Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa

Per i genitori di ragazzi seguiti da uno psicologo

Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa
Cercherò di rispondere a qualche domanda che concerne il rapporto tra lo psicologo, i ragazzi che egli segue ed i loro genitori.

Spesso si creano alcune situazioni molto delicate, ed è importante sempre salvaguardare sia l’interesse della salute del minore, che l’autorevolezza del genitore, il quale comunque ha la responsabilità di quel bambino o ragazzo, se minorenne.

Sicuramente per un professionista ottenere, meritare e conservare la fiducia dei genitori dei giovanissimi che egli segue è senz’altro qualcosa di molto prezioso ed importante.

Quindi dal punto di vista morale, oltre che da quello giuridico, lo psicologo deve sempre tener presente che egli gode di una posizione assolutamente privilegiata, ossia quella di essere colui il quale viene talmente stimato e considerato da alcune persone, tanto che queste ultime gli affidano un figlio, cioè, presumibilmente qualcuno al quale costoro vogliono molto bene, e al quale, stanno cercando di dare un aiuto.

Anche dal punto di vista legale, essendo i genitori detentori della potestà e responsabilità genitoriale, essi devono poter decidere e sapere tutto quanto sia utile per prendere le migliori decisioni in favore dei loro figli.

Infine, sotto il profilo economico, i genitori sovente sono coloro i quali pagano il costo delle sedute, e quindi, sono parte attiva del contratto stipulato con il professionista.

D’altro canto, vi sono anche interessi ed accortezze riguardanti la relazione tra il professionista ed il minore, che devono essere tenute presenti proprio per garantire il miglior livello di alleanza terapeutica e di fiducia possibile, al fine di costruire le condizioni più favorevoli per aiutarlo pienamente.

In qualsiasi relazione di cura, e particolarmente nella relazione tra un paziente ed uno psicologo psicoterapeuta, assume una importanza enorme la qualità della relazione che si instaura tra le due persone.

Questo aspetto non è una piacevole e casuale conseguenza di un incontro felice, bensì è una vera e propria modalità di lavoro, perché quel professionista, muovendosi nell’ambito psicologico, si trova ad utilizzare elementi come il clima, la motivazione, l’alleanza, e molte altre variabili interpersonali ed emotive, come veri e propri strumenti di lavoro.

Talvolta una buona relazione tra le persone, è il prerequisito necessario per poter avviare un lavoro fruttuoso. Quindi, con gli adulti così come con gli adolescenti e con i bambini, gli aspetti concernenti la relazione tra il professionista ed il suo paziente, sono comunque condizioni molto rilevanti.

Per questo motivo, il professionista che lavora con dei minori, deve talvolta contemperare il bisogno di rendere conto ai loro genitori del lavoro che sta portando avanti, con la necessità di tutelare la riservatezza della persona, e conseguentemente preservare una qualità relazionale compatibile con il suo lavoro.

Qualche volta mantenere questo equilibrio è piuttosto facile, specialmente se i genitori sono già informati, oppure se hanno avuto precedenti esperienze, dirette o mediate attraverso l’esempio o il racconto di qualche altra persona. Altre volte, invece, è comprensibile che i genitori siano abbastanza dubbiosi su cosa sia meglio fare o non fare, chiedere o meno, intervenire, domandare chiarimenti al terapeuta, se si,in che modo eccetera.

D’altra parte anche il professionista in certi momenti deve poter bilanciare due legittime esigenze, tutte due da prendere in seria considerazione, quella di non essere visto dai genitori come qualcuno che svolge misteriose ed incontrollabili azioni con il loro figlio, e dall’altra,quella di non essere scambiato dal ragazzo come colui il quale, emissario dei genitori, non fa altro che, pagato, agire per loro conto.

In realtà lo psicologo non è né l’una nell’altra cosa, e deve tenere presente sempre, come massimo interesse, il benessere psicofisico del minore ed il suo miglior rapporto possibile con i genitori.

LA FORMULAZIONE DEL CASO E GLI OBIETTIVI DELLA TERAPIA

Quando uno psicologo riceve l’incarico dai genitori di un minore di svolgere un’attività professionale, ad esempio una consulenza o un trattamento psicoterapeutico, riceve in fin dei conti una richiesta di aiuto. In questo senso, il prima possibile il professionista dovrebbe poter offrire la sua visione della situazione attraverso quello che un po’ asetticamente si chiama “la formulazione del caso”.

Si tratta di un importante momento nel quale il professionista chiarisce, dopo aver conosciuto approfonditamente il ragazzo, quale è la sua visione della situazione.

Egli lo deve fare con parole che siano comprensibili sia dagli adulti che dai piccoli.

Infatti, è molto importante che il minore stesso sia coinvolto direttamente, perché possa avere chiarezza su cosa sta succedendo, quale la visione che il professionista ha di lui, e come egli intende aiutarlo.

Molto spesso i ragazzi scambiano il “disagio” con “l’errore”e quindi, piuttosto che sentirsi persone in difficoltà, qualche volta potrebbero sentirsi cattivi o sbagliati.

Talvolta, anche i genitori, potrebbero fare un po’ di confusione tra questi due ambiti, ad esempio quando si arrabbiano di fronte a comportamenti o ad atteggiamenti che denotano disagio o sofferenza, come se fossero sbagli da rimproverare.

Nella formulazione del caso, lo psicologo dovrà infatti aver cura di dare l’idea al minore che lui non è cattivo né sbagliato. Lo psicologo non è un giudice che stabilisce chi sono i buoni e chi i cattivi, è una persona che lavora per aiutare alcune altre persone che sono in difficoltà.

Talvolta anche i genitori potrebbero ricavare uutilità da questo chiarimento. È facile infatti incontrare un genitore preoccupato e stanco, che diviene, senza accorgersene, un genitore arrabbiato.

Quando i ragazzi comprendono di non essere messi sotto accusa e che ciò che è successo loro fa parte dei disagi che anche altri ragazzi possono provare, possono iniziare ad essere interessati a saperne qualcosa di più.

Essi trovano spesso questo molto utile, specialmente se il professionista, oltre a comunicare la propria opinione e le proprie proposte operative, chiede al ragazzo stesso cosa egli pensa di tutto ciò, e cosa ha intenzione di fare. Di solito, se i ragazzi si sentono rispettati e compresi nei loro disagi, non rifiutano questa opportunità.

Contemporaneamente, i genitori hanno bisogno e diritto di sapere quale è la visione clinica del professionista, cosa egli ritiene si possa fare e cosa possono fare loro stessi.

Inoltre, è utile condividere gli obiettivi generali della terapia, in modo da poter prevedere un’eventuale momento comune nel quale successivamente ci si potrà incontrare per parlare di quanto essi siano stati raggiunti, ed in che misura.

Indipendentemente dai vari stili e dalle varie metodiche operative che lo psicologo può adottare, ci sarà quindi un momento nel quale avverrà un chiarimento comune su cosa si intende fare e perché.

Se hai bisogno di informazioni o vuoi prendere un appuntamento contattami al 337 353604

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Quante responsabilità dare ai bambini?

Quante responsabilità dare ai bambini? I consigli della psicologa

Quante responsabilità dare ai bambini? La psicologa ci spiega come evitare che i bambini siano troppo responsabilizzati e come lasciar loro la libertà di godersi la propria infanzia

Ci si domanda talvolta come comportarsi nei confronti dei propri figli quando si devono prendere decisioni che li riguardano: scegliere, spesso, diventa un problema e a volte si lascia proprio a loro tale incombenza! Ma ciò li rende più autonomi? La responsabilità è attribuire a ciascuno il suo, saper riconoscere i propri limiti e colpe, i propri e gli altrui meriti. Ogni personalità si delinea attraverso il riconoscimento della propria responsabilità.

È quindi importante nella crescita rispondere ai bisogni emotivi ed affettivi dei figli e fare in modo che possano acquisire pian piano una sicurezza interiore per poter distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è, prima attraverso gli adulti e poi da soli.

È così che i bambini crescono sani e capaci di differenziarsi, distaccandosi lentamente dalle figure genitoriali e divenendo più autonomi e indipendenti.

Ma se ci si sostituisce nelle valutazioni o si interviene troppo spesso per aiutarli e difenderli o, al contrario, se si lascia a loro la ‘responsabilità’ di una scelta, allora il percorso di crescita diventa più problematico.

Devono o no andare a dormire? Possono andare a scuola ? È giusto che stiano tanto tempo con la nonna? Vogliono stare con papà o mamma? I bambini non solo a volte non sono in grado di decidere autonomamente, ma è anche opportuno che i genitori prendano decisioni che loro devono inevitabilmente seguire.

Un po’ per pigrizia, un po’ per scarsa autorevolezza e un po’ anche per paura di fare scelte sbagliate per loro, si demanda l’incombenza di stabilire l’organizzazione di alcuni aspetti, anche poco rilevanti, della vita. Ma bambini troppo responsabilizzati diventano figli che non godono della propria infanzia.

Un genitore è una figura di riferimento alla quale si rivolgono tutte le volte che si trovano in difficoltà.

Il processo di identificazione tra bimbi e adulti è fondamentale per la crescita (‘vorrei essere come papà’, ‘vorrei fare lo stesso lavoro di mamma’) e, anche se non esperito, i piccoli interiorizzano gli aspetti, l’autorevolezza e le regole che vengono loro tramandate. È importante quindi che il genitore decida per loro e si faccia seguire.

Cosa li rende più autonomi?

La scelta su cosa prediligere permette di delineare la personalità in maniera più specifica in modo da seguire le proprie passioni, i propri gusti senza incorrere in obblighi indotti dai genitori.

Rispettare le regole significa avere dei limiti, essere contenuti sul piano emotivo e comportamentale prima esternamente e poi interiormente in modo tale da crescere sicuri e con la certezza che vi siano dei vincoli da rispettare. Il genitore ha quindi la funzione di trasmetterle.

Responsabilizzarli allo studio, per esempio, permette loro di comprendere l’importanza di divenire autonomi sul piano intellettivo, di imparare a progettare il proprio futuro, di comprendere le loro preferenze e di definirsi in maniera più lineare.

Delegare invece le responsabilità ai figli, in merito a scelte specifiche come negli esempi sopra riportati, significa non svolgere il proprio ruolo genitoriale, di punto di riferimento, adultizzandoli prima del tempo.

Ciò comporta una rinuncia non indifferente sul piano psicologico ed emotivo, dapprima non consapevole, ma evidente una volta adulti.

Le difficoltà potrebbero insorgere in merito a decisioni importanti della loro vita sulle quali non si sentiranno all’altezza perché non ancora pronti, al comportamento infantile nonostante l’età anagrafica, alla necessità di giocare in maniera perpetua poiché non soddisfatta a tempo debito, ad essere genitori impreparati per la crescita dei propri figli.

Cosa evitare

  • Un bambino adultizzato perde l’occasione di godersi la sua infanzia poiché costretto a decidere su cosa dover fare nel corso della quotidianità e della sua crescita.
  • Se lo si lascia troppo libero di decidere non saprà cosa è giusto per sé sul piano di realtà ma solo su quello soggettivo e come parametro di valutazione non risulterà indicativo per definire al meglio il suo percorso di crescita.
  • Ha invece necessità di essere guidato, di vivere la reale dimensione della sua età, di essere piccolo e di sperimentare la dipendenza, la protezione, la vicinanza che gli serviranno da grande perché le interiorizzerà.

    Saranno cioè la sua guida e al momento opportuno le utilizzerà. Un adulto fragile, confuso, incerto e instabile dal punto di vista emotivo cresce un figlio altrettanto dubbioso.

Ad ognuno il proprio ruolo

Chiedere ad un bambino di intervenire in situazioni conflittuali, per esempio in caso di liti o di separazione tra i genitori, caricandolo emotivamente significa attribuirgli un compito che non è in grado di gestire e per lui troppo gravoso.

Se lo si appesantisce di faccende che non gli competono si rischia di renderlo infelice e depresso poiché andrebbe a compensare e riempire parti mancanti di un adulto che non è in grado di farlo da solo. Non è appunto capace di rispondere ad esigenze emotive sproporzionate rispetto al suo sviluppo cognitivo e affettivo.

Non si può esigere da un bambino un comportamento maturo o al di sopra delle sue possibilità, cioè di soddisfare esigenze emotive di altri, poiché non è in grado autonomamente di gestire la sua interiorità, e perché non ancora definite pienamente in lui.

Alcune esperienze, per lui molto forti, possono divenire dei traumi che restano nella memoria emotiva per lungo tempo. Crescerà con esigenze insoddisfatte e avrà necessità, in qualche modo, di compensarle.

Chiedere consapevolmente o inconsapevolmente il suo supporto emotivo significa defraudarlo della sua spensieratezza e serenità. Allora avvertirà il bisogno di recuperarle, ricercandole per altre vie. Anche dinanzi alla crescita dei suoi figli avrà difficoltà a intraprendere delle scelte appropriate e opportune decisioni in linea con le necessità dell’altro e che stenterà a riconoscere.

Sarebbe quindi importante rispettare un equilibrio: assumersi come genitore le proprie responsabilità nonostante la stanchezza, l’incertezza, la difficoltà o la tragicità del momento.

In effetti, il bambino non può sempre comprendere la conseguenza delle sue azioni, e per questo ha bisogno di venir seguito, di maturare gradualmente e responsabilizzarsi nei limiti e su ciò che è alla sua portata.

Tutto ciò che riguarda la sua crescita può essere motivato e spiegato, anche se l’età del bambino a volte non lo consente, ma è fondamentale lasciarlo libero di seguire le dritte dei grandi affinché possa sentirsi guidato e supportato nello sviluppo.

Il rispetto dei confini imposti dai ruoli, senza superarli, è un elemento essenziale per non incorrere in deprivazioni che poi è difficile poter recuperare.

Alla crescita del figlio si accompagna sempre anche quella dei genitori attraverso uno scambio reciproco, ma mentre l’adulto acquisisce maggiore consapevolezza di sé, sviluppando la capacità di proteggere e prendersi cura dell’altro restando un punto fermo e guidando l’altro nella direzione migliore, il piccolo cresce inconsapevole, vulnerabile ed indifeso affidandosi senza remore a chi potrà condurlo.

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Источник: https://www.pianetamamma.it/il-bambino/sviluppo-e-crescita/quante-responsabilita-dare-ai-bambini.html

Gravidanza
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