Perché i bambini non obbediscono? Ecco 5 possibili motivi

Contents
  1. Come farsi ubbidire dai figli senza urlare (e perché è meglio)
  2. I genitori di oggi non hanno un progetto educativo chiaro, l'accudimento dei figli prevale sulla loro educazione
  3. Per educare servono regole chiare e precise
  4. Come devono essere le regole per funzionare
  5. Ecco le 5 caratteristiche delle regole educative
  6. Che cosa bisogna fare se un bambino non rispetta una regola?
  7. Il ruolo del padre: educare il figlio al rischio e al coraggio
  8. Un'idea per gestire le emozioni: il cestino della rabbia
  9. Coronavirus: ecco perchè molti bambini non si ammalano gravemente
  10. Il delicato equilibrio del sistema immunitario 
  11. Effetti positivi e negativi di una precedente esposizione
  12. Una proteina chiave nella diffusione del COVID-19
  13. Punizioni ai bambini: servono davvero?
  14. Bambini “in castigo”
  15. Rispondere alla crescita
  16. Toccare tutto
  17. Punizioni e bambini: le risposte impertinenti
  18. Punizioni e “no” dei bambini
  19. Le ripercussioni sul futuro
  20. Strade alternative a punizioni e castighi ai bambini
  21. Predisporre l’ambiente
  22. Conseguenze logiche e naturali
  23. Comprendere le conseguenze delle proprie azioni
  24. “Mio figlio non mi ascolta”: 10 consigli Montessori per cambiare le cose
  25. Tuo figlio non ascolta? Ecco il libro che devi avere!
  26. #1 Mostra, invece di dire
  27. #2. Una sola parola
  28. #3 Scrivere una nota (anche se non leggono ancora)
  29. #4 Ragiona su te stesso (“da dove viene questo”?)
  30. #5 Dare tempo per elaborare
  31. #6 Essere divertenti
  32. #7 Connettersi completamente
  33. #8 Dividere in fasi
  34. #9 Collaborare anziché manipolare
  35. #10 Può sentirmi?
  36. Perché il cucciolo morde e ringhia?
  37. Aggressività
  38. Frustrazione
  39. Noia
  40. Paura
  41. Allerta
  42. Gioco
  43. Capricci
  44. Il cucciolo morde e ringhia: ecco come evitarlo
  45. Usa ADAPTIL

Come farsi ubbidire dai figli senza urlare (e perché è meglio)

Perché i bambini non obbediscono? Ecco 5 possibili motivi

Urlare ai figli non serve, anzi può peggiorare i loro comportamenti. Daniele Novara nel suo libro “Urlare non serve” spiega come affrontare in modo efficace i conflitti con i figli e non farsi travolgere da emozioni negative

Urlare (o peggio, ricorrere a punizioni fisiche) non solo non serve a educare un bambino, ma anzi peggiora i comportamenti scorretti dei figli. Lo sostiene Daniele Novara nel suo libro “Urlare non serve a nulla” (Bur).

A dimostrarlo è anche uno studio pubblicato nel maggio 2014 su “Child Development” da due ricercatori americani, Ming Te Wang e Sarah Kenny: le urla anziché migliorare il comportamento dei ragazzi lo peggiorano e inducono stati depressivi e antisociali.

“Il bambino a cui abbiamo urlato, che abbiamo sgridato, strattonato, l'adolescente sminuito, umiliato, acquisisce un senso di sé svalutato. Svilupperà un'autostima molto bassa. Che lo farà stare male e che comprometterà il rapporto che i genitori vorrebbero avere con lui” dice Daniele Novara.

I genitori di oggi non hanno un progetto educativo chiaro, l'accudimento dei figli prevale sulla loro educazione

Ma perché i genitori urlano tanto? Secondo Novara, il problema sta nella mancanza di un progetto educativo chiaro. Il genitore di oggi non è più, per fortuna, quella figura autoritaria del passato, e che si faceva obbedire perché fondava il suo rapporto con i figli sulla paura.

Questo modello è giustamente stato quasi del tutto abbandonato. Il problema è ora capire cosa non funziona nel modello educativo che l'ha sostituito.

Madri e padri sono diventati più morbidi e teneri, non fanno mancare nulla ai loro figli. Fin qui niente di male.

Ma la loro accondiscendenza verso il figlio, la disponibilità al limite del servizievole, si trasforma in pretesa: “Faccio così tanto per il mio bambino, perché lui non lo capisce?”.

E quando i figli non si conformano a queste aspettative, il genitore troppo morbido ed emotivo, a volte non ce la fa più, si sente frustrato e finisce per perdere il controllo: la rabbia monta e si reagisce urlando o peggio ricorrendo alle mani.

Alla base di questo comportamento sbagliato c'è un eccesso di accudimento, un eccesso di protezione, di coinvolgimento che viene fatto erroneamente coincidere con l'educazione dei figli, ma che in realtà manda in confusione i bambini che non capiscono più i ruoli reciproci. Inoltre crea nei genitori, troppo emotivi e coinvolti, sentimenti di rancore quando i figli si ostinano a disobbedire.

Per educare servono regole chiare e precise

Occorre invece pensare a un modello di educazione dove l'aspetto organizzativo prevalga su quello emotivo, che costruisca una prospettiva efficace e precisa per mantenersi alla giusta distanza dai propri figli, offrire loro la sicurezza di cui hanno bisogno ma garantire allo stesso tempo tutta l'autonomia possibile” dice Novara.

L'educazione è un fatto organizzativo. Non si può lasciare l'educazione al caso. I genitori che non stabiliscono regole chiare sono in balia dello spontaneismo.

Quindi innanzitutto servono regole. E non comandi, precisa l'autore. Il comando è: “Stai seduto!”, mentre la regola educativa è: “A tavola si mangia seduti” . “La regola deve essere qualcosa di impersonale e oggettivo. Occorre evitare i comandi e stabilire regole oggettive:

  • come si mangia a tavola;
  • l'orario in cui si va a dormire;
  • il tempo per fare i compiti;
  • l'ora di rientro alla sera.

Come devono essere le regole per funzionare

“Stabilire regole significa prendere decisioni organizzative che non hanno a che fare con questioni esistenziali, sono procedure stabilite in famiglia per vivere meglio”.

Ecco le 5 caratteristiche delle regole educative

  1. La coesione: le regole vanno stabilite da entrambi i genitori. Quando questo non avviene si crea confusione nei figli, inoltre se una regola non è sostenuta da entrambi i genitori non risulterà efficace a lungo.
  2.  La chiarezza: una regola deve essere chiara e semplice, ben comprensibile al bambino e impersonale. Ad es è corretto dire: “E' l'ora di andare a dormire” e non: “Sbrigati, vai a dormire”.

    Oppure a tavola è chiaro dire: “A tavola si sta seduti e si resta a tavola finché tutti hanno finito!” piuttosto che: “Stai fermo e seduto! Giocare con il cibo è da maleducati!”.

  3. La regola deve essere realistica e adeguata. Cioè il bambino deve essere in grado di attuarla e deve essere adeguata all'età.

    Ad esempio non è realistico aspettarsi che un bambino di 5 anni possa passare più di un tot di tempo seduto fermo in un ristorante.

  4.  La sostenibilità: ovvero evitare prescrizioni impossibili come: “Vai pure a giocare ma non sporcarti”, “Corri ma non sudare”…

    Le regole insostenibili sono deleterie perché creano sfiducia nel sistema organizzativo stesso.

  5. La ragionevolezza: cioè dietro ogni regola ci deve essere una motivazione educativa e pedagogica. A ogni regola bisogna chiedersi se è utile nella crescita del proprio bambino.

Che cosa bisogna fare se un bambino non rispetta una regola?

Il genitore di oggi morbido e non autoritario va in crisi davanti a un bambino che non fa quello che deve. Non sa come agire, vorrebbe convincere il piccolo senza obbligarlo ma poi alla fine urla e si arrabbia.

Una strada alternativa alle punizioni improvvisate è quella della sanzione educativa.

E' una sanzione che parte dal presupposto che il bambino non abbia capito, ha bisogno cioè di imparare meglio quello che non gli è chiaro. Il genitore deve offrire al figlio suggerimenti, nella forma del colloquio, su come superare un problema.

Ad esempio, se un bimbo di 6 anni alla mattina non si vuole vestire e continua a giocare, la mamma anziché urlare e vestirlo di forza strattonandolo, deve chiedersi: “Avrà capito il problema?”, “Come posso aiutarlo?”. In questo caso si può provare a risolvere il problema preparando i vestiti alla sera e lasciandoli sulla sedia, in modo da permettere al bambino di essere autonomo e vestirsi da solo.

Il ruolo del padre: educare il figlio al rischio e al coraggio

Secondo Novara, un ruolo fondamentale nell'educazione e nella crescita sana dei figli è il ruolo del padre che oggi si è sostanzialmente eclissato.

“I padri oggi faticano a trovare un nuovo posizionamento che rifiuti l'impostazione del padre padrone ma che al tempo stesso non si appiattisca sul ruolo materno”.

Spesso i nuovi padri sono “papà peluche”, emotivi, troppo attenti a cogliere le espressioni di bisogno del figlio. In un certo senso fanno concorrenza alle madri.

Ma i bambini non hanno bisogno di due figure materne, intese come figure protettive. Se il ruolo della madre è quello dell'accudimento, il ruolo del padre deve essere quello di spingere i figli fuori dal guscio, deve educare al coraggio di correre dei rischi, ad affrontare difficoltà e pericoli.

Il paterno deve trasmettere il messaggio che il bambino, la bambina ce la faranno.

“Il padre che consente al figlio di fare da solo mette le basi perché il figlio, una volta cresciuto, se la sappia cavare nella vita”.

Leggi anche: Montessori, 10 principi per educare i bambini alla libertà

Un'idea per gestire le emozioni: il cestino della rabbia

Per gestire l'emotività infantile e consentire ai genitori di affrontare meglio i conflitti con i propri figli, Novara suggerisce di costruire il cestino della rabbia. Basta uno scatolone o un cilindro di latta da far personalizzare al piccolo.

Ogni volta che il bambino avrà un momento di rabbia potrà fare un disegno o anche solo appallottolare un foglio e gettarlo nel cestino. Col tempo il cestino diventerà un rituale, utile per controllare le emozioni negativa dei piccoli.

Leggi anche: 10 modi pratici per educare i bambini all'autonomia

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/come-farsi-ubbidire-dai-figli-senza-urlare-e-perche-e-meglio

Coronavirus: ecco perchè molti bambini non si ammalano gravemente

Perché i bambini non obbediscono? Ecco 5 possibili motivi

L’infezione del nuovo coronavirus è trasversale in termini geografici, di genere e di occupazione.

Il COVID-19 sembra colpire tutti e ovunque, compresi i bambini che, nonostante le prime promettenti relazioni, non sembrano essere più immuni al virus.

Gli ultimi dati dalla Cina, dove l’epidemia è scoppiata l'anno scorso, suggeriscono che i minori di 18 anni possono contrarre l'agente patogeno a un tasso comparabile a quello degli adulti.

Tuttavia, dopo essere stati infettati, i bambini sembrano avere meno probabilità di ammalarsi gravemente. Infatti oltre il 90% dei casi pediatrici presenta sintomi moderati, lievi o addirittura non rilevabili. Questa resilienza giovanile è stata già riscontrata in passato anche per altre malattie infettive, come la varicella.

Attualmente, gli individui con sintomi considerevoli costituiscono la maggior parte di coloro che sono sottoposti a screening per il SARS-CoV-2, il virus che sta dietro questa pandemia. Molte persone con sintomi lievi o assenti probabilmente non sono state rilevate e, con l’aumento del numero di test eseguiti a livello globale, la percentuale di casi gravi nei bambini potrebbe cambiare.

Il 24 marzo i funzionari della sanità pubblica della Contea di Los Angeles hanno segnalato la morte di un adolescente ritenuto essere il primo decesso negli Stati Uniti correlato al coronavirus. Nel Regno Unito sono morti di recente un bambino di 5 anni e uno di 13, mentre in Italia si contano oltre 300 bambini malati, ma nessuna vittima o caso grave.

Tuttavia, secondo i primi risultati dei test è “molto probabile che i bambini vengano colpiti di meno”, come afferma Eric Rubin, ricercatore di malattie infettive e medico presso la School of Public Health di Harvard, ed editore capo del New England Journal of Medicine.

Un modello simile a questo emerse durante i focolai di SARS e MERS: le altre due gravi malattie respiratorie causate da coronavirus che sembravano in gran parte risparmiare i bambini.

Scienziati e medici hanno ancora molto da imparare sul nuovo virus e sulle relative difese del nostro sistema immunitario, ma capire il perché SARS-CoV-2 si presenti in forma meno grave nei bambini potrebbe aiutare gli esperti a scoprire nuovi modi per combattere la diffusione della malattia.

“Il modo per sconfiggere questo virus è capirne la biologia e la nostra risposta immunitaria” afferma Gary Wing Kin Wong, pneumologo pediatrico dell'Università cinese di Hong Kong e autore di un recente studio sulla prevalenza del COVID-19 nei bambini. “Solo così possiamo affrontarlo a tutti i livelli.”

Il delicato equilibrio del sistema immunitario 

Tutte le malattie infettive scatenano una guerra biologica nell’organismo tra i microbi maligni e un potente esercito di molecole immunitarie. In condizioni ideali il sistema immunitario elimina gli agenti patogeni senza causare troppi danni collaterali alle cellule sane. Ma un numero indefinito di fattori può perturbare questo delicato equilibrio.

Un sistema immunitario indebolito o inefficiente potrebbe non essere in grado di innescare una risposta abbastanza efficace, permettendo ai germi di portare avanti la loro azione distruttiva. In altri casi, una reazione immunitaria troppo zelante potrebbe causare anche più danni degli agenti patogeni stessi.

È possibile che gli adulti subiscano gli effetti del COVID-19 in modo più grave rispetto ai bambini perché il loro sistema immunitario non riesce a trovare la giusta via di mezzo tra una risposta insufficiente e una risposta eccessiva, sostiene Rubin.

Le persone anziane, che finora rappresentano la maggior parte dei casi di decesso correlati al COVID-19, potrebbero avere la peggio perché il loro sistema immunitario ha iniziato a cedere. A differenza dei bambini, gli adulti spesso soffrono di patologie pregresse, come il diabete o le malattie cardiache, che possono indebolire la capacità del loro organismo di lottare contro la malattia.

Il corpo che invecchia è molto simile a “un'auto che viene utilizzata da 15 anni, ovvero non più in ottime condizioni”, afferma Wong. “Quando viene invaso da un agente aggressivo, la sua azione distruttiva può essere più rapida e più efficace”.

Anche i sistemi immunitari non completamente formati potrebbero essere a rischio perché non hanno ancora avuto il tempo di sviluppare risposte a una vasta gamma di agenti patogeni.

Sebbene i casi di COVID-19 tra i bambini siano tuttora rari, uno studio condotto in Cina su 2.

143 bambini (di età inferiore ai 18 anni) con diagnosi accertata di malattia, ha rilevato che la maggior parte dei casi gravi o critici non aveva più di cinque anni.

Dopo alcuni anni di età, tuttavia, il sistema immunitario dei bambini può raggiungere una sorta di condizione ottimale in cui l’organismo è abbastanza forte da tenere sotto controllo l’infezione senza reagire in maniera esagerata.

Molti dei casi peggiori di COVID-19 negli adulti sembrano derivare da risposte immunitarie iperattive che finiscono per distruggere le cellule sane insieme a quelle infette: dinamiche che possono essere meno comuni nei bambini.

Wong paragona questa risposta immunitaria eccessiva alla spedizione di un intero battaglione di carri armati per affrontare due ladri che rubano in una casa: “Si finisce per distruggere l'intero villaggio”.

Effetti positivi e negativi di una precedente esposizione

Il SARS-CoV-2 è uno dei sette coronavirus che possono infettare l'uomo. Anche due degli altri virus, che sono responsabili di SARS e MERS, possono essere mortali; gli altri sono relativamente benigni e nella stragrande maggioranza dei casi causano solo un banale raffreddore.

Kanta Subbarao, virologa e pediatra specializzata in malattie infettive presso il Peter Doherty Institute for Infection and Immunity di Melbourne, sospetta che una precedente esposizione a coronavirus più lievi possa avere un ruolo importante in merito al margine comparativo del COVID-19 nei bambini rispetto agli adulti. Nell’ambiente scolastico, i bambini possono generare costantemente anticorpi contro questi piccoli agenti patogeni, e quegli anticorpi possono essere abbastanza versatili per combattere anche il nuovo coronavirus.

Tuttavia, una precedente esperienza nella lotta contro uno dei coronavirus potrebbe non essere sempre un aspetto positivo. Quando un agente patogeno aggredisce l’organismo, gli anticorpi riconoscono le caratteristiche uniche di quel microbo specifico, si agganciano alla sua superficie e lo disarmano prima che intervengano i globuli bianchi, che lo distruggono.

Questa strategia è molto efficace quando gli anticorpi si adattano perfettamente al virus, ma quando questi stessi anticorpi riconoscono solo parzialmente un agente patogeno, potrebbero non riuscire a renderlo completamente inefficace. Il virus può quindi infettare i globuli bianchi che lo fagocitano, facilitando così la diffusione della malattia.

Questo fenomeno tipo “cavallo di Troia”, in cui il sistema immunitario inavvertitamente aiuta un virus ad infettare le cellule sane, è chiamato potenziamento dipendente dall'anticorpo (ADE). È stato dimostrato che questo processo si verifica con il virus dengue e il virus Zika e alcuni dei primi studi suggeriscono che potrebbero utilizzarlo anche i coronavirus.

In tal caso l’ADE può aiutarci a spiegare perché il nuovo coronavirus risulta essere più mortale per gli adulti, il cui sistema immunitario reagisce più drasticamente generando un'infezione.

Ma la prova di questo processo non è definitiva, dicono gli esperti.

Inoltre, il SARS-CoV-2 non sembra avere una particolare predilezione per l'infezione dei globuli bianchi, che rappresentano il sottogruppo principale a cui puntano generalmente i virus che usano questa tattica, afferma Rubin.

Una proteina chiave nella diffusione del COVID-19

Ingrandendo le cellule che il nuovo coronavirus prende di mira, tuttavia, gli scienziati hanno sviluppato un'altra teoria sul perché la malattia colpisca gli adulti in maniera più acuta.

Come il suo parente SARS-CoV-1 (che causa la SARS), il SARS-CoV-2 avvia l'infezione innescando una proteina chiamata ACE2.

Questa proteina si trova sulla superficie delle cellule di tutto il corpo, ma soprattutto in alcune parti dei polmoni e dell’intestino tenue.

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che le cellule polmonari dei bambini potrebbero produrre un minor numero di proteine ACE2, oppure che tali proteine siano addirittura di forma diversa. Se fosse vero, questa particolarità nello sviluppo dei bambini potrebbe facilmente ostacolare il virus mentre tenta di infettare le cellule e di diffondersi.

Rachel Graham, epidemiologa e virologa specializzata in coronavirus presso l'Università del North Carolina a Chapel Hill, sottolinea tuttavia che i coronavirus non hanno bisogno di alti livelli di ACE2 per infiltrarsi nelle cellule, e che la presenza di meno proteine non è sempre una buona cosa. Contrariamente alle aspettative, una delle molte funzioni della ACE2 riguarda il potenziamento delle nostre difese contro i virus che attaccano le vie respiratorie disabilitando un enzima che contribuisce alla distruzione dei tessuti.

Gli studi sui roditori suggeriscono anche che i livelli di ACE2 diminuiscono con l'età, il che può contribuire a un indebolimento della capacità degli anziani di combattere le malattie respiratorie.

IL VIRUS EBOLA

Источник: https://www.nationalgeographic.it/scienza/2020/04/coronavirus-ecco-perche-molti-bambini-non-si-ammalano-gravemente

Punizioni ai bambini: servono davvero?

Perché i bambini non obbediscono? Ecco 5 possibili motivi

Qual è l’effetto di un sistema educativo basato su premi e punizioni per i bambini? Col passare del tempo, il rischio è che figli e genitori si allontanino, perché il piccolo, oltre a non avere libertà di scelta, non terrà conto delle conseguenze di ciò che fa, ma deciderà solo in base alla reazione dell’adulto. Facciamo un esempio per comprendere meglio.

Bambini “in castigo”

Giulio ha 11 anni e oggi non andrà a calcio perché ha preso 5 in geografia, i genitori ritengono opportuno metterlo in castigo: non andrà agli allenamenti, così avrà più tempo per studiare.

Ma Giulio, alla domanda «Studierai veramente di più?», risponde: «Perché dovrei? Non mi piace la geografia. E poi tanto mamma e papà hanno sempre da ridire e urlano, anche se prendo 6».

Dunque, serve davvero mettere il bambino in castigo?

Perché l’amore genitoriale si trasforma in un sistema di premi e punizioni? Proviamo a riflettere osservando alcune situazioni che si presentano tipicamente durante la crescita.

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Tutto quello che c'è da sapere per capire e gestire in maniera educativa le reazioni “esplosive” dei bambini

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Rispondere alla crescita

Nei primi mesi di vita il bambino è totalmente dipendente dai suoi genitori che, con grande amore e dedizione, gli dedicano tutte le loro attenzioni e assecondano tutte le sue richieste.

Crescendo, però, il piccolo scopre il proprio corpo e cerca di imporre la sua volontà: inizia per esempio ad afferrare i primi oggetti e a lanciarli, o a rifiutare il cibo.

A questo punto non si tratta più di dedicargli delle cure, ma di saper rispondere alla sua crescita in modo educativo chiedendosi il perché di ciò che fa.

I bambini lanciano le cose per diversi motivi: per sentire il rumore che fanno, per vedere quanto ci mettono a cadere, per misurare le distanze. In questi casi spesso il genitore reagisce con un secco “no”, poi toglie l’oggetto di mano al bambino e lo allontana dalla sua portata.

A questo punto inizia il pianto, magari prolungato, con il genitore che spesso si rassegna e rimette lo stesso oggetto o un altro davanti al bambino per farlo stare buono. In questo modo, però, il piccolo impara che piangendo può ottenere ciò che gli era stato tolto. Talvolta, invece, il genitore raccoglie pazientemente l’oggetto e il bambino interpreta questa successione di lanci-raccolte come un gioco divertente da ripetere.

Toccare tutto

Il bambino ha da poco iniziato a camminare e ora sta esplorando tutto ciò che per mesi ha solo potuto vedere. In casa ci sono tanti oggetti che lo attraggono e che finalmente può raggiungere, toccare, spostare… ma quegli oggetti a volte sono fragili o comunque inadeguati per lui.

Il genitore allora interviene con un forte «No, quello non si tocca!» e magari, dopo avergli tolto l’oggetto, gli dà uno schiaffetto sulla mano per insegnargli che «questo non si fa». Ed ecco che parte subito il pianto disperato.

Il bimbo piange perché gli è stato tolto il prezioso oggetto? Perché ha visto il genitore arrabbiato? Perché tutti gli oggetti interessanti gli vengono sottratti?

Dopo il pianto le reazioni del bambino possono essere diverse: può ostinarsi a cercare di prendere quanto gli è stato tolto (un tipo di insistenza che spesso si conclude con uno sculaccione); cercare una nuova occupazione, tenendo però sempre d’occhio la reazione del genitore; rimanere fermo. Comunque, in nessuno di questi la punizione servirà al bambino al fine di capire perché può o non può fare una cosa.

Punizioni e bambini: le risposte impertinenti

Il bambino inizia a parlare abbastanza bene, tanto che a volte risponde in modo impertinente, e spesso, di fronte a questo fenomeno, i genitori e gli adulti che si occupano di lui ridono divertiti, stupiti dalla sua intelligenza nel rispondere “a tono”.

Tra i 2 e i 5 anni il bambino imita il modo di parlare degli adulti, e se questo processo non segue la giusta trasformazione, le sue risposte potrebbero diventare maleducate e sconvenienti.

L’adulto all’improvviso inizia a sgridare il piccolo pesantemente, fino a ricorrere alla punizione: uno schiaffo o una momentanea privazione della libertà, il famoso «ora vai nell’angolo a riflettere» oppure «vai immediatamente in camera tua» diventano la panacea per ogni tipo di situazione.

In tutto ciò, di fronte a qualsiasi di queste punizioni il bambino non capisce cosa sia cambiato: perché fino a ieri poteva rispondere in un modo che da oggi è vietato?

Il modo di rispondere di un bambino e il suo linguaggio crescono insieme a lui e vanno curati fin da subito, ponendo grande attenzione al nostro atteggiamento che, ricordiamolo, verrà preso come esempio.

Punizioni e “no” dei bambini

Ecco alcune tra le più classiche richieste a cui generalmente i bambini rispondono con quei “no” che quotidianamente fanno esasperare i genitori: «Mangia la minestra»; «Lavati le mani»; «Rimetti in ordine i giochi»; «Lavati i denti»; «Mettiti le scarpe»; «Andiamo a letto». E la lista può continuare per tante altre attività, con un epilogo che spesso porta alla perdita di pazienza da parte dei genitori e, in alcuni casi, a castighi e/o punizioni per il bambino (una sonora sgridata o a una sculacciata).

Le ripercussioni sul futuro

Castighi e punizioni si ripercuotono su tutto il pensiero del bambino, nei suoi atteggiamenti e nel suo modo di affrontare gli altri e le cose che accadono.

Fritjof Capra, fisico e teorico dei sistemi, scrive: «Le nostre risposte all’ambiente sono determinate non tanto dall’effetto diretto degli stimoli esterni sul nostro sistema biologico, quanto dalla nostra esperienza passata, dalle nostre attese, dalle nostre intenzioni e dall’interpretazione simbolica individuale della nostra esperienza».

Dunque, proviamo a proiettare nel futuro quello che sarà l’effetto di punizioni e castighi inferti ai bambini durante la crescita. La situazione presentata all’inizio, ad esempio, sottolinea come Giulio sia rassegnato all’atteggiamento di rimprovero dei genitori e non veda alcuna possibilità di cambiamento.

Strade alternative a punizioni e castighi ai bambini

È vero, molti genitori hanno a loro volta ricevuto castighi e punizioni da bambini e, nonostante ciò, sono cresciuti bene e hanno una vita normale. Ma è vero anche quanto sostenuto da Bertrand Russell: «Il fatto che un’opinione sia fortemente mantenuta, non significa che non sia assurda».

Ovvero: se alcuni adulti non avessero ricevuto punizioni e castighi da piccoli, oggi sarebbero diversi? Continuerebbero a infliggere punizioni e castighi anche ai loro figli? Anche se abbiamo subìto punizioni e castighi da bambini, possiamo comunque scegliere altre strade per educare i nostri figli; basta documentarsi, con l’obiettivo di conoscere al meglio le tappe della loro crescita e del loro sviluppo per evitare i momenti di litigiosità. Nel suo libro La mente assorbente, Maria Montessori spiega che lo sviluppo dell’indipendenza e la capacità di scegliere di fronte alle situazioni attraversano tre fasi:

  1. Da 0 a 2 anni e mezzo il bambino obbedisce solo occasionalmente alle richieste, perché è guidato da un forte impulso interiore che lo spinge verso il suo cammino di autocostruzione.
  2. Da 2 anni e mezzo a 5 anni il piccolo ha un forte e profondo desiderio di obbedire, ma non sempre può o è capace di farlo.
  3. Dopo i 5 anni avviene la piena conquista dell’autocontrollo e dell’autodisciplina: il bambino è capace di fare ciò che gli viene chiesto, sia dal punto di vista fisico sia emotivo; il che, però, non significa che lo farà.

Risulta perciò evidente che punire un bambino al di sotto dei 2 anni e mezzo è inutile e soprattutto dannoso, perché rappresenterebbe un ostacolo alla sua scoperta di sé e del mondo.

Il che non significa essere permissivi su qualsiasi cosa, ma solo che è necessario predisporre l’ambiente: in questo modo il piccolo potrà scegliere liberamente e in completa sicurezza le attività che preferisce, mentre il genitore sarà più pronto ad affrontare ogni eventuale sviluppo e situazione.

Ricordiamoci che un bambino che non viene sgridato e al quale non vengono dati schiaffi e sculaccioni è sicuramente più sereno e sviluppa maggiore conoscenza di sé e del mondo: è un bambino più calmo perché ha potuto rispondere alle sue curiosità senza timore; ha imparato a concentrarsi perché non viene bruscamente interrotto e non ha bisogno di agitarsi continuamente per spostare i limiti delle regole degli adulti.

Predisporre l’ambiente

L’alternativa al sistema fatto di premi, punizioni e castighi quindi esiste ed è basata, per i più piccoli, sulla predisposizione dell’ambiente e sull’osservazione delle loro richieste.

Se il bambino lancia gli oggetti, possiamo assecondarlo per un po’ (in modo da consumare la sua curiosità) e poi proporre un cambiamento attirando la sua attenzione su altre cose in un punto diverso della stanza. In questo modo – fornendo cioè un’alternativa a quello che sta facendo – eviteremo il momento dei pianti estenuanti.

Ma torniamo per un attimo al bambino che impara a camminare e agguanta tutto ciò che è alla sua portata. Predisporre l’ambiente, in questo caso, significa sostituire gli oggetti non adatti con altri che gli consentano di agire in libertà e sicurezza.

Sostituire ad esempio le statuine di ceramica con dei contenitori pieni di mollette o di palline o di cucchiaini dà al bambino la possibilità di agire in autonomia, di toccare, di provare a spostare e a muovere le cose.

Il genitore, così facendo, non è costretto a intervenire continuamente e favorisce un clima di crescita sereno, senza necessità di un controllo costante sul piccolo.

Conseguenze logiche e naturali

Quando il bambino si avvicina a un’attività è necessario non solo mostrargli “come si fa” ma anche ciò che va evitato per non incorrere in situazioni sbagliate.

Se poi il bambino fa proprio ciò che non va fatto, l’adulto dovrà spiegargli quali sono le conseguenze della sua azione mantenendo un atteggiamento neutro, che non faccia trasparire rimprovero o giudizio, ponendosi con dolcezza e facendolo sentire amato, accettato.

In questo modo il bambino si sentirà ascoltato e accolto, tenderà a non urlare e ad ascoltare, imparerà a prendere decisioni responsabili non per evitare una punizione o per assecondare gli adulti, ma perché conoscerà l’impatto delle proprie azioni; insomma, avrà l’opportunità di imparare dall’ordine naturale delle cose.

Si tratta di un buon sistema per mostrare che tutte le scelte hanno un impatto, su sé stessi e sugli altri, ma affinché sia davvero efficace, il bambino deve essere in grado di vedere il collegamento tra l’azione che compie e le sue conseguenze logiche e naturali.

Il modo in cui educare i propri figli è indubbiamente una scelta molto personale e spesso difficile. In ogni caso, sostituire punizioni e castighi con le spiegazioni delle conseguenze naturali è possibile per ogni tipo di comportamento sbagliato del bambino, dal più semplice (come rompere un oggetto) al più complesso (come picchiare altri bambini).

In fondo a questo articolo troverete qualche esempio. Più difficili da spiegare sono i comportamenti le cui conseguenze non sono immediate: non mangiare la verdura, non lavarsi i denti, guardare troppa televisione, fare i compiti senza studiare prima, e così via.

In questi casi si possono usare le conseguenze logiche, ovvero la catena dello sviluppo delle azioni nel tempo.

Se ad esempio far lavare i denti al bambino è una vera e propria missione impossibile, possiamo portarlo con noi dal dentista e farlo assistere alla seduta.

In questo modo sarà più facile spiegargli le conseguenze del non lavarsi i denti: «Se non te li lavi tutti i giorni, piano piano il cibo che rimane incastrato li farà ammalare, verranno attaccati dalle carie, ti faranno male e sarai costretto ad andare dal dentista che li curerà utilizzando gli strumenti che hai visto oggi nel suo studio».

Allo stesso modo, se il nostro Giulio prende dei brutti voti a scuola, non ha senso vietargli di andare agli allenamenti di calcio, perché in questo modo si allontanerà ancora di più dai suoi genitori.

Sarà invece più opportuno sedersi accanto a lui e aiutarlo nello studio, mostrandogli che in questo modo affronterà le verifiche in classe con maggiore serenità e avrà quindi una maggiore probabilità di prendere bei voti (sufficienti, buoni o eccellenti). Inoltre, risultati soddisfacenti evitano che si inneschi “la catena dei rimproveri”, mai piacevole né per chi la agisce, né tantomeno per chi la subisce.

Quando si parla di bambini, dunque, sostituire castighi e punizioni con il dialogo non significa essere deboli o permissivi; al contrario, significa mostrare, attraverso l’esempio, come rispettare e condividere le regole avendo la giusta considerazione per il bambino che sta crescendo.

Comprendere le conseguenze delle proprie azioni

  1. È il momento di uscire in giardino e il bambino non vuole infilarsi le scarpe. La conseguenza naturale è che non si esce perché correre a piedi nudi sul prato non è sicuro.
  2. Il bambino lascia i suoi giocattoli in giardino nonostante la nostra richiesta di portarli in casa.

    La conseguenza naturale è che il cane li mordicchierà e i giocattoli dovranno essere buttati via.

  3. Se si prendono in giro o si picchiano gli amici, la conseguenza naturale è che nessuno vorrà più giocare con te.

  4. Se un bambino risponde in modo impertinente, oltre a non ridere del fatto, è bene fargli notare che le parole che ha appena detto non sono corrette e possono offendere o far arrabbiare la persona a cui vengono rivolte.

SPECIALE

Capricci

Tutto quello che c'è da sapere per capire e gestire in maniera educativa le reazioni “esplosive” dei bambini

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Bibliografia:

  • Fritjof Capra, Il punto di svolta, Feltrinelli, Milano, 2009
  • Maria Montessori, La mente assorbente, Garzanti, 2017

Источник: https://www.uppa.it/educazione/pedagogia/punizioni-dannose-e-non-servono-a-nulla/

“Mio figlio non mi ascolta”: 10 consigli Montessori per cambiare le cose

Perché i bambini non obbediscono? Ecco 5 possibili motivi

Qualche tempo fa ho condiviso su un bellissimo post scritto in inglese da Simone Davies di The Montessori Notebook che è stato letto e condiviso decine di volte.

Molte persone però mi hanno scritto per chiedere la traduzione in italiano. Visto il forte interesse e l’utilità dell’articolo ho scritto a Simone Davies per chiederle il permesso di tradurre il suo post e lei ha accettato con entusiasmo. 

Simone è un’educatrice Montessori (con certificazione AMI) da oltre 10 anni, ed è mamma di due studenti Montessori. Ad Amsterdam organizza corsi e playgroups con genitori e bimbi alla Jacaranda Tree Montessori.

Vi ho già parlato di lei in questo post in cui fornisce utilissimi consigli su come organizzare la casa in 5 step secondo il metodo Montessori.

Il post di Simone Davies tratta un problema che riguarda molti genitori: “mio figlio non mi ascolta“. Ecco allora 10 tips di ispirazione montessoriana per provare a cambiare le cose.

Tuo figlio non ascolta? Ecco il libro che devi avere!

Prima di proseguire ti consiglio di leggere questo libro: “COME PARLARE PERCHÉ I BAMBINI TI ASCOLTINO & COME ASCOLTARE PERCHÉ TI PARLINO“. Questo libro non può mancare nella libreria di un genitore (ma anche di un educatore).

Mi ha cambiato la visione su moltissimo aspetti del mio rapporto con mia figlia e mi ha aiutata a risolvere alcuni momenti potenzialmente difficili, che invece si sono “sciolti” facilmente grazie all’approccio così intelligente di questo libro.

Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino

#1 Mostra, invece di dire

Ho visto un video che insegna a fotografare: suggerisce di muoversi e di non affidarsi solo allo zoom per ottenere una foto migliore. Lo stesso vale con i bambini. Anziché dare istruzioni, meglio alzarsi e mostrare al bambino come fare una cosa. Questo richiede uno sforzo maggiore inizialmente, ma i bambini imparano in fretta.

Esempio pratico (testo nell’immagine #1): anziché dire “quello va nel cestino”, alziamoci, andiamo accanto al cestino, indichiamolo e gentilmente diciamo: “questo va nel cestino”. Un po’ di lavoro in più adesso, per risultati migliori in futuro.

#2. Una sola parola

Questo mi piace molto! Invece di tormentarlo, proviamo a usare una sola parola, lasciando che lui/lei elabori e capisca il resto della frase. Ottima soluzione per i bambini che non amano sentirsi dire cosa fare.

Esempio pratico (testo nell’immagine #2): anziché diventare ripetitivi, cerchiamo la loro attenzione e poi diciamo gentilmente una sola parola, ad esempio “Scarpe”. Lasciamo che loro pensino da soli al resto, cioè a cosa devono fare.

Questa soluzione può funzionare anche per loro! Mio figlio una volta mi ha detto: “stringa”. Ho abbassato lo sguardo e mi sono accorta di essere in piedi sulla stringa della scarpa che stava cercando di allacciare. Un modo simpatico per segnalarmelo invece di roteare gli occhi verso di me dicendo: “Mamma sei in piedi sul mio laccio delle scarpe. Come faccio a prepararmi?”.

#3 Scrivere una nota (anche se non leggono ancora)

Questo suggerimento (come il # 2) proviene da un libro che ha cambiato il mio modo di essere genitore, “Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino” di Faber & Mazlich (clicca qui per una sintesi del libro).

Non è necessario coprire la casa di messaggi, ma se ci troviamo a dire spesso “no” per la stessa questione, proviamo a lasciare un post-it.

Ho visto persone mettere un post-it sul tavolo con scritto “No climbing” (non arrampicarsi), oppure in un corridoio dove i vicini si lamentano perché i bambini corrono, una nota che ricorda di camminare “in punta di piedi” oppure su un armadio di vetro una nota che indica “Fragile – toccare delicatamente.”

Utilizzo questo metodo anche per aiutare i bambini a sentirsi più ascoltati. Per esempio, se un bambino non vuole lasciare l’aula alla fine della giornata, gli chiedo se vuole che io scriva una nota da ricordare per la prossima volta. Poi scrivo, ad esempio, “didò” e gliela consegno da portare a casa. La nota gli conferma che ho ascoltato e che il messaggio è stato recepito.

Esempio pratico (testo nell’immagine #3): Attaccare un post-it sul forno caldo con scritto “scotta!”. Mostriamolo ai bambini dicendo: “C’è scritto che scotta”. Un messaggio scritto è molto efficace con i bambini.

#4 Ragiona su te stesso (“da dove viene questo”?)

Questo è un grande consiglio di Pamela Green, una delle mie Montessoriane preferite. Chiediamo a noi stessi da quale parte di noi stessi arriva la frase “Mio figlio non ascolta” e per quale motivo lo stiamo affermando.

Forse non ascolta perché non siamo “connessi” con loro e forse saltiamo alla conclusione che sia lui a non ascoltare… Spesso le domande che poniamo agli altri sono in realtà domande o riflessioni che dovremmo utilizzare verso noi stessi. Essere genitori può essere un viaggio spirituale!

#5 Dare tempo per elaborare

Quando mi fermo a contare a mente fino a 10, dopo aver fatto una richiesta ai miei figli, sono sempre colpita dal numero di volte in cui ho l’istinto di ripetermi. Per il momento riesco ad arrivare a 8 o 9 prima di vederli iniziare a rispondere. Senza ripetermi. È fantastico! Non sottovalutiamo il potere di lasciare loro un po’ di tempo per elaborare quello che diciamo.

#6 Essere divertenti

Così facile e così sottovalutato. I bambini adorano fare e dire sciocchezze. Uscire di casa o lasciare il parco potrebbe essere facilitato dal buon umore.

I miei figli spesso si divertono a rispondermi “10 minuti, pasticcieri” mentre si preparano per andare a scuola (imitando il cooking show Bake Off). In questo modo si divertono senza entrare in ansia.

(Testo nell’immagine #6): vi è mai capitato di non prendere le cose troppo sul serio e rendervi conto che vostro figlio non solo ha ascoltato bene ma si è anche divertito?

#7 Connettersi completamente

Connettersi. Aiutiamolo a calmarsi, mettendoci completamente in ascolto in modo adeguato all’età e a seconda del motivo. Ad esempio, cerchiamo di capire se è stanco, affamato, ha bisogno di muoversi, ecc, anziché dargli un iPad o offrirgli un biscotto. Una volta che la situazione si è calmata, possiamo tornare a parlare di cosa è successo.

#8 Dividere in fasi

Analizziamo la nostra richiesta e dividiamola in fasti gestibili. Piuttosto che “cerchiamo di riordinare la stanza”, il primo passo potrebbe essere, “cominciamo con il lego”. Stiamo chiedendo troppo ai nostri figli? Dividiamo in fasi.

(Testo nell’immagine #8): anziché “Prepariamoci per uscire” facciamo una richiesta alla volta: (1) giacca (2) scarpe (3) ecc.

#9 Collaborare anziché manipolare

Il numero 9 è un grande cambiamento che vale la pena provare. Si basa sul concetto di collaborare anziché ‘far fare’ in modo coercitivo. Non significa che decidono i bambini, ma che tutti possono soddisfare le proprie esigenze.

Immaginate un pomeriggio in cui il bambino vuole giocare e i genitori vogliono fare la spesa per la cena. Potremmo “corromperli” (“far fare”) dicendo che può andare al parco solo se si comporta bene al supermercato. Oppure possiamo fare un leggero cambiamento nel quale ognuno soddisfa i propri bisogni, pianificando insieme il pomeriggio (collaborare).

“A me piacerebbe prendere alcune cose al supermercato e a te piacerebbe andare al parco. Come possiamo organizzarci?”. Acconsente ad andare prima al supermercato, poi al parco. Il risultato è lo stesso, ma nel secondo caso, il bambino è coinvolto e quindi più disponibile a cooperare senza sentirsi manipolato.

Questo metodo comporta l’onestà e la cooperazione. Non è un cambiamento immediato, ci vuole tempo. Ma i bambini imparano che sono anch’essi membri importanti della famiglia.

(Testo nell’immagine #9): Spesso siamo guidati da quello che vogliamo che accada. Proviamo a spostare il focus su come possiamo soddisfare le esigenze di tutti.

#10 Può sentirmi?

Chiediamoci se può sentirci davvero. Non solo fisicamente, ma anche emotivamente.

Spesso un cambiamento di approccio e del nostro modo di parlare può fare una grande differenza, così come il contatto visivo e/o fisico, le parole che usiamo, la struttura della frase. E molto spesso, ciò che chiediamo non è realistico, quindi, anche se ci sente, non può ascoltarci davvero!

Qualche esempio:

  • anziché chiedere a un bambino di due anni “resta dove posso vederti “, chiediamo “resta dove tu puoi vedere me”
  • invece di chiedere di fare una cosa mentre siamo di passaggio o magari in un’altra stanza, proviamo a chiamare per nome il bambino, dirigendoci verso di lui, in attesa di una conferma che ha sentito, poi chiedere.
  • non chiedere a un adolescente di non fare tutto ciò che i suoi amici stanno facendo, ma suggerire di essere intelligenti anche quando si stanno facendo cose che sanno essere rischiose (Jennifer Turney McLaughlin, “essere intelligente anche quando sei stato stupido”)
  • anziché chiedere a un bambino con ADHD e disturbi di elaborazione uditiva di restare seduto per un grande pranzo di famiglia, proviamo a muoverci verso di lui, chiedendogli di rimanere nelle vicinanze del tavolo
  • quando chiedo a mio figlio qualcosa, e non sto ottenendo alcuna risposta, invece di entrare in ansia, ho imparato a chiedere “per favore conferma di aver sentito e capito”!

Tradotto e semplificato da My child won’t listen to me – 10 tips to turn things around, su concessione di Simone Davies, The Montessori Notebook (grazie!).

Источник: https://www.babygreen.it/2016/09/mio-figlio-non-ascolta-10-consigli-montessori-per-cambiare-le-cose/

Perché il cucciolo morde e ringhia?

Perché i bambini non obbediscono? Ecco 5 possibili motivi

Tutti i cuccioli amano essere un po’ turbolenti e azzuffarsi. A loro piace il contatto umano, giocare e scoprire tante cose sui loro nuovi amici e sul nuovo ambiente in cui vivono. Alcune volte, però, la loro curiosità li spinge a mordere o ringhiare, specie quando si trovano in situazioni che ancora non capiscono.

Scopri insieme a noi quali possono essere i motivi di questi comportamenti!

Mordere è un comportamento naturale per i cuccioli, e iniziano a farlo presto, quando sono ancora nella cucciolata. Quando il tuo cane gioca con i fratellini lo vedrai, infatti, prenderli in bocca, un’azione più “edulcorata” dei classici morsi, e non lo fa per rabbia ma per gioco.

Alcune volte, però, il suo atteggiamento potrebbe confonderti e tu potresti non capire perché il cucciolo morde e ringhia.

Aggressività

Cerca di capire se il cagnolino morde per gioco o se sta diventando davvero aggressivo.

Ricorda, i cuccioli non lo sono di natura, per cui di solito c’è un motivo se continuano a mordere aggressivamente; potrebbero, infatti, avere dolore o non sentirsi in forma.

Se è questo il caso, porta il tuo cane dal veterinario per controllare che non ci sia alla base un problema di salute.

Frustrazione

A volte i cuccioli mordono perché si sentono frustrati. Potrebbero infatti essere annoiati, non fare abbastanza esercizio o essere sovraffaticati.

Noia

I cuccioli hanno quantità enormi di energia e hanno bisogno di stimoli e passeggiate continui.

Assicurati che il tuo cagnolino abbia un numero sufficiente di giochini con cui divertirsi – giochi con il cibo come i Kong lo intratterranno a lungo mentre cerca di estrarre il bocconcino di cui avvertono l’odore.

Gestisci la sua routine programmando regolari sessioni di gioco, passeggiate e momenti di riposo. In questo modo, imparerà presto quello che lo aspetta e si sentirà meno frustrato.

Paura

Se ti chiedi perché il cucciolo morde e ringhia sappi che potrebbe essere a causa della paura. Potrebbe quindi ringhiare o cercare di mordere qualcosa o qualcuno che non gli è familiare.

Se il tuo cane non ha ancora partecipato alle classi di socializzazione, quello che non conosce potrebbe innervosirlo o spaventarlo, per cui assicurati che impari a socializzare il prima possibile.

Mostrargli diverse cose da vedere, rumori e persone nuove lo aiuterà a superare le sue paure.

Allerta

Tieni d’occhio il linguaggio del corpo del tuo animale. Il ringhio può essere un primo campanello d’allarme. Se si trova acciambellato nella sua cuccia potrebbe non aver voglia di essere disturbato e ringhiare se qualcuno tenta un approccio. È il suo modo per dire: “Vai via, non voglio essere disturbato” – per cui, dagli retta e lascia che si svegli con i suoi tempi.

Oppure, potrebbe ringhiare agli sconosciuti; in questo caso, è segno che sta proteggendo il suo territorio o che si è innervosito per la presenza di estranei o di cose mai viste. Cerca di rassicurarlo che è tutto ok e premialo quando accetta gli estranei. Tuttavia, se continua a ringhiare e a mostrare segni di maggiore aggressività, prova a consultare un comportamentalista.

Gioco

I cuccioli a volte ringhiano mentre giocano – se, ad esempio, state giocando al tiro alla fune con una corda sarà facile che lo faccia mentre tira e strattona.

In questo caso, si tratta di un ringhio per gioco e non c’è nulla di cui preoccuparsi.

Ma se questo atteggiamento dovesse diventare eccessivo e lui dovesse mostrarsi sovreccitato ferma il gioco e aspetta che si calmi.

Capricci

Fai attenzione ai capricci! Esatto, se ti stai chiedendo perché il cucciolo morde e ringhia, sappi che anche i cani possono comportarsi come i bambini e fare i capricci quando le cose non vanno a modo loro! Un capriccio molto comune si verifica quando vengono presi per essere allontanati da una certa situazione; in quel caso, si contorceranno con forza e proveranno a tornare giù. Oppure, potrebbero cercare di afferrare e mordere le mani e questo, alla lunga, può rivelarsi pericoloso se non viene corretto.

Allontana il tuo cane dal contesto e mettilo giù solo quando si è calmato – ricordando, ovviamente, di rassicurarlo per tutto il tempo!

Il cucciolo morde e ringhia: ecco come evitarlo

  • Incoraggia le buone abitudini sin dall'inizio. Insegnagli quello che può e che non può mordere o masticare dandogli i suoi giochini con cui giocare e reindirizzalo dalle tue cose.
  • Insegnagli a comportarsi bene.

    Questo è particolarmente importante quando in giro ci sono i bambini, perché ogni eccitazione può trasformarsi in morsi giocosi che vanno però evitati.

  • Se il cucciolo morde o ringhia cerca di distrarlo con il suo gioco preferito o un puzzle di cibo.
  • Aiutalo ad abituarsi.

    Abitualo a essere preso in braccio e toccato senza che debba mordere o prendere in bocca. Con l’altra mano, dagli qualche bocconcino per distrarlo.

  • Insegnagli giochi senza contatto, ad esempio ad andare a prendere le cose che gli tiri.
  • Portalo in una classe di socializzazione sin da piccolo.

  • Comincia a insegnargli i comandi più semplici non appena arriva a casa. Insegnagli a stare “seduto” o “fermo” rafforzerà il concetto che tu hai il controllo e ti faciliterà nella gestione delle situazioni in futuro.
  • Premialo sempre quando obbedisce a un comando, e in particolare quando si comporta bene senza mordere o ringhiare.
  • Chiedi l’aiuto di un professionista se morsi e ringhi diventano più frequenti o se cambia qualcosa nel suo atteggiamento.

Usa ADAPTIL

ADAPTIL Junior fornisce comfort ai cagnolini supportandoli durante l’addestramento.

ADAPTIL Junior è clinicamente testato, usato e raccomandato dai veterinari per aiutare i cuccioli a diventare cani adulti felici.

Источник: https://blog.adaptil.com/it/perch%C3%A8-il-cucciolo-morde

Gravidanza
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