Mio figlio non è più un bambino

Quando si può togliere un figlio alla madre?

Mio figlio non è più un bambino

Bambini nel degrado o nella violenza: quando e come intervengono servizi sociali e tribunali? Come funziona l’affidamento?

Può essere uno dei gesti più atroci, quello di strappare un bambino alla madre. Ma a volte si rende un gesto necessario per il bene del piccolo.

Se l’ambiente familiare non è adeguato, se è a rischio di violenza, se la sua educazione viene compromessa dallo stile di vita dei genitori, se non ci sono le condizioni (pur con tutta la buona volontà di chi lo ha portato al mondo) di garantirgli una crescita equilibrata anche da un punto di vista psicologico.

Situazioni in cui l’assistenza sociale prima ed un giudice poi decidono che il bambino deve vivere altrove. Ad ogni modo, quando si può togliere un figlio alla madre? Vediamo che cosa dice in proposito la legge e quando devono e possono intervenire le figure create a tutela dei minori.

Togliere il figlio alla madre: che cosa dice la legge?

È proprio la legge [1] a decidere quando si può togliere un figlio alla madre. Partendo da un diritto indiscutibile del minore: quello di crescere ed essere educato nella propria famiglia.

A questo proposito, il testo sprona le istituzioni a sostenere le famiglie in difficoltà, perché – si legge – «le condizioni di indigenza dei genitori o di chi esercita la patria potestà non possono essere di ostacolo all’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia».

Significa che la povertà non basta per allontanare un bambino dai propri genitori.

Allora quando si può togliere un figlio alla madre? Solo quando c’è una situazione di degrado che può sfociare nella violenza fisica o psichica, nella malnutrizione o quando il bambino rischia di rimanere vittima di un reato o di essere costretto a vivere con genitori tossicodipendenti, alcolisti o coinvolti direttamente o indirettamente nel mondo della prostituzione. A questo punto, dice ancora la legge, il minore «temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo, nonostante gli interventi di sostegno e aiuto disposti, è affidato ad una famiglia, preferibilmente con figli minori, o ad una persona singola, in grado di assicurargli il mantenimento, l’educazione, l’istruzione e le relazioni affettive di cui egli ha bisogno». Se non fosse possibile affidarlo a una famiglia, il minore dovrebbe essere accolto in una comunità familiare o in un istituto pubblico o privato, possibilmente vicino al suo nucleo familiare.

Togliere il figlio alla madre: come funziona l’iter?

Il primo passo che porta a togliere il figlio alla madre parte, spesso, dal contesto in cui vive la famiglia interessata. Un parente, un’insegnante, un vicino di casa, testimoni della situazione di degrado che il minore è costretto a subire.

La segnalazione arriva, di norma, ai servizi sociali, che fanno le opportune verifiche e, nel caso appurassero la drammaticità del caso, si rivolgono al tribunale.

Sarà il giudice a disporre di affidare il bambino ai servizi sociali.

Qui ci sono due possibilità. La prima, che il minore non venga tolto alla madre ma che venga monitorato dall’assistenza sociale per quanto riguarda la scuola, le cure che riceve dai genitori, la salute. Padre e madre, nel frattempo, vengono aiutati a migliorare la loro situazione economica e sociale.

L’altra è quella dell’affidamento temporaneo ad una famiglia, ad una comunità o ad un istituto. Viene disposto, come stabilisce la legge, dal servizio sociale locale, sentiti i genitori ed il minore stesso se ha già compiuto 12 anni ed ha capacità di intendere e di volere. Compito del giudice sarà quello di rendere esecutivo con decreto l’affidamento.

Che succede se i genitori non vogliono separarsi dal figlio?

Nel caso in cui i genitori decidano che nonsi può togliere un figlio alla madre, cioè si oppongano al provvedimento di affidamento temporaneo, verrà chiamato ad intervenire il Tribunale per i minorenni, il quale applicherà il Codice civile [2]. In particolare, il giudice può:

  • stabilire la decadenza dalla responsabilità genitoriale quando il padre o la madre (o entrambi) non rispettino o trascurino i loro doveri o abusino dei relativi poteri con grave pregiudizio del figlio;
  • ordinare, per gravi motivi, di togliere il figlio alla madre ovvero di allontanare il minore dal genitore o convivente che lo maltratta o che abusa di lui.

Nel provvedimento devono essere indicati:

  • le motivazioni;
  • i tempi e i poteri riconosciuti all’affidatario;
  • il modo in cui i genitori o gli altri componenti del nucleo familiare possono avere dei rapporti con il minore;
  • il servizio sociale incaricato di monitorare la situazione e di informare il tribunale di eventuali sviluppi;
  • la durata dell’affidamento.

Quando può tornare dalla madre il bambino allontanato?

Toccherà alla stessa autorità che lo ha disposto revocare il provvedimento di allontanamento del bambino e, quindi, disporre che il minore può tornare nel suo nucleo familiare. Lo farà quando sarà venuta meno la situazione di difficoltà temporanea che l’aveva originato oppure quando il protrarsi dell’allontanamento vada a discapito del bambino.

In particolare, il giudice tutelare, trascorso il periodo di affidamento stabilito, sente il servizio sociale ed il minore (se ha compiuto i 12 anni oppure, se più piccolo, quando dimostra di avere capacità di discernimento), quindi chiede al tribunale l’adozione di un nuovo provvedimento nell’interesse del bambino. Provvedimento che può consistere nel ritorno al nucleo familiare oppure nella prosecuzione dell’affidamento.

Ci sono delle alternative a togliere un figlio alla madre?

Dipende, naturalmente, dai casi ma ci può essere un’alternativa a togliere un figlio alla madre quando lei è vittima di una situazione di difficoltà (violenza o incapacità di svolgere il proprio ruolo) e vuole essere aiutata.

Questa alternativa può essere una casa-famiglia, un luogo di accoglienza in cui madre e figlio possono vivere insieme ed iniziare un percorso di recupero. In queste strutture viene offerto un supporto medico e psicologico di circa un anno e mezzo.

Inoltre, le donne hanno la possibilità di seguire dei corsi di formazione professionale per avere una chance nel mondo del lavoro o di uscire da un tunnel di dipendenze che possono portare all’allontanamento del bambino.

La soluzione della casa di accoglienza può essere presa anche dal tribunale, soprattutto per tutelare i minori figli di ragazze madri o donne che subiscono violenza dal proprio partner e hanno dei figli piccoli.

[1] Legge n. 149/2001.

[2] Artt. 330 e ss. Cod. civ.

Источник: https://www.laleggepertutti.it/188703_quando-si-puo-togliere-un-figlio-alla-madre

Mio figlio non cresce in altezza

Mio figlio non è più un bambino

Una delle frequenti preoccupazioni dei genitori riguarda la crescita in altezza dei propri figli: in questo approfondimento diamo risposta ad alcune delle domande più frequenti sulla crescita staturale di bambini e adolescenti.

NORMALE NON VUOL DIRE COSTANTE

I bambini alternano periodi di crescita rapida a periodi di crescita minore, più costante.

La velocità di crescita varia molto nelle diverse fasi dello sviluppo: è massima subito dopo la nascita (il bambino nato a termine aumenta la sua lunghezza del 30% nei primi 5 mesi) e durante il primo anno di vita (aumento del 50%).

La velocità di crescita nei primi due anni di vita cambia in relazione alla componente genetica: la lunghezza alla nascita è legata principalmente all’altezza della madre, l’influenza genetica del padre si manifesta in genere dopo i 2 anni.

Questo spiega perché alcuni bambini “piccoli” in relazione all’età possano recuperare in seguito, o perché la crescita di bambini “grandi” rallenti.

Ad ogni modo, la velocità di crescita diminuisce a partire dal 2° anno di età: da questo punto comincia una fase di crescita più regolare fino all’età puberale (10 – 14 anni), in cui si assiste allo scatto di crescita puberale (picco di velocità di crescita).

Dopo la pubertà, la crescita rallenta fortemente e si arresta con il raggiungimento della statura da adulto.

L’ALTEZZA DEI GENITORI CONDIZIONA QUELLA DEI FIGLI?

Il fattore ereditario è uno dei più importanti nel determinare l’altezza di un bambino o di una bambina.

La statura di un bambino è strettamente legata a quella dei genitori: genitori alti avranno con maggiore probabilità figli alti, viceversa quelli di bassa statura.

LA CRESCITA A TAVOLA

Il bambino deve essere alimentato in modo adeguato sia prima che dopo la nascita, sia qualitativamente che quantitativamente.

Una alimentazione scarsa e/o inadeguata ha effetti negativi più precocemente sul peso corporeo e, di conseguenza, anche sulla lunghezza o altezza.

Ma anche la tendenza a nutrire eccessivamente i bambini, con l’intento di farli crescere in fretta o meglio, in realtà potrebbe produrre l’effetto contrario: la crescita normale infatti risente negativamente anche degli stati di eccessiva nutrizione che portano all’obesità.

ALTEZZA E ORMONI

Il processo di crescita coinvolge numerosi ormoni che nei bambini sani sono prodotti in quantità adeguate. Alcune malattie endocrine, presenti alla nascita oppure acquisite successivamente, possono quindi influenzare negativamente la crescita staturale.

Tra queste troviamo ad esempio il deficit di ormone della crescita, l’ipotiroidismo, l’ipercortisolismo, i disordini del metabolismo della vitamina D, il diabete mellito di tipo 1 e altre ancora.

Poiché la crescita è un processo chesi protrae nel tempo, gli effetti negativi di un eventuale squilibrioormonale (in difetto o eccesso) si manifestano solo quando questo ha una durata relativamente lunga.

Generalmente, nei casi di squilibrio ormonale, il peso si modifica in senso opposto all’altezza: bambini di bassa statura per cause ormonali tendono quindi a essere in sovrappeso.

Uno sviluppo sessuale precoce può in fase iniziale determinare alta statura, ma una bassa statura finale.

Gli ormoni sessuali infatti hanno un impatto differente sulla crescita a seconda di quando si manifesta la loro azione: essi determinano infatti un’iniziale accelerazione della crescita, seguita però da un arresto a seguito della saldatura anticipata delle cartilagini.

Viceversa, bambini con sviluppo puberale tardivo – all’inizio più bassi dei loro coetanei – possono crescere più a lungo, permettendo un recupero in età più avanzata.

LO STRESS FA MALE ALLA CRESCITA?

Non c’è dubbio che intensi stress psicologici o emotivi, come situazioni di abuso, deprivazione psicosociale o maltrattamenti, abbiano un impatto negativo sulla crescita.

I motivi di questa connessione non sono completamente noti, ma è certo che l’interazione tra mente e corpo può provocare una soppressione della produzione di ormoni della crescita.

L’effetto negativo scompare generalmente con l’allontanamento del bambino dall’ambiente e dagli agenti debilitanti.

Anche disturbi di natura psicologica meno gravi potrebbero influire sulla crescita causandone il rallentamento, seppur in modo meno evidente e più difficile da identificare: condizioni di infelicità, solitudine, paura o ansia che sorgono per esempio in situazioni di tensione familiare, insicurezza o anche difficoltà scolastiche.

La soglia della comparsa di questi effetti varia ovviamente da bambino a bambino.

L'AIUTO DEL MEDICO

In caso di dubbi sulla crescita dei bambini, è sempre consigliabile consultare il proprio pediatra e, se necessario, il medico specialista: l'auxologo.

L’Auxologia (dal greco auxo “accrescere”) è la disciplina che si occupa della crescita staturo-ponderale del bambino e dello sviluppo puberale e sessuale dell’adolescente.

L'UNITÀ OPERATIVA DI AUXOLOGIA

L'Unità Operativa di Auxologia dell'Istituto Auxologico Italiano rappresenta da oltre 30 anni un punto di riferimento per tutto il territorio nazionale.

Si occupa del trattamento integrato multidisciplinare di bambini e adolescenti affetti da obesità grave (inclusi pazienti con obesità genetica), diabete mellito, disturbi del comportamento alimentare (DCA), anoressia nervosa, bassa statura e disordini dello sviluppo puberale.

CENTRO DISORDINI DELLA CRESCITA E DELLA PUBERTÀ

Il Centro Disordini della Crescita e della Pubertà di Auxologico a Milano si avvale di un’equipe altamente specializzata in grado di accogliere e soddisfare tutte le richieste diagnostiche e terapeutiche relative ai problemi di crescita (in difetto e in eccesso) e di pubertà (precoce o ritardata) dei pazienti a partire dai 4-5 anni di età fino all’età giovane-adulta, ponendosi quindi come punto di riferimento per la famiglia e per il pediatra.

INFORMAZIONI E PRENOTAZIONI

Источник: https://www.auxologico.it/approfondimenti/figlio-cresce-altezza

Questi segnali ti aiutano a capire se tuo figlio ha bisogno della psicoterapia

Mio figlio non è più un bambino

La salute mentale dei bambini è un’emergenza di cui occorre parlare. I tentativi di suicidio dei giovani sono raddoppiati nell’ultimo decennio, e alcuni riguardano piccoli di soli 5 anni.

Basti pensare che solo negli Stati Uniti, secondo le stime, a oltre 4 milioni di bimbi è stato diagnosticato il disturbo d’ansia e a quasi 2 milioni la depressione. Secondo gli esperti si tratta di un’epidemia nascosta.

Nonostante la consapevolezza sul tema sia certamente aumentata, soltanto il 20% dei bambini con un disturbo di salute mentale diagnosticabile ottiene davvero l’aiuto di cui ha bisogno.

Per un genitore è difficile far fronte a tutto ciò. Tuttavia psichiatri e psicoterapeuti sono d’accordo sul fatto che esistano trattamenti, tra i quali la terapia e i farmaci, che possono fare una profonda differenza.

La difficoltà sta nel comprendere se un bambino possa trarre beneficio da un aiuto esterno e poi capire come ottenerlo.

Fortunatamente secondo gli esperti esistono dei segnali e dei comportamenti comuni da tenere d’occhio, così come alcune semplici norme per relazionarsi alla terapia. Ecco qualche consiglio per aiutare i genitori.

Per prima cosa, un promemoria: entro certi limiti, comportarsi male è normale

Certo, l’infanzia può essere meravigliosa. Ma anche molto, molto, difficile. I bambini stanno imparando a farsi strada nel mondo, superando gli ostacoli e cambiando ogni giorno.

“Tutti i bambini provano delle emozioni”, dice Alexandra Hamlet, psicologa clinica al Centro disturbi dell’umore presso l’Istituto per la mente del bambino (Child Mind Institute).

“Le emozioni non sono negative e quando ci sono delle difficoltà i bambini sono in grado di superarle.

Per cui quando avvertono delle emozioni e sono in crisi non significa necessariamente che hanno bisogno della psicoterapia”.

I genitori dovrebbero sentirsi rassicurati nel sapere che gli scatti d’ira, di rabbia e anche semplicemente le giornate “no”, non sono solo tipici dell’età: sono previsti dal punto di vista dello sviluppo, specialmente nei più piccoli. Certo, possono essere sintomo di problemi di fondo, ma per molti costituiscono anche una sorta di rito di passaggio.

Ciò a cui bisogna prestare attenzione è la frequenza, la durata, la gravità e l’appropriatezza di questi comportamenti rispetto all’età del bambino

“Quasi tutti i bambini piccoli hanno degli scatti d’ira prima o poi”, ripete Steven Meyers, ricercatore e professore di psicologia presso la Roosevelt University e psicologo di Chicago. Ma bisogna fare attenzione a quanto durano gli scatti, quanto tendono a essere gravi e se il bambino continua ad averli anche una volta superata l’età in cui si possano considerare appropriati.

Il compito degli specialisti è raccogliere i feedback dei genitori e usare gli strumenti di valutazione clinica disponibili, come le scale di valutazione, per comprendere se il comportamento di un bambino sia effettivamente fuori dalla norma.

Se il bambino è arrivato a un punto in cui i problemi comportamentali (dai cambi d’umore agli scatti d’ira o ai problemi di concentrazione) gli impediscono di affrontare le giornate, o se essi interferiscono con lo svolgimento delle attività di un genitore, allora è un segnale da prendere in considerazione. Per esempio, è normale fare i capricci prima di andare a scuola, ma se il bambino ha crisi nervose quotidiane, durature e che fanno far tardi un genitore al lavoro, si tratta di un potenziale segnale del fatto che sta succedendo qualcosa di più serio.

″È quando le emozioni iniziano a essere ingestibili e hanno delle conseguenze sulle prestazioni del bambino o ne compromettono le funzionalità che arriva il momento di dirsi ‘Ok, cerchiamo di andare a fondo per capire di cosa si tratta’, consiglia Hamlet.

Prendi nota e confronta con gli amici

Anche se il mondo dei genitori è spesso intriso di spirito di competizione e giudizi severi, sia Meyers sia Hamlet ritengono che confrontarsi con amici o famigliari con bambini di età simile ai propri sia un modo efficace per iniziare a capire se il proprio figlio sia effettivamente in difficoltà. Tuttavia bisogna sempre ricordare che i bambini sono molto diversi tra loro: non si tratta dunque di fare paragoni quanto piuttosto di sfruttare la propria rete sociale per iniziare a stabilire alcune linee guida.

È inoltre molto efficace prendere appunti sui cambiamenti o gli schemi che si vedono emergere, in modo che quando ci si rivolge al pediatra si sia in grado di fornire esempi concreti, anziché limitarsi semplicemente a elencare l’episodio o il comportamento più recente che si riesce a ricordare.

Nei bambini l’ansia e la depressione non si manifestano necessariamente allo stesso modo

“I disturbi psicologici sono di due tipi”, spiega Meyers, sottolineando però come questa sia una distinzione approssimativa. “Quelli del primo tipo riguardano il comportamento, come il disturbo da deficit di attenzione o il disturbo oppositivo provocatorio. Di solito è semplice coglierne i sintomi, perché sono visibili e impattano sulle vite delle altre persone”.

“Il secondo tipo comprende i cosiddetti disturbi interiorizzati”, continua Meyers, “tra i quali l’ansia e la depressione, che possono essere più difficili da diagnosticare in quanto i loro sintomi si basano più che altro su pensieri e sentimenti alterati, piuttosto che su comportamenti irregolari”.

Per quanto non siano affatto esaustivi, alcuni segnali inaspettati di ansia nei bambini comprendono problemi di concentrazione, rifiuto e scatti d’ira: forse non esattamente quelli che i genitori credano essere i tratti caratteristici del comportamento ansioso. “È semplicemente il loro modo di reagire alle preoccupazioni”, spiega Hamlet.

Allo stesso modo, i segnali della depressione variano così sensibilmente che è difficile elencarne solo alcuni. I genitori dovrebbero prestare attenzione a episodi di irritabilità, scatti d’ira e cambiamenti nel modo di mangiare e dormire. Non bisogna aspettarsi necessariamente che la depressione si manifesti nel modo più ovvio, cioè con la tristezza.

Anche i segnali fisici possono essere importanti, soprattutto nei bambini che potrebbero non possedere le abilità verbali per esprimere ciò che sentono. “Quello che i genitori potrebbero notare maggiormente è che il bambino lamenta mal di testa o mal di pancia, poiché non è in grado di descrivere il malessere a parole e quindi probabilmente lo somatizza a livello fisico”, continua Hamlet.

Infine, mai ignorare ciò che sembra un’emergenza, come i casi in cui il bambino smette di mangiare, provoca episodi di autolesionismo o esprime pensieri o comportamenti suicidi. Si tratta di un’emergenza ed è necessario chiedere subito aiuto.

Prendi in considerazione la tua storia familiare

Anche se i problemi di salute mentale sono il risultato di un insieme complesso di fattori genetici e ambientali, è importante essere consapevoli della propria storia familiare, dice Hamlet.

“Bisogna tenere a mente eventuali precedenti in famiglia”, dice, poiché i disturbi mentali possono essere un tratto caratteristico della famiglia. La genetica non è certo un destino, ma semplicemente uno dei tanti fattori da tenere in considerazione.

Ricorda che porre delle domande va sempre bene

Se sei preoccupato per la salute mentale di tuo figlio dovresti assolutamente sentirti autorizzato a portarlo da un esperto e iniziare a parlarne. Se non sai come trovare uno specialista di salute mentale pediatrica, chiedere al pediatra può essere un ottimo punto di partenza. Anche gli insegnanti possono anche essere un buon punto di riferimento, dice Meyers.

Chiedere delle informazioni non significa necessariamente che il tuo bambino stia iniziando un lungo trattamento di salute mentale, anche se non ci sarebbe assolutamente nulla di sbagliato se lo facesse. Purtroppo capita che lo stigma nei confronti dei problemi di salute mentale impedisca ai genitori di chiedere aiuto.

“Per un genitore può essere difficile”, dice Hamlet. “A volte drammatizzano. A volte pensano ‘Beh, non voglio etichettare mio figlio. Non voglio che pensi di avere qualcosa che non va’. Ripetiamo, però, che cercare un’opinione esterna non significa necessariamente che il bambino inizierà una cura; è solo un modo di essere attenti e informarsi”.

Chiedi ai tuoi figli come si sentono, poi ascoltali

È importante parlare regolarmente delle condizioni emotive dei bambini, anche quando sono molto piccoli.

Alcuni sono più comunicativi di altri, dice Meyers, ma se si stabilisce l’abitudine di parlare dei loro pensieri e sentimenti, potrebbe diventare più semplice convincerli a rivolgersi a un genitore quando sentono di essere in difficoltà.

A quel punto la mamma o il papà saranno maggiormente in grado di guidarli verso un aiuto esterno in base alle necessità.

È fondamentale ascoltare senza passare subito alla quella che Meyers chiama la “modalità di intervento”. Il genitore non ha tutte le risposte e non può risolvere ogni problema.

″È dura rimanere concentrati ad ascoltare quando i bambini descrivono eventi dolorosi, vorremmo soltanto farli sentire meglio”, dice. “Ma a volte abbiamo troppa fretta”.

“Bisogna ascoltare. Fare domande per capire i dettagli”, aggiunge Meyers. “Chiedere al bambino come si sente e trasmettere comprensione e compassione, piuttosto che passare direttamente a cercare di risolvere il problema”.

Источник: https://www.huffingtonpost.it/entry/questi-segnali-ti-aiutano-a-capire-se-tuo-figlio-ha-bisogno-della-psicoterapia_it_5d5bc012e4b0f667ed6826d4

Gravidanza
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