Lezioni gender in classe: un decalogo per difendersi

Gender a scuola, un decalogo per difendersi

Lezioni gender in classe: un decalogo per difendersi
1. Prima dell’ iscrizione verificate con cura i piani dell’ offerta formativa (POF) e gli eventuali progetti educativi (PEI) della scuola, accertandovi che non siano previsti contenuti mutuati dalla teoria del gender.

Le parole chiave a cui prestare attenzione sono: educazione alla effettività, educazione sessuale, omofobia, superamento degli stereotipi, relazione tra i generi o cose simili, tutti nomi sotto i quali spesso si nasconde l’ indottrinamento del gender.

Ricordatevi che i genitori sono gli unici legittimati a concordare e condividere i contenuti di una seria e serena educazione alla affettività dei per i loro figli , rispettandone la sensibilità nel contesto del valore della persona umana

Cosa fare all'inizio dell'anno scolastico

2. Durante le elezioni dei rappresentati di classe esplicitate la problematica del gender e candidatevi ad essere rappresentanti oppure votate persone che condividano le vostre posizioni in materia . In ogni caso tenetevi informati con gli insegnanti, i rappresentanti di classe e di istituto per conoscere i n anticipo eventuali iniziative formative in materia di “gender”

Cosa fare durante l'anno scolastico

3. Controllate ogni giorno quale è stato il contenuto delle lezioni e almeno una volta a settimana i quaderni e i diari scolastici, parlandone con i vostri figli.

Non siate in alcun modo pressanti verso i figli ma siate coinvolgenti e attenti al loro punto di vista, pronti a render ragione della vostra attenzione. 4.

Visitate spesso il sito internet della scuola per verificare che il gender non passi attraverso ulteriori lezioni extracurricolari (es. Assemblee di istituto o altre attività straordinarie ).

Cosa fare se la scuola organizza corsi sul gender per genitori o insegnanti

5. Se le lezioni sulla teoria del gender sono dirette a genitori o insegnanti, chiedete la documentazione e confrontatevi con le associazioni di genitori o col Forum delle associazioni familiari della vostra regione per verificare e valutare i contenuti proposti, spesso lontani dalle verità scientifiche.

Cosa fare s e la scuola organizza lezioni o interventi sul gender per gli studenti

6. Date l’ allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti 7.

Chiedete (è un vostro diritto!) di conoscere ogni dettaglio circa chi svolgerà la lezione, che contenuti saranno offerti, quale delibera ha autorizzato tale intervento formativo, quali sono le basi scientifiche che garantiscono tale insegnamento 8.

Dopo la riunione informale potrete chiedere la convocazione d’ urgenza di un consiglio di classe straordinario per discutere della questione, eventualmente inviando una lettera raccomandata al dirigente scolastico e per conoscenza al dirigente dell’ ufficio scolastico provinciale in cui chiedete le stesse informazioni e, qualora tale intervento non sia previsto dal piano dell’ offerta formativa, chiedere che sia annullato.

9. Informate immediatamente le associazioni dei genitori del territorio e il forum delle associazioni familiari e, eventualmente, i consiglieri comunali e regionali del vostro territorio o i vostri parlamentari di riferimento. Ricordatevi che più la notizia è diffusa meglio è.

Cosa fare se la scuola vuole comunque costringere i vostri figli a ricevere educazione basata sulla teoria del gender nonostante le vostre iniziative

10. Nel caso in cui la scuola rifiuti di ascoltare ogni vostra richiesta, inviate una raccomandata al dirigente scolastico e per conoscenza al dirigente provinciale in cui chiedete che l’ iniziativa sia immediatamente sospesa e comunicate che in caso contrario esercite re te il vostro diritto di educare la prole come sancito dall’ art.

30 della Costituzione e che pertanto, nelle sole ore in cui si svolgeranno tali lezioni terrete i vostri figli a casa.

11.

Fatevi aiutare da lle associazioni di genitori o dal Forum delle associazioni familiari per ogni azione più decisa quale, ad esempio, la segnalazione al ministero di eventuali abusi oppure eventuali ricorsi al TAR oppure per la redazione di formali diffide.

12. Custodite i vostri figli, alleatevi con loro , fornite loro fin da ora un adeguato supporto formativo e scientifico in base alla loro età così da proteggerli e prepararli a fronteggiare la teoria del gender.

Spiegate loro il perché di ogni vostra azione, coinvolgendoli nelle scelte della famiglia. Fate in modo che non si sentano mai soli in ogni vostra iniziativa, ma coinvolgete anche altri genitori e conseguentemente anche altri loro compagni di classe.

L’ unione fa la forza. Anche in questo caso.

Источник: https://m.famigliacristiana.it/articolo/dodici-strumenti-di-autodifesa-dal-la-teoria-del-gender-per-genitori-con-figli-da-0-a-18-anni-.htm

Gender gap: perché le donne sono pagate meno degli uomini. La situazione in Italia

Lezioni gender in classe: un decalogo per difendersi

Quando si tratta di soldi, le donne sono nei guai a tutte le latitudini: ce lo ha ricordato Samira Ahmed.

La giornalista della Bbc aveva portato in tribunale il servizio pubblico britannico dopo aver scoperto di aver preso 700mila sterline (circa 830mila euro) meno di un collega, con un incarico analogo al suo in un’altra trasmissione.

Il 10 gennaio 2020 i giudici hanno sentenziato che la differenza è spiegabile solo in un quadro di discriminazione. La via è aperta per altre cause.

Samira Ahmed, la giornalista Bbc che ha vinto la causa contro la sua emittente per discriminazione salariale.

Sì, le donne sono pagate meno degli uomini; si chiama gender pay gap (divario salariale), lo dicono le statistiche, e forse lo avete scoperto anche voi sulla vostra pelle. Per la precisione, in Europa, al momento il 16 per cento in meno in termini di retribuzione oraria media, secondo Eurostat.

Per il World Economic Forum, ai ritmi attuali ci vorranno 257 anni perché la disparità retributiva venga colmata. E l’Italia, secondo il Global Gender Gap Report 2020, ha perso sei posizioni nella classifica sulla parità salariale nel mondo: dalla 70a alla 76a, per un guadagno annuo di circa 17.900 euro contro i 31.

600 degli uomini, e molte più ore lavorate (gratis) se contiamo l’impegno domestico.

La media europea

Di cifre, però, ce ne sono tante. Per esempio: sempre Eurostat dice che nella retribuzione oraria media, in Italia la differenza uomo/donna è “solo” del 5 per cento.

Ma secondo l’Eige, l’istituto europeo per l’eguaglianza di genere, che calcola la media del reddito mensile da lavoro, la differenza diventa del 18 per cento.

Evidentemente le donne lavorano meno ore retribuite all’interno del mese, oltre a essere pagate meno per ogni ora di lavoro.

(Rapporto Eurostat)

In Italia è diverso per due motivi

Il caso di Samira Ahmed non è comparabile all’Italia. «Da noi non ci sono cause per il riconoscimento di adeguamenti retributivi» spiega la giuslavorista Maddalena Boffoli. «È più facile avere una causa da demansionamento, o da mancato riconoscimento del livello superiore». E questo per due motivi: il primo è la trasparenza dei compensi.

In Italia, in base alla legge Severino, è obbligatorio pubblicare stipendi e rimborsi spese di tutti i dirigenti della Pubblica Amministrazione; ma la privacy protegge i dipendenti pubblici di fascia più bassa, e quelli privati.

«Servirebbe un comitato di parità interno ad ogni azienda», dice Boffoli, «e la pubblicazione degli stipendi almeno per fascia contrattuale».

Il secondo motivo sono i contratti collettivi che, almeno in teoria, proteggono tutti. «Stabiliscono la retribuzione minima per mansione», ricorda Boffoli. «L’azienda può darti di più, ma non di meno, e i sindacati contribuiscono a limare le differenze anche con gli accordi di secondo livello.

Quindi diventa diabolico provare che le donne vengono pagate di meno per discriminazione.

Ma al di là dello stipendio base, i benefici che un lavoratore può avere sono i più vari, in termini di denaro e di tempo: premi, riconoscimenti, festivi, trasferte, e dall’altro lato, per esempio, smart working e permessi». 

In Italia solo il 53% delle donne lavora

Poniamo il caso di un uomo e una donna che, alla stessa età, entrino nel mondo del lavoro con lo stesso compenso; poi lei fa un figlio, solo lei prende congedi parentali, rinuncia a straordinari e trasferte e magari chiede il part time. Un quarto delle donne smette di lavorare.

Alla fine del percorso, la donna ha il 37 per cento di pensione in meno.

Lo ha ricordato recentemente in un seminario Linda Laura Sabbadini (direttrice centrale dell’Istat per gli studi e la valorizzazione tematica nell’area delle statistiche sociali e demografiche): «Ormai le donne hanno un’istruzione più alta degli uomini, ma si indirizzano ancora su percorsi non premianti e ognuno di quei passaggi agisce sulle retribuzioni. Sono concentrate in settori particolari: la scuola, il tessile, i servizi alla persona, le attività impiegatizie; spesso i settori meno remunerati, ma con orari che favoriscono la conciliazione dei tempi di vita. Ci finiscono anche perché gli stereotipi sono duri a morire, esistono ancora i lavori “femminili” e “maschili”». Per cambiare le cose, dice Sabbadini, bisogna «rompere l’intero processo a catena che si innesta nei percorsi di vita». Ma c’è un altro fattore: in Italia solo il 53 per cento delle donne è nel mercato del lavoro. La maggior parte delle escluse apparterrebbe alle fasce a più basso reddito, quelle che più spesso ricorrono al part time o accettano basse retribuzioni, insomma dove la differenza salariale uomo/donna è più forte. Per questo il gender pay gap orario secondo Eurostat da noi è solo del 5 per cento. È molto più alto, ad esempio, in Svezia (12,6 per cento), dove ci sono molte più donne che lavorano, anche part time e con retribuzioni basse.

Le italiane curano “gratis” per la famiglia

Tirando le somme, le italiane scontano un triplo svantaggio: moltissime non entrano affatto nel mondo del lavoro retribuito; chi ci entra in media lavorerà meno ore e prenderà meno benefit retributivi per occuparsi gratis della famiglia; infine, sono anche pagate meno, in media, per ora lavorata.

Lo sottolinea Marcella Corsi, docente di economia alla Sapienza di Roma, coordinatrice di Minerva–Laboratorio su diversità e disuguaglianze di genere: «Possono esserci mille fattori che spiegano una retribuzione differenziata (come l’anzianità e le competenze), ma in economia si parla di “discriminazione” quando tutte le variabili sono incluse e permane comunque un errore significativo, in contesti diversi, che non può essere spiegato altrimenti». Tutto questo nel lavoro dipendente, pubblico e privato; ancora peggio se la passano le professioniste autonome. Le avvocate guadagnano in media un terzo dei colleghi, le notaie la metà: un po’ tendono a farsi pagare meno, un po’ scelgono lavori autonomi anche per dedicare più tempo alla famiglia.

Le conseguenze sono molte. «Il salario o lo stipendio, è quel che ci garantisce la capacità di spesa» dice Marcella Corsi. «Così abbiamo consumatrici e risparmiatrici potenziali che agiscono meno di quanto potrebbero».

Nel 2019 la Banca d’Italia ha svolto per la prima volta uno studio tarato sugli individui, uomini e donne; e gli uomini, naturalmente, risultano molti più ricchi, sia per immobili che per capacità finanziaria; naturalmente più si invecchia, più la differenza aumenta.

Serve la trasparenza dei salari nel privato

Secondo Oxfam, ogni giorno nel mondo le donne svolgono 12,5 miliardi di ore in lavoro di cura gratis. In Italia per curare la famiglia, il 38,3 per cento delle donne ha modificato il suo impegno lavorativo. Ma solo in tempi recenti cominciano ad emergere proposte politiche (vedi riquadro in alto).

Da sinistra e anche da destra, per esempio il Women’s Act proposto da Mara Carfagna con la sua associazione Voce Libera. Sono cinque disegni di legge fra cui uno sull’obbligo di trasparenza salariale, con la pubblicazione delle retribuzioni da parte delle imprese.

«Bisogna dare una spallata» commenta Elisa Bacciotti, direttrice delle campagne Oxfam. «Per esempio: pensiamo a un sistema di voucher per la cura retribuita di bambini, anziani, disabili; alcune aziende lo fanno, ma serve un approccio molto più strutturato.

Poi bisogna mettere sullo stesso piano il congedo di maternità e di paternità.

Infine, bisogna superare la segregazione occupazionale, cioè incoraggiare le ragazze a non indirizzarsi solo verso le carriere “femminili” e consentire agli uomini di rivolgersi verso le professioni di cura, con programmi che partono dalla scuola. In Germania per esempio si organizzano gli Stem Days (Science, Technology, Engineering and Mathematics) mirati alle ragazze, e i Care Days per i ragazzi».

Dunque, trasparenza, ma anche conciliazione vita-lavoro. Con una certezza: la lotta per la parità salariale, e più in generale per l’occupazione, non può avere successo senza il riconoscimento del lavoro di cura che le donne svolgono – gratis – per la famiglia e la società tutta.

Il gender gap in dati

Unione europea: Le donne guadagnano il 16% in meno degli uomini

Italia:5% in meno(Svezia 12,6%, Francia 15,4%)

Per le minori di 25 anni, il gap in Italia è del 15,8% in meno (il divario è più alto perché tra gli under 25 sono poco applicati i contratti di categoria, ci sono molti contratti atipici nostante la quantità di donne lavoratrici sia maggiore)

(Cifre Eurostat 2019)

Lavoro di cura non pagato nel mondo (dal rapporto Oxfam)

12,5 miliardi di ore gratis
Sono le ore di lavoro dedicate alla cura (per un valore di 10,8 trilioni di dollari l’anno) svolte ogni giorno, gratis, dalle donne nel mondo.

Il 42% delle donne non lavora per seguire la famiglia (contro il 6% degli uomini).

In Italia l’11,1% delle donne non ha mai lavorato per seguire la famiglia.

Il valore della cura (Oxfam 2020)

(Leggi qui tutto il report Oxfam dedicato al tempo della cura.)

Reddito mensile medio

Italia: quello delle donne è il 18% in meno degli uomini

Nelle coppie con figli il divario sale al  30%

Il 26% nelle coppie senza figli

(Dati Eige-European Institute for Gender Equality 2019)

Diffferenza occupazionale tra laureati

iO Donna Beauty Club

Entra in un club fatto di novità,
consigli personalizzati ed esperienze esclusive

L’Indagine sulla Condizione occupazionale realizzata da AlmaLaurea mostra che a cinque anni dal conseguimento del titolo di secondo livello i laureati STEM dichiarano di percepire una retribuzione mensile netta di 1.

595 euro, ma il divario uomini-donne resta elevato a favore dei primi: 1.716 euro per gli uomini rispetto ai 1.412 euro delle donne.

Tra i laureati STEM il differenziale retributivo tende a diminuire ma di poco.

Differenza salariale a 5 anni dalla laurea (Ricerca AlmaLaurea)

iO Donna ©RIPRODUZIONE RISERVATA

Источник: https://www.iodonna.it/attualita/famiglia-e-lavoro/2020/03/08/gender-gap-perche-le-donne-sono-pagate-meno-degli-uomini-la-situazione-in-italia/

Le novità. Si ritorna a scuola. Ecco come

Lezioni gender in classe: un decalogo per difendersi

Si prepara il ritorno a scuola – Reuters

Alla fine, messe nero su bianco e condivise dalle sigle sindacali (che hanno parlato «un momento storico»), le regole per la ripresa della scuola da settembre sono diventate realtà. Che poi è quello che mancava, a quasi 8 famiglie di italiani, per capire come rimescolare le carte del proprio futuro.

Perché sapere a che ora un figlio entrerà in classe, e dove, e per quanto tempo, per mesi sono sembrati dettagli secondari in un dibattito politico e scientifico “alieno” alle concrete esigenze delle persone. A cominciare proprio dai più piccoli.

Ora la strada è segnata, tranne l’ultimo nodo da sciogliere: quello delle mascherine da indossare o no quando si è seduti al banco, decisione che il Comitato tecnico scientifico prenderà soltanto a due settimane dal fatidico 14 settembre.

Sulla carta, certo: le regole condivise ieri e che elenchiamo in questa pagina di servizio sono infatti tutte da applicare ora in ogni singola struttura d’Italia, da ogni preside e in base a ogni singolo accordo preso con gli enti locali e con chi, come in molti casi le parrocchie, hanno messo subito a disposizione spazi per colmare l’abisso aperto improvvisamente dal Covid. La sfida del governo è non fermarsi a questo: la ministra Azzolina ieri è tornata a parlare di “classi pollaio” da superare e di nuovi investimenti che alla scuola servono, ora più che mai. (V. D.)

Test, febbre contagi: con un caso di Covid non si chiude tutto

L'aspetto sanitario sarà centrale nell’anno scolastico che riprende nel bel mezzo della pandemia, questo famiglie e studenti l’avevano messo in conto.

Ma fino all’ultimo molti erano stati i dubbi su come gestire la salute dei ragazzi e dei docenti e nello stesso tempo garantire una “normalità” ai tempi e ai modi della scuola. Alla fine s’è scelto di seguire una linea prudente, ma non ossessiva.

Niente controllo della temperatura all’ingresso, per esempio (salvo che la misura voglia essere adottata dai singoli plessi): la responsabilità sarà delle famiglie, a scuola semplicemente non si deve andare se si ha più di 37,5 o sintomi febbrili.

Nel caso poi «in cui una persona presente nella scuola sviluppi febbre e/o sintomi di infezione respiratoria si dovrà procedere al suo isolamento in base alle disposizioni dell’autorità sanitaria e provvedere quanto prima al ritorno a casa».

Per rientrare servirà un certificato di «avvenuta negativizzazione», e questo sia per gli studenti che per i docenti.

Inoltre le nuove linee guida messe a punto da Iss e Ministero della salute stabiliscono che non sarà un solo caso a decretare la chiusura di un istituto: l’eventuale stop infatti sarà deciso «in base al numero dei casi confermati» e dunque al livello di trasmissione del virus. E in questo senso in ogni scuola è prevista la presenza di un referente ad hoc per il Covid. Altri punti fermi: test sierologici gratuiti, ma su base volontaria, per i docenti, e rispetto rigoroso delle misure igienico-sanitarie nelle scuole con disinfezione frequente delle mani, degli spazi comuni utilizzati, dei banchi, e con areazione delle aule e dei laboratori.

Arriva lo psicologo. E per le difficoltà c'è un “help desk”

Spunta l’inedita figura dello psicologo scolastico nel protocollo siglato ieri tra il ministero dell’Istruzione e i sindacati, che potrà assicurare sia al personale, sia agli alunni «un sostegno per fronteggiare situazioni di insicurezza, stress, ansia dovuta a eccessiva responsabilità, timore di contagio, rientro al lavoro in “presenza”, difficoltà di concentrazione, situazione di isolamento vissuta». Il Miur a questo proposito ha stipulato una apposita convenzione con il Consiglio nazionale dell’Ordine degli Psicologi in base alla quale gli Uffici scolastici regionali potranno fornire agli istituti la consulenza di professionisti abilitati alla professione psicologica e psicoterapeutica, con colloqui «effettuati in presenza o a distanza» e «comunque senza alcun intervento di tipo clinico».
Per superare eventuali disagi il Protocollo suggerisce pure «il rafforzamento degli spazi di condivisione e di alleanza tra scuola e famiglia, anche a distanza» e l’uso di sportelli di ascolto, soprattutto «nella gestione degli alunni con disabilità e di quelli con disturbi evolutivi specifici o altri bisogni educativi speciali».

Un vero e proprio help desk con numero verde dedicato sarà attivo dal 24 agosto (ore 9-13 e 14-18, da lunedì a sabato) per raccogliere quesiti e segnalazioni sull’applicazione delle misure di sicurezza e supportare le scuole nella delicata fase del rientro, compresa un’apposita assistenza amministrativa per gestire le risorse legate all’emergenza e superare ogni criticità. In parallelo funzioneranno Tavoli di monitoraggio negli Uffici scolastici regionali e un Tavolo nazionale con sindacati e rappresentanti dei ministeri dell’Istruzione e della Salute.

Ingressi e uscite, si va a scaglioni (e un solo genitore)

Cambia la geografia degli spostamenti all’interno della scuola. Il Protocollo stabilisce infatti che entrate e uscite «saranno differenziati» e si dovranno «evitare assembramenti con un’opportuna segnaletica e con una campagna di sensibilizzazione e informazione».

Alle scuole sarà pure lasciata la scelta «ove lo si ritenga opportuno» di utilizzare «accessi alternativi»; da differenziare anche i percorsi interni all’edificio, con «predisposizione di adeguata segnaletica orizzontale sul distanziamento necessario e sui percorsi da effettuare». C’è, in questo senso, chi ha già modificato passi carrai, chi aperto nuovi varchi in muratura.

Chi invece, e i presidi lo hanno sottolineato ancora una volta ieri, non ha alternative e chiede aiuto.

Il regolamento d’istituto dovrà poi essere modificato con integrazioni che prevedano anche una «ordinata regolamentazione nel caso di file per l’entrata e l’uscita, al fine di garantire l’osservanza delle norme sul distanziamento sociale».

Sarà limitato l’accesso ai visitatori e a qualunque “esterno”, mamme e papà degli alunni inclusi; infatti lo studente potrà essere accompagnato da un solo genitore (o altro maggiorenne delegato), il quale dovrà indossare la mascherina «durante tutta la permanenza all’interno della struttura».

Gli altri visitatori potranno entrare solo per effettiva necessità, previa prenotazione e annotando su un apposito registro i propri dati e recapiti. Una misura che creerà difficoltà soprattutto alle materne e alle elementari.

Per quanto riguarda il rientro degli studenti già risultati positivi all’infezione da Covid-19, la classica “giustificazione” dei genitori non basta più: deve esserci «una preventiva comunicazione con la certificazione medica».

Tutti a un metro, in classe o altrove. Gli orari? Dipende

Compagno di banco addio. Con le misure post-Covid, ribadite anche dal Protocollo, sarà vietato nel prossimo anno scolastico sedere a fianco dell’amico del cuore.

In classe e comunque negli ambienti scolastici vige l’obbligo di «mantenere il distanziamento fisico di un metro», come ormai è prescritto in tutti i luoghi chiusi, e precisamente «tra le rime buccali», cioè tra le bocche.

Anche negli spazi comuni (mense, palestre, aule dedicate) «l’accesso deve essere contingentato, per un tempo limitato allo stretto necessario e con il mantenimento della distanza di sicurezza».

Essendo questa la norma che probabilmente ha creato maggiori difficoltà ai responsabili scolastici (dove trovare infatti luoghi alternativi per tutti?), viene data loro facoltà di agire sui tempi: si potranno ad esempio «alternare le presenze degli studenti con lezioni da remoto, in modalità didattica digitale integrata» oppure «prevedere l’erogazione dei pasti per fasce orarie differenziate».

Distanze obbligatorie pure nelle aule professori e nelle zone dove si trovano i distributori automatici di bevande o snack. Gli insegnanti di sostegno, che in molti casi non possono evidentemente osservare il distacco fisico, sono autorizzati a proteggersi con dispositivi aggiuntivi: guanti, occhiali, protezioni trasparenti sul viso.

È peraltro prevedibile che, vista l’annunciata assunzione temporanea di 50.

000 tra docenti e personale ausiliario, i dirigenti torneranno a considerare le convenzioni con enti esterni – tra cui associazioni, parrocchie, oratori, scuole paritarie, eccetera – che dispongano di spazi liberi per ospitare le lezioni, così da poter eventualmente “sdoppiare” le classi senza obbligarle a faticosi turni o alle lezioni a distanza.

Источник: https://www.avvenire.it/attualita/pagine/scuola-come-sara-la-riapertura-ripartenza-settembre

Gravidanza
Lascia un commento

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: