Perché i bambini a due anni non ascoltano. Cosa fare?

Bambini e regole: come insegnare a rispettarle?

Perché i bambini a due anni non ascoltano. Cosa fare?

Una mamma esasperata scrive che ogni sera l’andare a nanna diventa una battaglia con pianti e urla, perché la figlia di 2 anni non vuole mai smettere di giocare. Si addormenta solo quando crolla esausta.Un’altra non sa più che fare col figlio di 4 anni: in casa si oppone a ogni regola, mentre fuori sa essere bene educato. Sembra che disubbidisca apposta solo ai genitori.

 Un maestro chiede suggerimenti per ammansire tre bambini che non accettano alcuna disciplina e impediscono le attività in classe.Un pediatra è irritato con i genitori che non riescono a dare la medicina al bambino «perché lui non la vuole».

Tutti questi problemi sono variazioni sul tema: che cosa può facilitare (e che cosa può ostacolare) l’interiorizzazione delle norme nei bambini?

Già da neonati i bambini hanno sete di conoscere le leggi del mondo fisico, relazionale e sociale. Nella nostra cultura si è progressivamente fatta strada la concezione del bambino come soggetto da conoscere e da rispettare sempre, fin dai primi momenti di vita. È una cosa buona, che ha profondamente migliorato il rapporto genitori-figli.

Però rispettare il bambino non significa sottomettersi a lui, né depauperarlo dell’insegnamento e della trasmissione delle regole necessarie per il vivere civile. Non basta sancire e far rispettare le regole, lasciando che rimangano condizionamenti esterni. Bisogna che siano apprese e interiorizzate, perché il bambino impari a cavarsela.

Come insegnare il rispetto delle regole?

Nei momenti di “veglia vigile”, già i neonati osservano attenti tutto quello che accade intorno a loro, per capire come funziona il mondo.

Giorno dopo giorno, con la crescita, questo tipo di osservazioni si fa sempre più fitto e sistematico verso il mondo intero: fisico, vegetale e animale, ma – soprattutto – umano.

 Questa rete di acquisizioni tra loro integrate è fondamentale per strutturare e consolidare l’apprendimento sul “come si fa a…”: a ottenere le cose desiderabili; a eliminare le cose sgradevoli; a entrare in contatto con gli altri, o a interromperlo senza gravi conseguenze sul rapporto; a padroneggiare gli eventi; ad acquisire potere nelle relazioni; a gestire i conflitti interni; a non farsi sopraffare; a far la pace; a consolarsi; e così via, per ogni situazione reale o ipotetica.

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Questa è la prima e fondamentale via attraverso cui i bambini conoscono e interiorizzano le norme sociali della cultura in cui sono nati. Le norme così apprese saranno vissute come naturali, ovvie, di base, universali, assolute.

Molto tempo dopo, in un lungo processo che spesso parte dall’adolescenza, l’ex-bambino potrà scorgere che quelle norme non sono poi così naturali, universali e assolute, ma che sono relative alla cultura in cui è nato e si è interiormente formato.

Potrà però riconoscerne il valore sociale pratico, in quanto regole necessarie per il vivere civile e per una socialità basata sul riconoscimento reciproco, su equità, giustizia, solidarietà, efficienza e adeguatezza.

Purtroppo, l’auspicabile scoperta che tutte le norme, anche le più fondamentali o meravigliose, sono relative e quindi fragili e quindi preziose non sarà raggiunta da tutti, né sempre, né per tutte le regole.

Così, norme fondamentali potranno essere violate perché misconosciute nella fragilità del fondamento che le rende preziose.

L’apprendimento del “come si fa a…” si attiva in ogni occasione in cui ci si prospetta qualcosa di nuovo; ma quanto più si è piccoli, tanto più forti e sistematiche saranno sia l’attivazione, sia l’interiorizzazione delle norme.

I comportamenti come domande

In quell’assiduo, sistematico, immane processo di apprendimenti, il bambino va sperimentando sia la realtà fisica, sia gli atteggiamenti e le risposte dei grandi, assumendo atteggiamenti provocatori per provocare, appunto, risposte chiarificatrici, sia fisiche, sia verbali, sia comportamentali.

Per esempio, mentre fa il gesto di battere il martello sul tavolo o quando fa un capriccio, lancia uno sguardo agli adulti presenti, per vedere cosa pensano e cosa fanno, cioè per imparare cosa è raccomandabile, cosa è permesso e cosa è proibito.

Bisogna cogliere quei gesti provocatori: è quello il momento in cui il bambino chiede che gli venga insegnata una regola. Sgridarlo e basta vuol dire perdere una preziosa occasione.

È un momento conoscitivo che rimarrà per sempre come base per ogni successivo momento esecutivo di adesione o ribellione alle norme.

 Questi test, che il bambino sistematicamente fa, sono equivalenti a domande, quali: «Che conseguenze devo aspettarmi quando…»; «Cosa succede se…»; «Come devo fare per…»; «Come si fa a…»; «Cosa succede se non faccio questo?»…
Bisogna che noi adulti non fraintendiamo il significato di domanda che certi comportamenti possono avere. A ogni domanda si deve dare risposta.

Un esempio

Un bambino di 2 anni e mezzo vuole essere preso in braccio. Il papà gli dice: «Cammina ancora un po’: ci siamo quasi.» Il bambino, guardandolo di sottecchi, piagnucola: «Ho male ai piedi», e il papà, prendendolo in braccio: «Sei stufo di camminare, ma non hai male ai piedi.

Conviene non dire bugie, se no gli altri non ti credono più anche quando dici la verità.» Il bambino resta pensoso. Poi, tra sé e sé:«Non lo faccio più».

È accaduta una cosa importante per quel bambino: nel clima di buon rapporto col papà (per lui il massimo esperto della vita), ha potuto riconoscere una norma fondamentale per le relazioni umane e interiorizzarla.

A questo punto è semplice individuare i principali fattori che facilitano l’interiorizzazione delle norme: il nostro comportamento rispettoso nei loro confronti; la chiarificazione sulla sensatezza e comprensibilità delle norme che poniamo; la nostra coerenza nel prospettare le norme e nell’esigerne il rispetto. Ma più importanti di tutti sono la nostra disponibilità ad assumerci il ruolo di autorità che sancisce e trasmette le norme; e l’equilibrio fra rigore delle norme e intelligenza del perdono, sempre uniti a un realistico incoraggiamento.

In sostanza, per facilitare l’interiorizzazione e la strutturazione di atteggiamenti etici (individuali, relazionali e sociali), prima di tutto dobbiamo averli interiorizzati noi.

 Poche cose sono diseducative come l’ipocrisia e la finzione. Per svelare le falsificazioni ideologiche, Marx diceva: «Guardate quello che fanno, non quello che dicono». I bambini guardano, senza bisogno di esortazioni filosofiche.

 Si tratta prima di tutto di un processo conoscitivo.

Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/educazione/pedagogia/come-insegnare-il-rispetto-delle-regole/

Come parlare ai figli: perchè a volte non ascoltano

Perché i bambini a due anni non ascoltano. Cosa fare?

di Sono_la_Alle·Pubblicato 25 Maggio 2019· Aggiornato 9 Luglio 2019

Come parlare ai figli, come comportarsi? E poi ancora come farsi rispettare? Come farsi ascoltare?

Sono poche le regole che ho imparato (leggi qui: Diventare genitori, 8 libri per imparare il mestiere più difficile del mondo) e che applico regolarmente nel mio rapporto con mio figlio.

Per esempio Come parlare ai bambini: le 5 abilità indispensabili, oppure l’importanza di dare strumenti per capire (Come parlare ai figli: l’importanza di fornire informazioni), o semplicemente farci ascoltare (Come parlare ai figli: perchè a volte non ascoltano) , scoprendo che magari utilizziamo modi e toni non adatti (Come parlare ai figli: concentrarsi sul modo), oppure ancora praticando la difficile arte della trasparenza e della verità (Parlare ai figli dei vostri sentimenti).

Oggi voglio parlarvi della mia esperienza sulle cose che ho capito per evitare di parlare a vuoto. Una cosa che continuo a sperimentare sempre più spesso, infatti, è l’impossibilità di comunicare con Leone in particolari determinate circostanze.

Ci sono momenti che proprio lui non ascolta e non c’è modo di fargli comprendere le cose che ho necessità di dirgli.

Spesso si tratta di situazioni in cui è molto eccitato o euforico, per cui è difficile fermarlo fisicamente, figurarsi catturare la sua attenzione.

Per quello che posso cerco di evitare di parlargli in quel momento.

Un’altra situazione di totale assenza di attenzione è quando Leone guarda la televisione: in quel caso lui è totalmente assente. Semplicemente lui non c’è.

La cosa ovviamente non mi piace e cerchiamo di limitare la televisione il più possibile. Ci sono, poi, altre situazioni molto più rilassanti in cui sembra davvero molto facile dialogare con lui.

Anzi, molto spesso, è lui stesso per primo a voler parlare e raccontare.

In quell’occasione cerco di approfondire il discorso e di dire qualcosa anche che magari avevo intenzione di dirgli in precedenza senza esserci riuscita.
Dall’esperienza familiare ho capito che molto spesso siamo noi il problema, oppure il nostro messaggio oppure ancora le incomprensibili regole degli adulti.

COME PARLARE AI FIGLI: FACCIAMOCI QUALCHE DOMANDA PRIMA

Per questa ragione ho imparato -prima di rivolgere la parola a Leone, di chiedergli un impegno o qualunque altra cosa- a farmi delle domande. Devo essere sicura che il messaggio possa essere realmente compreso.
Per esempio, mi domando se la mia richiesta è accettabile in relazione all’età e alla capacità di mio figlio.

Ecco l’errore principale che fa mio marito quando parla a Leone, bambino di 4 anni, pensando che ne abbia 15 o spesso non curandosi affatto della sua età. E’ un errore che bisognerebbe evitare di fare applicando la regola base della comunicazione: adeguarsi all’interlocutore.

LE COSE SENZA UN SENSO

Certe volte ho, però, l’impressione che le cose che chiedo a Leone siano recepite da lui come irragionevoli o impossibili o, comunque, che non abbiano una valida ragione.

Questo significa che non siamo stati abbastanza descrittivi o non abbiamo dato abbastanza informazioni sul perché certe cose vanno fatte. L’altra cosa che ho imparato a fare abbastanza bene è quella di porre un’alternativa a mio figlio.

Una scelta che sia limitata e che porti esattamente verso la direzione che io voglio.

COME PARLARE AI FIGLI: CONCEDERE UNA SCELTA

Quindi quando è possibile dare la possibilità di una scelta. Cerco di concederla sempre perché Leone è felice di poter fare “quello che vuole” e questo capita molto spesso per decidere cosa mangiare. C’è bisogno che mangi tanta verdura ma so che lui non la preferisce “assoluta” o “isolata”? Ecco allora gli chiedo:

“vuoi il rustico con gli spinaci oppure preferisci una frittata con gli spinaci?”

Sembra strano ma già la possibilità di sentirsi libero di scegliere lo mette di buonumore. Quando poi arriva a tavola e si accorge che ci sono gli spinaci che lui ha deciso che non gli piacciono (in realtà li mangia e gli piacciono se non sa che sono spinaci) la mia risposta è: “Leone, ma l’hai scelto tu! Me lo hai detto tu di farlo…”.

Il che è vero e lui è costretto a soffocare un capriccio in arrivo sul binario 1.

COME PARLARE AI FIGLI: FAR DECIDERE IL QUANDO

Altra cosa che può essere utile per riuscire a parlare con i bambini e farsi ascoltare è far scegliere al proprio figlio quando fare una determinata cosa.

Anche in questo caso sperimentata più volte. Esempio classico è: rimettere in ordine tutti i giochi nella stanza. Di solito funziona far decidere a Leone il quando.

Qualche volta c’è però bisogno di un apposito memorandum per “inchiodarlo” all’impegno preso….

NO ALL’OPPRESSIONE

Un’ultima importante cosa è quella di evitare di diventare oppressivi, ossessivi e ripetitivi. Dunque estenuanti. Lo so, è difficile non ripetere cento volte le stesse cose ma è altrettanto vero che è inutile.

Sempre meglio elaborare bene il proprio messaggio affinché sia efficace, piuttosto che ripeterlo ossessivamente e inutilmente. Per quanto possibile cerco di evitare di assillare mio figlio o di occuparlo con eccessive richieste di fare qualcosa.

Ho imparato a dosare bene le richieste e a lasciar correre qualche volta.

Solo qualche volta.

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Источник: https://www.mammachefiglio.it/educazione-come-comportarsi/parlare-ai-figli-perche-non-ascoltano/

Guida baby sitter. Il bambino non ascolta, che faccio?

Perché i bambini a due anni non ascoltano. Cosa fare?

“Mettiti le scarpe, è ora di uscire”. Lo ripeti una, due, tre volte ma niente… il bambino non ascolta. Se succede troppo spesso, forse dipende da quello che dici. O da quando lo dici. Vediamo perché i bambini non ascoltano e cosa puoi fare per farti ascoltare.

Prima di tutto accertati che non si tratti di un problema di udito. Lievi perdite di udito sono abbastanza comuni nei bambini sotto i 5 anni soprattutto in inverno, a causa di versamenti di catarro.

Accorgersene non è facile, perché è un problema spesso asintomatico e che non provoca dolore. Come capire se il bambino sente bene? Prova a metterti dietro al bambino e chiamalo sottovoce, per capire se ti sente.

Se in dubbio, chiedi al pediatra.

Dai il buon esempio: ascoltalo

Se gli chiedi di mettersi il cappello dieci volte e non lo fa, forse c’è un motivo. Magari ha caldo, oppure il cappello gli dà prurito o gli cala sugli occhi.

Se lo chiami per finire a tutti i costi la merenda ma lui ormai è sazio, farà orecchie da mercante. A volte, se il bambino non ascolta c’è un motivo valido, che magari lui non riesce a spiegarti o che sa che tu non ascolterai.

Dai tu per prima il buon esempio e ascolta le sue ragioni.

Parla al momento giusto

Parlare a un bambino concentrato a giocare o guardare la TV è inutile: è completamente immerso nel suo mondo, dove è in corso un’importante battaglia tra buoni e cattivi o c’è un coniglietto da curare.

Non arrabbiarti, non lo fa apposta, è come se si trovasse in una stanza insonorizzata, dove la tua voce non può arrivare. Per farti ascoltare devi prima attirare la sua attenzione, come spieghiamo sotto.

 

A volte invece la tua voce arriva, ma lui non ha proprio voglia di lasciare a metà il gioco o le avventure del suo personaggio preferito per andare a tavola.

(Del resto, tu come la prenderesti se nel bel mezzo della tua serie preferita ti obbligassero a spegnere la TV?) Invece di pretendere che interrompa all’istante quello che sta facendo, prova a programmare un’interruzione più dolce: “Che bella fattoria hai costruito.

Tra poco è ora di mettere il pigiamino. Metti a dormire anche i tuoi animali e tra cinque minuti vengo a chiamarti”.

Come farsi ascoltare: guardalo negli occhi

Richieste lanciate da lontano hanno poca possibilità di essere ascoltate. Invece di palrare da un’altra stanza, cerca di ottenere prima la sua attenzione: toccalo sul braccio, chiamalo per nome, guardalo negli occhi. Parla solo quando sei certa che ti stia ascoltando.

Dillo con una parola

Alcuni bambini trovano difficile memorizzare più istruzioni contemporaneamente. Invece di “togliti le scarpe, lavati le mani, metti a posto lo zaino”, prova a chiedere una o al massimo due cose alla volta. Ma soprattutto, prova a dire quello che vuoi dire con una sola parola e guardandolo negli occhi.

No alle richieste impossibili

“Gioca ma non ti sporcare”, “Resta dove posso vederti”, “Gioca ma non sudare”.

Richieste impossibili per un bambino perché il sudore non si controlla, stare fermi per molto tempo è difficile se si è piccoli, e capire da dove mamma o la baby sitter possono vederti non è semplice (meglio chiedergli di restare dove lui puo vedere te). Se fai richieste impossibili, il bambino non le ascolterà.

Dai poche istruzioni

Forse il bambino non ascolta per difendersi? “Togliti le scarpe, non saltare sul divano, non fare briciole, lavati le mani, non correre, non urlare, vai a metterti il pigiama, spegni il tablet”.

Quando un bambino è sommerso da troppe richieste e divieti si difende come può. E ignorare le richieste, semplicemente smettere di ascoltare, può essere una forma di difesa.

Decidi quali sono le tre o quattro cose più importanti e lascia correre sul resto.

Il bambino non ascolta? Dagli tempo!

Ogni bambino ha i suoi tempi, che vanno rispettati. A volte sembra che il bambino non ascolti ma in realtà ha ascoltato e si sta preparando a fare quello che gli hai chiesto, solo ci mette più di quello che vorresti. Aspetta un po’ prima di ripetere la richiesta e vedrai che a volte non avrai bisogno di ripeterla.

Farsi ascoltare dai bambini: prova a scrivere

Se parlare non funziona, perché non trovare altri modi per comunicare? Prova a scrivere, disegnare o a “parlare con le mani”. Con alcuni bambini la comunicazione visiva funziona molto meglio. Per esempio, prova a parlarare con le mani: è ora di mangiare? Mima una forchetta che infila gli spaghetti. Lo stesso per lavarsi i denti, lavarsi le mani…

Quando ti accorgi che il bambino ascolta di più, fai vedere che lo apprezzi e dai un rinforzo positivo: “Bravo! ti sei andato a lavare le mani appena te l’ho chiesto”.  A volte, poi il non ascoltare può essere un comportamento provocatorio: guarda i nostri consigli su cosa fare quando il bambino fa i capricci.

E tu che fai quando il bambino non ascolta? Hai un metodo infallibile per farti ascoltare senza urlare? Raccontacelo qui.

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Источник: https://www.sitly.it/blog/bambino-non-ascolta/

“Mio figlio non mi ascolta”: 10 consigli Montessori per cambiare le cose

Perché i bambini a due anni non ascoltano. Cosa fare?

Qualche tempo fa ho condiviso su un bellissimo post scritto in inglese da Simone Davies di The Montessori Notebook che è stato letto e condiviso decine di volte.

Molte persone però mi hanno scritto per chiedere la traduzione in italiano. Visto il forte interesse e l’utilità dell’articolo ho scritto a Simone Davies per chiederle il permesso di tradurre il suo post e lei ha accettato con entusiasmo. 

Simone è un’educatrice Montessori (con certificazione AMI) da oltre 10 anni, ed è mamma di due studenti Montessori. Ad Amsterdam organizza corsi e playgroups con genitori e bimbi alla Jacaranda Tree Montessori.

Vi ho già parlato di lei in questo post in cui fornisce utilissimi consigli su come organizzare la casa in 5 step secondo il metodo Montessori.

Il post di Simone Davies tratta un problema che riguarda molti genitori: “mio figlio non mi ascolta“. Ecco allora 10 tips di ispirazione montessoriana per provare a cambiare le cose.

Tuo figlio non ascolta? Ecco il libro che devi avere!

Prima di proseguire ti consiglio di leggere questo libro: “COME PARLARE PERCHÉ I BAMBINI TI ASCOLTINO & COME ASCOLTARE PERCHÉ TI PARLINO“. Questo libro non può mancare nella libreria di un genitore (ma anche di un educatore).

Mi ha cambiato la visione su moltissimo aspetti del mio rapporto con mia figlia e mi ha aiutata a risolvere alcuni momenti potenzialmente difficili, che invece si sono “sciolti” facilmente grazie all’approccio così intelligente di questo libro.

Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino

#1 Mostra, invece di dire

Ho visto un video che insegna a fotografare: suggerisce di muoversi e di non affidarsi solo allo zoom per ottenere una foto migliore. Lo stesso vale con i bambini. Anziché dare istruzioni, meglio alzarsi e mostrare al bambino come fare una cosa. Questo richiede uno sforzo maggiore inizialmente, ma i bambini imparano in fretta.

Esempio pratico (testo nell’immagine #1): anziché dire “quello va nel cestino”, alziamoci, andiamo accanto al cestino, indichiamolo e gentilmente diciamo: “questo va nel cestino”. Un po’ di lavoro in più adesso, per risultati migliori in futuro.

#2. Una sola parola

Questo mi piace molto! Invece di tormentarlo, proviamo a usare una sola parola, lasciando che lui/lei elabori e capisca il resto della frase. Ottima soluzione per i bambini che non amano sentirsi dire cosa fare.

Esempio pratico (testo nell’immagine #2): anziché diventare ripetitivi, cerchiamo la loro attenzione e poi diciamo gentilmente una sola parola, ad esempio “Scarpe”. Lasciamo che loro pensino da soli al resto, cioè a cosa devono fare.

Questa soluzione può funzionare anche per loro! Mio figlio una volta mi ha detto: “stringa”. Ho abbassato lo sguardo e mi sono accorta di essere in piedi sulla stringa della scarpa che stava cercando di allacciare. Un modo simpatico per segnalarmelo invece di roteare gli occhi verso di me dicendo: “Mamma sei in piedi sul mio laccio delle scarpe. Come faccio a prepararmi?”.

#3 Scrivere una nota (anche se non leggono ancora)

Questo suggerimento (come il # 2) proviene da un libro che ha cambiato il mio modo di essere genitore, “Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino” di Faber & Mazlich (clicca qui per una sintesi del libro).

Non è necessario coprire la casa di messaggi, ma se ci troviamo a dire spesso “no” per la stessa questione, proviamo a lasciare un post-it.

Ho visto persone mettere un post-it sul tavolo con scritto “No climbing” (non arrampicarsi), oppure in un corridoio dove i vicini si lamentano perché i bambini corrono, una nota che ricorda di camminare “in punta di piedi” oppure su un armadio di vetro una nota che indica “Fragile – toccare delicatamente.”

Utilizzo questo metodo anche per aiutare i bambini a sentirsi più ascoltati. Per esempio, se un bambino non vuole lasciare l’aula alla fine della giornata, gli chiedo se vuole che io scriva una nota da ricordare per la prossima volta. Poi scrivo, ad esempio, “didò” e gliela consegno da portare a casa. La nota gli conferma che ho ascoltato e che il messaggio è stato recepito.

Esempio pratico (testo nell’immagine #3): Attaccare un post-it sul forno caldo con scritto “scotta!”. Mostriamolo ai bambini dicendo: “C’è scritto che scotta”. Un messaggio scritto è molto efficace con i bambini.

#4 Ragiona su te stesso (“da dove viene questo”?)

Questo è un grande consiglio di Pamela Green, una delle mie Montessoriane preferite. Chiediamo a noi stessi da quale parte di noi stessi arriva la frase “Mio figlio non ascolta” e per quale motivo lo stiamo affermando.

Forse non ascolta perché non siamo “connessi” con loro e forse saltiamo alla conclusione che sia lui a non ascoltare… Spesso le domande che poniamo agli altri sono in realtà domande o riflessioni che dovremmo utilizzare verso noi stessi. Essere genitori può essere un viaggio spirituale!

#5 Dare tempo per elaborare

Quando mi fermo a contare a mente fino a 10, dopo aver fatto una richiesta ai miei figli, sono sempre colpita dal numero di volte in cui ho l’istinto di ripetermi. Per il momento riesco ad arrivare a 8 o 9 prima di vederli iniziare a rispondere. Senza ripetermi. È fantastico! Non sottovalutiamo il potere di lasciare loro un po’ di tempo per elaborare quello che diciamo.

#6 Essere divertenti

Così facile e così sottovalutato. I bambini adorano fare e dire sciocchezze. Uscire di casa o lasciare il parco potrebbe essere facilitato dal buon umore.

I miei figli spesso si divertono a rispondermi “10 minuti, pasticcieri” mentre si preparano per andare a scuola (imitando il cooking show Bake Off). In questo modo si divertono senza entrare in ansia.

(Testo nell’immagine #6): vi è mai capitato di non prendere le cose troppo sul serio e rendervi conto che vostro figlio non solo ha ascoltato bene ma si è anche divertito?

#7 Connettersi completamente

Connettersi. Aiutiamolo a calmarsi, mettendoci completamente in ascolto in modo adeguato all’età e a seconda del motivo. Ad esempio, cerchiamo di capire se è stanco, affamato, ha bisogno di muoversi, ecc, anziché dargli un iPad o offrirgli un biscotto. Una volta che la situazione si è calmata, possiamo tornare a parlare di cosa è successo.

#8 Dividere in fasi

Analizziamo la nostra richiesta e dividiamola in fasti gestibili. Piuttosto che “cerchiamo di riordinare la stanza”, il primo passo potrebbe essere, “cominciamo con il lego”. Stiamo chiedendo troppo ai nostri figli? Dividiamo in fasi.

(Testo nell’immagine #8): anziché “Prepariamoci per uscire” facciamo una richiesta alla volta: (1) giacca (2) scarpe (3) ecc.

#9 Collaborare anziché manipolare

Il numero 9 è un grande cambiamento che vale la pena provare. Si basa sul concetto di collaborare anziché ‘far fare’ in modo coercitivo. Non significa che decidono i bambini, ma che tutti possono soddisfare le proprie esigenze.

Immaginate un pomeriggio in cui il bambino vuole giocare e i genitori vogliono fare la spesa per la cena. Potremmo “corromperli” (“far fare”) dicendo che può andare al parco solo se si comporta bene al supermercato. Oppure possiamo fare un leggero cambiamento nel quale ognuno soddisfa i propri bisogni, pianificando insieme il pomeriggio (collaborare).

“A me piacerebbe prendere alcune cose al supermercato e a te piacerebbe andare al parco. Come possiamo organizzarci?”. Acconsente ad andare prima al supermercato, poi al parco. Il risultato è lo stesso, ma nel secondo caso, il bambino è coinvolto e quindi più disponibile a cooperare senza sentirsi manipolato.

Questo metodo comporta l’onestà e la cooperazione. Non è un cambiamento immediato, ci vuole tempo. Ma i bambini imparano che sono anch’essi membri importanti della famiglia.

(Testo nell’immagine #9): Spesso siamo guidati da quello che vogliamo che accada. Proviamo a spostare il focus su come possiamo soddisfare le esigenze di tutti.

#10 Può sentirmi?

Chiediamoci se può sentirci davvero. Non solo fisicamente, ma anche emotivamente.

Spesso un cambiamento di approccio e del nostro modo di parlare può fare una grande differenza, così come il contatto visivo e/o fisico, le parole che usiamo, la struttura della frase. E molto spesso, ciò che chiediamo non è realistico, quindi, anche se ci sente, non può ascoltarci davvero!

Qualche esempio:

  • anziché chiedere a un bambino di due anni “resta dove posso vederti “, chiediamo “resta dove tu puoi vedere me”
  • invece di chiedere di fare una cosa mentre siamo di passaggio o magari in un’altra stanza, proviamo a chiamare per nome il bambino, dirigendoci verso di lui, in attesa di una conferma che ha sentito, poi chiedere.
  • non chiedere a un adolescente di non fare tutto ciò che i suoi amici stanno facendo, ma suggerire di essere intelligenti anche quando si stanno facendo cose che sanno essere rischiose (Jennifer Turney McLaughlin, “essere intelligente anche quando sei stato stupido”)
  • anziché chiedere a un bambino con ADHD e disturbi di elaborazione uditiva di restare seduto per un grande pranzo di famiglia, proviamo a muoverci verso di lui, chiedendogli di rimanere nelle vicinanze del tavolo
  • quando chiedo a mio figlio qualcosa, e non sto ottenendo alcuna risposta, invece di entrare in ansia, ho imparato a chiedere “per favore conferma di aver sentito e capito”!

Tradotto e semplificato da My child won’t listen to me – 10 tips to turn things around, su concessione di Simone Davies, The Montessori Notebook (grazie!).

Источник: https://www.babygreen.it/2016/09/mio-figlio-non-ascolta-10-consigli-montessori-per-cambiare-le-cose/

Bambini che non ascoltano: consigli per genitori

Perché i bambini a due anni non ascoltano. Cosa fare?

Bambini e Ragazzi

Bambini e Ragazzi

Tuo figlio non ti ascolta? Provi ad imporre regole in casa che puntualmente non vengono rispettate? Nessuna punizione sembra non aver effetto?

Datti una calmata. 

I bambini non ascoltano, è normale. E forse anche tu stai commettendo qualche errore. Ecco alcuni consigli, facili e da mettere subito in pratica per i genitori.

Redazione Web Macro

Il mio bimbo non mi ascolta

Quando vostro figlio era nell’età in cui si muovono i primi passi, sorrideva al suono della vostra voce. Era desideroso di rendervi felice e obbediva alle regole di casa. Ma adesso che è in età prescolare, si comporta in maniera così rude e distruttiva che lo caccereste di casa.

Vostro figlio fa esattamente quello che non deve fare mentre gli dite di non farlo. E vi guarda anche negli occhi mentre lo fa. Vi chiede un biscotto dopo che gli avete già detto per tre volte di no. Ora sorride al suono della vostra voce solo quando gli lasciate fare quello che vuole.

Iniziate ad essere anche piuttosto preoccupati, perché se non vuole ascoltare voi oggi, non vorrà ascoltare nessun’altra autorità con cui in futuro verrà a contatto: insegnanti, superiori al lavoro, ecc. Insomma, non imparerà mai a giocare secondo le regole.

Quando i bambini non ascoltano: come fare

Tutti i bambini passano attraverso questa specie di miniribellione. Le due ragioni principali per le quali vostro figlio sembra non ascoltare sono:

  1. È profondamente concentrato su ciò che sta facendo mentre voi parlate.
  2. Sta sperimentando fin dove si può spingere.

Quest’ultimo punto non ne fa un perfetto stronzo (beh…solo uno stronzetto). È il suo modo per imparare le sfumature nelle relazioni interpersonali. Impara facendo, quindi ha bisogno di comprendere quanto di ciò che voi e gli altri dicono è veramente importante.

Per rimediare, chiedetegli di ripetere quello che avete appena detto e traetene le debite conseguenze o semplicemente scegliete le vostre battaglie. E ricordate, non siete in uno Stato straniero. Parlare più forte non servirà.

Il mio bimbo fa scenate irrazionali

Se avete iniziato ad intraprendere qualsiasi azione che gli fa “dare di matto” andate fino in fondo e finitela. Magari urlerà più forte o si agiterà di più; nel caso schivate le sue manate.

Poi, gli esperti suggeriscono di farlo rilassare prima di fare qualsiasi altra cosa. Non vuole sentir nulla quando è così agitato. Una volta che si è calmato, potete provare a chiedergli cosa lo ha turbato.

Una tattica ancora più efficace è semplicemente reagire in modo positivo quando diventa accomodante. Ciò gli insegnerà che per gestire la frustrazione ci sono modi migliori che non un’esplosione tipo Chernobyl.

Mio figlio fa scenate quando non si fa a modo suo

È dura perché, dopo una lunga giornata, i capricci di vostro figlio sono piacevoli come essere legati a una sedia a subire Dora l’esploratrice che vi racconta le sue avventure. Ma se reagite troppo negativamente – o peggio, cedete – col tempo lui capirà che può fare così tutte le volte che vuole fare a modo suo.

Dovete insegnargli cose tipo la pazienza, l’empatia, la gratitudine, e che voi dovete incassare lo stipendio prima di comprargli il gioco dei pirati. Quindi, quando inizia a fare una scenata, parlategli con calma. Spiegategli che non può avere ciò che vuole subito, ma proponete anche un compromesso.

Se continua, prendete le dovute misure o semplicemente lasciate la stanza per un momento. Questo vi permetterà di non mettervi al suo livello e vi darà un po’ di tempo per calmarvi.

Mio figlio mi disobbedisce

Si sa, le regole non sarebbero fatte per essere infrante. Ma le abbiamo infrante tutti (chi più, chi meno).

Avete sicuramente spiegato a vostro figloa perché avete queste regole, ma se lo fate mentre la punite per averle infrante, il concetto può non venire ben recepito. Lui lo vede come un rimprovero, non come una spiegazione.

Scegliete un momento in cui non avete perso la testa per ribadire le regole di casa e spiegare perché ci sono. Replicate prevedendo una conseguenza alla prima occasione in cui infrange tali regole, non dopo un avvertimento.

Inoltre, tutti noi abbiamo bisogno di sentire che ogni tanto prevaliamo in una discussione.

Cercate l’occasione per permetterglielo, come per esempio lasciando che faccia uno spuntino prima di cena ogni tanto.

Fintanto che voi ribadirete che quella non è la norma, lei sentirà un pizzico di libertà e di potere che potrebbe calmarla e trattenerla dal rubare qualsiasi stuzzichino ci sia in frigo.

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Nessuna punizione sembra funzionare su mio figlio

Quando arriva il momento di punire comportamenti sbagliati, non c’è altro da fare.

Avete provato con la calma, eliminando i privilegi, avete anche provato a buttare via i giocattoli preferiti, ma con vostro figlio non funziona niente.

Avevate giurato che non l’avreste mai sculacciato, ma state iniziando a pensare che per uscire dalla situazione di stallo potrebbe far bene una pacca sul sedere, magari con un remo da barca.

Cos’altro potete fare? I bambini saggiano i limiti. Siate risoluti e pazienti. Alla fine vostro figlio comprenderà il senso della punizione che gli state dando, soprattutto quando capirà che il trenino che avete piazzato sullo scaffale più alto del ripostiglio non tornerà giù prima di una settimana.

E non dimenticate il potere dell’incoraggiamento. Mostrargli quanto apprezzate i comportamenti positivi funziona meglio delle punizioni quando si comporta male.

Non voglio dire che dovete comprargli una bicicletta nuova perché si rimette le scarpe quando glielo chiedete. Fatela più semplice. Quando le cose vanno via lisce e lui è accomodante, ringraziatelo. Potete anche “dargli un cinque”, se siete il tipo di famiglia da “dammi un cinque”.

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