Liberi di esplorare: intervista a Claudia

Contents
  1. Un asilo in mezzo al bosco
  2. Cos’è “Il bosco dei piccoli”?
  3. Cosa lo rende diverso da altre realtà “più tradizionali”?
  4. Come è nata l’idea?
  5. Come reagisce il bambino?
  6. Come ci si organizza in caso di freddo intenso e maltempo?
  7. Quali le difficoltà incontrate nello sviluppo del progetto?
  8. I genitori sono entusiasti del vostro lavoro?
  9. Intervista alla scrittrice del
  10. Eccoci! Finalmente è uscito il tuo nuovo libro, vogliamo sapere subito due cose importanti: com’è nato questo titolo così particolare e d’impatto?
  11. Quale è stato il momento più complesso durante la fase di scrittura e quale invece il momento in cui tutto fluiva in maniera incredibilmente facile dal cuore alla penna? Ti è capitato di leggere nuovamente alcuni passaggi e pensare “No, non va bene” e quindi riscriverli o addirittura eliminarli completamente?
  12. Ogni libro è un viaggio tra le pagine, come definiresti questo tuo nuovo viaggio?
  13. C’è una frase a cui sei particolarmente legata? E perché?
  14. Oltre ad essere un’autrice, collabori anche come giornalista con la nostra testata, come ha influito e inciso sulla tua penna l’unione di queste due realtà differenti tra loro?
  15. Se dovessi tirare le somme, in cosa e quanto credi di essere cambiata come persona e come scrittrice in questi anni?
  16. Al termine di ogni tuo romanzo c’è sempre un pezzettino di una canzone, quanto conta per te la musica durante la stesura e come mai per questo libro hai scelto il brano “Esami” dei Viito?
  17. LEGGI ANCHE:Guzzi: dritto al cuore delle emozioni senza tanti giri di paroleLEGGI ANCHE:“Io+Kiara”: il romanzo d’esordio di Alessandro Di Domizio
  18. L’arte dell’incontro. Intervista a Claudia Castellucci
  19. Hai fatto della didattica un’arte, sganciandola da un concetto di causa-effetto standardizzato ed economicistico e perseguendo piuttosto una messa in discussione costante, attraverso il rapporto dialogico e lo stupore. Come sono cambiate le tue scuole negli anni?
  20. Il 16 ottobre, presso il Teatro Piccolo Arsenale, andrà in scena in prima assoluta Fisica dell’aspra comunione, creato con la Compagnia Mòra, nata dalla omonima Scuola di movimento ritmico che si è tenuta a Cesena tra il 2016 e il 2019. Come sei approdata alla scelta del Catalogue d’Oisaux di Olivier Messiaen – una composizione per pianoforte che traduce in note il canto degli uccelli – come ispirazione musicale? Rispecchia la tua idea di danza come arte che unisce realtà e mimesi?
  21. In questo periodo, durante la masterclass con i danzatori diplomandi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, stai lavorando sul tempo e sul ritmo, approfondendo in particolare concetti come pausa, intervallo e psicologia della durata. Il blocco dovuto alla pandemia ha in qualche modo influenzato la tua percezione del tempo?
  22. In un’intervista rilasciata nel 2009 a Klpteatro, dichiari che la tua non è una scuola di formazione, ma di ricerca e in Setta sostieni che il maestro è il vero principiante, perché è quello che comincia per primo una cosa. Citando Roland Barthes: «Vi è un’età in cui s’insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui s’insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare». Cosa stai cercando in questa fase del tuo percorso artistico?
  23. Nello statuto della Socìetas Raffaello Sanzio si legge “L’Associazione si propone come scopo primario di svolgere un lavoro di riflessione, elaborazione dell’arte del teatro in diretto riferimento al contesto sociale nel quale essa è inserita”: in quale contesto è nata la Socìetas, nel 1981? Cosa credi occorra all’arte in questo particolare momento storico?
  24. La scuola da te teorizzata non è uno spazio di libertà fittizia. Eviti l’approssimazione e lo spontaneismo attraverso gli esercizi, passaggi parametrici immediatamente analizzabili, che obbligano alla precisione. Nelle motivazioni per la consegna del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2020 vieni definita una “coreografa sobria, seria, minimalista ed esigente, che lavora con sacralità alla sua arte”. Che significato dai alla sobrietà?

Un asilo in mezzo al bosco

Liberi di esplorare: intervista a Claudia

L’asilo nido è il primo ingresso in società per i nostri bambini.
Riportiamo di seguito l’intervista a Maura Farris, insegnante e ideatrice insieme a Claudia Loglisci e Mattia Ravetti dell’asilo “Il bosco dei piccoli” a Veglio, in provincia di Biella.

Cos’è “Il bosco dei piccoli”?

Il progetto “Il bosco dei piccoli” prende ispirazione da alcuni princìpi pedagogici formulati da autori che sentiamo molto vicini al nostro sentire educativo: Montessori, Rousseau, Steiner, Neil, Pizzigoni, le sorelle Agazzi; ma soprattutto ci ispiriamo ai filoni pedagogici nord-europei basati sul progetto “asilo nel bosco”.

Punto di forza di questo approccio educativo è la possibilità di essere pionieri, di poter scrivere un nuovo capitolo.

Ogni asilo del bosco che nascerà in Italia, infatti, non sarà una fotocopia degli altri ma vivrà di vita propria, e adatterà il proprio progetto educativo ai talenti e al sentire dei maestri che lo “abiteranno”.

Noi educatori, così come i nostri bambini, ci sentiamo liberi di poter attingere alle teorie dei più grandi illuminati della storia, liberi di spaziare, di poter scegliere il meglio di ogni approccio pedagogico invece di essere imbrigliati in metodi che lasciano poco spazio alla sperimentazione.

La pedagogia del bosco è una pedagogia viva: la differenza sostanziale rispetto all’approccio classico è proprio questa. Il contesto naturale è la chiave di volta, il ritorno ai ritmi armonici e l’imparare attraverso l’esperienza diretta completano il quadro.

Anche il ruolo del maestro è innovativo, unmaestro che non interferisce nei ritmi di apprendimento e crescita del bambino, ma ne osserva da lontano il fluire e interviene come mediatore nei casi in cui la sua presenza sia necessaria. Non si impone e poco propone.

Il bambino si organizza da solo, crea, costruisce e inventa di sua spontanea volontà.

Cosa lo rende diverso da altre realtà “più tradizionali”?

“Il bosco dei piccoli” (qui la pagina del progetto) vuole divenire un luogo in cui i bambini si sentano liberi di interagire con le attività, i laboratori, i percorsi sensoriali e di movimento, oppure possano essere liberi di sedersi, di ascoltare la natura e il proprio pensiero interiore. Si creeranno luoghi d’incontro dove educatori e bambini possano condividere idee e pensieri sul funzionamento del percorso. Momenti della giornata in cui i bambini stessi diventeranno nostri maestri e ci insegneranno quali sono i tempi per vivere.

Noi crediamo che questa pedagogia e il suo metodo educativo si fondano sull’amore per il bambino, agendo sul rispetto dei tempi individuali, sulla sollecitazione delle predisposizioni specifiche di ogni bambino e sullo sviluppo autonomo.

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La nostra ispirazione pedagogica nasce dalla volontà di aiutare il bambino nel suo percorso di crescita, incentivando la sua autonomia “al far da solo”, la quale lo porterà ad accrescere autostima e consapevolezza delle proprie capacità, ma anche dei propri limiti.

Si tratta di concedere ai bambini di vivere il momento, di poter esplorare le proprie curiosità fino a conoscerne ogni angolino, e di decidere i propri tempi di apprendimento.

L’associazione, infatti, intende garantire e preservare il diritto dei più piccoli a una crescita sana e istintiva, aiutandoli a realizzare quelli che sono i loro talenti innati e aiutandoli nel percorso di crescita e sviluppo.

Come è nata l’idea?

Nell’estate del 2014 tre educatori, alla ricerca di un sistema formativo più rispettoso dell’animo e delle capacità dei bambini, si sono incontrati dopo anni di lavoro all’interno di realtà didattiche differenti.

Da questo incontro è nata la comune voglia di far nascere un progetto di educazione alternativa e si è deciso di partire alla volta di Ostia Antica, dove alcuni maestri e educatori avevano fatto nascere un asilo nel bosco.

Qui abbiamo scoperto un modo nuovo di gestire il servizio educativo, dove bambini e educatori condividevano il loro tempo in modo allegro, rilassato e soddisfacente per tutti, grandi e piccoli. Abbiamo inoltre realizzato come la pedagogia del bosco e la pedagogia del buon senso fossero già parte di noi.

Tornati a casa abbiamo messo in funzione le nostre menti e siamo andati a cercare la possibilità di realizzare, anche a casa nostra, questo sogno possibile.

Abbiamo quindi deciso di fondare un’associazione che potesse far vivere e rivivere il contatto con la natura, non solo ai bambini, ma anche alle loro famiglie.

Come reagisce il bambino?

I nostri bambini reagiscono seguendo il proprio spirito e per ognuno il periodo di “adattamento” ha tempi e modalità differenti, modalità che verranno condivise con i genitori e saranno dettate dalle necessità intrinseche di ogni bambino. Dopo questo periodo di adattamento i bambini imparano a conoscere tutti i volontari che interagiscono con il progetto, creano legami con gli altri bambini, e soprattutto si immergono nel contesto naturale.

Quello che dal primo momento ci ha colpito è l’incredibile capacità organizzativa di questi bambini e la grande armonia che si crea quando si trovano insieme: si sentono come un’unica famiglia e si preoccupano gli uni degli altri.
Molto importante è anche il fattore felicità, perché i bambini sono contenti di venire all’asilo. L’aria fresca e pulita che respirano tutti i giorni, poi, fa sì che le assenze per malattia siano assai rare.

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Come ci si organizza in caso di freddo intenso e maltempo?

“Il bosco dei piccoli” è a tutti gli effetti un servizio educativo, quindi con una struttura (normata come baby parking) che, in caso di forte freddo, vento e pioggia insistente, prevede di trascorrere le giornate all’interno di una struttura/rifugio, in un ambiente caldo e accogliente che i bambini possono modificare seguendo i propri interessi. All’interno della struttura si organizzano giochi e attività in autonomia e gli educatori si muovono come osservatori attenti. In altri momenti, invece, si rielaborano i materiali raccolti in natura, si balla, e verso il fine settimana si panifica, cucinando pane e grissini da portare in dono alle proprie famiglie.

Quali le difficoltà incontrate nello sviluppo del progetto?

Le maggiori difficoltà le abbiamo incontrate nel cercare di capire in quale “cappello” burocratico inserirci.

Gli asili nel bosco, infatti, in Italia non sono normati, quindi la scelta era ricercare all’interno delle normative stesse quella più affine alle necessità del nostro progetto.

Dopo aver dialogato a lungo con le istituzioni locali e regionali abbiamo valutato la strada del baby parking, al momento quella più giusta per noi in attesa di avere un riconoscimento a livello normativo.

I genitori sono entusiasti del vostro lavoro?

Lo abbiamo chiesto a una mamma che ci ha raccontato la sua esperienza:

«Ci siamo, è arrivato il giorno.

Tommaso si strofina gli occhietti ancora assonnato mentre fa colazione: non è abituato alle levatacce!Lo osservo mentre finisce il suo latte di riso e guardo con gli occhi pieni di commozione, e il cuore che batte, la scatola che pochi giorni prima abbiamo decorato con la sua foto e le impronte colorate delle sue manine.

Avrò preso tutto quello che serve? Cambio, secondo cambio, asciugamani, spazzolino, dentifricio, tuta anti-pioggia – speriamo tenga davvero come diceva la recensione su Internet – e stivaletti.

È ora, si va.

L’avrò coperto abbastanza? Troppo? Piangerà quando lo lasciamo? Piangerò io? Ma perché suo padre è così tranquillo?!
Arriviamo al grazioso prefabbricato in legno circondato dal bosco dell’azienda agricola che ci ospiterà durante questa esperienza. Tanto per iniziare ad abituarsi subito, ci accoglie un cielo grigio e una pioggia sottile. Il terreno davanti all’entrata della casetta è fangoso, e guarda caso è la prima cosa che attira i bambini: quello e le pozzanghere.

Entriamo. La zona “cambio” è semplice ed essenziale, totalmente in legno e costruita con cura da un artigiano della zona. Ci sentiamo subito a nostro agio, sereni.

Il salone è arredato con mobili a misura di bimbo, anch’essi in legno; i giochi sugli scaffali sono pochi e ordinati.

Ci sediamo vicini alle altre sette famiglie pioniere del progetto, tutti ugualmente desiderosi di donare al proprio figlio il ricordo di una prima infanzia serena e incredibilmente normale.

Sì, normale. Perché per quanto ci riguarda, l’anormalità sta nel costringere dei bambini di 3/4 anni a stare seduti più del necessario o a passare il tempo colorando fogli prestampati che uccidono la creatività.

Per mio figlio ho scelto che diventi normale correre sui prati, rotolarsi da una collina, saltare nelle pozzanghere, cadere e rialzarsi, riconoscere il rumore che emette il becco di un picchio sui tronchi, distinguere le tracce che lascia il capriolo al proprio passaggio, imparare a fare il pane, colorare per il piacere di farlo e scoprire che si può usare anche la terra.

Per mio figlio ho scelto che diventi normale il rispetto per gli altri, per la natura e per gli animali.

Ho scelto che diventi normale il voler bene, lo stupirsi della bellezza che ci circonda, riconoscerla e apprezzarla.

Voglio che impari a usare le mani per creare e a usare la testa per ragionare, mentre è guidato nel seguire le proprie scelte perché non esiste un’età in cui sia lecito ostacolarle.

Per mio figlio ho scelto la libertà, e tre persone competenti in grado di aiutarlo a tirare fuori i talenti che lui già possiede.

A distanza di due anni da quel giorno continuo a chiedermi ogni mattina se l’abbia coperto abbastanza, ma solo il mio cuore di mamma sa quanto io sia fiera e colma di gratitudine quando Tommaso mi regala un rametto descrivendolo come il più prezioso dei tesori.

Perché in quel rametto ci sono i suoi quattro anni e tutto l’amore, la fantasia, lo stupore e la bellezza delle piccole grandi cose».

Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/educazione/scuola/asilo-nel-bosco/

Intervista alla scrittrice del

Liberi di esplorare: intervista a Claudia

Il 12 gennaio è uscito il nuovo romanzo di Claudia Venuti dal titolo: “Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio” edito dalla casa editrice Sperling&Kupfen del Gruppo Mondadori. (LINK all’acquisto).
La copertina del libro è stata realizzata dall’illustratore Claudio Castellana e rappresenta un cuore in una teca di vetro che esplode.

Misi il mio cuore in una teca di vetro immaginaria, sentivo che avrei dovuto proteggerlo da tutto quel male, avrei dovuto riservargli un posto lontano dal pericolo di finire nelle mani sbagliate.

Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio – Claudia Venuti

Dopo la fortunata serie #passidimia terminata con “Io ti voglio felice”, Claudia Venuti è tornata con una nuova storia tutta da vivere, ha salutato definitivamente il personaggio tanto amato di Mia, per fare spazio ad un’altra protagonista: Nina, trentaseienne indipendente e solitaria che non ha mai conosciuto l’amore.

Ancora una volta, Claudia Venuti racconta i sentimenti e le relazioni con profonda sincerità e spiccato realismo, ma lasciamo che sia lei a svelarci qualcosa in più a proposito del suo ultimo romanzo…

Illustrazione della copertina a cura di Claudio Castellana

Eccoci! Finalmente è uscito il tuo nuovo libro, vogliamo sapere subito due cose importanti: com’è nato questo titolo così particolare e d’impatto?

L’idea del titolo è nata da un preciso istante di circa due anni fa, quando poco prima di salire su un treno che mi avrebbe portato lontano per un po’, ho trovato un piccolo cuore a terra, che d’istinto ho fotografato.

Una volta partita, ho pubblicato lo scatto sui miei social, scrivendo tutto ciò che stavo provando in quel momento e in quel particolare periodo e il post terminava con un P.S. che diceva: “Ho trovato un cuore a terra ma non era il mio”.

Da quel momento in poi ho continuato a trovare cuori a terra sempre più spesso e ogni volta scattavo una foto e scrivevo quel famoso P.S. fino a farlo diventare il titolo del mio nuovo libro. Ho sempre pensato fosse un segnale, una sorta di: “Adesso sei sulla strada giusta.”

Quale è stato il momento più complesso durante la fase di scrittura e quale invece il momento in cui tutto fluiva in maniera incredibilmente facile dal cuore alla penna? Ti è capitato di leggere nuovamente alcuni passaggi e pensare “No, non va bene” e quindi riscriverli o addirittura eliminarli completamente?

Prima di mettere il famoso “ultimo punto” che segna la fine, ci sono stati momenti e non sempre tutto è filato liscio, anzi. Quello più complesso è stato a luglio, quando credevo di aver terminato il romanzo ma in realtà sentivo che mancavano ancora molte sfumature. Ho deciso di mettere in stand-by la penna e staccare un po’ dopo i mesi di lock-down.

Al mio ritorno, ad ottobre, è stato tutto più chiaro e in pochissimi giorni sono riuscita a rileggere le pagine e ad aggiungere tutte quelle sfumature che poi hanno completato la storia di Nina. Nel frattempo riscritto ed eliminato molti passaggi. Se dovessi descrivere com’è stata la scrittura di questo libro direi: tormentata e allo stesso tempo intensa.

Ogni libro è un viaggio tra le pagine, come definiresti questo tuo nuovo viaggio?

Difficile dare una definizione unica, è un viaggio intimo, uno di quei viaggi che ti porta ad aprire anche i cassetti che eviteresti volentieri di aprire e tocca diverse “corde” scomode e dolorose, ma necessarie per affrontare alcuni mostri e limiti che impariamo a costruire con il tempo, convinti di non poter oltrepassare. E invece, affrontandoli e provando a guardarsi dentro, tutto è possibile, persino abbatterli.

C’è una frase a cui sei particolarmente legata? E perché?

La frase a cui sono particolarmente legata è scritta sul retro della copertina ed è: “Lasciati la possibilità di sorprenderti ancora”. Una frase scritta mentre ero ferma sulla mia bici al porto di Rimini a guardare un tramonto, il primo dopo i mesi di chiusura forzata.

Ricordo di essere rimasta ferma lì a godermi lo spettacolo, poi ho preso il cellulare e ho scritto questa frase nelle note. Mi ha sempre dato un senso di speranza. Possono accadere molte cose brutte e sbagliate ma in qualche modo, da qualche parte, c’è sempre qualcosa di bello da guardare e da vivere.

Proprio come quel tramonto.

Oltre ad essere un’autrice, collabori anche come giornalista con la nostra testata, come ha influito e inciso sulla tua penna l’unione di queste due realtà differenti tra loro?

Ha incito e influito in maniera positiva, molto positiva. La mia penna da giornalista e quella da scrittrice hanno raggiunto un loro equilibrio, ma per arrivare alla realizzazione di questo equilibrio ci ho lavorato e ci sto ancora lavorando.

Quando scrivo (scrivevo) i live report riesco ad unire il mio “romanzare” all’articolo e viceversa quando realizzo delle interviste, riesco ad un unire le domande e le risposte dell’articolo all’idea dei dialoghi nei miei libri.

Sono due realtà differenti, è vero, ma che ho scoperto essere molto più simili di quanto credessi e ognuna di esse è stata d’aiuto all’altra.

Se dovessi tirare le somme, in cosa e quanto credi di essere cambiata come persona e come scrittrice in questi anni?

Credo di essere cambiata tanto e allo stesso tempo di essere rimasta sempre la stessa. La mia penna è “cresciuta” con me o io sono cresciuta con lei, non lo so.

Quello che so, è che attraverso la scrittura ho avuto modo di esplorare tanti mondi, di attraversare ed esorcizzare tante delusioni, ridando loro una forma.

La scrittura mi ha aiutato a trasformare il negativo in positivo e personalmente, non ho mai smesso di essere quella sognatrice di un tempo, sto solo cercato di imparare a tracciare confini e ad essere molto più realista.

Al termine di ogni tuo romanzo c’è sempre un pezzettino di una canzone, quanto conta per te la musica durante la stesura e come mai per questo libro hai scelto il brano “Esami” dei Viito?

La musica è una parte fondamentale della mia vita ed è anche una parte fondamentale nei miei libri perché tutti i miei libri finiscono con un piccolo estratto di una canzone. Per me è come se avessero la loro colonna sonora.

In quest’ultimo romanzo c’è la frase di una canzone a cui sono particolarmente legata: “Esami” dei Viito, un duo che seguo da sempre e che con questo brano mi hanno accompagnato in questo nuovo viaggio.

Le parole che ho scelto, credo rendano perfettamente l’idea di tutto ciò che è il senso stesso del romanzo e della storia di Nina.

a cura di
Sara Alice Ceccarelli

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“Io+Kiara”: il romanzo d’esordio di Alessandro Di Domizio

Источник: https://thesoundcheck.it/2021/01/18/intervista-alla-scrittrice-del-cuore-claudia-venuti/

L’arte dell’incontro. Intervista a Claudia Castellucci

Liberi di esplorare: intervista a Claudia

Claudia Castellucci, oltre che autrice e interprete, è una didatta e creatrice di scuole.

Nel 1988 fonda laScuola Teatrica della Discesapresso la Casa del Bello Estremo, nel 2003 Stoapresso il Teatro Comandini di Cesena, nel 2009 Mòra, da cui è nata l’omonima compagnia che debutterà in prima assoluta il 16 ottobre presso il Teatro Piccolo Arsenale con Fisica dell’aspra comunione.

Intervistata in occasione della consegna del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2020, nei giorni in cui stava concludendo la masterclass con i danzatori diplomandi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, racconta come si è trasformato il suo lavoro di coreografa e didatta in trent’anni di attività.

Claudia Castellucci

Hai fatto della didattica un’arte, sganciandola da un concetto di causa-effetto standardizzato ed economicistico e perseguendo piuttosto una messa in discussione costante, attraverso il rapporto dialogico e lo stupore. Come sono cambiate le tue scuole negli anni?

Hai descritto sinteticamente il motivo che genera la scuola: un incontro tra persone in cui l’insegnante è una figura asimmetrica, che si mette continuamente in gioco nella dialettica con gli scolari.

Ecco perché non è una scuola di tipo istituzionale: le persone stesse imprimono una fisionomia alla scuola. Ha le caratteristiche dell’arte perché ha le caratteristiche del fare.

Di conseguenza, come le opere, le scuole si formano e poi finiscono.

La durata media è di cinque anni, al termine dei quali sento l’esigenza di concludere, quindi passano uno o due anni di letargo, dopodiché risorge la necessità da parte mia di dar vita ad altri incontri.

Queste scuole sono molto lunghe ma distese nel tempo, ci siamo sempre incontrati un giorno alla settimana per tutti gli anni. L’incontro stesso è un ritmo che cadenza le abitudini che ognuno di noi ha.

La prima è stata la Scuola Teatrica della Discesa in cui, oltre al movimento, c’era anche il canto, e vi partecipavano persone dalle provenienze più disparate: fornai, studenti, artigiani, tutti molto giovani.

Nella scuola successiva, Stoa, i partecipanti erano ancora più giovani, liceali o ai primissimi anni dell’università. Man mano che si andava avanti, le persone aumentavano. All’inizio eravamo in 8, alla fine in 33.

Con loro mi sono avventurata a esplorare il ritmo e ho iniziato a capire quanto fosse importante avere un musicista all’interno della scuola, perché la musica è talmente connaturata al movimento che, a un certo punto, la si cuce su misura del ballo e viceversa.

Dopo un altro periodo di letargo è sorta un’altra scuola, Calla, durata poco, due anni, perché il numero era scarso e facevo fatica, ma ha prodotto comunque dei balli.

Infine la scuola Mòra, l’ultima, durata cinque anni.

Mòra ha determinato un cambio notevole nella cronologia della mia esperienza scolastica perché si è verificata una sorta di tradimento delle premesse, che ha creato una crisi in me e negli scolari stessi: io non ho mai selezionato, ha sempre funzionato l’autoselezione, ma un certo punto ho sentito la necessità di approfondire la tecnica e quindi ho dovuto chiedere a delle persone di continuare e ad altre di salutarci, perché non avrebbero potuto seguire questo tipo di approfondimento. A questo punto, non bastava più una giornata settimanale, dovevamo incontrarci più spesso incaricando le persone di prepararsi, di conseguenza è sorta la necessità di passare dalla scuola alla compagnia e quindi ad un rapporto remunerato.

Questo cambia moltissimo le cose, tant’è che ci è venuta subito la nostalgia del rapporto di studio puro, senza finalità: stiamo dunque organizzando dei seminari liberi rivolti a chiunque, per tornare al modo scolastico.

La verità è che io non riesco a creare coreografie al di fuori di questa prolungata e decantata preparazione che ho assieme agli scolari danzatori. Non riesco a formulare una coreografia a tavolino, astratta dalla relazione.

La coreografia sorge dopo un lungo processo di studi liberi, dopo molto tempo trascorso insieme a provare.

Dopodichè si cominciano a isolare le parti più interessanti, alcune si aggregano, altre si escludono, poi inizia il lavoro vero e proprio di coreografia.

Il 16 ottobre, presso il Teatro Piccolo Arsenale, andrà in scena in prima assoluta Fisica dell’aspra comunione, creato con la Compagnia Mòra, nata dalla omonima Scuola di movimento ritmico che si è tenuta a Cesena tra il 2016 e il 2019. Come sei approdata alla scelta del Catalogue d’Oisaux di Olivier Messiaen – una composizione per pianoforte che traduce in note il canto degli uccelli – come ispirazione musicale? Rispecchia la tua idea di danza come arte che unisce realtà e mimesi?

Negli studi per pianoforte di Messiaen, il silenzio è una sostanza musicale di primissimo piano e non di sfondo.

Noi, che stavamo studiando la pausa e il rapporto che c’è tra una figura in primo piano, sostanziosa, marcata, e un’altra, quell’intercapedine vuota volevamo approfondirla e sondarla. È la prima volta che adottiamo un’opera di un musicista noto.

Questa volta, non abbiamo fatto ricorso a un musicista integrato nel gruppo, a parte un fastigio sonoro finale composto dal nostro musicista Stefano Bartolini.

In Messiaen ritrovo effettivamente la caratteristica che mi affascina della danza: questa partizione precisa tra finzione e realtà. La finzione è uno schema – nel caso di Messiaen, il canto degli uccelli – trascritto, copiato, imitato.

Poi c’è una trasfigurazione, una metabolizzazione del suo ritmo. Non si tratta quindi di mera imitazione, ma di una trasfigurazione. La stessa cosa deve avvenire, secondo me, per i danzatori: da una parte la finzione, che è lo schema coreografico e la sua assunzione, dall’altra le decisioni reali che devono essere prese in quel momento per far sì che quello schema sia vivo, impugnato realmente, in maniera flagrante.

In questo periodo, durante la masterclass con i danzatori diplomandi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, stai lavorando sul tempo e sul ritmo, approfondendo in particolare concetti come pausa, intervallo e psicologia della durata. Il blocco dovuto alla pandemia ha in qualche modo influenzato la tua percezione del tempo?

Noi, che alla Paolo Grassi ci siamo visti e abbiamo fatto un lavoro fisico, questo discorso ce lo siamo lasciato alle spalle. Paradossalmente trovo che il tempo dell’isolamento sia stato molto chiassoso. Il recupero della fisicità ci ha portato ad apprezzare molto di più il silenzio e la pausa.

In un’intervista rilasciata nel 2009 a Klpteatro, dichiari che la tua non è una scuola di formazione, ma di ricerca e in Setta sostieni che il maestro è il vero principiante, perché è quello che comincia per primo una cosa. Citando Roland Barthes: «Vi è un’età in cui s’insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui s’insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare». Cosa stai cercando in questa fase del tuo percorso artistico?

In questa fase sto cercando una coralità che passi attraverso la solitudine, quindi una scelta paradossale di unità che si compia attraverso la consapevolezza di essere individui e di essere soli. Sarà questo l’argomento dei miei prossimi seminari. La scuola, più che fugare la solitudine, la rivela.

Nello statuto della Socìetas Raffaello Sanzio si legge “L’Associazione si propone come scopo primario di svolgere un lavoro di riflessione, elaborazione dell’arte del teatro in diretto riferimento al contesto sociale nel quale essa è inserita”: in quale contesto è nata la Socìetas, nel 1981? Cosa credi occorra all’arte in questo particolare momento storico?

Noi siamo immersi nella storia e nella cronaca, tuttavia il nostro lavoro non è né storiografico né cronachistico: la relazione con la società è di tipo consecutivo e automatico, non è propositivo.

Il discorso politico diventa tale, nel nostro caso, tanto più ci si riferisce alla specificità del linguaggio teatrale, anziché direttamente alla cronaca.

Altri si dirigono frontalmente verso i problemi contemporanei e non dico che questo non vada bene, dico solo che nel nostro caso la relazione con la società, con la politica e con l’etica passa sempre attraverso l’estetica.

La scuola da te teorizzata non è uno spazio di libertà fittizia. Eviti l’approssimazione e lo spontaneismo attraverso gli esercizi, passaggi parametrici immediatamente analizzabili, che obbligano alla precisione. Nelle motivazioni per la consegna del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2020 vieni definita una “coreografa sobria, seria, minimalista ed esigente, che lavora con sacralità alla sua arte”. Che significato dai alla sobrietà?

Per me la sobrietà è semplicità, laddove la semplicità non è un carattere, la descrizione psicologica di uno stato d’animo, ma è uno sforzo, uno scopo da raggiungere, per quanto riguarda un’essenzialità del gesto, o dello stare, o del movimento.

Abbiamo scoperto nella scuola la potenza negativa: tirare fuori la massima potenza dal minimo gesto o dalla sottrazione. La danza tiene in massimo conto il volto, ma proprio per questo, proprio perché il volto, lo sguardo, è apicale, non va assolutamente caricato. Non spetta a noi.

A noi spettano le direzioni, spettano i movimenti essenziali, sintetici, decantati. Perché è da lì che passa la commozione, non da altri carichi, né tantomeno dalla parola. Noi ci siamo liberati della parola. Anche queste interviste le vivo un po’ come una contraddizione.

È chiaro che la parola, quando ci incontriamo, è necessaria, ma è necessaria per liberarcene, per poterne fare a meno. Perché la danza è un pensiero reale e non verbale.

Giulia Sangiorgio nasce a Bari il 4 giugno 1991. Si laurea con lode in Lettere – Cultura teatrale e in Scienze dello Spettacolo e della Produzione multimediale e frequenta i laboratori del CUTAMC.

Dal 2012 al 2016 frequenta i laboratori della compagnia Fibre Parallele, diretti da Licia Lanera.

Dal 2015 studia e lavora all’interno della Compagnia Diaghilev, sotto la guida di Paolo Panaro e Massimo Verdastro.

Источник: https://webzine.theatronduepuntozero.it/2020/07/20/intervista-a-claudia-castellucci-leone-dargento-alla-biennale-di-venezia/

Gravidanza
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