Professori aggrediti e poco rispettati: di chi è la colpa?

Prof aggrediti e umiliati, non è solo bullismo:

Professori aggrediti e poco rispettati: di chi è la colpa?

Oggi Lucca e Velletri. Prima Foggia, Parma, Caserta. Ma anche Alessandria, Napoli.

Da Nord a Sud, gli insegnanti sono sempre più spesso vittime di aggressioni fisiche e verbali da parte di genitori e alunni. Fatti ormai non più sporadici, che indignano ma soprattutto preoccupano. Bullismo? Non proprio.

Piero Bernocchi, leader e portavoce dei Cobas, parla più di “mobbing” contro una categoria, quella degli insegnanti, da tempo umiliata e delegittimata, dal punto di vista culturale ed economico.

“Queste aggressioni fisiche, che sono sì in numero preoccupante, sono un epifenomeno: non sono l'unico aspetto – spiega a Today – Per certi versi le cose più rivelanti, che però si vedono meno, sono assai più ampie perché riguardano un'attività di 'mobbing' o 'stalking' nei confronti degli insegnanti”.

Sulle spalle dei professori c'è infatti da tempo una “pressione verbale e psicologica molto pesante” da parte dei genitori, organizzati “in maniera pervicacemente sempre più ostile agli insegnanti” ora anche sui social, per esercitare “un lavoro di intervento continuo pretendendo di sapere come si insegna, lamentando il trattamento riservato ai figli”. 

Vent'anni di umiliazioni e delegittimazioni

“Questa pressione, sempre più schiacciante e preoccupante, ha però dei motivi, che sono strutturali e generali”. Motivi che partono da lontano, da almeno venti anni fa.

Secondo Bernocchi, l'origine di tutto è da ricercarsi a partire dalla riforma della scuola di Luigi Berlinguer, che ha aperto la porta alla “scuola azienda”.

“L'idea è che la scuola è al servizio della clienta, che ordina cosa desidera di più: perciò non si boccia più, tranne casi eccezionali, tutto deve diventare sempre più facile, lezioni e compiti più leggeri, si devono disturbare sempre meno famiglie e studenti”.

Contemporaneamente a questo, denuncia  Bernocchi, “l'insegnante è stato sempre più umiliato e impoverito, sia dal punto di vista economico sia culturale, negli ultimi vent'anni, con una continuità da parti di tutti i governi”.

Il 19 aprile è stato firmato il nuovo contratto per il biennio 2016-2018 del comparto “Istruzione e ricerca”, dopo dieci anni di blocco, con aumenti per 45 euro netti in busta paga. “Questo significa che in dieci anni un insegnante ha perso circa tra i 200 e i 250 euro di stipendio mensile netto”, dice il sindacalista.

“La scuola italiana di venticinque, trenta anni fa investiva più di quella di oggi.

C'è stato un impoverimento generale, accompagnato da una dequalificazione totale dell'insegnante, che è diventato una specie di tuttofare intellettuale declassato, che deve fare quello che serve e chiede l'azienda, adeguandosi alle richieste della clientela”.

Picchiati, derisi e umiliati dai bulli: i prof si ribellano ai pestaggi in classe 

Una situazione di cui però i docenti sono in parte responsabili: “La subordinazione e l'accettamento di questo da parte dei docenti è evidente.

Noi come Cobas abbiamo cercato di lottare contro queste idee folli – ad esempio il bonus assegnato dal preside ai più ruffiani o disponibili agli ordini – però dobbiamo ammettere che la maggioranza dei docenti ha pensato: 'Io speriamo che me la cavo', accettando supinamente tutte le richieste, anche quelle più assurde  che il sistema politico e ministeriale gli faceva”. Il risultato è stato un lento sgretolamento dell'autostima, dice Bernocchi, giunta a limiti difficilmente raggiunti da ben poche altre categorie di lavoro dipendente. I professori “di conseguenza sono anche relativamente indifesi di fronte ad attacchi che diventano sempre più pesanti ma che sono anche logorii verbali, come essere sottoposto all'esame continuo di famiglie, studenti, all'invadenza di chi dice: 'Hai messo cinque a mio figlio? Io ieri sera l'ho interrogato e sapeva tutto'”. 

“Restituire dignità al lavoro del docente”

Intanto però i professori continuano ad essere vittime di violenze.

“Mi auguro che si accenda una grossa luce su questi fenomeni, ovviamente non fermandosi solo agli atti di violenza dichiarata, perché quelli sono atti di delinquenza sanzionabili facilmente, non c'è bisogno di nuove leggi”, spiega il leader dei sindacati di base: “Chi picchia un insegnante non dovrebbe essere solo buttato fuori dalla scuola almeno per quell'anno. C'è anche la questura. Si chiamano reati. Solo che in questi casi scatta un meccanismo, direi quasi di omertà, per cui la scuola quasi si vergogna di questi eventi, non si vuole fare una cattiva pubblicità, tende a sminuire, magari colpevolizza pure l'insegnante perché gli viene fatto credere che la responsabilità è sua”. 

Non è un caso che molti degli episodi che oggi riempiono le cronache si siano in realtà verificati ad esempio un anno fa. “Escono fuori via via che se ne parla, ma di episodi non così eclatanti eppure grotteschi ce ne sono tanti”. La situazione quindi è drammatica, “ma c'è un coacervo di responsabilità ed è molto complicato invertire la tendenza”, tuona Bernocchi.

Cosa bisognerebbe fare? “Innanzitutto bisogna restituire dignità a questo lavoro ma pare che la cosa non interessi a nessuno. L'idea che tanto dalla scuola debbano uscire soltanto manovali o giù di lì, che abbiano solo una vaga infarinatura di quello che serve, che vengano tutti promossi, va bene a tutti. A genitori e studenti.

Ma è chiaro che va bene solo  nell'immediato”. 

Come rispondere alle violenze

Nel frattempo, gli strumenti per arginare il fenomeno delle violenze ci sono. “A patto di volerli usare”, dice Bernocchi, e “iniziando dalle cose meno gravi, anche secondo me incidono tantissimo”.

Per dire no alla pressione continua dei genitori, è sufficiente che la presidenza e gli organi collegiali prendano posizione nette, “a partire da tutta una gamma di interventi, che arrivano fino alla denuncia civile e penale”. Lo stesso discorso vale per gli studenti.

Chi insulta un insegnante deve sapere che c'è la sospensione e il rischio di perdere l'anno. Quando si arriva poi alla violenza fisica, “quello si chiama reato: che tu lo faccia fuori dalla scuola o dentro, sempre reato resta”. 

“La sospensione è il primo provvedimento. Se poi c'è un atto di violenza vera a propria, la scuola ha il dovere di denunciarlo. Proprio come succederebbe, giustamente, se un insegnante picchiasse uno studente”

“Ci sono tutti gli strumenti”, ribadisce Bernocchi. “Quello che manca è l'identità della scuola e dei docenti e soprattutto manca il senso della dignità della scuola stessa: è questo il vero vulnus”.

E la politica? “Il vero recupero di dignità dovrebbe partire proprio dalla politica, ma basta vedere l'ultimo intervento del ministro Fedeli (“Gli studenti devono essere sanzionati fino a non essere ammessi agli scrutini finali”, ndr) che però non dice come mai gli insegnanti subiscono tutto questo”. Il problema è “la falsa coscienza”. Per Bernocchi “chi gestisce la scuola sa benissimo che questo è il risultato di un lungo processo iniziato con la scuola azienda, l'autonomia, gli istituti in gara gli uni contro gli altri per attirare clienti. Questo ha svalutato la didattica e ha logorato e disgregato anche il senso di sé della grande maggiornanza dei docenti”. 

Gli smartphone in classe

Molti episodi di violenze commessi contro i professori in classe sono stati ripresi e diffusi sui social. “Gli smartphone vanno lasciati fuori dalla classe”, afferma Bernocchi (e questo vale anche per gli insegnianti, chiarisce). “E' evidente che il meccanismo social e la smania di protagonismo che generano hanno ingigantito tutto ciò”. 

“Sputare in faccia all'insegnante, mettergli la colla sulla sedia, insultarlo: prima erano episodi che rimanevano in classe e venivano puniti. Lo venivano a sapere venti persone, al massimo lo potevi raccontare agli amici, ma finiva lì.

Ora no. Ora si va sui social, c'è l'idea: 'Faccio la bravata e divento protagonista, si parla di me'”. Ma si tratta di “un meccanismo egocentrico che ha poco a che fare con la scuola e molto con la società”.

 

Smartphone (anche) a scuola? No, grazie: “Elemento di distrazione, grave danno per gli alunni” 

Источник: https://www.today.it/scuola/aggressioni-professori-intervista-piero-bernocchi-cobas.html

Docenti offesi o aggrediti da colleghi, genitori o dirigenti: cosa fare? Denuncia, querela e risarcimento danni. Guida

Professori aggrediti e poco rispettati: di chi è la colpa?
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Docenti offesi da colleghi, genitori o dirigenti: se non siamo in una vera e propria emergenza, poco ci manca.

In una società dove il senso del rispetto è venuto meno, i primi a pagare ciò sono coloro che risultano essere maggiormente esposti, più vulnerabili, grazie anche ad un sistema che nel corso del tempo ha indebolito la figura del docente, trasformandola da professoressa, da maestra, da professore, da maestro, a semplice impiegato pubblico. Impiegato pubblico in balia di una clientela, ergo le famiglie, a cui tutto pare essere spesso dovuto e quando questo dovuto viene meno, viene messo in discussione, ecco partire le aggressioni. E di aggressioni ve ne sono state a decine se non a centinaia nel corso di questo ultimi decenni.

Sarebbe il caso di valutare di concerto con il MIUR l’adozione di protocolli volti a salvaguardare l’incolumità psicofisica del personale scolastico che è probabilmente, nell’esercizio delle proprie funzioni, il pubblico ufficiale, meno rispettato in Italia, in quanto tale.

Cosa fare in caso di aggressione subita?

Le aggressioni possono essere di varia natura. Fisiche e verbali. Si può andare dalla minaccia, all’intimidazione, dall’ingiuria, che è stata depenalizzata, all’oltraggio a pubblico ufficiale, alla diffamazione, per arrivare alle lesioni personali. Una pluralità di condotte offensive ed illecite sono possibili.

L’aggredito/a dovrà produrre come prima cosa una relazione da porre all’attenzione della Dirigenza scolastica, perché l’Istituzione scolastica sia messa al corrente di quanto accaduto.

Nessun episodio va minimizzato e sottovalutato, perché spesso, è proprio dalla sottovalutazione dell’episodio che poi si arriva a ben altre conseguenze.

Denuncia

La denuncia, come riporta il sito dei Carabinieri, “ da parte dei privati è l’atto con il quale ogni persona porta a conoscenza dell’autorità – pubblico ministero o ufficiale di polizia giudiziaria (e non anche un agente) – un reato perseguibile d’ufficio del quale ha notizia.

Nella generalità dei casi la denuncia è facoltativa ed è obbligatoria nei casi espressamente previsti dalla legge. La denuncia può essere presentata in forma orale o scritta.

Nel primo caso l’ufficiale di polizia giudiziaria – o il pubblico ministero – redige verbale, mentre nel secondo l’atto dovrà essere sottoscritto dal denunciante o da un suo procuratore legale.

Per la denuncia da parte dei privati non è previsto un contenuto formale tipico e il denunciante può limitarsi alla semplice esposizione del fatto.

Quando la denuncia è facoltativa non è previsto alcun termine per la sua presentazione, mentre nei casi di denuncia obbligatoria apposite disposizioni stabiliscono il termine entro il quale essa deve essere fatta. La persona che presenta una denuncia ha diritto di ottenere attestazione della ricezione.

Querela

La querela , ricorda sempre il detto sito, “è la dichiarazione con la quale – personalmente o a mezzo di procuratore speciale – la persona offesa dal reato o il suo legale rappresentante chiede espressamente che si proceda in ordine ad un fatto previsto dalla legge come reato (ossia fa richiesta di punizione) per il quale non debba procedersi d’ufficio o dietro richiesta o istanza. La querela configura una condizione di procedibilità, ma contestualmente contiene l’informazione sul fatto-reato. La querela va fatta, oralmente o per iscritto, al pubblico ministero, a un ufficiale di polizia giudiziaria o, all’estero, a un agente consolare, e presentata personalmente o a mezzo di procuratore speciale, ma, con sottoscrizione autentica, può essere anche recapitata da un incaricato o spedita per posta in piego raccomandato. L’Autorità che riceve la querela deve provvedere all’attestazione della data e del luogo della presentazione, alla identificazione della persona che propone la querela ed alla trasmissione degli atti all’ufficio del pubblico ministero (art. 347 c.p.p.).Non sono dettate regole particolari in ordine al contenuto dell’atto di querela. E’ sufficiente, ma anche essenziale, che oltre ad essere indicato il fatto-reato (con ulteriori eventuali notizie circa il suo autore e le fonti di prova) risulti dalla querela la manifestazione non equivoca del querelante affinché si proceda in ordine al fatto-reato medesimo e se ne punisca il colpevole.Anche chi presenta la querela ha diritto di ottenerne l’attestazione di ricezione (art. 107 att.).

Eccezionalmente, in caso di flagranza di delitto che impone o consente l’arresto (artt. 380 comma 3 e 381 comma 3), la querela può essere proposta (anche con dichiarazione orale) ad un agente – anziché ad un ufficiale di polizia giudiziaria – presente nel luogo. Nel verbale di arresto va dato atto della dichiarazione di querela.”

La querela va presentata entro tre mesi

Il diritto di querela deve essere esercitato, a pena di decadenza, entro tre mesi dal giorno della notizia del fatto che costituisce reato.

Il termine è di sei mesi quando si tratta di delitti contro la libertà sessuale (violenza sessuale non di gruppo poiché, per questa, si procede d’ufficio – o atti sessuali con minorenne: artt.

609-bis, ter, quater del c.p., art. 609 septies comma 2 c.p.).

Qualifica di pubblico ufficiale e oltraggio a pubblico ufficiale

Ci si deve ricordare che il personale scolastico nell’esercizio delle proprie funzioni è pubblico ufficiale. Cosa che il docenti dovrebbero ben ricordarsi e dovrebbero ben ricordarselo anche le famiglie o gli studenti, cosa che forse possono anche ignorare. Ed è bene che la scuola ciò lo faccia sempre ben presente.

La Cassazione V Penale n. 15367 del 2014 ha trattato un caso riguardava una docente soggetta ad offese, ma il reato giusto veniva qualificato in oltraggio a pubblico ufficiale. E’ noto che, disposta l’abrogazione degli articoli 341 e 344 cod. pen., per effetto dell’articolo 18 della legge 25 giugno 1999, n.

205, il delitto di oltraggio è stato nuovamente introdotto nell’ordinamento a seguito della legge n.

94 del 2009, che ha però delineato una nuova figura di illecito, caratterizzato sotto il profilo della condotta materiale da un’azione consistente nell’offesa dell’onore e della reputazione della vittima, con la pretesa però di ulteriori requisiti oggettivi, in precedenza non richiesti.

Tali elementi possono essere così sintetizzati:l’offesa all’onore e al prestigio del pubblico ufficiale deve avvenire alla presenza di più persone; deve essere realizzata in luogo pubblico o aperto al pubblico; deve avvenire in un momento, nel quale il pubblico ufficiale compie un atto d’ufficio ed a causa o nell’esercizio delle sue funzioni.

Nel caso di specie, al di là dell’articolo di legge indicato nel capo di imputazione, tali elementi sussistevano, poiché le offese furono pronunciate nei locali scolastici, in modo tale da essere percepite da più persone; inoltre l’insegnante di scuola media è pubblico ufficiale (Sez. 3, n. 12419 del 06/02/2008, Zinoni, Rv. 239839) e l’esercizio delle sue funzioni non è circoscritto alla tenuta delle lezioni, ma si estende alle connesse attività preparatorie, contestuali e successive, ivi compresi gli incontri con i genitoridegli allievi

Источник: https://www.orizzontescuola.it/docenti-offesi-o-aggrediti-da-colleghi-genitori-o-dirigenti-cosa-fare-denuncia-querela-e-risarcimento-danni-guida/

Gravidanza
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