Maternità: la rivoluzione delle partite IVA

Partita IVA per Infermieri nel 2021

Maternità: la rivoluzione delle partite IVA

Stai valutando la possibilità di metterti in proprio e aprire la partita IVA come infermiera o infermiere professionale ma ti preoccupano gli adempimenti fiscali e previdenziali?

In questo articolo vogliamo tranquillizzarti, dandoti qualche consiglio utile, e farti sapere che i professionisti di Imprenditoriamo sono al tuo fianco per permetterti di svolgere il tuo importantissimo lavoro con serenità.

Adempimenti per esercitare come Infermiere autonomo

Vediamo quali sono i passaggi da seguire.

1) Per prima cosa sarà necessario aprire la partita IVA per la professione infermieristica. Ci sono dei codici appositi – denominati codici ATECO – che identificano le varie attività economiche e professionali. Nel tuo caso il tuo codice ATECO di riferimento è 86.90.29, ovvero “Altre attività paramediche indipendenti nca

La richiesta di attribuzione della partita IVA può essere gestita in autonomia, recandosi presso un ufficio dell’Agenzia delle Entrate oppure affidandosi a intermediari come Commercialisti, Consulenti del Lavoro, Tributaristi. Naturalmente, se vorrai, potrai affidarti anche a noi di Imprenditoriamo.

Se deciderai di occuparti tu in prima persona di aprire la partita IVA, fai molta attenzione a non dimenticarti di verificare se puoi accedere al regime forfettario e, nel caso, compila correttamente la casella con la quale dichiarerai di volerne usufruire. Si tratta di un regime fiscale che permette delle importanti agevolazioni rispetto al regime ordinario e gode di semplificazioni fiscali e contabili.

> Scopri di più sul regime forfettario

2) Il passo successivo è quello di iscriverti all’Albo tramite l’Ordine Provinciale di competenza in base alla tua residenza. Per l’iscrizione è necessario:

  1. avere il pieno godimento dei diritti civili;
  2. essere in possesso del prescritto titolo ed essere abilitati all’esercizio professionale in Italia;
  3. avere la residenza o il domicilio o esercitare la professione nella circoscrizione dell’Ordine.

Possono essere iscritti all’Albo le persone straniere in possesso dei requisiti di cui al comma 3, che siano in regola con le norme in materia di ingresso e soggiorno in Italia.

Fonti: www.fnopi.it Art. 5 DLCPS 233/46 modificato dalla L.3/18

3) Entro 60 giorni dall’inizio dell’attività dovrai iscriverti alla Cassa previdenziale dedicata alla tua professione, la procedura è molto semplice:

  1. vai sul sito www.enpapi.it, scarica e compila la domanda per l’iscrizione alla GESTIONE PRINCIPALE. Ecco il link diretto per la compilazione della domanda https://www.enpapi.it/wp-content/uploads/2020/11/Domanda-di-iscrizione_GP.pdf
  2. invia la domanda assieme a un documento di identità alla PEC info@pec.enpapi.it da una casella PEC (la PEC può anche non essere intestata a te). In alternativa nel sito troverai l’indirizzo per inviare la documentazione a mezzo raccomandata.

Ti raccomandiamo di fare attenzione alla scadenza dei 60 giorni perché se l’invio venisse effettuato oltre tale termine:

Caso 1: invio dal 61° giorno entro il 90° giorno si incorrerà in una sanzione di 20,00 €.

Caso 2: invio oltre il 91° giorno si incorrerà in una sanzione di 100,00 €.

Quanto costa l’ENPAPI?

I contributi si suddividono in tre tipologie: SOGGETTIVO, INTEGRATIVO, MATERNITA’.

  • Il contributo soggettivo (*) viene calcolato in base al reddito dichiarato nella dichiarazione dei redditi e per il 2021 è pari al 16%
  • Il contributo integrativo è del 4% e deve essere aggiunto al tuo compenso in tutte le fatture che emetterai

Il contributo maternità è versato una tantum e viene stabilito annualmente, per l’anno 2020 era di 80,00 €.

(*) Per quanto riguarda il contributo soggettivo ricorda che:

  • ha un importo minimo che deve essere pagato anche in assenza di incassi, attualmente pari a 1.600 €;
  • se hai meno di 30 anni puoi chiedere la riduzione del 50% dei contributi soggettivi.

> Per approfondire l’argomento

Regime fiscale

Prima di tutto devi tenere a mente che, come professionista, paghi le tasse e i contributi solamente sulle fatture che incassi. E’ un aspetto molto importante perché non rischierai di pagare tasse e contributi che non hai ancora incassato.

Inoltre ti do una buona notizia, infatti anche per l’anno 2021 hai la possibilità di accedere al regime forfettario.

Il regime forfettario può essere uno strumento molto utile per chi ha intenzione di aprire una propria attività oggi.

Il regime forfettario è una Flat Tax, per la quale in presenza di alcuni requisiti, è prevista un’aliquota super agevolata al 5% per i primi 5 anni di attività, per poi passare a una tassazione del 15% per sempre.

Se consideri che la tassazione normale parte dal 23% per arrivare fino al 43%, questo è un ottimo incentivo per te che stai pensando di avviare la tua attività.

Inoltre il regime forfettario opera in base ai coefficienti di redditività. Senza entrare troppo nel dettaglio, devi considerarli come costi attribuiti dallo Stato (basati su statistiche a livello nazionale) per la tua attività.

Per gli infermieri il coefficiente di redditività è del 78%.

Questo vuol dire che su ogni 100 € incassati pagherai le tasse e i contributi soggettivi su 78 €.

N.B. Non potrai dedurre nessun costo, l’unica spesa che potrà abbassare l’imponibile fiscale è il pagamento dei contributi ENPAPI.

Esempio pratico

Facciamo un esempio su quanti contributi e tasse pagherai il primo anno.

Incassi annuali: 40.000 €

Coefficiente redditività: 78%

= Imponibile previdenziale: 31.200 €

Contributo Soggettivo 16%: 4.992 €

Contributo Maternità: 80 €

Tasse 5%: 1.560 €

Quindi, avendo incassato 40.000 € e avendo pagato 4.992 € di contributi soggettivi, 80 € di maternità e 1.560 € di tasse, ti resterà un netto di 33.368 €.

N.B. Il contributo integrativo non deve essere considerato perché viene pagato dai tuoi clienti e tu dovrai direttamente versarlo all’ENPAPI, quindi non rientra nel calcolo del tuo reddito.

Requisiti e limiti del regime forfettario

I limiti sono tanti e alcuni sono complessi da spiegare per questo ti suggeriamo di chiedere sempre supporto a un professionista, ma ti vogliamo riportare i requisiti più importanti per poter accedere al Regime Forfettario:

  • non superare 65.000 € di incassi come attività professionale, se inizi in corso d’anno devi rapportare i 65.000 € ai mesi di apertura. (es. inizi a luglio dovrai calcolare 65.000/12*6 = 32.500 €);
  • non superare i 30.000 € di reddito da lavoro dipendente o assimilato;
  • non essere socio di società di persone o di impresa familiare o in alcuni casi di SRL;
  • non avere una partita IVA come adetto al network marketing.

Conclusioni

Sicuramente il mercato richiede sempre più Infermieri qualificati e con partita IVA – sia in ambito ospedaliero che domiciliare – quindi puoi prepararti con fiducia ad affrontare questo percorso, con tanti strumenti fiscali e agevolazioni oggi disponibili.

Hai bisogno di ulteriori informazioni o di supporto?

Se vorrai un supporto contattaci con fiducia, saremo lieti di mettere a tua disposizione i nostri servizi e la nostra esperienza.

Compila il seguente form o scrivici su info@imprenditoriamo.it

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Maternità nel mondo

Maternità: la rivoluzione delle partite IVA

Lo scenario migratorio nazionale registra al 1° Gennaio 2020 una presenza di stranieri regolari pari a 5.306.548 unità (8,8% della popolazione totale). Inoltre, secondo le stime della Caritas, sono circa 650.000 gli immigrati irregolari e/o clandestini.

Le ragioni per cui queste popolazioni si sono trasferite nel nostro paese indicano una forte tendenza all’inserimento stabile e sono prevalentemente due: il 41,6% per motivi di lavoro e il 48,6% per ricongiungimento familiare, seguiti da permessi collegati all'asilo e alla protezione internazionale, e da quelli per motivi di studio.

Attualmente poco più del 50% degli immigrati è costituito da donne (fonte: epicentro iss); queste sono generalmente giovani (più del 65% di età compresa tra i 19 e i 40 anni) e, quindi, in età riproduttiva.

Nonostante la loro provenienza sia molto varia e in prevalenza da paesi ad economia meno avanzata (27% dall’Europa dell’Est, 20% dall’Asia, 19% dall’Africa e 13% dall’America Latina), le donne immigrate non sono ancora considerate come soggetti autonomi nello studio della dinamica migratoria, ma piuttosto come figure secondarie alla migrazione maschile. La maggior parte di loro proviene dai paesi del sud-est del mondo, dove ogni anno 515.000 donne muoiono per cause correlate alla gravidanza e al parto e 10,6 milioni di bambini muoiono entro il primo anno di vita, di cui il 38% nelle prime quattro settimane.

Rapporti con la maternità a confronto:

Sappiamo che il significato di essere madre ed il valore della maternità hanno seguìto, specialmente negli ultimi 50 anni, percorsi assai diversi presso le donne e le comunità del mondo industrializzato rispetto a quelle dei paesi cosiddetti in via di sviluppo.

Nelle società industriali avanzate di oggi, la maggior parte delle donne ha assunto costumi riproduttivi particolari, finalizzati al controllo delle nascite, e per alcune, non avere figli è diventata una scelta: la maternità non è più una conseguenza inevitabile del matrimonio o della convivenza.

In questa realtà, la donna si sente spesso come sotto un tiro incrociato: da una parte c’è la voglia di realizzazione personale, gli studi, la carriera.

Dall’altra, permangono le continue sollecitazioni mediatiche e sociali sul ruolo di madre-moglie nell’accezione più tradizionale del termine.

Talvolta la maternità viene affrontata quasi con uno “spirito professionale”, cercando di gestire tutto al meglio ma in realtà preoccupate di tornare ai “veri problemi” della vita, vivendo la gravidanza quasi come un’interruzione della “vita reale”.

Esiste così un abisso tra questa esperienza emotiva di maternità e quella di coloro che provengono da società di tipo tradizionale.

Infatti, provenendo da un mondo in cui la maternità viene vissuta come un valore assoluto, risulta spesso difficile integrarsi nel mondo occidentale che, pur non negando in teoria il valore della maternità, lo subordina spesso al diritto della donna ad una sua scelta autonoma ed alla sua affermazione personale.

Per la quasi totalità delle donne immigrate da paesi non industrializzati, la maternità rappresenta un elemento essenziale della propria identità e della propria esistenza.

Di conseguenza, le ansie rispetto alla maternità sono in primo luogo legate al timore di non poter procreare, e di non poter dunque svolgere il ruolo assegnato dalle società tradizionali, cioè quello di assicurare la riproduzione dei membri della comunità.

Se la donna non assolve a questa funzione sociale, essa smarrisce l’identità e l'essenza della propria femminilità. Essere donna in queste realtà significa sostanzialmente essere madre.

Nell’immaginario di queste donne, non è previsto che una coppia scelga di non procreare, poiché tutte le rappresentazioni culturali presentano il ruolo della donna come quello di riproduttrice di vita.

Inoltre per la donna immigrata, anche la pluri-natalità è un valore, e l'elevato numero di figli in una famiglia è espressione di ricchezza, mentre nel mondo occidentale tali valori non sono generalmente più riconosciuti.

Maternità e integrazione culturale:

Tutto ciò, crea spesso nella donna una sensazione di disagio sulla via dell'integrazione culturale con il paese ospitante.

Essere immigrate in Italia comporta quindi una sorta di rivoluzione della propria identità di genere: le donne si trovano ad occuparsi di loro stesse e della propria famiglia con modalità che appaiono connotate più al maschile che al femminile, secondo i loro sistemi culturali di riferimento. Inoltre, alcune di loro sono costrette a rinunciare o a procrastinare il progetto riproduttivo, poiché essere madri appare incompatibile con la loro condizione di lavoratrice, e ciò può creare una lacerazione profonda nella propria concezione di essere donna ed incidere negativamente sul loro benessere psicofisico.

Un altro elemento che differenzia profondamente l’esperienza della maternità’ e del parto tra noi e coloro che provengono dal Sud e Sud-Est del mondo è che per queste donne, questi sono eventi assolutamente fisiologici, che coinvolgono l'intera famiglia allargata, comprese le donne della comunità.

Nel paese straniero invece questa esperienza è vissuta in solitudine, assumendo quasi le caratteristiche di una patologia.

Le esperienze di queste donne sono quindi quelle di persone in un nuovo paese, lontano dalle sicurezze e dai forti legami parentali, che pertanto vivono la maternità in solitudine, in una situazione fortemente medicalizzata e quindi per loro difficilmente comprensibile.

Del resto sappiamo che l’assistenza alla gravidanza è sostanzialmente una procedura di medicina preventiva ed essendo la prevenzione un lusso, risulta che nei ¾ del pianeta dove ogni minuto una donna muore per cause correlate alla gravidanza, questo concetto risulta essere pressoché sconosciuto.

L'intimismo tradizionale del vissuto della maternità appartenente alla maggior parte delle donne immigrate, può trasformarsi, quindi, in un mutismo forzato, se gli operatori della salute non si sforzano di capire le esigenze di queste persone e a comunicare con loro al fine di coinvolgerle nel processo assistenziale. Il senso di inadeguatezza, il “vissuto di malato”, la mancanza della famiglia allargata, aggravati dalle difficoltà di comprensione linguistiche e culturali, portano in genere la donna ad accedere con maggior difficoltà e diffidenza ai servizi.

Da qui, negli anni, abbiamo sentito la necessità di passare, nell’assistenza alle pazienti straniere, da un fase di emergenza alla strutturazione di percorsi che consentissero anche alle immigrate gli stessi standard di protezione e promozione della salute di cui godono le donne italiane.

I fattori di rischio:

Dal ‘94 ad oggi sono afferite presso la nostra struttura donne di 55 nazionalità in relazione alla realtà migratoria del nostro territorio.

Sappiamo, da dati rilevati da alcuni studi condotti a livello nazionale, che il primo controllo in gravidanza per le immigrate avviene solitamente in epoca più tardiva rispetto alla media delle nostre connazionali, a causa della scarsa conoscenza dei servizi (consultori, ospedali, vie d'accesso alle prenotazioni, etc.), a problemi di trasporto, indisponibilità di tempo da parte del marito e talvolta a timori sulla propria sicurezza.

Conseguenza del ritardo della prima visita e dei primi accertamenti, soprattutto ecografici, risulta essere una maggiore difficoltà di datazione della gravidanza, dovuta anche al mancato ricordo dell'ultima mestruazione o alla possibile presenza di perdite simil-mestruali durante il 1° e 2° mese di gravidanza.

Nei paesi in via di sviluppo, la gravidanza, il parto ed il puerperio rappresentano tuttora uno dei maggiori momenti di rischio per la salute e per la vita della donna; questo si rispecchia anche nella realtà delle donne immigrate, le quali presentano fattori di rischio più elevati rispetto alla popolazione generale.

Sono da segnalare in questo contesto la giovane età, la multiparità, una anemia di base, la frequente coesistenza di patologie genitali e, soprattutto, condizioni socio-economiche disagiate associate alla condizione di immigrata.

Si spiegano su queste basi la più elevata percentuale (in rapporto alla popolazione locale) di complicanze al momento del parto, di parti prematuri, di tagli cesarei, di una maggiore nati-mortalità e basso peso alla nascita.

Sappiamo, da dati pubblicati dalla società italiana di pediatria nel 1999, che il rischio di mortalità e morbilità perinatale in Italia è significativamente più alto nei bambini stranieri, 16 per mille, rispetto all’8.3 degli autoctoni.

Per quanto riguarda l’esito delle gravidanze seguite, purtroppo i dati sono abbastanza frammentari e questo rispecchia la maggior difficoltà nella gestione della paziente immigrata, oltre alle non poche difficoltà legate alla nostra possibilità di rilevamento dati, non avendo ne’ tempi (orario) né strumenti (operatori, sistema informatizzato) previsti per questo scopo.

Comunque per quanto riguarda l’incidenza di parti cesarei, le poche statistiche esistenti a livello nazionale non danno indicazioni univoche; diffusamente sembra esserci un minor ricorso rispetto alle italiane (l'Italia si colloca tra i primissimi posti al mondo per ricorso a tale pratica) ma con frequenza maggiore rispetto al proprio paese; certamente appaiono più frequenti le indicazioni legate all'urgenza (sofferenza fetale acuta, patologia del travaglio, complicanze legate all'infibulazione) rispetto ai cesarei programmati.

A sostegno delle donne:

Ma quali sono state le nostre scelte rispetto alle modalità operative messe in atto in questi anni?

In primo luogo, abbiamo cercato di creare un ambiente accogliente in cui la donna si sentisse accettata e valorizzata nella propria dignità. Abbiamo attuato una modalità di counselling che facesse sentire queste donne prese in carico come “persone”, in modo da stabilire con loro una relazione di fiducia e collaborazione.

La donna straniera non è solo espressione di una diversa cultura: è prima di tutto una persona con la sua individualità ed i suoi bisogni specifici, che proviene sì, da un altro mondo in cui i sistemi valoriali sono spesso profondamente diversi dai nostri, ma che proprio per questo necessita di una modalità di ascolto che sia in grado di leggere e decodificare la sua domanda.

Il rischio infatti è sempre quello di sperimentare l’incomunicabilità, non solo linguistica, ma anche quella che nasce dalla difficoltà che il paziente straniero, ma non solo, prova nel riconoscere ed esprimere i propri vissuti interiori.

Col tempo abbiamo in realtà capito che le difficoltà linguistiche possono rappresentare uno scoglio ma anche una risorsa, se ci stimola ad enfatizzare la comunicazione non verbale con un atteggiamento empatico.

In questo senso, il lavoro della mediatrice culturale, rappresenta una risorsa preziosa in quanto ha non solo il compito di traduttore linguistico, ma soprattutto quello di chiarire e contestualizzare all’operatore il significato di comportamenti e bisogni dell’utente straniera e, viceversa chiarire alla donna la logica e l’organizzazione dei servizi sanitari.

In questo modo, aiutando a superare le barriere linguistiche e culturali, la figura della mediatrice promuove anche un miglior utilizzo dei servizi, migliora la qualità delle prestazioni offerte e favorisce quindi l’integrazione sociale e culturale della popolazione immigrata nel nostro territorio.

Nella nostra esperienza il lavoro di informazione e “accompagnamento”, volto a facilitare non solo l’accesso al consultorio ma anche quello alle strutture esterne (ospedale, ect), ha portato frutti positivi con il progressivo abbassamento dell’epoca alla prima visita e la continuità nei controlli successivi.

Источник: https://www.ginecologadelbravo.it/maternit%C3%A0-nel-mondo

Partite Iva con pochi diritti: “Impossibile diventare mamme”

Maternità: la rivoluzione delle partite IVA

Ci sono pure dei vantaggi, non c’è dubbio. Gli orari, l’organizzazione del lavoro, il poter scegliere quando e come passare del tempo con i propri figli. La flessibilità è l’aspetto più apprezzato del lavoro autonomo e le mamme con la flessibilità vanno a nozze.

Poi però ci sono tutti gli altri aspetti relativi alle (poche) tutele: il rischio di perdere clienti quando si partorisce, la fatica di dover “ripartire da zero” dopo l’allattamento, l’obbligo di adattare il proprio mestiere alle esigenze del bimbo senza poter chiedere un impiego part time.

Il Jobs Atc

Non è difficile capire quanti e quali diritti può vantare la grande famiglia delle partite iva, dei piccoli imprenditori, degli artigiani, dei liberi professionisti e dei commercianti. Ogni categoria ha tutele proprie e differenziate.

Pochi mesi fa il Parlamento ha approvato in via definitiva quello che Matteo Renzi aveva presentato come il “Jobs Act degli autonomi”. Passi in avanti, ma non da gigante.

È stato riconosciuto il diritto ad essere pagati entro e non oltre i 60 giorni, la possibilità di interrompere i contributi fino a due anni in caso di malattia invalidante (ma il debito andrà rateizzato in futuro) ed è nata la definizione di smart working.

Poi è diventata strutturale l’indennità di disoccupazione (per i co.co.co.

), le spese per la formazione sono deducibili al 100% (fino a 10mila euro) e ci sono novità anche per malattia e infortuni: in caso di patologie oncologiche dal punto di vista economico vengono riconosciuti periodi di assenza alla pari della degenza ospedaliera e per chi presta attività continuata è possibile sospendere il rapporto di lavoro per 150 giorni. Salvo – e qui arriva la fregatura – il committente non comunichi il venir meno dell'interesse. Frase che annulla gli effetti positivi della norma.

“Ho paura a diventare mamma”

Sembra una rivoluzione. In realtà sono briciole. Solo lo 0,72% dei contributi versati delle partite Iva all’Inps finiscono col finanziare il loro welfare. Poco o niente. E la maternità è uno dei nodi cruciali della questione. “Ho paura di affrontate una gravidanza”, racconta a ilGiornale.

it Annarita S'Urso, piccolo imprenditore. Il suo negozio biologico ha all’interno anche un bar e un ristorante. Gestirlo non è cosa da poco: “Ogni volta che penso ad avere un bambino – dice – sopraggiunge il timore di affrontare il periodo della maternità.

Come faccio a lasciare la bottega per cinque mesi? Io oggi vado al lavoro anche con la febbre, dovrei farlo anche incinta. E se poi arriva una complicazione? Non si può fare”. Mancano le condizioni per prendere una decisione in serenità. “Il rischio di impresa è alto e non nessuno ti sostiene”.

La soluzione potrebbe essere la riduzione del carico fiscale per le mamme autonome? “Assolutamente sì – spiega Annarita – basterebbe non pagare l’Inps per i 9 mesi di gravidanza e per i primi mesi di vita del bimbo: sarebbe già un cambiamento enorme.

Oppure servirebbe un’agevolazione vera per l’assunzione di un dipendente che mi sostituisca”.

Partite Iva, ora scatta la rivolta “Noi autonomi fuori dall'Inps”

Vantaggi e svantaggi

Il problema è che una volta conclusa la maternità, il rientro al lavoro è decisamente complicato. Mentre una dipendente riprende il suo posto alla scrivania come se nulla fosse, un autonomo deve entrare di nuovo nel mercato.

Lo sa bene Alessia Borgonovo, giornalista che dopo alcune esperienze nei quotidiani ora si occupa di comunicazione. Con la partita Iva ha partorito due bambini e conosce vantaggi e svantaggi di una posizione che ti tiene sempre “sul filo del rasoio”.

“Dal punto di vista organizzativo – racconta – è utile: le lavoratrici dipendenti devono seguire degli orari fissi, mentre a me la flessibilità permette di organizzare il tempo con i miei figli”.

Il prezzo da pagare, però, non è indifferente. “Gli sconti fiscali per le mamme partite iva sono troppi pochi: non vanno in detrazione i costi della babysitter e le tutele non sono sufficienti, soprattutto per quelle a rischio”.

Per carità: i voucher baby sitter e asilo nido (600 euro mensili) esistono, ma se per le lavoratrici dipendenti dura sei mesi, per le autonome solo tre. “Io sono stata a casa per la gravidanza 8 mesi e non ho avuto sostegni. Ho partorito due gemellini e ho ricevuto l’assegno per la maternità come se ne avessi messo al mondo solo uno.

Mio marito per aiutarmi ha chiesto le ferie, perché i giorni di paternità erano una farsa”.

Poche tutele

A conti fatti, i benefici sono inferiori a quelli goduti da una dipendente. Mancano le ore di allattamento retribuito e la garanzia di non licenziamento fino ad un anno di età del figlio. Le nuove regole del Jobs Act, va detto, hanno migliorato la situazione.

Ma non in maniera radicale.

Ora la lavoratrice autonoma in gravidanza può continuare a fatturare (prima era obbligata a fermarsi), ha diritto alla maternità obbligatoria di cinque mesi (due prima del parto, tre dopo) e se vorrà seguire il bimbo per sei mesi entro i primi 3 anni di vita (per le dipendenti si arriva fino ai sei anni) può chiedere il congedo parentale. Inoltre, esiste la possibilità di nominare un sostituto di fiducia per il periodo di assenza. Il problema è che la realtà alla fine cozza con la genericità delle leggi.

Come nel caso di Marta, libero professionista e madre di due bambine, una delle quali appena partorita. Per la prima gravidanza si è vista rifiutare il congedo parentale perché non aveva guadagnato abbastanza.

A chi è iscritto alla Gestione separata, per maturare il diritto occorre aver versato nei 12 mesi precendenti almeno 3 mensilità di contribuzione (con aliquota maggiorata). Il calcolo è presto fatto: “Il minimale Inps nel 2015 era di 15.

548 euro e l’aliquota della Gestione separata al 27,72% – racconta Marta – Di conseguenza i contributi annui da versare erano di 4.309 euro. L’inps richiedeva almeno 3 mensilità, quindi almeno 1.077 euro. Io ne avevo pagati solo 347, perciò non ho muturato il requisito per accedere al congedo”.

E lo Stato non si è impietosito neppure quando si è scoperto che la gravidanza di Marta era talmente a rischio da costringerla a rimanere sei mesi a letto. Senza poter lavorare.

La legge del mercato

“Quando stai a casa per il parto – spiega Alessia – esci di fatto dal mercato. Poi bisogna ripartire da zero. Io sono stata costretta a chiudere alcune consulenze e a scegliere quali clienti seguire e quali abbandonare. Con dei figli non puoi essere reperibile ad ogni ora del giorno. E questo nel fatturato finale incide parecchio”.

La differenza è tutta qui. Un dipendente, soprattutto a tempo indeterminato, assentandosi per mette al mondo un bimbo non rischia riduzioni di stipendio. Le partite iva invece viaggiano costantemente su una montagna russa.

“Se c’è un momento di crisi economica il primo a rimetterci è sempre l’imprenditore”, aggiunge Alessia. “E poi gli anni non sono tutti uguali, il fatturato è altalenante. E se un dipendente può chiedere il Tfr, noi autonomi dobbiamo risparmiare, tasse permettendo, in modo da affrontare ogni evenienza.

Facciamo affidamento sempre e solo sulle nostre forze”.

Il sogno allora sarebbe quello di ottenere una netta riduzione delle tasse. Magari specifica per le madri che scelgono la via della partita iva. “Aiuterebbe molto, forse più di quanto non possano fare le tutele di cui godono le lavoratrici dipendenti – conclude Alessia – Se non dovessi pagare così tante imposte, potrei pagarmi tutto da sola”.

Источник: https://www.ilgiornale.it/news/cronache/partite-iva-pochi-diritti-impossibile-diventare-mamme-1464212.html

Gravidanza
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