Nonni: la difficile arte del compromesso

Perché non bisogna avere paura di assumere una mamma. –

Nonni: la difficile arte del compromesso

Siamo ormai abituati a concepire la maternità come un ostacolo alla carriera. 

Infatti, se da una parte cambiano drasticamente i ritmi e insorgono nuove esigenze, dall’altra c’è ancora chi vive ancora di pregiudizi sulla capacità di gestire bene famiglia e professione: per una (neo) mamma muoversi nel mercato del lavoro diventa un’impresa erculea.

Se però imparassimo a spazzare vie i luoghi comuni e analizzassimo la situazione da un punto di vista neutro, sarebbe facile intuire che essere madre non ha niente a che vedere con un minore o maggiore rischio per il datore di lavoro, né che la maternità debba influire necessariamente sulle performance lavorative della professionista.

In questo articolo voglio spiegarti perché.

LÀ, DOVE NASCE IL PREGIUDIZIO

Inutile cercare di nascondere la verità. Quando un bambino entra nelle nostre vite, è come affrontare un tornado: tutto si rimescola e trova una nuova collocazione nella giornata tipo.

Crescere un figlio, poi, comporta tutta una serie di responsabilità, impegna tempo ed energie, mette in bilico qualsiasi equilibrio psico fisico maturato con l’età adulta.

Quindi sì, una mamma che lavora avrà bisogno di permessi per visite mediche, recite scolastiche, gare sportive importanti. Si ammalerà anche lei, quando sarà investita da orde di germi e virus che non incontrava più dalla scuola media. I mesi estivi sono spesso un grattacapo da gestire, per incastrare campi estivi, vacanze con i nonni, ferie di famiglia. 

Molto probabilmente una mamma non potrà fermarsi fino a tardi tutte le sere, ed è quasi matematico che la mattina arrivi in ritardo. Oppure che sia molto mattiniera, ma con l’esigenza di uscire appena possibile.

Ma facci caso.

Tutte le problematiche che si possono creare hanno a che fare con il tempo, con gli orari, con l’organizzazione della giornata. Quindi forse è proprio quello il terreno dove giocare. 

Ora, non è difficile capire che un datore di lavoro, un’azienda, un responsabile hanno bisogno che ci siano delle regole e che queste vengano rispettate.

Ecco, allora che davanti alla candidatura di una mamma, o alla gestione di una risorsa che è appena rientrata dalla maternità, le casistiche sopra elencate cominciano a scorrere nella testa di un reclutatore. E i dubbi, purtroppo, sorgono eccome.

COME LA METTI, LA METTI, SE SEI UNA MAMMA NON VA MAI BENE

Adesso però, mettiti nei panni di una mamma.

Finisci gli studi e cerchi un lavoro, negando di voler riprodurti a breve e mettendoci l’anima per raccogliere i frutti di tanti anni di studio.

Ti fai il mazzo.

Le cose vanno discretamente, cominci ad ottenere i primi risultati in termini di carriera, sebbene fin da subito ti ritroverai a fare i conti con un diffuso gender gap salariale.

Poi a un certo punto, quando anche sul fronte personale si mette bene, decidi di diventare mamma e se sei fortunata ci riesci anche.

O magari un figlio arriva e basta.

E lì iniziano i problemi, perché gestire lavoro e maternità è un gran casino.

Facendola breve: si corre, si corre tutto il giorno

Quelle che, invece, non riescono ad avere figli (o che semplicemente non ne vogliono) non hanno comunque vita facile. Forse non dovranno affrontare i problemi di carriera legati all’essere mamma, ma rimane da confrontarsi con tutti i luoghi comuni dell’essere donna e al sentirsi inadeguata per non essersi uniformata allo schema sociale classico: marito – famiglia – figli. 

L’aggravante? Che da una certo punto in poi, non importa quale siano le tue intenzioni, sei comunque “bollata” come donna in età da figlio.

E quindi se i figli li fai troppo presto non va bene, se li fai poi ti stronchi comunque la carriera, se non li fai ma perché non li fai? Quando li fai, ma perché lavori? Se lavori, vorresti essere a casa. Quando sei a casa, vorresti avere un lavoro. 

Insomma, gira che ti rigira ti ritrovi sempre in difetto e con un enorme peso sulle spalle.

IL CONFLITTO DI INTERESSE ESISTE, MA SOLO IN APPARENZA

Venendo quindi al nocciolo della questione, il problema di base è che un’azienda ha bisogno di dipendenti produttive, disponibili, che possano garantire flessibilità oraria e massima produttività.

Le mamme, invece, mediamente vorrebbero sentirsi appagate professionalmente senza sacrificare la famiglia, ricevere una paga equa e, guarda un po’, flessibilità oraria, anche se intesa al contrario del datore di lavoro.

Se per l’uno infatti flessibilità oraria significa essere disponibili a straordinari e lavoro extra, per una mamma significa poter arrivare un quarto d’ora dopo o andare via un quarto d’ora prima senza ritorsioni.

Sembra un conflitto senza soluzione, giusto? 

Una delle due parti dovrà necessariamente cedere per uscirne, dico bene?

Eppure io non la vedo così drastica. Si tratta solo di mettere in atto la giusta comunicazione e trovare il modo di capirsi. Del resto, se esiste una legge universale che attrae gli opposti, anche in questo caso esiste una soluzione che faccia tutti contenti.

LA SOLUZIONE È SOTTO GLI OCCHI, BASTA SOLO VEDERLA

Arrivo al dunque.

Sono solo 3, le mosse per arrivare a risolvere completamente la situazione.

Sono semplici, quasi ovvie.

Eppure nascondono montagne di complessità quando è il momento di metterle in pratica nella propria realtà.

Per questo non voglio farla facile, semplicemente credo che valga la pena tentare.

Lo dobbiamo a noi stesse.

1.Una buona comunicazione

A volte basterebbe solo questo: riuscire a far capire alla controparte cosa significhi indossare le nostre scarpe. E vice versa.

A quel punto, non resta che far prevalere il buon senso e trovare la soluzione che riesca ad accontentare entrambi.

Per riuscirci però, sono indispensabili due condizioni di partenza:

  • le aziende devono cominciare a scrollarsi dalle spalle la ormai antica concezione di misurare un dipendente in base alle ore lavorate, a favore dei risultati e delle performance.
  • Le dipendenti, mamme e non, devono cominciare a sentire che dal successo dell’azienda, dipende anche il loro benessere. Le penne non cadono, vengono riposte a lavoro concluso.

2. La maternità è una risorsa

In questo blog, cito spesso il libro che più mi ha ispirato e che tengo sulla mia scrivania. Il titolo già spiega il contenuto: la maternità è un vero e proprio master.

Ma è tempo di andare oltre.

Non si tratta solo di elencare le competenze acquisite , è arrivato il momento di scardinare la credenza che la maternità sia un deficit.

Diventare mamma non reca danno né all’azienda, che un domani sarà arricchita di una risorsa più capace, né alla mamma stessa, la quale non deve sentirsi in colpa, sminuita o inadatta, bensì potenziata dall’esperienza della genitorialità.

Come? Con i fatti.

Dimostriamo ogni giorno il nostro valore. Nonostante tutto.

3. La sottile arte del compromesso

Non è un caso che la diplomazia si basi sull’arte di saper raggiungere un compromesso vantaggioso per entrambi le parti. Saper trasformare una situazione di conflitto, in una condizione win-win è una grande abilità.

Datori di lavoro e aziende possono accogliere le richieste di una mamma o introdurre iniziative di welfare, con la consapevolezza che una dipendente qualificata sarà ancora più motivata e produttiva.

E non solo: una dipendente mamma motivata, darà feedback positivi anche a colleghi e alla propria cerchia di conoscenze, migliorando l’ambiente di lavoro e l’immagine aziendale. Un aspetto che, nell’era dei social e delle recensioni a stelline, è tutt’altro che da sottovalutare.

Cominciamo oggi

Credo che nel nostro Paese la strada sia ancora lunga e non senza ostacoli, prima di arrivare a scardinare l’assunto secondo il quale una donna non possa fare bene la mamma e perseguire contemporaneamente una carriera, ma sono oltremodo convinta che i tempi siano maturi per instaurare un dialogo costruttivo.

Del resto, se non siamo noi mamme a crederci per prime, chi lo farà per noi?

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Источник: https://mammanager.it/perche-non-bisogna-avere-paura-di-assumere-una-mamma/

Gravidanza
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