Le domande più importanti da fare ogni giorno ad un bambino in età scolare

Qual è il modo corretto per comunicare con i bambini?

Le domande più importanti da fare ogni giorno ad un bambino in età scolare

«Ma ciaaaooo piccolino, ma che belle guanciotte che hai!1, il tutto pronunciato con una voce stridula e alzata di quattro toni rispetto al normale. Oppure: «Perché non posso uscire a giocare a pallone?», «Perché no». «Ok, ma perché?». “«Ho detto perché no».

Classiche scene di un adulto alle prese con un neonato o con il proprio figlio preadolescente: nella prima, crediamo di metterci al loro livello, parlando con la vocina in falsetto e usando ogni vezzeggiativo possibile e immaginabile; nel secondo caso, invece, applichiamo la patria potestà in modo perentorio, senza dare spiegazioni, ma solo ordini.

E fallendo miseramente.

Si sa, fare il genitore è complicatissimo: trovare il giusto modo di comunicare e di farsi capire dai figli è uno dei compiti più ardui mai assegnati a un essere umano. Se la comunicazione implica poi il rispetto di determinate regole, quindi l’impartizione dei doveri, è un attimo trovarsi davanti dei piccoli ammutinati inferociti e confusi.

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Quindi, come fare a comunicare con i bambini? Come rapportarsi a loro in modo costruttivo? È una domanda cui ha cercato di dare una risposta la psicologa clinica Wendy Mogel nella sua rubrica sul New York Times, arrivando alla conclusione che è inutile cercare di imporre un dialogo, soprattutto quando il divario generazionale implica un rapporto di genitorialità. Piuttosto, bisogna cercare di sfruttare i numerosi canali che i bambini ci offrono, ma che noi adulti spesso siamo restii a vedere: per esempio, quando ci spiegano qualcosa che li appassiona nel dettaglio, di cui magari a noi importa poco, ma che sarebbe bene stare ad ascoltare con l’atteggiamento di chi ignora («Mamma, lo sai che lo squalo più grande al mondo è quello bianco? E non è vero che è un assassino, muoiono più uomini per colpa del morso di un cane che di uno squalo». «Davvero? Non lo sapevo!»). Oppure, è bene stare ad ascoltarli, quando cominciano a parlarci in modo spontaneo: di solito, questo accade quando sediamo fianco a fianco (è più semplice per loro comunicare in questo modo, rispetto al faccia a faccia) e hanno un oggetto tra le mani, che scioglie le tensioni (può essere un gioco o un libro).

«Come parlare ai bambini? Bella domanda! Ovviamente a ogni età corrisponde uno sviluppo cognitivo e di pensiero differente e proprio per questo dovremmo adattare le parole e il modo in cui ci rivolgiamo ai bambini che abbiamo di fronte», spiega Alice Riazzola, psicologa clinica, specializzata come educatrice nell’area minori. Per esempio, con i bambini molto piccoli, dai 0 ai 5 anni, come ci si deve comportare? E nella fase immediatamente successiva, dai 6 ai 10 anni? «Nella fase neonatale e prescolare, tante persone usano un timbro di voce quasi buffo per rivolgersi a loro, ma questo non è utile per farsi capire; molto meglio usare il nostro normale timbro di voce e pronunciare le parole nel modo corretto. I bambini capiscono! In questo primo periodo di vita i bambini fanno molta fatica a comprendere le metafore, molto utili invece quando il bambino sarà più grande (a partire circa dai 11/12 anni). Inoltre, anche a quest’età e soprattutto in quella scolare, è importante spiegare loro il perché delle varie decisioni che si prendono quotidianamente nei loro confronti; la risposta «perché no» non è educativa per il bambino, il quale non riesce a capire il «no» dato dall’adulto a una sua richiesta. Dovete prendervi il giusto tempo per spiegargli perché mamma e papà hanno preso quella decisione, comunicando anche le varie emozioni che sperimentano perché i bimbi imparano a percepire e a dare un nome alle emozioni, grazie all’azione di rispecchiamento che mettono in atto gli adulti».

Dai 10 ai 13 anni, invece? Meglio trattarli come piccoli adulti? «Questo è il cosiddetto “periodo preadolescenziale”, nel quale il ragazzino incomincia a formare la propria identità, distinta da quella dei genitori, e a imporsi con la propria volontà.

In questo lasso di tempo, come anticipavo, sono molto utili le metafore per far comprendere determinati concetti; inoltre, bisognerebbe parlare loro come piccoli adulti, ovvero usando un linguaggio corretto, un timbro di voce normale e spiegare la verità, senza però dimenticarci che sono ancora delle piccole persone che stanno cercando la loro strada per costruirsi la propria identità e che noi adulti abbiamo un ruolo fondamentale nell’aiutarli in questo tortuoso e duro percorso che durerà molti anni».

«Può essere questa l’età in cui incominciano a fare delle domande scomode ai genitori circa il sesso o la vita (per esempio, se si affronta un lutto in famiglia): in questi casi, il mio consiglio è quello di sedersi con loro e rispondere alle varie domande, usando metafore solo se utili a far capire il concetto, e senza deviare dall’argomento principale. In un mondo tecnologico come quello in cui viviamo è meglio che siano i genitori o gli adulti di riferimento a rispondere a queste domande, anche se un po’ scomode, piuttosto che lasciarli in balia dei vari siti Internet per documentarsi».

Attività fisica

Le domande più importanti da fare ogni giorno ad un bambino in età scolare

Chiara Cattaneo, Paola Nardone – Iss

10 maggio 2018 – Quando la pratica dell’attività fisica viene acquisita nell’infanzia tende a divenire parte integrante dello stile di vita della persona. Generalmente da bambini si apprendono quei comportamenti che perdurano nel tempo e che possono avere un’influenza sulla salute nelle età successive.

Tra i fattori caratterizzanti gli stili di vita, l’attività fisica, ricreativa o sportiva, ha un ruolo prioritario per la salute e riveste particolare importanza in età evolutiva.

Numerose evidenze scientifiche dimostrano infatti che svolgere attività fisica con regolarità promuove la crescita e lo sviluppo nell’infanzia, con molteplici benefici per la salute fisica, mentale e cognitiva, funzionali al raggiungimento di un sviluppo armonico.

La partecipazione ad attività motorie può essere inoltre di supporto allo sviluppo sociale dei bambini, offrendo loro opportunità per l’espressione personale, la costruzione dell’autostima, l’interazione e l’integrazione sociale, competenze e abilità utili per la vita futura.

Negli adolescenti si è osservato che l’attività fisica influenza anche diversi aspetti dello stile di vita, favorendo l’adozione di comportamenti salutari tra i quali abitudini alimentari corrette, rinuncia all’alcol e al fumo di sigaretta.

Per tutti questi motivi, in età scolare appare particolarmente importante la pratica quotidiana del movimento, dai giochi ad altre attività, sia a scuola sia durante il tempo libero.

Purtroppo i dati riferiti alla popolazione più giovane indicano una tendenza alla scarsa attività fisica.

Il movimento concepito in passato come gioco all’aperto, attività non strutturata e senza sorveglianza, si sta trasformando sempre più in attività strutturate svolte sotto la supervisione di un adulto.

La carenza di spazi e di tempi adeguati, nonché di sicurezza nel frequentare luoghi all’aperto, fa sì che i bambini e gli adolescenti siano sempre più spesso confinati in spazi chiusi coinvolti in attività sedentarie quali guardare la televisione, giocare ai videogame, con lo smartphone o il tablet.

La sedentarietà aumenta notevolmente i rischi per la salute e questo avviene indipendentemente dal livello di attività fisica praticata. Sembra infatti che vi sia poca o nessuna associazione tra attività fisica e comportamenti sedentari.

Questi risultati evidenziano come l’eccessiva sedentarietà e la poca attività fisica rappresentino due importanti fattori di rischio, separati e distinti, nel determinare malattie croniche e metaboliche come malattie cardiovascolari, diabete e cancro, e che rivestano una particolare importanza proprio durante la crescita.

Cosa ci dicono i dati su attività fisica e sedentarietà?

Grazie ai sistemi di sorveglianza OKkio alla Salute e Health Behaviour in School-aged Children (Hbsc), promossi e finanziati dal Ministero della Salute/Ccm e coordinati dall’Istituto Superiore di Sanità (Iss), possiamo avere indicazioni sugli stili di vita dei bambini della scuola primaria e sui comportamenti a rischio nella pre-adolescenza e nell’adolescenza.

Attività fisica e sedentarietà nei bambini

I risultati dell’indagine 2016 di OKkio alla Salute confermano la scarsa tendenza all’attività fisica dei bambini italiani: il 34% dei bambini dedica al massimo un giorno a settimana (almeno 1 ora) allo svolgimento di attività fisica strutturata e quasi 1 bambino su 4 dedica al massimo un giorno a settimana (almeno 1 ora) allo svolgimento di giochi di movimento.

I bambini che vivono nelle Regioni del Sud sono meno attivi dei coetanei che vivono nelle Regioni del Nord e per quanto riguarda le differenze di genere, le femmine risultano meno attive dei maschi.

Secondo le raccomandazioni Oms e della comunità scientifica, occorre limitare il tempo che i bambini passano davanti allo schermo (TV/videogiochi, ecc.) a non più di 2 ore al giorno; il tempo così speso, può indurre a un maggiore consumo di spuntini a elevato contenuto calorico e può interferire con il sonno, la cui mancanza è un fattore di rischio noto per l'obesità.

Rispetto a comportamenti che favoriscono la sedentarietà, dai dati si nota che in Italia ben il 44% dei bambini ha la TV nella propria camera da letto e il 41% trascorre più di 2 ore al giorno davanti a TV/videogiochi/tablet/cellulari; tale comportamento è maggiormente presente nei bambini che vivono al Sud, nei maschi e nei figli con genitori con basso titolo di studio.

OKkio alla Salute, oltre agli aspetti relativi al movimento e alla sedentarietà nei bambini, rivolge la sua attenzione anche al sovrappeso e all’obesità, un’ulteriore condizione di rischio per la salute. Infatti, tra i bambini di 8-9 anni, 1 su 3 è in sovrappeso od obeso, il 21,3% e il 9,3%, rispettivamente.

Le femmine sono meno obese dei maschi (8,8% vs 9,7%) e le Regioni del Sud e del Centro hanno prevalenze di sovrappeso e obesità più elevate.

Anche se nel corso degli anni i bambini in eccesso ponderale sono diminuiti (passando dal 35,2% della prima rilevazione del 2008-2009 al 30,6% della quinta rilevazione), l’Italia presenta valori elevati di eccesso ponderale tra i Paesi europei aderenti alla sorveglianza Cosi (Childhood Obesity Surveillance Initiative).

Attività fisica e sedentarietà negli adolescenti

Dagli ultimi dati disponibili, relativi al 2014, si nota che rispetto al 2010 cresce in Italia il numero dei ragazzi che svolge attività fisica (un’ora di attività più di 3 giorni a settimana) in tutte le fasce di età (11, 13 e 15 anni), in particolare, l’aumento è più sensibile tra i maschi 11enni (ragazzi dal 47,6% al 57,3% – ragazze dal 35,3% al 42,3%). I dati sulla sedentarietà, tuttavia, evidenziano in tutte le fasce di età l’aumento della percentuale di adolescenti che passano 3 o più ore al giorno a giocare con il pc, lo smartphone o il tablet. Tale incremento risulta maggiore tra le ragazze, e soprattutto per le 11enni dove il valore è addirittura raddoppiato (da 8,7% a 16,5%).

Per quanto riguarda sovrappeso e obesità si osservano valori che diminuiscono nelle femmine con l’aumentare dell’età e restano significativamente maggiori nei maschi, e che si attestano al 13,5%, 11,9% e 10,3% nelle ragazze e al 19%, 19,8% e 20,8% nei ragazzi di 11, 13 e 15 anni, rispettivamente.

Quale attività fisica?

Per mantenere uno stato di buona salute e un peso nella norma bambini e ragazzi dovrebbero svolgere quotidianamente una quantità di attività fisica ben definita.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) i livelli raccomandati di attività fisica per bambini e adolescenti (5-17 anni) comprendono tutte quelle attività come il gioco, l’esercizio strutturato, l’educazione fisica, lo sport, gli spostamenti, realizzate nel contesto familiare, scolastico e di comunità, che permettono nel loro insieme di accumulare giornalmente almeno 60 minuti di attività motoria di intensità da moderata a vigorosa (includendo attività per rafforzare l’apparato muscolo-scheletrico almeno 3 volte a settimana). Per facilitare il raggiungimento dei livelli raccomandati e promuovere l’attività fisica in questa fascia di età l’Oms fornisce ulteriori indicazioni:

  • l’obiettivo giornaliero dei 60 minuti di attività fisica può essere raggiunto in sessioni più brevi (ad esempio 2 sessioni da 30 minuti)
  • bambini e adolescenti inattivi dovrebbero iniziare a praticare attività fisica in modo graduale, aumentando durata, frequenza e intensità di volta in volta. Praticare attività fisica sotto i livelli raccomandati produce comunque benefici, meglio poco che niente
  • laddove possibile, anche bambini e adolescenti con disabilità dovrebbero raggiungere i livelli raccomandati pur sotto il controllo degli operatori sanitari di supporto
  • i livelli raccomandati sono indicati per bambini e adolescenti sani, a eccezione di specifiche condizioni mediche, senza differenze per caratteristiche socio-demografiche.

Occorre tuttavia sottolineare che i comportamenti individuali, come la pratica dell’attività fisica e delle abitudini sedentarie, non sono espressione della sola scelta personale.

Nell’orientare gli stili di vita, infatti, giocano un ruolo rilevante fattori che appartengono alla sfera individuale, come le conoscenze o le credenze, ma anche condizioni appartenenti alla sfera ambientale, come i servizi e le risorse del luogo in cui si vive, e fattori della sfera relazionale, come il sostegno sociale, la condivisione e il supporto da parte di familiari e amici.

Dunque, è anche l’ambiente di vita, inteso nel suo complesso, a orientare i comportamenti dei singoli.

In tal senso, la letteratura scientifica mostra come gli interventi di maggiore successo, siano proprio quelli multicomponenti (che agiscono contemporaneamente a livello individuale, ambientale, e relazionale), adattati al contesto culturale e sociale specifico, che utilizzano le strutture preesistenti (come la scuola e i luoghi di aggregazione e socializzazione), e che coinvolgono i diversi interlocutori in un processo partecipato già nelle fasi di pianificazione e di realizzazione.

Lo sviluppo di strategie e azioni di promozione dell’attività fisica nei bambini e negli adolescenti, è considerato un obiettivo prioritario di sanità pubblica che può avere effetti benefici a breve e lungo termine sia sulla qualità di vita e sul benessere individuale, sia sulla salute della comunità, contribuendo a ridurre i costi sanitari diretti e indiretti. Tale obiettivo può essere raggiunto attraverso un percorso intersettoriale e attivamente partecipato, caratterizzato dalla condivisione di obiettivi e dalla definizione di compiti e responsabilità, con una costante attenzione a tutti i determinanti che possono contribuire a costruire la salute come risorsa di vita quotidiana.

Источник: https://www.epicentro.iss.it/attivita_fisica/bambini-Adolescenti

Il bambino in età prescolare

Le domande più importanti da fare ogni giorno ad un bambino in età scolare

Risalgono addirittura all’inizio degli anni ‘70, per lo più nel mondo anglosassone, le prime proposte di intervento su bambini in età prescolare, secondo cui i genitori devono diventare i protagonisti di un processo di cambiamento di una situazione non ancora consolidata (Egolf, Shames, Johnson, Kaprisin-Burelli).

Negli anni ‘80 numerosi studi ed esperienze cliniche confermano questo orientamento, da Gregory a Shine, a Conture e altri ancora fino a Rustin, Puster, Starkweather e Gottwald. Trovano vasta diffusione programmi di intervento precoce per bambini in età prescolare, con balbuzie conclamata o anche soltanto a rischio.

Con tutto ciò, qui da noi sono in tanti ancora a pensare:

  • la balbuzie col tempo passerà;
  • anche il fratello (il padre, la madre, ecc.) balbettava, poi ha smesso… anche lui si metterà a posto.

Gli adulti significativi intorno al bambino – dai parenti all’insegnante, allo stesso medico – insistono senza alcun fondamento scientifico sul fatto che crescendo certe cose si sistemano: il tempo come cura.

Spesso invece il tempo non cura, ma anzi passa e non senza lasciare tracce nel bambino: sfiducia in sé come bambino “mal riuscito” e sfiducia negli altri, percepiti come consiglieri pasticcioni; sfiducia anche nelle proprie capacità nello studio (“che studio a fare se poi non riesco a parlare?”); scetticismo circa le possibilità di cura…
 

Criteri di valutazione

Charles Van Riper (1905 – 1994)

Secondo Charles Van Riper, uno fra i maggiori studiosi e clinici della balbuzie e balbuziente egli stesso, certi aspetti sono tipici del bambino con disfluenza:

  • ripetizioni frequenti di sillabe;
  • posizioni articolatorie fisse (rigide);
  • disordine verbale fondamentalmente ciclico: il parlare passa a periodi da una fase fluente a una disfluente;
  • non consapevolezza delle ripetizioni e dei blocchi;
  • assenza di paura di parlare (situazioni e parole);
  • assenza di ‘lotta anticipatoria’.

L’aspetto ciclico è il più caratteristico. Il disordine in questa fase iniziale attraversa periodi di piena fluenza che si alternano a periodi di tali e tante ripetizioni e interruzioni che la comunicazione risulta difficile.

Per Van Riper e altri autori una frequenza di più del 5% di balbuzie (5-8 parole balbettate su 100) già può essere considerata non nella norma. I blocchi che durano più di 1 secondo sono anch’essi considerati non nella norma.

Bisogna inoltre valutare se le pause silenti che il bambino fa:

  • sono appropriate;
  • sono molto lunghe;
  • sono sempre all’inizio del discorso.

È segno di pericolo la presenza nel linguaggio del bambino di caratteristiche quali (N.B. La lista procede dalle meno importanti alle più importanti):

  • molte ripetizioni; più ripetizioni che parole fluenti;
  • presenza costante della vocale neutra, cioè: è… è… a… a…
  • prolungamento di suoni, in genere della prima sillaba;
  • tremore sulle labbra;
  • cambiamento improvviso della tonalità della voce e cioè iniziare la frase con un tono e finirla con un altro;
  • sforzo e tensione visibili mentre il bambino parla; smorfie, movimento degli occhi, tensione muscolare;
  • momenti di panico durante l’eloquio, immobilità del corpo, blocco momentaneo, sguardo impaurito;
  • evitamento di situazioni in cui bisogna parlare; rifiuto di rispondere e di parlare;
  • balbuzie: più del 5% delle parole dette sono parole balbettate.

Cosa decidere?

Una volta che si è stabilito – meglio se con l’aiuto di uno specialista – se si tratta di balbuzie o meno, ci sono due strade da seguire:

  1. l’intervento indiretto (preventivo, per bambini dai 2 ai 5 anni): counseling parentale teso ad abilitare i genitori facilitatori di fluenza scongiurando così il pericolo che episodi di semplice balbettamento degenerino in balbuzie conclamata;
  2. l’intervento diretto: terapia vera e propria per le forme conclamate (in genere dai 5/6 anni i poi).

Suggerimenti per i genitori

[R. Jacubovicz, “A gagueira. Teoria e tratamento de adultos e crianças”, Antares Ed., Rio De Janeiro — Tradotto e liberamente adattato da Piero D’Erasmo, Direttore del Centro Punto Parola di Roma, www.balbuzie.biz].
  1. Non aiuteranno il vostro bambino parole, gesti, azioni che denotano preoccupazione per il suo modo di parlare.
  2. Evitate di etichettare il bambino come balbuziente né dovete permettere che altri lo facciano.
  3. Stabilite un buon contatto oculare col bambino, che dovrà percepire il vostro interesse e il vostro piacere di ascoltarlo.
  4. Parlare all’inizio o durante il discorso di vostro figlio può inibire la sua comunicazione. Parlate alla fine.
  5. Offrite un buon modello di linguaggio. Parlate più che potete con il vostro bambino con tranquillità e con una buona articolazione, senza esagerarla.
  6. Non forzare il bambino a parlare davanti ad altre persone, cosa che gli creerebbe stress comunicativo, né pretendere che si esprima oltre le possibilità del suo vocabolario.
  7. Fare domande che esigono risposte molto lunghe rischia di suscitare nel bambino un assurdo senso di incapacità e di inadeguatezza.
  8. Ogni stimolazione eccessiva stressa il bambino e non contribuisce a costruire intorno a lui un ambiente tranquillo.
  9. Attraverso gesti e parole mostrate a vostro figlio di apprezzare le sue qualità.

    Elogiatelo per un disegno, una buona azione, un determinato comportamento, ecc.

  10. Se notate che il bambino è preoccupato per il suo modo di parlare, ditegli che quando i bambini stanno ancora imparando a parlare è normale che ripetano alcune parole.
  11. Evitate di chiedere al vostro bambino di parlare quando è sotto l’effetto di un’intensa emozione.

    Il pianto produce già di per sé intermittenza tra parola e respiro. Quando si chiede qualcosa al bambino che piange, per quanto egli cerchi di organizzare i suoni, non ci riuscirà. Balbetterà di sicuro.

  12. Evitate di insegnare al bambino dei trucchi per non balbettare. Anche perché non è detto che questi funzionino. E ciò lo farà sentire sicuramente “in difetto” e forse anche “in colpa”.

  13. Evitate di completare le frasi del bambino; abbiate pazienza e ascoltate con tranquillità ciò che deve dire anche se ci mette tempo.
  14. Evitate il panico ogniqualvolta vostro figlio si blocca. E il panico lo si può trasmettere anche attraverso il linguaggio del corpo: gesti nervosi con le mani, movimenti particolari con gli occhi, sul viso, ecc.
  15. Stabilite un tempo da dedicare ogni giorno a vostro figlio per raccontargli storie o parlargli liberamente ispirandovi per esempio alle figure di un libro.
  16. Quando il vostro bambino deve andare in qualche posto, avvisatelo prima e ditegli cosa succederà e quali persone incontrerà. Evitate che rimanga in ansia senza sapere dove andrà e con chi giocherà.
  17. Se è un giorno propizio in cui vostro figlio sta balbettando poco o per niente, fate in modo che abbia anche maggiori opportunità di parlare. Per esempio: spegnere la TV per fare un gioco con le marionette, raccontare storielle, visitare un amico, fare piccole commissioni, ecc. Esplorate in tutti i modi la sua fluenza.
  18. Se è una giornata nera in cui il bambino sta balbettando molto, sistemate ogni cosa in modo che egli abbia poche occasioni di parlare. Per esempio: è raccomandabile vedere la TV, andare al cinema, ascoltare storie e canzoncine dallo stereo, ritagliare o incollare figurine, disegnare, ricostruire i puzzle… Contenete in tutti i modi la sua disfluenza.
  19. Fate solo domande necessarie e che richiedano risposte brevi.
  20. Inventate giochi sulle note di un canto fatto in coro o giochi in cui il bambino vi imita e ripete quello che voi dite, lentamente e articolando.
  21. Il miglior modo per non far notare che state facendo attenzione alla sua balbuzie è mostrarsi molto più interessati a quello che il bambino dice, piuttosto che a come lo dice.

Qualche altro suggerimento pratico

Ad integrazione del “ricettario” appena riportato, seguono le note tratte dal “Manuale per la valutazione e il trattamento intensivo della balbuzie” di Lena Rustin (Edizioni Omega – Torino) destinato ai terapeuti. Sembrano semplici regolette che tutti conosciamo, ma se valutiamo bene i nostri comportamenti, ci accorgeremo come almeno ad alcune di queste regole non sempre ci atteniamo.
 

Cosa devo e non devo fare quando mio figlio balbetta

  • devo:
    • ascoltare quello che dice e non come lo dice;
    • dargli tempo ed ascoltare finché non abbia finito;
    • comportarmi come se non balbettasse;
    • seguire i suggerimenti e le indicazioni ricevute e magari da lui stesso praticate, per esempio parlargli più lentamente;
    • mantenere un atteggiamento calmo, in modo che il bambino non si senta pressato nel parlare, finendo così con l’aumentare la velocità di parola;
    • badare bene a non prestare maggiore attenzione ai momenti di balbuzie a scapito di quelli di normale fluenza;
    • ridurre la velocità di parola.
  • non devo:
    • riprenderlo per la balbuzie;
    • “abbandonarlo” quando balbetta;
    • dirgli di smettere di balbettare;
    • punirlo perché balbetta;
    • mostrarmi preoccupato per la sua balbuzie;
    • arrabbiarmi o essere impaziente quando fa fatica a parlare;
    • dire per lui la parola che non gli riesce di dire;
    • fargli troppe domande e soprattutto non fargliele tutte insieme.

Ascoltare

Cosa fare quando sto ascoltando mio figlio.

  • se siamo occupati, diciamogli che vorremmo senz’altro sapere quello che lui ci vuole dire, ma lo preghiamo di aspettare fino a quando potremo ascoltarlo per bene e con la massima attenzione. Naturalmente va previsto poi, senza farlo aspettare troppo, un momento di calma in cui potergli dedicare tutta l’attenzione di cui ha bisogno;
  • guardarlo;
  • parlargli sempre faccia a faccia e, se possibile, ponendomi alla sua stessa altezza;
  • dimostrargli che lo stiamo ascoltando con interesse anche per potergli rispondere al meglio;
  • non pretendiamo da noi stessi di ascoltare avendo la mente occupata.

Come posso aiutare mio figlio ad essere più sicuro di sé

  • lodarlo almeno una volta al giorno per qualcosa che ha fatto bene, per esempio anche solo per un disegno fatto per noi, o per aver apparecchiato la tavola;
  • essere sinceri, appropriati e coerenti nelle nostre lodi;
  • quando lo si ringrazia per un compito svolto, aggiungiamo magari un complimento: l’hai fatto veramente bene!;
  • incoraggiamolo a contraccambiare i complimenti, così impareremo a reagirvi sempre meglio in modo positivo.

Come posso migliorare questo aspetto nella mia famiglia

  • cerchiamo di trovare un momento specifico per esercitarci nel rispettare i turni di parola, per esempio a cena;
  • chiariamo a tutti che quando una persona sta parlando, gli altri devono aspettare in silenzio finché lui abbia finito; solo allora toccherà ad un altro;
  • se qualcuno interrompe gli si dice: “aspetta, quando lui avrà finito toccherà a te e nessuno ti interromperà;
  • se una persona sta parlando da troppo tempo andrà fermata, spiegandone il motivo, e dando la parola ad un’altra;
  • quando un membro della famiglia diventa noioso o ripetitivo, sarà bene ricordargli la regola dell’essere conciso e interessante;
  • non interrompiamo il bambino che balbetta: non lo faremmo se parlasse normalmente.

Cosa posso fare quando mio figlio si comporta male

  • cerchiamo di far coincidere la punizione con il momento della ‘marachella’ o del capriccio;
  • non minacciamo punizioni che già sappiamo di non mantenere come, per esempio: “se lo fai ti mando via per sempre!”;
  • siamo coerenti: se abbiamo stabilito una punizione facciamo in modo che avvenga, senza dimenticanze o ‘sconti’;
  • avvertiamo con un ammonimento il bambino, cerchiamo di essere sicuri che lui abbia effettivamente capito l’errore e diamogli anche il tempo per correggersi;
  • cerchiamo di ridurre il numero di volte in cui diciamo o rispondiamo “no!”; è meglio conservarlo per le occasioni più significative;
  • quando è possibile farlo, cerchiamo di distogliere il bambino dall’attività scorretta, inducendolo a fare qualche cosa di positivo.– Per esempio: piuttosto che dirgli spesso “non fare– così”, coinvolgiamolo con una proposta (“perché non mi aiuti a fare questo?”).

Se ci atterremo a quanto gli esperti consigliano e se ascolteremo quanto il cuore di una mamma o di un papà suggerisce, potremo star tranquilli di aver fatto in pieno il nostro dovere per favorire la scomparsa del disturbo o, almeno, per far sì che il bambino non abbia troppo a soffrirne sino a quando sarà in grado lui stesso di affrontare il problema attraverso opportune terapie.

Molti di questi atteggiamenti – lo noteranno i genitori stessi – sono naturalmente indicati anche per i bambini più grandi, che già balbettano da qualche tempo.

Источник: https://www.balbuzie.it/la-balbuzie/nei-bambini-in-et%C3%A0-prescolare/il-bambino-in-et%C3%A0-prescolare

Gravidanza
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