più lineare.

Delegare invece le responsabilità ai figli, in merito a scelte specifiche come negli esempi sopra riportati, significa non svolgere il proprio ruolo genitoriale, di punto di riferimento, adultizzandoli prima del tempo.

Ciò comporta una rinuncia non indifferente sul piano psicologico ed emotivo, dapprima non consapevole, ma evidente una volta adulti.

Le difficoltà potrebbero insorgere in merito a decisioni importanti della loro vita sulle quali non si sentiranno all’altezza perché non ancora pronti, al comportamento infantile nonostante l’età anagrafica, alla necessità di giocare in maniera perpetua poiché non soddisfatta a tempo debito, ad essere genitori impreparati per la crescita dei propri figli.

Cosa evitare

  • Un bambino adultizzato perde l’occasione di godersi la sua infanzia poiché costretto a decidere su cosa dover fare nel corso della quotidianità e della sua crescita.
  • Se lo si lascia troppo libero di decidere non saprà cosa è giusto per sé sul piano di realtà ma solo su quello soggettivo e come parametro di valutazione non risulterà indicativo per definire al meglio il suo percorso di crescita.
  • Ha invece necessità di essere guidato, di vivere la reale dimensione della sua età, di essere piccolo e di sperimentare la dipendenza, la protezione, la vicinanza che gli serviranno da grande perché le interiorizzerà. Saranno cioè la sua guida e al momento opportuno le utilizzerà. Un adulto fragile, confuso, incerto e instabile dal punto di vista emotivo cresce un figlio altrettanto dubbioso.

Ad ognuno il proprio ruolo

Chiedere ad un bambino di intervenire in situazioni conflittuali, per esempio in caso di liti o di separazione tra i genitori, caricandolo emotivamente significa attribuirgli un compito che non è in grado di gestire e per lui troppo gravoso.

Se lo si appesantisce di faccende che non gli competono si rischia di renderlo infelice e depresso poiché andrebbe a compensare e riempire parti mancanti di un adulto che non è in grado di farlo da solo. Non è appunto capace di rispondere ad esigenze emotive sproporzionate rispetto al suo sviluppo cognitivo e affettivo.

Non si può esigere da un bambino un comportamento maturo o al di sopra delle sue possibilità, cioè di soddisfare esigenze emotive di altri, poiché non è in grado autonomamente di gestire la sua interiorità, e perché non ancora definite pienamente in lui.

Alcune esperienze, per lui molto forti, possono divenire dei traumi che restano nella memoria emotiva per lungo tempo. Crescerà con esigenze insoddisfatte e avrà necessità, in qualche modo, di compensarle.

Chiedere consapevolmente o inconsapevolmente il suo supporto emotivo significa defraudarlo della sua spensieratezza e serenità. Allora avvertirà il bisogno di recuperarle, ricercandole per altre vie. Anche dinanzi alla crescita dei suoi figli avrà difficoltà a intraprendere delle scelte appropriate e opportune decisioni in linea con le necessità dell’altro e che stenterà a riconoscere.

Sarebbe quindi importante rispettare un equilibrio: assumersi come genitore le proprie responsabilità nonostante la stanchezza, l’incertezza, la difficoltà o la tragicità del momento.

In effetti, il bambino non può sempre comprendere la conseguenza delle sue azioni, e per questo ha bisogno di venir seguito, di maturare gradualmente e responsabilizzarsi nei limiti e su ciò che è alla sua portata.

Tutto ciò che riguarda la sua crescita può essere motivato e spiegato, anche se l’età del bambino a volte non lo consente, ma è fondamentale lasciarlo libero di seguire le dritte dei grandi affinché possa sentirsi guidato e supportato nello sviluppo.

Il rispetto dei confini imposti dai ruoli, senza superarli, è un elemento essenziale per non incorrere in deprivazioni che poi è difficile poter recuperare.

Alla crescita del figlio si accompagna sempre anche quella dei genitori attraverso uno scambio reciproco, ma mentre l’adulto acquisisce maggiore consapevolezza di sé, sviluppando la capacità di proteggere e prendersi cura dell’altro restando un punto fermo e guidando l’altro nella direzione migliore, il piccolo cresce inconsapevole, vulnerabile ed indifeso affidandosi senza remore a chi potrà condurlo.

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Источник: https://www.pianetamamma.it/il-bambino/sviluppo-e-crescita/quante-responsabilita-dare-ai-bambini.html

Bambini tra i nove e gli undici anni: lo sviluppo

Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa

Tra nove e undici anni, bambini e bambine si preparano a diventare grandi: sono sempre più autonomi e sempre più orientati a condividere le loro esperienze con i propri amici. Ecco alcuni cambiamenti tipici di questa fase dello sviluppo, nella consapevolezza della enorme eterogeneità in termini di maturità fisica, emotiva e psicologica tra un bambino e l’altro.

Ormai quella manina che stringeva la tua e quegli occhioni in cerca di incoraggiamento e approvazione sono un ricordo. Perché a questa età, bambini e bambine sono sempre più autonomi e sempre più orientati a condividere le loro esperienze con i propri amici. E non più (o per lo meno, non solo e sempre meno) con mamma e papà.

E a cercare, caso mai, l'approvazione dei coetanei e non più la tua.

Perché sempre più cominciano a rivolgere la propria attenzione al mondo esterno e quella dipendenza, che finora era pressoché assoluta dalla famiglia, gradualmente diminuisce man mano che tuo figlio/figlia sviluppa le proprie relazioni fuori casa e si confronta con una varietà di nuovi compiti e di nuove sfide.

Questa fascia di età rappresenta un viatico verso l'adolescenza. Per un sereno sviluppo è importante che i bambini acquisiscano senso di responsabilità perché possano essere sempre più autonomi e indipendenti.

Anche le belle e sane amicizie sono molto importanti perché la pressione dei coetanei può diventare molto forte in questo periodo. Allora meglio avere belle persone intorno.

Inoltre aver acquisito un buon bagaglio di sicurezza può aiutare a non farsi troppo influenzare dagli altri.

Chi è sicuro di sé e sta bene con se stesso sarà più in grado infatti di resistere alla pressione dei coetanei e di fare scelte con la propria testa.

La pubertà si palesa anche attraverso i primi cambiamenti fisici, evidenti soprattutto nelle ragazze.

Altro cambiamento significativo di questa fascia di età è la fine della scuola primaria. E con l'inizio della scuola media si diventa davvero grandi.

Ecco alcuni cambiamenti tipici di questa fase dello sviluppo, nella consapevolezza della enorme eterogeneità in termini di maturità fisica, emotiva e psicologica tra un bambino e l'altro.

A livello emotivo e sociale:

  • Iniziano generalmente a consolidare forti relazioni con i coetanei. Diventa emotivamente importante avere amici, specialmente dello stesso sesso.
  • Sperimentano una maggiore pressione da parte dei coetanei.
  • Con l'avvicinarsi della pubertà, diventano più consapevoli del proprio corpo: del resto con la pubertà il corpo cambia visibilmente. A volte problemi alimentari e di accettazione di sè iniziano proprio a questa età.

A livello cognitivo:

  • Si trovano a fronteggiare impegni scolastici maggiori.
  • Diventano più indipendenti dalla famiglia.
  • Iniziano a vedere chiaramente il punto di vista degli altri.
  • Aumenta la loro capacità di attenzione.

Consigli per supportare il bambino tra 9 e 11 anni

Ecco alcuni suggerimenti che i “Centers for Disease Control and Prevention” statunitensi danno ai genitori per supportare la crescita durante questo periodo:

  • Trascorri del tempo con lui/lei. Parlate degli amici, dei suoi interessi, delle sfide che deve affrontare.
  • Partecipa agli incontri con gli insegnanti e agli eventi organizzati dalla scuola.
  • Incoraggia tuo figlio/figlia a prender parte a gruppi scolastici, sportivi, associazioni di volontariato.
  • Aiutalo a sviluppare il senso di giustizia, a comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Parlate di situazioni potenzialmente rischiose in cui potrebbe essere coinvolto dagli amici: fumo, droghe, bullismo.
  • Aiutalo a sviluppare il senso di responsabilità: coinvolgilo nello svolgimento di piccoli “impegni” famigliari, come mettere in ordine, apparecchiare…. Parlate dell'importanza di spendere denaro in modo oculato.
  • Incontra e conosci le famiglie dei suoi amici.
  • Parlate dell'importanza del rispetto degli altri e incoraggialo ad aiutare le persone in difficoltà. Parlate anche di cosa fare quando gli altri non sono gentili o sono irrispettosi.
  • Aiuta tuo figlio nel definire quali obiettivi porsi e come impegnarsi per raggiungerli. Incoraggialo a pensare a quali capacità e competenze sono necessarie per arrivare al traguardo e a cosa può fare per svilupparle.
  • Loda il suo impegno. Ma non limitarti a dire “sono orgoglioso di te”. Digli piuttosto “devi essere orgoglioso di te”. La fiducia in se stessi è una preziosa risorsa cui fare appello per affrontare le piccole grandi sfide del quotidiano.
  • Definisci regole chiare e falle rispettare. Parla chiaramente con tuo figlio, spiegagli ciò che ti aspetti e come dovrebbe comportarsi anche quando tu non sei presente (e anche in assenza di altri adulti). Fornendogli opportune spiegazioni, sarà più facile per lui sapere cosa fare nella maggior parte delle situazioni.
  • Sii autorevole e non autoritario. La disciplina, fatta di regole chiare da seguire e adatte alla sua età, è utile nell'accompagnare la crescita di tuo figlio/figlia. Ai bambini servono dei confini e sapere che a mamma e papà interessa ciò che fanno.
  • Parlate dei cambiamenti fisici ed emotivi della pubertà.
  • Incoraggialo a leggere ogni giorno. Confrontatevi su ciò che legge e sui compiti di scuola.
  • Condividete tempo ed esperienze con tutta la famiglia.

Per la sua sicurezza

Non si può pensare di avere un ragazzino e una ragazzina che sta crescendo sempre al proprio fianco. Ecco alcuni consigli per non limitare la sua indipendenza ma tutelare la sua incolumità.

  • Quando non siete insieme, sii sempre informato su dove si trova e se è presente un altro adulto. Stabilisci orari in cui deve chiamarti e rientrare a casa.
  • Assicurati che indossi un casco quando va in bicicletta o sullo skateboard o sui pattini o su un motociclo o se pratica uno sport che prevede contatti fisici.
  • Molti bambini arrivano a casa da scuola prima che i genitori tornino a casa dal lavoro. Stabilite regole chiare su cosa può e non può fare quando è solo in casa.
  • In auto usa gli adeguati accorgimenti per viaggi sicuri: cinture di sicurezza, e opportuni sistemi di ritenuta. Meglio se viaggia nel sedile posteriore, perché è più sicuro.

Per il suo benessere

  • Fai in modo che la sua dieta sia sana e ricca di frutta e verdura. Limita i cibi ad alto contenuto di grassi solidi, zuccheri aggiunti e sale.
  • Tieni il televisore fuori dalla camera da letto di tuo figlio/figlia. E limita nel corso della giornata il tempo in cui può stare davanti allo schermo di tv, pc e videogiochi: non più di 1-2 ore.
  • Incoraggia tuo figlio a praticare almeno per un'ora al giorno attività fisiche (ovviamente adatte alla sua età e divertenti). Attività fisica e sana alimentazione sono fondamentali per tenere alla larga obesità e sovrappeso.

Con l'età, insomma, cresce la voglia di autonomia ed è importante assecondarla, mettendo a freno la tendenza a essere iperprotettivi e sempre presenti.

“È importante, infatti – ribadisce Alberto Pellai, medico, psicoterapeu­ta dell'età evolutiva e ricercatore del Dipartimento di scienze bio­mediche del­l'Università di Milano – cominciare a facilitare esperienze che i figli possano vivere in autonomia, per prepararli e attrezzarli di quelle competenze prosociali fondamentali nella fase successiva della crescita”.

Altro consiglio che Pellai dà ai genitori è relativo all'educazione sessuale. “È molto importante accompagnarli nella crescita con un'adeguata educazione affettiva e sessuale affinché possano affrontare serenamente i cambiamenti corporei e non solo”.

A tal fine allora, è importante assecondare le loro curiosità sull'amore, sulla sessualità e sul corpo umano, dando loro risposte chiare e spiegazioni comprensibili.

Come quelle che Pellai dà ai giovani lettori nel libro Col cavolo la cicogna!.

Un aiuto per i genitori, per affrontare l'argomento sesso, è invece il suo libro Mamma e papà, cos'è l'amore? in cui Pellai suggerisce le parole giuste per parlare di sessualità e amore con i bambini.

Fonte

Developmental Milestones

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Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/lo-sviluppo-del-bambino-tra-i-nove-e-gli-undici-anni

Per i genitori di ragazzi seguiti da uno psicologo

Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa
Cercherò di rispondere a qualche domanda che concerne il rapporto tra lo psicologo, i ragazzi che egli segue ed i loro genitori.

Spesso si creano alcune situazioni molto delicate, ed è importante sempre salvaguardare sia l’interesse della salute del minore, che l’autorevolezza del genitore, il quale comunque ha la responsabilità di quel bambino o ragazzo, se minorenne.

Sicuramente per un professionista ottenere, meritare e conservare la fiducia dei genitori dei giovanissimi che egli segue è senz’altro qualcosa di molto prezioso ed importante.

Quindi dal punto di vista morale, oltre che da quello giuridico, lo psicologo deve sempre tener presente che egli gode di una posizione assolutamente privilegiata, ossia quella di essere colui il quale viene talmente stimato e considerato da alcune persone, tanto che queste ultime gli affidano un figlio, cioè, presumibilmente qualcuno al quale costoro vogliono molto bene, e al quale, stanno cercando di dare un aiuto.

Anche dal punto di vista legale, essendo i genitori detentori della potestà e responsabilità genitoriale, essi devono poter decidere e sapere tutto quanto sia utile per prendere le migliori decisioni in favore dei loro figli.

Infine, sotto il profilo economico, i genitori sovente sono coloro i quali pagano il costo delle sedute, e quindi, sono parte attiva del contratto stipulato con il professionista.

D’altro canto, vi sono anche interessi ed accortezze riguardanti la relazione tra il professionista ed il minore, che devono essere tenute presenti proprio per garantire il miglior livello di alleanza terapeutica e di fiducia possibile, al fine di costruire le condizioni più favorevoli per aiutarlo pienamente.

In qualsiasi relazione di cura, e particolarmente nella relazione tra un paziente ed uno psicologo psicoterapeuta, assume una importanza enorme la qualità della relazione che si instaura tra le due persone.

Questo aspetto non è una piacevole e casuale conseguenza di un incontro felice, bensì è una vera e propria modalità di lavoro, perché quel professionista, muovendosi nell’ambito psicologico, si trova ad utilizzare elementi come il clima, la motivazione, l’alleanza, e molte altre variabili interpersonali ed emotive, come veri e propri strumenti di lavoro.

Talvolta una buona relazione tra le persone, è il prerequisito necessario per poter avviare un lavoro fruttuoso. Quindi, con gli adulti così come con gli adolescenti e con i bambini, gli aspetti concernenti la relazione tra il professionista ed il suo paziente, sono comunque condizioni molto rilevanti.

Per questo motivo, il professionista che lavora con dei minori, deve talvolta contemperare il bisogno di rendere conto ai loro genitori del lavoro che sta portando avanti, con la necessità di tutelare la riservatezza della persona, e conseguentemente preservare una qualità relazionale compatibile con il suo lavoro.

Qualche volta mantenere questo equilibrio è piuttosto facile, specialmente se i genitori sono già informati, oppure se hanno avuto precedenti esperienze, dirette o mediate attraverso l’esempio o il racconto di qualche altra persona. Altre volte, invece, è comprensibile che i genitori siano abbastanza dubbiosi su cosa sia meglio fare o non fare, chiedere o meno, intervenire, domandare chiarimenti al terapeuta, se si,in che modo eccetera.

D’altra parte anche il professionista in certi momenti deve poter bilanciare due legittime esigenze, tutte due da prendere in seria considerazione, quella di non essere visto dai genitori come qualcuno che svolge misteriose ed incontrollabili azioni con il loro figlio, e dall’altra,quella di non essere scambiato dal ragazzo come colui il quale, emissario dei genitori, non fa altro che, pagato, agire per loro conto.

In realtà lo psicologo non è né l’una nell’altra cosa, e deve tenere presente sempre, come massimo interesse, il benessere psicofisico del minore ed il suo miglior rapporto possibile con i genitori.

LA FORMULAZIONE DEL CASO E GLI OBIETTIVI DELLA TERAPIA

Quando uno psicologo riceve l’incarico dai genitori di un minore di svolgere un’attività professionale, ad esempio una consulenza o un trattamento psicoterapeutico, riceve in fin dei conti una richiesta di aiuto. In questo senso, il prima possibile il professionista dovrebbe poter offrire la sua visione della situazione attraverso quello che un po’ asetticamente si chiama “la formulazione del caso”.

Si tratta di un importante momento nel quale il professionista chiarisce, dopo aver conosciuto approfonditamente il ragazzo, quale è la sua visione della situazione.

Egli lo deve fare con parole che siano comprensibili sia dagli adulti che dai piccoli.

Infatti, è molto importante che il minore stesso sia coinvolto direttamente, perché possa avere chiarezza su cosa sta succedendo, quale la visione che il professionista ha di lui, e come egli intende aiutarlo.

Molto spesso i ragazzi scambiano il “disagio” con “l’errore”e quindi, piuttosto che sentirsi persone in difficoltà, qualche volta potrebbero sentirsi cattivi o sbagliati.

Talvolta, anche i genitori, potrebbero fare un po’ di confusione tra questi due ambiti, ad esempio quando si arrabbiano di fronte a comportamenti o ad atteggiamenti che denotano disagio o sofferenza, come se fossero sbagli da rimproverare.

Nella formulazione del caso, lo psicologo dovrà infatti aver cura di dare l’idea al minore che lui non è cattivo né sbagliato. Lo psicologo non è un giudice che stabilisce chi sono i buoni e chi i cattivi, è una persona che lavora per aiutare alcune altre persone che sono in difficoltà.

Talvolta anche i genitori potrebbero ricavare uutilità da questo chiarimento. È facile infatti incontrare un genitore preoccupato e stanco, che diviene, senza accorgersene, un genitore arrabbiato.

Quando i ragazzi comprendono di non essere messi sotto accusa e che ciò che è successo loro fa parte dei disagi che anche altri ragazzi possono provare, possono iniziare ad essere interessati a saperne qualcosa di più.

Essi trovano spesso questo molto utile, specialmente se il professionista, oltre a comunicare la propria opinione e le proprie proposte operative, chiede al ragazzo stesso cosa egli pensa di tutto ciò, e cosa ha intenzione di fare. Di solito, se i ragazzi si sentono rispettati e compresi nei loro disagi, non rifiutano questa opportunità.

Contemporaneamente, i genitori hanno bisogno e diritto di sapere quale è la visione clinica del professionista, cosa egli ritiene si possa fare e cosa possono fare loro stessi.

Inoltre, è utile condividere gli obiettivi generali della terapia, in modo da poter prevedere un’eventuale momento comune nel quale successivamente ci si potrà incontrare per parlare di quanto essi siano stati raggiunti, ed in che misura.

Indipendentemente dai vari stili e dalle varie metodiche operative che lo psicologo può adottare, ci sarà quindi un momento nel quale avverrà un chiarimento comune su cosa si intende fare e perché.

Se hai bisogno di informazioni o vuoi prendere un appuntamento contattami al 337 353604

Источник: https://www.marialuisagargiulo.it/per-i-genitori-di-ragazzi-seguiti-da-uno-psicologo/

SOS: mio figlio piange sempre! – Psicologa Psicoterapeuta Roma

Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa

Quando un bimbo piccolo piange, tendiamo ad accettare di buon grado il suo pianto, perché sappiamo che sta esprimendo un bisogno nell'unico modo che conosce.

Col tempo, il bambino cresce ed impara ad usare le parole; eppure, anche quando il pianto usato come mezzo per comunicare bisogni viene rimpiazzato dal linguaggio verbale, esso non scompare, lasciando spesso sconcertati noi genitori poiché, talvolta, nulla di ciò facciamo sembra in grado di farlo cessare.

Effettivamente, il pianto è il mezzo attraverso il quale i bambini molto piccoli comunicano i loro bisogni ma vi è un secondo motivo meno noto, per cui piangono durante l’infanzia.

Tutti i bambini accumulano sensazioni dolorose legate a piccoli traumi e ad inevitabili frustrazioni quotidiane o alla attitudine ad interpretare i messaggi che riceve con la sua ipersensibilità fortemente soggettiva. 

Quali sono le fonti di stress che inducono in un bambino il bisogno di piangere?

Sono molteplici, nella vita di un bambino, le fonti di stress che creano la necessità di piangere. Come genitori può rassicurarci sapere che possiamo fare qualcosa di buono anche quando non riusciamo subito a comprendere perché nostro figlio sta piangendo; ciò che dobbiamo fare è accettarne il pianto: versare lacrime è salutare, che se ne sappia il motivo o no.

Talvolta, siamo noi adulti a causar loro inconsapevolmente lo stress, agendo sotto la spinta di rabbia, insicurezza o ansia: sgridare, sminuire, giudicare, criticare, fare confronti tra fratelli, etichettare rappresentano forme di aggressione verbale dolorosa, in grado di intaccare l'autostima di un bambino, quando riflettano una modalità di interazione abituale.

Talvolta, sempre in buona fede, corriamo il rischio di chiedere troppo a nostro figlio.

I bambini hanno bisogno di poter contare sulla presenza di un adulto disponibile che si assuma la responsabilità della cura e fornisca compagnia e sostegno emotivo: chiedere ad un bambino di badare a se stesso per ore dopo la scuola o, peggio, affidargli la cura di un fratello più piccolo rappresenta sicuramente una fonte di stress, anche se egli dà l’idea di cavarsela.

Ugualmente, l’essere esposto a litigi o l’esperienza della separazione dei genitori possono causare paura, confusione, senso di colpa.

Non solo; anche in assenza di eventi traumatici o di inconsapevoli mancanze da parte nostra, un bambino può sperimentare un intenso stress per la nascita di un fratellino o per il semplice fatto che le cose non sempre vanno come vorrebbe.

Anche le interazioni con i coetanei sono frequentemente causa di frustrazione, per la naturale propensione a cogliere esclusivamente il personale punto di vista.

Quali sono i benefici del pianto?

Quello che, per cultura, ci è stato insegnato, è che “pianto” è sinonimo di “dolore” e che di conseguenza, la cosa più sensata che dobbiamo fare come genitori è sbrigarci a farlo cessare; solo allora, il cucciolo starà meglio.

In realtà, alcune ricerche sembrano mostrare come il pianto in sé sia un modo molto efficace per ridurre la tensione, facendo abbassare la pressione sanguigna ed il ritmo cardiaco. W.

Frey, un biochimico americano, ha analizzato la composizione chimica delle lacrime umane, scoprendo che quelle versate per un dispiacere o una forte emozione sono chimicamente diverse dalle lacrime indotte da un agente irritante come la cipolla.

Ulteriori analisi hanno rivelato solo nelle lacrime indotte emotivamente la presenza di ormoni dello stress, prodotti nel corpo per far fronte a qualche evento percepito come minaccioso.

Il pianto, dunque, è uno stato di eccitazione fisiologica attraverso il quale l’organismo, eliminando gli ormoni dello stress dal nostro corpo, lo riporta ad uno stato di equilibrio, facendo abbassare la pressione sanguigna ed il ritmo cardiaco.

Dare a nostro figlio il permesso di piangere tutte le volte che ne sente il bisogno può proteggerlo dal rischio di patologie future legate proprio allo stress: alcune ricerche hanno mostrato che le persone con livelli alti di cortisolo nel sangue hanno una maggiore incidenza di ipertensione e arteriosclerosi. Non solo; un grave effetto secondario di alti livelli di cortisolo risulta essere la soppressione del sistema immunitario ed una conseguente minore resistenza a malattie ed infezioni. Considerevole anche l’impatto su una parte del cervello che svolge una funzione importante nell'apprendimento e nella memoria.

Perché i bambini hanno intense crisi di pianto per cose banali?

Una volta che il bambino abbia imparato ad utilizzare il linguaggio verbale per esprimersi, gli episodi di pianto vanno ascritti alla funzione liberatoria, più che comunicativa.

A noi tutti genitori è, tuttavia, capitato di assistere ad una crisi di pianto pensando che fosse assolutamente spropositata rispetto all'accaduto: un lecca-lecca alla fragola anziché all'arancia, un biscotto rotto o un’altra banalità simile.

La ragione per cui i bambini piangono per tali questioni di poco conto è che hanno accumulato tensione e si servono di pretesti futili al fine di allentare lo stress.

  Dunque, di fronte ad una reazione intensa di pianto per un nonnulla o quando le richieste di nostro figlio sono del tutto irragionevoli, ricordiamoci di prendere in considerazione la possibilità che abbia semplicemente bisogno di liberarsi del sovraccarico emotivo.

Cosa debbo fare quando mio figlio piange?

E’ ovvio che se nostro figlio piange perché un cane di amici gli sta abbaiando contro o perché ha appena assistito all'ennesima lite in casa, sarà poco appropriato suggerirgli di continuare a piangere perché gli fa bene! Se ci rendiamo conto che è turbato per una situazione contingente o perché è esposto ripetutamente a qualcosa che gli provoca stress, la prima cosa da fare è rimuovere la causa del disagio. In un caso come questo, non sarebbe sufficiente aiutare il piccolo ad esprimere le emozioni; è la situazione nell'insieme a dover essere risolta. Il passo successivo consiste nell'ascoltare il bambino ed accettare che pianga. Sembra facile ma, in realtà, è la prima sfida per noi genitori che, pur di vedere sempre sorridenti i nostri pargoli, spesso cerchiamo di distoglierli da ciò che li turba, dimenticando l'importanza di far sperimentare loro l'intera gamma di emozioni. Una volta finite tutte le lacrime versate, magari, tra le nostre braccia, possiamo dare un nome all'emozione di nostro figlio, pronunciando parole del tipo “Forse sei triste perché si è rotto il tuo giocattolo nuovo.” Quando, invece, non siamo certi della causa del disagio, meglio evitare di collegarlo a qualche fatto accaduto, e limitarsi a dire “Sei molto triste…e hai bisogno di piangere“; in tal modo, non si sentirà frainteso. Ricordiamoci che è molto importante prima lasciarli piangere e solo dopo, eventualmente, parlare con loro, nominando ciò che stanno provando.

Non riesco a tollerare il pianto del mio bambino

Se è proprio difficile tollerare il pianto del nostro bimbo, è possibile usare temporaneamente la strategia della distrazione, proponendo di fare un gioco, una passeggiata o qualcosa che solitamente gradisce ma bisogna ricordare che stiamo solo rimandando, perché il suo bisogno di piangere non si sopprime attraverso la distrazione ma è solo rimandato ad un momento in cui ci sentiamo più disposti ad accoglierlo. Se, tuttavia, questo momento non arriva mai, ci sarà molto utile riflettere su alcuni aspetti della nostra storia, ponendo a noi stessi le seguenti domande:

Cosa facevano i miei genitori quando piangevo o facevo capricci? Venivo punito, calmato, distratto, preso in giro? Come mi sentivo? Ricorda un episodio in particolare.

Come mi sarebbe piaciuto che reagissero? Mio figlio mi ricorda qualcuno quando piange? Un fratello più piccolo. un genitore in difficoltà, me da bambino? Ti sei mai sentito meglio dopo un bel pianto? Ricorda un episodio.

Hai mai ricevuto ascolto solidale mentre piangevi? Come ti sei sentito?

La risposta a queste domande, può aiutarci a comprendere dove abbiamo imparato alcuni comportamenti di cura dell'altro, in modo automatico e senza renderci conto che stavamo imparando qualcosa.

Il modo in cui reagiamo al pianto del nostro bimbo può essere frutto di un apprendimento avvenuto nella relazione con le persone che si sono prese cura di noi quando eravamo piccoli.

Il fatto di diventarne consapevoli è una gran cosa perché ci dà una nuova possibilità: quella di operare una scelta laddove non sapevamo che fosse possibile scegliere!

Источник: http://www.noemidilillo.it/blog-psicologia/bambini-e-genitori/il-pianto-nei-bambini.html

Gravidanza
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