Le ingiunzioni che (non) aiutano a crescere

Educazione bambini, i NO che aiutano a crescere

Le ingiunzioni che (non) aiutano a crescere

Dire no e imporre dei limiti è fondamentale per crescere bambini autonomi e sicuri di sé. Ecco 10 situazioni in cui bisogna saper dire di no secondo la psicoterapeuta Asha Philips.

Davanti a pianti, richieste, capricci, i genitori spesso si trovano spiazzati, e molte volte, pensando di far bene, concedono ai piccoli quello che vogliono. Ma il non dire mai 'no' può avere conseguenze negative nella crescita dei bambini.

“Dire di 'no', fissare dei limiti, significa trasmettere al bambino un modello che lo aiuterà a cavarsela in modo autonomo, lo farà sentire al sicuro in famiglia e lo aiuterà a sviluppare le proprie risorse” sostiene la psicoterapeuta infantile Asha Philips nel suo libro “I no che aiutano a crescere” (Feltrinelli).

I limiti possono rappresentare delle frustrazioni e far arrabbiare un bambino, ma sono anche dei cancelli, che lo proteggono e lo fanno sentire al sicuro.

“Un bambino che domina un adulto si trova in una posizione molto inquietante. Se all'età di due, tre anni vi sentite più potenti di chi si prende cura di voi, come potrà proteggervi se se ne presenta la necessità?”

Ecco alcune situazioni in cui è importante essere capaci di dire 'no' secondo l'esperta.

1 Non può dormire sempre in braccio

Molte mamme tengono i bimbi sempre in braccio o nel marsupio perché appena li mettono nella culla piangono. Sicuramente per un neonato la culla è un luogo meno accogliente e confortevole delle braccia della mamma, ma se si prende in braccio al minimo strillo, si rafforza in lui l'idea che solo la mamma va bene e che la culla è un posto tremendo.

Quello che invece bisogna fare è sistemare il piccolo nella sua culla, parlargli in modo tranquillo e amorevole e fargli capire che il suo lettino è un posto comodo e sicuro per dormire.

In questo modo si dice 'no' al desiderio del bambino di restare tra le braccia della mamma e si afferma che quello è il suo posto.

“La mamma ascolta le proteste del piccolo, le comprende, ma si dimostra convinta che non ci sono pericoli, che quello è il suo bene, che lì riposerà meglio che tra le sue braccia”. In questo modo la mamma crea in lui l'idea che le cose andranno benissimo, rafforzando così il suo senso di sé.

I genitori possono facilitare questo processo con alcuni gesti abitudinari: una ninna nanna, un po' di coccole, un peluche… Tutti elementi che contribuiscono a tranquillizzare il piccolo.

“Dormire nella sua culla è l'inizio di una crescita emotiva, un primo passo verso la capacità di attingere al proprio interno e sviluppare le proprie risorse, senza aspettare che sia il mondo esterno a provvedere”.

Il bambino deve ricevere molto amore e comprensione, ma poi deve trovare la sua strada. Una risposta immediata può privare il bambino della possibilità di imparare a stare da solo.

2 Non ha sempre fame

Spesso quando il neonato piange la mamma pensa subito che abbia fame e lo allatta. Ma in questo modo si trasmette il messaggio che il cibo è una fonte di conforto. La troppa importanza attribuita al cibo ha spesso origine dall'insicurezza della madre che pensa di non avere niente altro da offrire e che l'allattamento sia l'unica soluzione.

In questo modo si insegna ai bambini a chiedere il cibo non appena sentono un vuoto dentro. Queste abitudini possono generare col tempo dei problemi alimentari.

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3 Non andare in ansia, se piange un po'

Dopo il cibo, un'altra reazione comune al pianto del neonato è quello di offrire un'attività per farlo stare meglio. In questo modo il messaggio che arriva al bambino è: “Non sopporto di sentirti piangere, facciamo subito qualcosa per farti smettere”.

Invece il piccolo ha bisogno di una persona sicura e calma che gli trasmetta il messaggio: “Non ti devi preoccupare, va tutto bene, sei solo stanco”, in questo modo gli si dà il tempo di capire qual è l'origine del malessere e trovare il modo per superarlo con calma.

La madre deve dimostrare di tollerare per un po' il disagio e il pianto del neonato, così nel piccolo si forma l'idea che sta provando un sentimento accettabile e sopportabile e che alla fine passerà. Questo aiuta il bambino a costruirsi un'immagine sicura di se stesso.

Inoltre se ogni volta che un bambino prova un disagio gli viene offerta un'attività per distrarlo, finisce per non imparare a gestirsi da solo e a uscire dal problema con le sue forze.

Quando, invece, i bambini riescono da soli a raggiungere un risultato, la loro autostima ne risulta consolidata. Se non fanno mai uno sforzo, potrebbero non sentirsi mai interiormente motivati.

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4 Svezzamento, non si separa da te ma si apre al mondo

Alcune mamme affrontano il momento dello svezzamento con timore, e i bambini percepiscono questo sentimento, finendo per rifiutare il cibo. Bisogna invece che una mamma trasmetta al piccolo l'entusiasmo di introdurlo ai piaceri della vita, a sapori e odori diversi.

Si può pensare allo svezzamento non “da” qualcosa, ma “a” qualcosa di nuovo e buono.

In questo modo il bambino cresce e diventa un essere autonomo. E con lo svezzamento anche la mamma acquista maggiore libertà, perché il bambino ha meno bisogno di lei e può riconquistare parte del proprio corpo e del proprio spazio mentale.

5 Davanti a un capriccio non farti prendere dalla rabbia

Non dire di 'no' a un piccolo perché si ha paura dei suoi eccessi di collera, significa non educarlo a controllare l'aggressività e le emozioni negative.

Il genitore che dice sempre sì, pensando di risparmiare al figlio una sofferenza, in realtà lo priva dell'opportunità di sviluppare degli strumenti per far fronte alle avversità.

Innanzitutto il genitore deve imparare a gestire i capricci del figlio senza farsi travolgere dall'ira. L'adulto deve aiutare il bambino a tornare in sé, a farlo sentire meno dilaniato dalla collera. In modo che il piccolo si tranquillizzi.

Ad esempio davanti a un capriccio un genitore può dire con molta fermezza e decisione:

“Lo so che sei arrabbiato e vorresti fare qualcos'altro, ma adesso è ora di pranzo ed è meglio che tu mangi tranquillo a tavola. Non importa che tu sia così arrabbiato, non ho intenzione di cedere e farò in modo che tu abbia quello che è giusto per te”

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Il bambino in questo modo capisce che il genitore sta agendo per il suo bene. Sapere che qualcuno è disposto ad affrontare dei momenti sgradevoli per il nostro bene, ci dà sicurezza.

6 Non farti prendere dal panico quando ti separi da lui

Uno dei momenti a cui è indispensabile dire no a un bambino è quello della separazione, che sia per andare all'asilo o stare con la baby sitter. Se un piccolo piange e si rifiuta di essere lasciato, la mamma non deve farsi prendere dal panico.

Ma dimostrare al bambino che viene lasciato in mani sicure. In questo modo la mamma rafforzerà nel piccolo l'idea che starà bene anche senza di lei. Se invece una mamma indugia e alla fine non se ne va, ammette che solo lei può occuparsi di lui e che il mondo non è un posto sicuro.

Naturalmente le prime separazioni vanno preparate con intelligenza, attraverso un processo graduale.

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7 Non farlo dormire tutte le notti nel lettone

Molti bambini fanno fatica a dormire da soli e ogni notte si presentano nel lettone.

Ma non è positivo per un bambino avere il permesso di trascorere ogni notte con i genitori. In questo modo gli si impedisce di diventare autonomo. Un bambino che ha paura e viene preso regolarmente nel lettone non elabora delle strategie per cavarsela da solo, e di conseguenza è sempre vulnerabile.

Il genitore deve trovare il modo per affrontare e risolvere questo problema. Parlarne con il bambino e cercare insieme delle strategie.

Si possono trovare moltissime soluzioni: portare nel letto un giocattolo speciale, lasciare una lucina accesa, suggerirgli di mettere la testa sotto le coperte quando si sveglia…

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Accontentate sempre il vostro bambino, difendetelo anche se ha torto marcio e non rimproveratelo mai … Il tema è serissimo, cioè l'educazione dei nostri figli, ma una volta tanto…

8 Non assecondare il bambino che fa lo 'schizzinoso'

In molte famiglie il momento della pappa si trasforma in una battaglia vera e propria.

Ma spesso l'atteggiamento di un bambino verso il cibo dipende dal comportamento della madre. Infatti, a seconda di come reagiscono i genitori il bambino si fa un'idea del mondo che lo circonda.

Una madre che consente al figlio di essere schizzinoso dimostra di pensare come lui che le cose buone da mangiare sono veramente poche. Una madre che cucina tutti i giorni lo stesso piatto che le chiede il figlio, è una mamma che si fa tiranneggiare, si dimostra insicura e trasmette insicurezza al figlio. E il cibo rischia di trasformarsi in qualcosa di spiacevole.

Il problema si potrebbe risolvere con un compromesso: ad esempio che il piccolo assaggi le cose nuove. Oppure si possono escludere dal menu alcuni alimenti che proprio non piacciono, ma se ne includono altri da provare…

Ma la cosa più importante è che la madre sia fiduciosa e convinta di offrire delle cose buone; sarà questa l'immagine che presenterà al figlio, che il più delle volte apprezzerà i pasti.

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9 Non fargli ottenere sempre e subito quello che vuole

Quando un bambino non ottiene subito quello che vuole, ha la sensazione che aspettare gli faccia male. Ma il piccolo deve imparare che ogni tanto aspettare non guasta, che sopravviverà alla prova e ai sentimenti suscitati in lui dall'attesa.

Se l'esperienza dell'attesa si ripete più volte e ha una durata tollerabile, il bambino si abituerà e acquisirà fiducia nelle proprie capacità.

Il bambino che non sa aspettare è alla mercé delle sue emozioni, che sono molto intense e lo potranno far sentire infelice. Dargli un limite potrà aiutarlo ad arginare questi sentimenti.

10 Non permettergli di essere maleducato

Uno dei compiti che deve affrontare un bambino in età prescolare è stare insieme agli altri.

Ed è essenziale che i bambini imparino a comportarsi bene in compagnia, per il semplice fatto che se non lo fanno nessuno vorrà stare con loro.

Un madre che permette al figlio di essere sgarbato e poco rispettoso, accetta un lato violento e maleducato del figlio che alla lunga non sarà salutare. Le buone maniere e le convenzioni non sono un fatto superficiale, ma insegnano la socialità e a creare rapporti con gli altri, che sono le basi per la sua vita futura.

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Video: Come imparare a dire no ai bambini

In questo video il Dott. Paolo Ragusa ci spiega quali sono i no che aiutano a crescere e come riuscire a imporre dei divieti ai bambini

Aggiornato il 17.07.2017

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/psicologia/educazione-bambini-i-no-che-aiutano-a-crescere

Come scriviamo il nostro Copione di vita? – Psicologa Psicoterapeuta Roma

Le ingiunzioni che (non) aiutano a crescere

Nel precedente articolo Il Copione di vita: la storia della nostra vita scritta da noi stessi! ho spiegato che il Copione è un piano di vita inconscio basato su Decisioni prese ad un qualunque stadio dello sviluppo, che inibiscono e limitano la flessibilità nel risolvere problemi e nel relazionarsi agli altri (Erskine, 1980).

Le Decisioni vengono prese in risposta ai Messaggi di Copione che provengono prevalentemente dai nostri genitori (Stewart – Joines, 2000).

Come vengono trasmessi i Messaggi di Copione?

Ancor prima di essere capace di parlare il bambino interpreta i messaggi non verbali dei genitori. Ha una percezione acuta delle espressioni, delle tensioni corporee, dei movimenti, dei toni di voce.

Se la mamma lo tiene stretto e al caldo, il bambino sentirà: “Io ti accetto e ti amo”, ma se la mamma lo tiene rigidamente, un po’ discostato da sé, il bambino può sentire: “Io ti rifiuto e non ti voglio vicino”.

La mamma può essere del tutto inconsapevole delle proprie tensioni verso il suo bambino.

Quando il bambino comincia a capire il linguaggio, la comunicazione non verbale è ancora importante e la userà per interpretare le parole dei genitori. Ad esempio, il piccolo Marco porta a casa un nuovo libro ed inizia a leggere, il papà con tono aspro dice: “Hai letto male!”, Marco potrebbe interpretare le parole del papà così: “Non voglio averti intorno”.

I Messaggi di copione spesso sono espressi sotto forma di ordini diretti: “Sbrigati!”, “Non essere stupido!”, “Fai quello che ti ho detto!”. La potenza di questi Messaggi dipenderà da quanto sono ripetuti e dai segnali non verbali che li accompagnano.

Spesso al bambino non viene detto solo ciò che deve fare, ma anche quello che è: “Tu sei la mia bambina”, “Non ce la farai mai”, “Sei brava a leggere”. Il contenuto può essere positivo o negativo, diretto o indiretto: “Non è molto forte, sapete”. Spesso il bambino dà per scontato che tali messaggi siano la realtà e su questi si modella e si adatta.

Quali sono i Messaggi di Copione? Sono i comandi e i permessi

In Analisi Transazionale definiamo Contro-ingiunzioni i comandi su cosa fare e cosa non fare, più alcune definizioni degli altri e della realtà. Tutti noi ne abbiamo ricevuti moltissimi. Eccone alcuni tipici: “Sii buono”, “Lavora sodo”, “Bisogna lavare i panni sporchi in casa”, “Non si dicono le bugie”.

In riferimento alle contro-ingiunzioni prendiamo delle Decisioni per adeguarci agevolmente al contesto sociale e questi comandi ci aiutano a non urlare a tavola, a non buttare a terra il cibo che non vogliamo… tuttavia ci sono dei messaggi che influenzeranno la nostra vita in modo negativo.

Ecco le cinque contro-ingiunzioni principali:

“Sii perfetto” – “Sii forte” – “Sforzati” – “Cerca di piacere” – “Sbrigati”

Se il bambino sente una coazione a seguire questi messaggi, vuol dire che è convinto di poter essere OK fintantoché obbedisce al comando.

Può accadere quindi che da adulto lavorerò talmente tanto sodo da farmi venire un ulcera per lo stress, pur di seguire il comando “Sforzati”, oppure non mi esporrò mai in modo diretto e sarò sempre accomodante verso i desideri altrui, sopprimendo i miei bisogni per obbedire al comando “Cerca di piacere” .

Definiamo invece Ingiunzioni permessi. Le ingiunzioni non sono verbali, vengono avvertite sotto forma di emozioni, di sensazioni corporee e sono rispecchiate nel comportamento.

Immaginate una madre con il suo neonato, nell’accudirlo la mamma potrebbe tornare indietro alla sua infanzia e potrebbe provare piacere dallo scambio di carezze, come le piaceva essere accarezzata quando lei stessa era molto piccola. È probabile che il neonato avverta: “Mamma mi vuole e le piace che io sia vicino a lei”.

La mamma sta dando al neonato il permesso di esistere e di starle vicino. Tuttavia la mamma potrebbe invece avvertire qualcosa di diverso: “Tutto questo è pericoloso, ora c’è un nuovo bambino che dovrà avere tutta l’attenzione, quando otterrò attenzione io?”.

La mamma potrebbe essere spaventata dal nuovo arrivo e potrebbe inconsciamente sentire un rifiuto verso di lui e quindi trasmettere al bambino “Mamma non ti vuole”.

I terapeuti Bob e Mary Goulding (1976) hanno elaborato un elenco di dodici Ingiunzioni base, sulle quali vengono prese le prime Decisioni negative di Copione:

“Non essere” – “Non essere te stesso” – “Non essere un bambino” – “Non crescere” – “Non riuscire” – “Non fare niente” – “Non essere importante” – “Non far parte” – “Non entrare in intimità” – “Non star bene” – “Non pensare” – “Non sentire”

Ad esempio il “Non sentire” può essere modellato da quei genitori che soffrono essi stessi per le loro emozioni e spesso in queste famiglie sono proibite le manifestazioni di emozioni.

Oppure un genitore potrebbe spesso sminuire il pensiero del figlio: Andrea tutto orgoglioso mostra al papà i suoi sforzi per scrivere il proprio nome, il papà storce il naso e dice: “Che genio che sei!”, il padre sta tramettendo l’ingiunzione “Non pensare”.

I Messaggi di Copione non possono costringere un bambino a scrivere il proprio Copione, è sempre il bambino che decide cosa fare dei comandi e dei permessi ricevuti. Può accettarli così come sono, può modificarli, può rifiutarli.

I bambini sono attenti osservatori e in particolare osservano la propria mamma e il proprio papà e spesso pensano: “Quale è il modo migliore per ottenere ciò di cui ho bisogno, qui?”.

A tal proposito nel precedente articolo definivo il Copione come la migliore strategia che abbiamo trovato da bambini per sopravvivere al mondo. 

Se pensate alla vostra vita sicuramente troverete Comandi e Permessi a voi famigliari e che condizionano la vostra vita quotidiana. Essere consapevoli di questi Messaggi è il primo passo per cominciare ad aggiornare il vostro Copione di vita.

Le Decisioni vengono prese in risposta ai Messaggi di Copione che provengono prevalentemente dai nostri genitori.

Источник: http://www.noemidilillo.it/blog-psicologia/famiglia-e-relazioni/come-scriviamo-il-nostro-copione-di-vita.html

Ingiunzioni: come i genitori hanno fatto di noi ciò che siamo

Le ingiunzioni che (non) aiutano a crescere

L’interazione genitori – figli, nei primi 7 anni di  vita, condiziona in modo totale lo sviluppo della personalità del figlio.

Attraverso comportamenti, frasi, comunicazioni verbali e non verbali, i genitori inviano ai figli una serie importantissima di messaggi, che lentamente forgiano l’adulto che verrà.

Il bambino, infatti, in quella fascia d’età, si nutre, in modo inconscio, di tutto ciò che viene dai genitori, e per una strategia, sempre inconscia, di sopravvivenza, considera tutto assolutamente vero e non discutibile.

Dal canto suo il genitore, se preso da infelicità, frustrazioni, desideri segreti non soddisfatti, angosce, delusioni, trasferirà un tipo di messaggi che, secondo l’approccio dell’Analisi Transazionale, vengono definiti ingiunzioni.

Sostanzialmente questi messaggio contengono comandi, critiche divieti e NON di vari tipi e sono rivolti ai bisogni, alle emozioni, ai comportamenti del bambino, e sono trasmessi dal genitore in modo inconscio.  

Vediamo insieme quali sono e cosa creano.

N.B. per comodità di scrittura useremo sempre il maschile, ma tutte le ingiunzioni si riferiscono sia ai maschi che alle femmine.

 

I vostri figli sono come spugne: assorbono ciò che dite e “come” lo dite – Martin Seligman

NON

Questa è la tipica ingiunzione dei genitori iperprotettivi. Il bambino è inseguito dai non, impedendogli anche di fare cose normali: non ti avvicinare alla sedia, non ti affacciare alla finestra, non correre, non saltare, non fare le capriole, non prendere freddo, etc.

Il messaggio che ne ricava il bambino – che vede altri fare facilmente le cose che lui non piò fare – è che niente di ciò che fa sia giusto, sicuro, fattibile. Lui riceve il messaggio, forte, di non fare, di non tentare, di non provare, perché è meglio.

Da adulto avrà sicuramente difficoltà a prendere decisioni, vivrà un eterna battaglia tra il fare e il non-fare. Cercherà sempre l’aiuto degli altri per decidere e, quando deciderà su qualcosa, continuerà a tormentarsi e a pensare che la scelta fatta non sia quella giusta…

NON ESITERE

Questo è il messaggio più deleterio che un bambino possa ricevere. Il genitore evidenzia, con frasi e comportamenti, il fatto che la nascita del bambino sia stato un evento non voluto, casuale, non desiderato.

Capita di sentire un genitore che dica al figlio “tu non dovevi nascere”, “sei arrivato per sbaglio”, “aveva deciso di non avere più figli, e poi sei arrivato tu”.

O ancora, la mamma che affermi “volevo abortire, ma non ci sono riuscita“, “alla tua nascita ho sofferto in modo esagerato”, “il parto mi ha provocato delle lacerazioni tremende” e frasi di questi tipo.

E’ importante notare che tali affermazioni possono essere anche rivolte in modo indiretto, cioè parlando con qualcun altro, in presenza del bambino che, pur sembrando distratto, percepisce tutto.

In aggiunta, ci sono una serie di comportamenti non verbali che possono evidenziare il non esistere: i genitori – o uno dei genitori –  che non prende volentieri in braccio il bambino, o mostra evidente e continuo fastidio, che si lamenta durante il momento della pappa – momento invece fondamentale per il bambino, per strutturare un sano rapporto con il cibo – o del bagnetto, o del sonno – altro momento cruciale nella vita del bambino.

Il messaggio che riceve il bambino è veramente devastante: io non devo esistere, sono nulla, sono un peso.

E da grande questi suoi pensieri si evidenzieranno in un comportamento fortemente insicuro, di scarsa presenza nelle situazioni, di poca cura del sé, di poca considerazione per propri desideri.

Questo adulto si sentirà sempre fuori posto, sempre inadeguato e alla disperata ricerca diapprovazione da chiunque.

NON ENTRARE IN INTIMITA’

Questa ingiunzione si trasferisce soprattutto con comunicazioni non verbali attraverso le quali il genitore evita di entrare in intimità con il figlio.

E’ il caso in cui un genitore allontana o evita che il bambino si avvicini a lui, struttura un rapporto basato sulla mancanza di contatto fisico e la mancanza di carezze positive.  

Se un genitore scoraggia il bambino dall’avvicinarsi il bambino interpreterà ciò come un messaggio con cui gli si dice che non deve entrare in intimità, connessuno.

 Da adulto avrà dunque grande difficoltà a vivere l’intimità con chiunque – amici, partner, suoi figli – e manterrà sempre una distanza che non farà altro che complicare i suoi rapporti e confermargli che l’intimità non serve.

Avrà difficoltà si a vivere intimità relazionale, che intimità fisica.

Inoltre, se il bambino perde un genitore a cui si sentiva vicino, per morte o per divorzio, può darsi da solo questa ingiunzione, dicendosi cose come: “Che scopo c’è ad entrare in intimità, tanto poi muoiono” e decidere di non entrare mai più in intimità con nessuno

I vostri figli non sono i vostri figli. Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di sé. Essi non provengono da voi, ma per tramite vostro, e benché stiano con voi non vi appartengono – Kahlil Gibran

NON ESSERE IMPORTANTE

Questo tipo di ingiunzione si trasferisce quando al bambino viene continuamente fatto notare che lui non può parlare perché piccolo, che il suo parere non conta, che i suoi desideri sono, sempre, secondari, che il suo pensiero è sempre inutile, che il suo punto di vista non interessa.

Il messaggio che il bambino ne ricaverà sarà non sono  importante e, da adulto, strutturerà questo messaggio come  modalità relazionale, ponendosi sempre dopo gli altri, badando non far valere mai il suo punto di vista, facendo attenzione a non dare mai fastidio, quasi ad essere trasparente.

NON ESSERE UN BAMBINO

E’ questo il messaggio trasferito  da quei genitori che considerano i bambini “ometti” o “donnine” sin dalla prima infanzia: cominciano a considerare i bambini adulti prima del tempo, richiedendogli troppo presto compiti che non sono i loro, scoraggiando il pianto – manifestazione naturale per un bambino, come respirare – considerandolo “da neonato!”.

Spesso questa è la sorte che tocca al primo di molti figli che ben presto diventa “responsabile” per tutti, o al più grande di un gruppo di fratelli con genitori assenti o latitanti – o con uno dei genitori mancante. Succede che il grande si faccia carico di responsabilità che non gli appartengono. In sostanza, gli viene sottratta un parte importante d’infanzia.

In questo modo, il bambino introietta il messaggio per cui non deve essere bambino. E qual è la peculiarità di un bambino? Divertirsi e giocare.

Così questo “ometto” – o questa “donnina” – da grande avrà grande difficoltà a giocare, a relazionarsi scherzando, a prendere le cose dal lato meno serio.

Anzi, risulterà sempre troppo serio, attento al dovere, alle responsabilità, incapace di lasciarsi andare. Persona dunque affidabilissima, ma terribilmente noiosa, che vivrà questo carico in modo difficile e pesante.

NON CRESCERE

Questa ingiunzione è l’opposto della precedente.  E’ spesso definita data dalla mamma al suo ultimo figlio e trasferisce il messaggio  “non abbandonarmi”.

Questo comportamento viene ripetuto nel tempo attraverso cure e attenzioni eccessive che trattengono il bambino in un bozzolo e gli impediscono di affrontare quelle tappe necessarie all’allontanamento dalle figure genitoriali.

Anche un padre può strutturare questo tipo di ingiunzione , nei confronti di un figlia femmina, soprattutto in età pre-puberale o in piena pubertà, quando egli comincia a sentire stimoli sessuali e se ne spaventa.

E’ in questa fase che il padre proibisce alla ragazza di truccarsi, di mettersi vestiti che egli ritiene poco adatti alla sua età, di uscire con i ragazzi.

Potrebbe anche succedere che un padre interrompa i contatti fisici non appena la figlia diventi troppo matura.

Da tutti questi messaggi, il bambino fa suo il concetto che non deve crescere se vuole conservare l’amore dei genitori e da adulto struttura un comportamento dipendente, magari tarda ad andare via di casa, rimane mammone – o la femminuccia non riesce a trovare l’uomo adatto, perché troppo legata alla figura paterna – non ricerca una nomale indipendenza.

 
NON AVERE SUCCESSO

Attraverso questa ingiunzione, il genitore trasferisce al bambino un messaggio di  tipo “non vincere o non mi piacerai più”, che si molto rapidamente si trasforma in “non avere successo”. E’ il messaggio trasmesso da quei genitori che temono che il successo dei figli possa oscurarli, oppure che provano gelosia dei risultati ottenuti dal proprio figlio.

Aldilà della possibilità razionale di essere orgoglioso del figlio, inconsciamente questo genitore può patire il fatto che suo figlio abbia possibilità che lui stesso non ha avuto, oppure che il figlio dimostri di essere migliore di lui.

Anche un comportamento particolarmente svalutante, con messaggi tipo “non sei capace a far nulla”, “sei un pasticcione, imbrananto, buono a nulla”, “sai solo far disastri”, etc. giungeranno al bambino come messaggi che in realtà evidenziano la sua incapacità a fare qualcosa, a riuscire, ad avere successo.  

E cosa potrà introiettare da adulto un bambino con questa ingiunzione? Un messaggio molto semplice: non posso fare niente, non so fare niente, non riuscirò mai a fare niente… Quindi spesso nemmeno ci proverà, vivendo un’eterna condizione di non capacità, fallimento, bassa autostima.

NON ESSERE TE STESSO

Questo messaggio è il tipico messaggio rivolto soprattutto al bambino che nasce del sesso “sbagliato” ossia da genitori che hanno avuto un maschio quando volevano una femmina o viceversa.  

Spesso succede per un primo figlio – genitori che voglio in modo esagerato una femmina o un maschio e rimangono delusi – o ad un figlio che arriva dopo diversi fratelli dello tesso sesso: dopo tre figli maschi i genitori vogliono una femmina – o dopo tre figlie femmine i genitori vogliono un maschio.

Di fatto, il messaggio trasmesso richiama la colonna sonora di un celebre cartone animato di anni fa, che molti ricorderanno: Lady Oscar. Qui si raccontava di un eroina del ‘700, molto mascolina – sembrava veramente un maschio – che, come recitava la canzone

il buon padre voleva un maschietto ma ahime’ sei nata tu, nella culla ti han messo un fioretto lady dal fiocco blu

Ecco dunque che il bambino crescerà con una scarsa consapevolezza del suo sesso, sviluppando una difficoltà di identità che potrà manifestarsi in età adulta. 

NON STARE BENE E NON ESSERE SANO DI MENTE

Questa ingiunzione ha la sua caratteristica nel comportamento genitoriale in cui si prestano cure, attenzioni si danno carezze ai bambini solo quando sono malati, e non gliene fanno affatto quando stanno bene.

Questo equivale a trasferire un messaggio del tipo “non stare bene, perché così avrai amore”. E’ il caso del bambino che ricerca attenzioni da genitori troppo affaccendati, che lo accudiscono solo quando si ammala.

Da adulto, questo bambini tenderà a ricercare l’attenzione, e l’amore, degli altri mettendo in atto meccanismi compassionevoli, mostrandosi debole e bisognoso di cure, e facilmente tenderà all’ipocondria.

Tutto questo può accadere anche con genitori psicotici i cui comportamenti tipici vengono presi a modello dal bambino che, bisognoso di attenzioni, tenderà a comportarsi allo stesso modo e quindi a “non essere sano di mente”.

NON FARE PARTE

Questo è il messaggio di quei genitori che dicono al figlio che è “difficile”, “speciale”, “timido” o “diverso dagli altri bambini”, creando così in lui difficoltà a sentirsi parte di un gruppo, a socializzare. L’ingiunzione può arrivare anche attraverso l’incapacità degli stessi genitori ad avere rapporti relazionali.

Il bambino dunque, farà suo il messaggio che per lui è difficile essere parte di qualcosa – il gruppo di amici, del lavoro, dello sport – perché lui è diverso e, da adulto, tenderà all’isolamento per timore del confronto.

In chiusura di articolo, alcune doverose precisazioni:

  • i genitori agiscono sempre in buona fede, e spinti da meccanismi inconsci di cui sono ovviamente eincosapevoli
  • tutte le ingiunzioni si possono superare con un lavoro personale che permette di giungere al loro opposto: i permessi.

Bibliografia:
Goulding, R. e M. (1983). Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale.

Источник: http://www.crescitamentale.it/ingiunzioni-come-i-genitori-hanno-fatto-di-noi-cio-che-siamo/

I no che aiutano a crescere figli equilibrati

Le ingiunzioni che (non) aiutano a crescere

Quando le privazioni sono poste a corredo di una responsabilità genitoriale matura sana ed equilibrata. 

“L’erba voglio non cresce neanche nei giardini del re” erano solite ripetere le nostre nonne.

In effetti, sarà capitato a tutti di trovarsi, prima o poi, personalmente coinvolti in questioni che hanno a che fare con figli che non vogliono saperne di contenimenti e limitazioni e che chiedono senza sosta in nome di un non meglio precisato “diritto” alla soddisfazione immediata dei desideri.

Nonostante le ultime generazioni siano figlie di un’epoca dove sembra imperare il diktat del “tutto e subito”, è bene mettere in chiaro che esistono dei no che aiutano a crescere figli equilibrati.

In prima battuta, potrà forse sembrare strano, ma è proprio così. Se ci tieni davvero ai tuoi “ragazzi”, non pensare di fare del bene concedendo tutto ciò che passa loro per la mente.

Anzi vestendo i panni saltuariamente del “Mister no”, si eviterà di far cadere le giovani generazioni nell’errata convinzione che sia il mondo a girare loro intorno.

Ma come si fa a tenere la linea dura? In fin dei conti, potrebbe venire naturale obiettare, “sono sangue del nostro sangue” e l’istinto protettivo proprio di ogni genitore sarebbe quello di evitare ai “cuccioli” di casa le sofferenze e le privazioni vissute da chi ha qualche anno in più.

Obiezioni comprensibili e in parte pure condivisibili, ma che non spostano più di tanto in là l’asticella che segna la linea di confine tra divieti e concessioni. Se anche tu hai qualche dubbio su quali e quanti siano i no che aiutano a crescere figli equilibrati, continua a leggerci! Le conoscenze, specie quando si tratta di figli e relazioni familiari, non sono mai troppe.

Quanti “no” per una sana crescita

“Pochi ma buoni” dice un famoso detto in tema di amicizie, ovvero meglio pochi amici, ma di quelli veri, piuttosto che una marea di gente che al minimo problema si dilegua dimostrando così di essere un amico solo di facciata. In altre parole, dunque, meglio puntare sulla qualità delle relazioni, piuttosto che sulla quantità.

Se trasferiamo poi questo stile di ragionamento anche sulla materia oggetto del presente approfondimento, vedremo che le cose non cambiano poi così tanto.

Perché? Semplicemente, perché se i “no” in misura adeguata servono, a seconda delle età, a stabilire dei limiti, a fissare delle regole per una sana e rispettosa convivenza, un’esagerazione di negazioni potrebbe essere fonte di personalità represse e inibite.

Quindi, ben vengano i “no” tra genitori/educatori e ragazzi che crescono, ma senza esagerare, perché se un tempo era la regola crescere i figli a suon di “Stai zitto!”, “Stai fermo!”, “Non toccare!”, “Non fare lo stupido!”, e chi più ne ha più ne metta, al giorno d’oggi uno stile troppo autoritario non sarebbe più possibile né in famiglia, né a scuola. Quindi, meglio adeguarsi in fretta ai tempi che corrono senza però perdere di vista quel minimo di regole che fanno di un educatore una brava guida nella vita.

I “no” nelle diverse fasi di vita

Arrivati a questo punto, è quindi fondamentale cercare d’individuare quali sono i “no” che servono alla crescita dei figli, perché un conto è dire no all’acquisto dello smartphone di ultimissima generazione e un conto è negare un’uscita il sabato pomeriggio con gli amici, perché la famiglia deve sempre stare unita come si faceva in passato. Se, infatti, il primo divieto si lega all’intento di non inculcare un’esasperata mentalità consumistica, il secondo è un divieto che serve più al genitore che al figlio e, quindi, è un no che “piace” come genitori, ma che forse non è poi così sano per stimolare lo sviluppo della personalità dei figli.

È anche vero, però, che mentre esistono scuole di ogni tipo per imparare le cose più disparate, ancora non si è mai sentito parlare di scuole che aiutino a formarsi come genitori ed educatori, ed infatti si dice che “genitori non si nasce, ma si diventa”.

Pertanto, se anche tu ti trovi a dover stabilire delle regole per una sana e civile, ma allo stesso tempo affettuosa, vita tra le quattro pareti di casa, sappi che c’è stato anche qualcuno che si è preso la briga di selezionare i vari tipi di “no” in corrispondenza delle diverse fasi della vita. E così dai “no” intesi come divieti, si passa ai “no” legati al senso del limite, per poi giungere ai “no” inseriti all’interno di un sistema di regole, per terminare infine con i “no” aventi valore di resistenza. Ma vediamo meglio nel dettaglio di cosa si tratta.

I no e i divieti

I divieti assoluti e inderogabili sono quelli legati alla fase della prima infanzia. È questa infatti l’età caratterizzata dalle esplorazioni del mondo circostante in cui sono sempre in agguato situazioni di pericolo che richiedono un quasi continuo e attento monitoraggio.

Per cui ben vengano i “No” ripetuti a gran voce e accompagnati dal segno del dito indice che oscilla a destra e a sinistra e che fa capire visivamente al bambino che non si tirano cose dalla terrazza, non si gioca con lo scovolino del w.c., non si tocca il vetro del forno, non si gioca con gli interruttori della luce e chi più ne ha più ne metta.

Questi “no”, meglio se pronunciati in modo chiaro, immediato e rassicurante, aiutano infatti i bambini a formarsi una sorta di propria mappa per muoversi nello spazio.

In questa fase, in cui i bambini non sono ancora provvisti di parola, si tratta di semplici “no”, privi di spiegazioni che se fornite, potrebbero risultare per lo più incomprensibili ai piccoli, quindi tanto vale risparmiare tempo e fatica argomentativa che tornerà, invece, assai utile negli anni a seguire.

I no e il senso del limite

Se poi dalla primissima infanzia si passa alla seconda infanzia i “no” cambiano veste, vale a dire non sono più quelli del divieto, ma quelli del limite.

Se in prima battuta questi termini potrebbero pure sembrare sinonimi, con un minimo di approfondimento in realtà si scoprirà che non è così.

Infatti, i divieti di cui sopra sono dei segnali di Stop a fini di tutela dell’incolumità del piccolo che non avendo ancora in sé il senso del pericolo, potrebbe davvero rischiare di farsi molto male se non ci fosse accanto un adulto ad impedirlo.

I “no” legati alla scuola dell’infanzia sono quelli che servono ad arginare la manifestazione di sé al fine di permettere un’interazione con i propri pari.

Per cui se l’istinto naturale vorrebbe che il bambino che ha ricevuto un pugno da un amico rispondesse con la stessa “moneta”, in forza di una sorta di “legge del taglione”, vale a dire dell’ “occhio per occhio dente per dente”, un “no” in questo contesto servirà ad arginare l’istinto. Il bambino imparerà così a non considerarsi al centro del mondo, ma sarà spinto ad evolversi nelle relazioni tra i pari e nel rapporto con la realtà circostante sia amicale che scolastica. È pur vero che questi “no”, limitando la personalità, sono anche quelli che producono frustrazione, che sulle prime, non farà piacere sperimentare, ma che si rivelerà un passaggio fondamentale per far sì che il bambino attivi nuove risorse e competenze per uno sviluppo più armonico di sé e delle relazioni con l’altro.

I no e il rispetto delle regole

Nella seconda infanzia e nella preadolescenza, il “no” diventa quello della regola, cioè di quello strumento che consente ai ragazzi di orientarsi nel mondo.

Per cui acconsentire ad un’uscita tra amici a condizione che si rispetti l’orario imposto del “coprifuoco”, altrimenti le prossime volte verrà inibita l’uscita, significa dire un “no” ben più complesso di quelli analizzati in precedenza.

Infatti l’obiettivo dei “no” che si dicono in questa ulteriore fase di vita è quello di far raggiungere una diversa autonomia ai ragazzi, che dal canto loro devono dimostrare di essere all’altezza di una maggiore libertà. Mai dimenticare, infatti, che una maggiore libertà va di pari passo con una accresciuta responsabilità.

Per cui ben vengano sempre maggiori spazi di libertà e autonomia a condizione, però, che si sia in grado di dimostrare con i fatti e non solo a chiacchiere, di sapersi assumere sempre maggiori responsabilità.

I no di resistenza

Nella complessa fase dell’adolescenza, invece, il “no” è quello della resistenza, vale a dire dei rapporti di forza.

È un no che serve ai ragazzi per aiutarli a scoprire e portare avanti il proprio progetto di vita che spesso si combina a periodi di grossa conflittualità che implica anche capacità di resistenza e di gestione dello stress.

Un passaggio questo, particolarmente doloroso sia per i genitori che per i figli visto che per riuscire a spiccare i propri voli lontano dal nido familiare, i ragazzi entrano spesso in una fase cosiddetta di contestazione dei valori veicolati dalla famiglia, con il rischio di buttare via “il bambino con l’acqua sporca” come dice un detto.

Per cui gli adulti in questa fase dovranno resistere agli “attacchi” dei ragazzi che cercano un proprio spazio nel mondo a modo loro, mantenendo la linea del “no” solo per le questioni più nevralgiche.

Se lo scontro è sul concedere o meno la disponibilità del Suv di papà per una gita fuori porta tra amici, subito dopo aver preso la patente, avere la forza di stare sulla linea del “no” richiede coraggio e capacità di interrogare e interrogarsi per mettersi davvero in ascolto dei figli.

In altri termini, in questa nuova fase di vita e di relazione, sempre più tra pari, non potranno più esserci “no” imposti o calati dall’alto; molto meglio invece optare per una negoziazione che tenga conto dei diversi punti di vista e delle diverse priorità.

Da potestà genitoriale a responsabilità genitoriale

Passando ora dall’ambito relazionale a quello giuridico sarà interessante verificare come i cambiamenti di carattere socio pedagogico si siano riflessi anche all’interno dei Codici di legge. La prima svolta terminologica e sostanziale nel rapporto genitori-figli risale infatti alla riforma del diritto di famiglia del 1975.

Si passò così dalla concezione autoritaria in cui il padre esercitava i suoi diritti sulla prole, dove i “no” e anche qualche scapaccione fioccavano come se piovesse, ad una diversa visione in cui assumevano rilievo preminente l’interesse dei figli e la loro tutela.

Era così iniziata una sorta di “rivoluzione copernicana” nel diritto di famiglia, dove al centro non si trovava più il pater familias bensì la prole.

Con detta riforma, pertanto, il potere veniva attribuito ai genitori solamente in funzione dell’interesse dei figli, e la madre non era più soggetta al “potere” del marito, in quanto entrambi i coniugi e genitori venivano finalmente posti su un piano di reciproca parità.

Questo passaggio epocale venne accompagnato anche da un mutamento terminologico non di poco conto; dalla “patria potestà” si era passati alla “potestà genitoriale”, termine in linea con l’eliminazione delle diseguaglianze tra uomo e donna, ma ancora espressione di un rapporto di supremazia e subordinazione.

Fu, infatti, un regolamento europeo [1] a introdurre la nuova locuzione di “responsabilità genitoriale“, che mise l’accento sugli obblighi dei genitori verso i figli, determinando così il definitivo superamento del concetto di “potere” all’interno dell’ambito familiare.

Sulle orme di matrice europea la giurisprudenza italiana iniziò a muovere i primi passi finchè la successiva riforma sulla filiazione [2][3] sostituì definitivamente anche nel nostro ordinamento interno la locuzione “potestà genitoriale” con quella di “responsabilità genitoriale”, termine decisamente più in sintonia con gli obiettivi di cura e di attenzione da prestare al minore.

I figli diventano, quindi, il nuovo centro di attenzione, non più “soggetti” passivi dell’indiscusso potere del pater familias, bensì polo su cui far convergere gli obblighi di entrambi i genitori, chiamati a contribuire alla loro crescita che richiede il mantenimento di un equilibrio sempre più sottile tra privazioni e concessioni.

Di Maria Teresa Biscarini

[1] Reg. Ue n. 2201/2003.

[2] L. n. 219 del 10.12.2012.

[3] D.Lgs. 154/2013.

Источник: https://www.laleggepertutti.it/295622_i-no-che-aiutano-a-crescere-figli-equilibrati

Senso di colpa nei bambini

Le ingiunzioni che (non) aiutano a crescere

Tante volte i genitori sgridano i propri figli. Il che va anche bene, ma alcune espressioni stimolano il senso di colpa che, strutturandosi nell’infanzia, può divenire in età adulta una problematica comportamentale

Il bambino, quando non è completamente libero di esprimersi, verrà ostacolato nella sua spontaneità. La punizione nello stile educativo, è considerata al pari di una gratificazione, elemento quest’ultimo che contraddistingue la riuscita del bambino nella sua vita. 

Ma in che modo nasce il senso di colpa?

Berne, uno psicoanalista transazionale, introduce il concetto di ingiunzione considerandola come una modalità di richiesta genitoriale su come il bambino deve comportarsi in certe situazioni e quindi nella vita. Le ingiunzioni più comuni sono: non esistere, non essere bambino, non diventare grande, non riuscire, non avere legami, non amare e non essere amabile, non essere sano.

indica proprio il senso della vita che si esprime col “vorrei che tu non fossi nato” o “ti ammazzerei per questo”, “ho sofferto per farti nascere e ancora soffro perché mi fai arrabbiare”.

Il messaggio non è solo verbale, ma si esprime anche attraverso i gesti, gli atteggiamenti, con i quali il genitore “ignora” palesemente la presenza del piccolo rendendolo anche dipendente dai suoi riconoscimenti e dalle sue richieste di attenzioni e di affetto.

i genitori minacciati da un comportamento infantile, e quindi dal loro stesso figlio, richiedono a quest’ultimo di essere adulto, responsabile, maturo.

Non avendo avuto la possibilità di essere bambini e quindi non riconoscono nel gioco, nel divertimento, nella spensieratezza un comportamento legato alla crescita, cercano inconsciamente di impedire questo processo nel proprio bimbo.

  • Di contro, il “non crescere”

significa “non abbandonarmi”, non lasciarmi per diventare una persona adulta, ma resta piccolo così “potrai badare a me”, “potrai stare con me”. È tipico di chi resta a casa dei genitori per badare a loro, nonostante l’età adulta. 

In questa ingiunzione c’è davvero tanto. Il non realizzare “ciò che io non sono stato in grado di fare”,” non essere migliore di ciò che sono stato io”. Non aver avuto la possibilità economica, per es.

, di conseguire gli studi può diventare un problema per il figlio, il quale avendone l’opportunità avrà difficoltà a farlo poiché avvertirà l’amaro risentimento che il genitore porta dentro di sé per non essere riuscito a farlo.

non “essere del sesso che sei”, “assomigli tutto a tuo padre” o “a tua madre”, quindi sii qualcun altro o qualcun’altra..ma non te stesso!

  • Il “non (non fare niente)”

propone il senso del non intraprendere nessuna azione che possa cambiare lo status quo: “va’ a vedere cosa sta facendo tua sorella e dille di smettere”. (Stewart, Joines, 2001).

“mio figlio è un bambino timido”, “è diverso dagli altri”, “è difficile”. È un riproporre attraverso il figlio la propria incapacità di stabilire delle relazioni. E così il piccolo vivrà la sua solitudine, la sua incapacità a strutturare rapporti significativi sul piano affettivo e sociale.

In questo contesto difficilmente c’è una vicinanza fisica tra genitori o tra adulti e figli, per cui il rapporto affettivo è fatto prevalentemente di verbalizzazioni e pochi contatti.

“Non essere in intimità” significa “non fidarti” e questo induce a diventare un adulto con serie difficoltà a trovare relazioni affettive significative e a stabilire un’intimità nel rapporto che avrà le stesse caratteristiche di quello da cui ha derivato il suo modello comportamentale.

È importante, in questi frangenti esprimere la propria emotività, i bisogni e le necessità ponendo fiducia nell’altro. Un fiducia che potrà accogliere i dubbi, i dolori, le incertezze come anche la gioia e la condivisione reciproca per permettere un arricchimento emotivo, soprattutto tra genitore e figlio.

  • Non stare bene (non essere sano di mente)

È possibile che due genitori dediti al lavoro abbiano difficoltà a dedicarsi completamente alla famiglia e ai figli, quindi, nel contesto della malattia questi ultimi riescono ad ottenere le attenzioni dovute.

“Per essere coccolata e per ottenere l’interesse dei miei, devo essere malata”.

“E’ un bambino cagionevole di salute” indica la necessità di considerarlo “malato” poiché diversamente sarebbe meno importante sul piano affettivo.

sono altri due modi per sminuire i figli nella loro mera esistenza: sminuire continuamente ciò che pensano, attraverso battute sarcastiche o espressioni non verbali induce il bambino a riflettere sul reale valore delle proprie affermazioni entrando in confusione con quello che realmente pensa e desidera esprimere “Non pensare quello che tu pensi, pensa solo quello che penso io”.

Lo stesso per quanto concerne le emozioni, il non sentire è proprio riferito alla tendenza a reprimerle e a non manifestarle “io ho fame, che vuoi mangiare”. Non sentire sensazioni, emozioni (non provare tristezza o paura), non percepire e non esprimere. “Non sentire quello che senti tu, ma senti ciò che sento io” .

Queste situazioni tipiche delle personalità psicotiche tendono a tarpare le ali a qualsiasi tentativo del piccolo di diventare autonomo e indipendente dalla relazione con la madre.

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I consigli di un esperto per crescere bambini indipendenti e felici

Cosa è possibile fare?

Berne parla di carezze: le coccole che compensano qualsiasi tipo di disagio si presenti. Sono un riconoscimento dell’altra persona a prescindere dal contatto fisico.

Le carezze positive si riferiscono a ciò che la persona è: “E’ bello vederti”, “Ti voglio bene” mentre al contrario tutto ciò che si esprime negativamente come “non ti sopporto”, “sei un incapace” sono un modo per negare l’esistenza dell’altro.

Le carezze come gratificazioni donano all’altro, e soprattutto al bambino durante la crescita, una sensazione di benessere, favorendo una crescita autonoma.

DARE carezze non significa necessariamente limitarsi nell’offrirle o aspettarsi in cambio un effettivo riscontro, quanto piuttosto esprimere il proprio desiderio di trasmettere emozioni, sentimenti e benessere. PRENDERE le carezze a volte risulta difficile per via della diffidenza che si cela dietro un gesto apparentemente spontaneo. Ma il poterlo fare liberamente implica una scelta ed un individuazione dei propri bisogni.

Anche CHIEDERE alla fine è piuttosto complesso, ma in tale comportamento esiste la capacità di identificare i propri bisogni, distinguerli ed esprimerli. RIFIUTARE LE CAREZZE nel senso di riceverle o di darle se non si vuole.

E qui ci si riferisce fondamentalmente a tanti genitori che chiedono ai loro piccoli di salutare con gesti affettuosi anche persone estranee nonostante ci sia un rifiuto di base.

Le carezze, infatti, assumono una consistenza ed un valore differente quando si esprimono con giusta convinzione e desiderio.

Il rispetto dell’individualità del bambino è il primo passo per riconoscere la sua persona e aiutarlo ad essere come desidera.

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Источник: https://www.pianetamamma.it/il-bambino/sviluppo-e-crescita/cosa-produce-senso-colpa-nei-bambini.html

Gravidanza
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