Le cose per cui non vale la pena litigare con i bambini

Litigi tra bambini, 9 consigli ai genitori

Le cose per cui non vale la pena litigare con i bambini

A scuola, al parco giochi, alle feste di compleanno capita spesso che i bambini inizino a litigare, a farsi i dispetti e che poi magari si prendano a ‘botte’.

Tra i genitori, di solito, ci sono due atteggiamenti: quelli che pensano sia giusto intervenire nei litigi tra bambini per sedare la piccola ‘rissa’ e quelli che invece pensano sia giusto ‘che i bambini se la vedano da soli’.

I consigli ai genitori di Paola Scalari, psicoterapeuta

Tra bimbi in età prescolare e della scuola primaria possono verificarsi litigi con una girandola di varianti sul tema. Un momento prima regna la pace e poi, nel giro di una manciata di minuti, sembra quasi che i due amichetti non si sopportino più. Ecco alcune raccomandazioni per i genitori al riguardo.

Litigi tra bambini di età prescolare

Un gruppetto di bambini intorno ai 4-5 anni gioca al parco accumulando legnetti per allestire una zona 'campeggio con fuoco'. Improvvisamente, le voci allegre si trasformano in urla di disappunto: un compagno ha strappato un ramo dalle mani di un altro, così l'attività si è interrotta in modo brusco ed è scoppiato un litigio. 

Cosa fare? Ecco alcuni consigli per genitori. 

1) Non intervenite subito, abbiate fiducia

Di fronte ai piccoli litigi dei bambini è meglio che i genitori non intervengano “perché il bimbo è competente e sa trovare da solo, in modo creativo, le sue soluzioni se l'adulto non interviene”, dice Paola Scalari, psicologa, psicoterapeuta, psicosocioanalista, specializzata nei rapporti genitori-figli e autrice di libri e saggi su questi temi, tra cui Essere fratelli. Scontri e incontri. Quale posto occupano i genitori?, Armando Editore.

“Nella fascia di età prescolare, è normale e fisiologico che i bimbi litighino tra loro, perché devono ancora prendere le misure tra il piacere del gioco insieme e il loro egocentrismo.

Spesso, invece, il genitore che interviene trasforma un normale litigio tra compagni in un caso di 'lesa maestà' al figlio. In questo modo, il bimbo penserà di avere il diritto che il mondo si prostri ai suoi piedi,” dice la psicoterapeuta.

2) Se temete che si possano fare male, avvicinatevi in silenzio

In un caso tipo quello del parco, se la mamma vede che il litigio sta degenerando, e teme che qualcuno possa farsi male, “allora è bene che si avvicini fisicamente al luogo dello scontro,” dice Scalari.

“Se il genitore, per esempio, è seduto su una panchina, deve alzarsi, andare vicino ai bambini e guardarli, far capire che li teneva d'occhio,ma in silenzio, senza intervenire a parole.

Non deve, di fatto, togliere ai bimbi la possibilità di trovare una soluzione. Lo sguardo dell'adulto è contenitivo, e può essere anche severo per rimproverare se occorre su quanto sta accadendo,” dice la psicoterapeuta.

3) I bimbi passano alle mani? Separateli e non colpevolizzate nessuno

Quando il tono della lite rischia di diventare un po' troppo irruento, l'adulto dovrebbe avvicinarsi, sempre in silenzio e separare i bambini coinvolti.

“In tutto ciò, è molto importante che l'adulto non colpevolizzi nessuno. Dovrebbe, invece, dire ai bimbi, una frase del tipo: 'Adesso, giocate un po' da soli, fate una pausa e poi vediamo!', suggerisce la psicologa.

4) Spronate i bambini alla riflessione, evitate le frasi cliché

Secondo la psicoterapeuta, meglio invece evitare le classiche frasi cliché: 'Non devi picchiare il tuo amico!'; 'Dai, smettila, cosa hai fatto?'; 'Non litigare!'

Perché? Quando si cerca di reprimere un atteggiamento che non viene prima educato, appena la mamma si volta, il bimbo si azzuffa. Basta che l'adulto sia fuori dal campo visivo, e il bimbo dà e un calcio o un morso al compagno …

“Il genitore deve dare spazio alla riflessione del bimbo, spronarlo a pensare”.

La repressione di un gesto di aggressività, peraltro naturale in questa fase, ottiene l'effetto contrario, quello di farla esplodere”, spiega la psicologa.

5) Il compito del genitore è quello di regolare la lite, non di punire

In sostanza, per Paola Scalari, quando il litigio tra bimbi assume toni più forti, il genitore dovrebbe dividerli e agire in modo da regolamentare l'episodio senza punirli. È invece importante, invitare, per esempio, i bimbi ad andare in angoli lontani dell'area di gioco per riflettere.

“Così, si offre ai bimbi di 4-5 anni l'opportunità di capire come giocare insieme evitando il conflitto e, al tempo stesso, li si aiuta a trovare una terza strada.

Il gioco per ogni bimbo è come il cibo e l'aria, è fondamentale per il suo benessere psicofisico e questo significa che, alla fine, lui stesso accetterà di rinunciare a una parte del suo egocentrismo. Perché è più importante giocare e avere il primo amico del cuore, tutto ciò è una grande palestra delle relazioni”.

6) La lite tra bambini non è uguale a quella tra adulti

Spesso, di fronte a queste liti tra bimbi in età prescolare, l'adulto reagisce, in prima battuta, dicendo: “Ma dai, non fare così, devi essere amico di tutti!'.

Un'affermazione che non ha nessun senso, secondo la psicologa, perché già a questa età è normale che ogni bimbo abbia le sue preferenze e le cambi anche abbastanza velocemente (“oggi l'amico del cuore è Marco, domani, invece gioca solo con Tommaso).

La sana aggressività è una tappa della crescita e il narcisismo che, a volte, porta a situazioni di scontro è 'normale', parte strutturale del bimbo in questa fascia d'età.

“L'adulto, invece, spesso, legge questi momenti di scontro tra coetanei colorando quel litigio con la sua tavolozza emotiva.

Questo è un fraintendimento perché non bisogna confondere una situazione propria dell'infanzia con il desiderio segreto di 'cancellare' il collega di ufficio”, dice la psicoterapeuta.

In altre parole, il genitore non deve valutare le liti tra bimbi trasferendo i sentimenti negativi che prova lui come adulto quando litiga con qualcuno.

Litigi tra bambini della scuola primaria

Ecco qualche consiglio per quanto riguarda i litigi tra bambini della scuola primaria. 

7) Scontro tra maschi e femmine: corteggiamento mal gestito. Meglio il non intervento

Nel corso della scuola primaria, spesso, liti e dispetti di varia natura, diventano molto più frequenti tra compagni di sesso diverso. Un esempio?

Nei corridoi della scuola, un ragazzino intorno agli 8 anni ha uno scontro con una compagna e si prendono 'a sberle'. Un'altra compagna lo riferisce alla maestra che sgrida entrambi.

La mamma della bambina vede la figlia uscire dalla scuola in lacrime e decide di telefonare alla mamma del bambino. Che a sua volta chiede spiegazioni al figlio. I due bambini danno versioni diverse su chi ha iniziato.

L'episodio si trasforma in una sorta serie a puntate: la mamma della femmina non crede alla versione del bambino e lo sgrida di nuovo quando è da solo, all'uscita da scuola.

“Un caso di questo tipo, piuttosto diffuso in questa fascia d'età, rappresenta, di frequente, una scena di corteggiamento mal gestito. Il messaggio, in qualche modo, è 'guardami', 'vorrei che tu mi notassi'…

La classica lotta in spiaggia tra preadolescenti, in realtà, è un corpo a corpo. Ora, tutto questo è anticipato e già a 8-9 anni, avviene la scoperta della corporeità dell'altro”, dice la psicologa. Anche in questo frangente, l'adulto non dovrebbe intervenire per lasciare ai figli la possibilità di gestire i sentimenti e imparare a cavarsela un po' da soli.

8) Se però la lite è tra prepotente e vittima, meglio parlare con la maestra

Naturalmente, la 'zuffa d'amore' non è l'unico caso che si presenta nel corso della scuola primaria. A volte, la lite fisiologica dell'età prescolare assume qui i contorni di uno scontro tra prepotente e 'vittima'.

“Verso gli 8-9 anni, pur se in modo proporzionale all'età, alcuni ragazzini possono diventare 'cattivi' e tiranneggiare i compagni. In questo caso, è opportuno che la mamma del bimbo che subisce atti di aggressività, si rivolga alla maestra e non all'altro genitore”, sostiene Scalari.

Occorre capire perché Giovanni è così arrabbiato con il mondo e creare una strategia per aiutarlo, anche con l'intervento di adulti più competenti se necessario.

È inutile invece pensare che la mamma che non è riuscita a lavorare sulla parte più violenta di suo figlio, trovi una soluzione”, dice l'esperta.

Allo stesso tempo, è importante dare una mano al bimbo che ha subito un atto aggressivo per offrigli degli strumenti per difendersi.

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9) Attenzione a etichettare i dispetti come violenza o bullismo

Gli episodi di grande aggressività richiedono un intervento, rimandano a situazioni che non possono essere lasciate in sospeso. Tuttavia, per la psicologa, è importante non etichettare qualsiasi manifestazione più o meno fastidiosa sotto l'etichetta di violenza o bullismo.

Fare i dispetti, tirare i legacci dello zaino, o i capelli non è nulla di grave.”Queste cose sono sempre capitate e non c'è bisogno che il genitore corra subito in soccorso del figlio.

Il ragazzino in questa fascia d'età deve sviluppare le sue competenze e imparare a cavarsela da solo.

Naturalmente, se la situazione è davvero grave, gli adulti devono fare cordone, altrimenti no,” sostiene la psicologa.

Dal punto di vista dell'esperta, il ragazzino della primaria dovrebbe evitare di chiamare la mamma ogni volta che fa un 'casino'. E nel caso di un normale litigio con un compagno, dovrebbe gestire in modo autonomo il problema. “Alla fine, di fronte a questo tipo di litigi nella norma, il genitore dovrebbe sdrammatizzare”, conclude Scalari.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/psicologia/litigi-tra-bambini-9-consigli-ai-genitori

Coppia: le cose per cui non vale MAI la pena litigare

Le cose per cui non vale la pena litigare con i bambini

Litigare con il proprio fidanzato non è mai una cosa piacevole. Si va dalle parole grosse ai bronci andando a sprecare tantissimo tempo che si potrebbe invece impiegare facendo qualcosa di bello e romantico insieme.

Le cose peggiorano quando poi si litiga per motivi del tutto futili che potrebbero essere risolti con una semplice chiacchierata o uno sguardo. Vediamo quali sono i motivi per cui non vale assolutamente la pena di litigare con il proprio partner:

I soldi

Litigare per i soldi è davvero di cattivo gusto, in particolar modo quando si tratta di una coppia. Certo, diverso è il caso di problemi gravi come lui che vi chiede continuamente soldi in prestito per giocare o per i suoi vizi.

Il sesso

Il sesso si fa, non si discute. Se vi trovate più spesso a litigare sul sesso che a farlo vuol dire che il vostro è un problema di comunicazione che va risolto in fretta.

Il tempo libero

Non si può in alcun modo pretendere che il partner passi tutto il suo tempo libero con noi, è malsano per il rapporto e per la propria individualità. Allo stesso modo non bisognerebbe discutere sul modo in cui il partner decide di trascorrere il suo tempo libero, a patto che non ci manchi di rispetto.

Gli amici

Ognuno ha il diritto di avere i suoi amici e litigare su di loro è veramente assurdo. Cosa vi importa se il suo migliore amico è maleducato e rozzo? Non siete voi a doverci passare del tempo insieme.

Le cose vecchie

Se c’è qualcosa su cui è veramente ridicolo discutere sono i vecchi episodi che dovrebbero già essere stati discussi e archiviati. Tornarci sempre e rinfacciarli è inutile e logorante.

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Ha senso rimanere insieme per i figli?

Le cose per cui non vale la pena litigare con i bambini

Sono la mamma di uno splendido bambino di quasi tre anni. Col mio compagno le cose non vanno bene. Stiamo insieme solo per nostro figlio.

Non credo sia giusto che io continui a sacrificare la mia vita, però le paure sono tante, soprattutto quella di ferire il mio piccolo, portandolo via di casa e dal padre.

Intanto dobbiamo andare dall’avvocato per definire i doveri per il futuro. Io sono decisa, ma non voglio ferire mio figlio. Cosa devo fare?

Quando si è dentro ai problemi (come quello che sta vivendo lei: da un lato vorrei separarmi dal mio compagno, perché le cose non vanno bene tra noi; dall’altro lato temo che la nostra separazione procuri dolore e difficoltà a nostro figlio) è facile trovarsi a non saper come affrontarli, perché, vedendoli troppo da vicino, si rischia di perdere la visione panoramica complessiva.

Per potersi orientare, oltre a prendere in considerazione un percorso di mediazione, può essere utile ripensare agli inizi delle situazioni. Per quel che riguarda la formazione di una coppia amorosa, gli inizi prescindono quasi sempre e quasi del tutto dai figli.

Ci si mette insieme perché ci si piace, perché ci si può riconoscere nel partner, perché si desidera procurarsi reciprocamente piacere, perché si percepisce che si può instaurare insieme una buona intesa affettiva. È raro che si desideri mettersi insieme prima di tutto per fare dei figli.

Questo scopo, di solito, viene dopo: è una conseguenza del desiderio di reciprocità nel rapporto diretto fra i due partner.

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Non è compito dei figli tenere insieme la coppia

Come ogni progetto comune che non abbia per finalità diretta la coppia stessa e i due partner, anche quello di fare dei figli non è sufficiente a tenere insieme la coppia.

 Fino a pochi anni fa, con l’idea di salvaguardare l’interesse dei figli, molti genitori pensavano di far bene a cercare sistematicamente di passar sopra ai problemi relazionali della coppia, facendo finta che non ci fossero.

Spesso, però, era poi molto tardi quando si accorgevano di avere sacrificato pesantemente e invano gran parte della propria vita.

Anzi: quasi sempre, quando due stanno insieme “solo per i figli”, non solo perdono la propria vita, ma nei fatti danneggiano, spesso gravemente, anche quella dei figli, perché questi diventano il fulcro su cui la coppia pretende di appoggiarsi per sopravvivere.

I genitori non se ne accorgono quasi mai, e i figli, pur accorgendosene, non osano pensare che è un’ingiustizia il fatto che sulle loro piccole spalle venga posto a gravare il peso del destino della coppia dei genitori. Perché è di questo che si tratta.

Le piccole spalle dei figli non sono in grado di reggere un compito per loro del tutto sproporzionato.

Quali sono le motivazioni reali?

Affinché le cose funzionino bene, la relazione fra partner amorosi, sia nella mente di ognuno dei due sia nelle scelte reali, deve essere sempre distinta con chiarezza da ogni altra relazione (comprese quelle con i propri genitori e quelle con i propri figli) e deve comunque avere la precedenza su ognuna di esse. Metterla in subordine crea inevitabilmente dei guai.

Quasi sempre, la decisione di stare insieme “solo per i figli” è un alibi. Sembra una motivazione accettabile, addirittura encomiabile, meritoria, fondata su una pretesa generosità e su un maturo senso di responsabilità: «Per loro, mi sacrifico.

Ho donato loro la vita, facendoli nascere, e adesso sacrifico la mia vita per loro».

Basta poco, però, per accorgersi che queste motivazioni ne coprono altre, sentite come meno presentabili, meno encomiabili, meno meritorie, quali, per esempio, la paura della solitudine; la paura di non riuscire a dare una svolta alla propria vita; la paura di rinunciare a una persona conosciuta cui potersi comunque aggrappare, magari scaricando su di lei la responsabilità delle proprie frustrazioni; o, ancora, la paura di non essere più in grado di trovare un nuovo partner amoroso.

È pesante, inoltre, l’insieme di messaggi che si danno, sottobanco, ai figli, quando si sacrificano oltre misura le proprie esigenze amorose.

È come dir loro che nella vita bisogna annullare la propria soggettività; che, in fondo, l’amore è una cosa irrilevante; che spegnersi o ricurvarsi in una relazionalità chiusa, litigiosa o rancorosa è meglio che cercare di recuperarsi a una nuova vita.

Messaggi fuorvianti

È inevitabile che i figli arrivino a pensare (in modo più o meno inconsapevole) cose terribili, dalle conseguenze pesanti, tipo: «È colpa mia se mamma e papà sono infelici. È perché io esisto. Sarebbe meglio che io non esistessi. Se sparisco, li libero e li salvo».

O cose terribilmente invischianti, come: «Sono io che devo ricolmare di felicità la mamma (o il papà). Sono io che devo essere il sostituto del suo deludente partner amoroso. Per ricompensarla del sacrificio, non posso permettermi di realizzare una mia propria vita amorosa.

Rifuggirò l’amore, così le resterò sempre fedele».

Il rischio è che, cresciuti, i figli si convincano che la vita amorosa non sia poi gran cosa, e che rifuggano dal realizzare sé stessi nelle loro proprie relazioni amorose.

Che nascondano la loro sostanziale paura dell’amore, come fosse una realtà troppo pericolosa, dietro pretestuose idealità coercitive.

Proprio come hanno tragicamente imparato dall’esempio fuorviante dei genitori.

Questo non vuol dire che, al primo screzio, bisogna separarsi per i figli. Significa che, per la coppia amorosa, nelle decisioni sul separarsi o continuare a stare insieme i figli non devono entrarci minimamente. Questo sì per il bene dei figli (e dei partner).

 Non è possibile che i genitori si separino senza che i figli soffrano. Ma soffrirebbero di più se stessero insieme per forza.

Bisogna aiutarli ad affrontare il loro dolore per la perdita della coppia genitoriale stabile, spiegando chiaramente che non è colpa loro se papà e mamma si separano e che la vita è fatta anche così. Ma che la si può affrontare.

Bibliografia consigliata

Donata Francescato, Figli sereni di amori smarriti. Ragazzi e adulti dopo la separazione, Mondadori.
Molto chiaro e con tanti esempi, mostra come per i figli sia meglio se i genitori che non riescono più ad andare d’accordo si separino, piuttosto che sforzarsi di stare insieme a tutti i costi

Donata Francescato, Quando l’amore finisce, Il Mulino.
Bellissimo libro, utile non solo quando l’amore finisce, ma anche quando comincia, quando dura o quando non c’è. Rivolto alla coppia amorosa, non specificamente alla coppia genitoriale.

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Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/psicologia/famiglia/rimanere-insieme-per-i-figli/

Rapporto madre figlia: perché si litiga e come superare i conflitti

Le cose per cui non vale la pena litigare con i bambini

La relazione tra madre e figlia è complessa e ricca di sfumature. Così forte e profonda, la relazione può essere anche delicata e difficile. Vediamo perchè

Quello tra madre e figlia è un rapporto speciale e profondo, ma anche molto delicato che muta nel tempo: dal rapporto simbiotico post nascita, man mano che la figlia cresce il rapporto si caratterizza e si alterna da fasi di amore-odio: da un lato c'è il bisogno di identificazione della figlia nei confronti della madre, dall'altro la ricerca di indipendenza e di affermazione della propria identità femminile. Ed è proprio durante l'adolescenza che spesso il rapporto tra madre e figlia può entrare in crisi. Vediamo cosa accade nel rapporto e come affrontare e superare i conflitti, considerando le situazioni più comuni che spesso incrinano gli equilibri.

La rivalità

Si tratta di una situazione molto più comune di quel che si possa pensare: se la madre – anche col passare degli anni – è ancora un tipo giovanile, affascinante, e con un ego importante (per non dire “ingombrante), la figlia rischia quasi di sentirsi “schiacciata”, incapace di esprimere pienamente la propria personalità e costretta in una sorta di competizione nei confronti di un genitore così esuberante.

Qui è fondamentale mettersi nell’ottica che non si è di fronte a nessuna gara, e soprattutto non sentirsi minacciate, ma al contrario sollevate, se la propria madre dimostra di tenere a se stessa tanto a livello fisico, quanto mentale.

Cercare di sdrammatizzare questo presunto antagonismo, anche in termini scherzosi, accogliendo le motivazioni di ambo le parti, può certamente aiutare a trovare un compromesso e ad evitare che il sentimento negativo si esprima in un'azione altrettanto negativa e dannosa.

L’invadenza

Erano così sin dai tempi dell’adolescenza, e il tempo non le ha di certo cambiate: alcune madri non riescono proprio ad accettare che nel rapporto con le loro figlie esistano delle “zone off limits” dalle quali sono escluse, e questo fa sì che continuino cocciutamente a ficcare il naso anche laddove non dovrebbero.

Il risultato? Tensione a mille, senso di oppressione e pazienza sul punto di esplodere da un momento all’altro.

Parlarne e cercare di far valere le proprie ragioni non sempre funziona, e in alcuni casi vale la pena ricorrere alle maniere forti: molti psicologi americani suggeriscono di concordare da ambo le parti una parola chiave che definisca i “confini” dell’intromissione.

Ogni volta in cui il limite nella conversazione rischia di venire valicato, l’atto di pronunciarla fungerà da “semaforo rosso”, decretando il punto da non oltrepassare, pena rientrare nel circolo vizioso dell’invadenza e del conseguente litigio. Provare per credere.

Il senso di colpa

In generale, le madri che tendono a far ruotare tutta la loro vita intorno a quella della loro figlia sortiscono un effetto negativo, poiché tutto ciò che può “minacciare” questo rapporto viene sistematicamente attaccato e allontanato con ogni mezzo a disposizione, tra cui il senso di colpa, che diviene l'arma principale del combattimento. Tentare di ribellarsi a tale meccanismo perverso spesso significa dover avere a che fare con sentimenti angosciosi destinati a riemergere ogni qual volta si prendono decisioni autonomamente, che per forza di cosa mettono la relazione genitoriale in secondo piano.

Non cadere più vittime del ricatto morale materno non è affatto semplice, ma un modo intelligente per opporvisi può essere costituito dal programmare sistematicamente un weekend, una cena o una qualsiasi attività in compagnia della propria madre.

Così, da un lato lei verrà rassicurata in merito alla sua ansia da abbandono, ma al tempo stesso le sarà ribadita in maniera implicita l’indipendenza emotiva della propria figlia, che rappresenta un qualcosa di cui andare fiere e da non ostacolare.

La gelosia

Un altro problema che può guastare i rapporti fra madre e figlia è la gelosia: di solito, quando si parla di tale sentimento fra genitori e figli, si pensa subito al complesso di Edipo, mentre in realtà anche una madre può essere gelosa della propria figlia quando questa comincia a crescere. Non si tratta di una situazione di cui si parla ancora molto perché stride con l'immagine idealizzata e convenzionale della figura genitoriale in questione, ma più spesso di quanto si possa pensare, la madre può nutrire sentimenti ambivalenti soprattutto se non riesce ad affrontare con serenità il fatto di stare invecchiando. In tal caso, vedere nella figlia la giovinezza e la bellezza che non ha più può scatenare quella gelosia che con un figlio maschio è più rara, mancando la stessa identificazione.

Che fare quando ciò avviene? I sentimenti non vanno mai nascosti, per cui non bisogna aver paura di chiamare le cose con il proprio nome e di esplicitare il sentimento che si prova: parlarne aiuta a sdrammatizzare, nonché a prendere le distanze dalle sensazioni negative troppo a lungo represse.

L’assenza

Un rapporto molto problematico e conflittuale può crearsi anche quando la madre risulta assente, ovvero esageratamente presa dalla sua vita esterna, a scapito del suo ruolo materno.

Il rischio è qui quello di apparire poco presente e poco interessata a ciò che accade nella quotidianità della proprie figlia, che finisce per abituarsi a tale distanza, così che entrambe le parti diano quasi per scontata la mancanza di un vero legame e di una vera relazione.

Impegnarsi a ricostruire una connessione dopo anni non è affatto semplice, ma l'unica soluzione per uscire da una situazione di questo tipo è che tanto la madre, quanto figlia, si sforzino di trovare le occasioni e la voglia per conoscersi nuovamente e trascorrere dei momenti insieme – quel famoso “quality time”, inteso come “tempo di qualità, importante” – in modo da cementare il loro legame.

Il peso delle aspettative

Spesso le figlie vengono caricate col peso delle aspettative delle proprie madri, senza essere in grado di vedere e far emergere la loro vera identità e rimanendo vittime di un rapporto ambivalente e assai problematico.

Da un lato infatti, la figlia cercherà di assecondare la mamma il più possibile per essere da lei amata e accettata, dall'altro però proverà rabbia e frustrazione per non essere lasciata libera di esprimersi e credendo (erroneamente) di non essere accettata per quello che è.

È normale per un genitore desiderare il meglio per la propria figlia e cercare di indirizzarla nel modo che si ritiene più giusto, ma è necessario anche prendere coscienza del fatto che lei non è un prolungamento di sé, ma una persona con le proprie idee e la propria concezione della vita, che a volte può essere in netto contrasto con quanto ci si aspettava. Solo accettando tali (inevitabili) contrasti sarà possibile porre le basi per un rapporto nuovo e più sereno.

La libertà di sbagliare

Il detto “le vie per l’inferno sono lastricate di buone intenzioni” la dice lunga a riguardo: è normale e naturale che un genitore tenda a voler evitare alla propria figlia sbagli ed errori che l’hanno portata a provare grosse sofferenze in prima persona in passato.

Il risultato? Rinchiuderla in una sorta di “campana di vetro”, dalla quale prima o poi uscirà senza la forza necessaria per affrontare le sfide e le inevitabili delusioni che la vita mette davanti a qualsiasi essere umano, caratterialmente impreparata a reagire ed esageratamente bisognosa del sostegno materno, anche in età adulta.

Affinché il rapporto sia sereno ed equilibrato, una madre – per quanto possa apparire difficile – deve essere in grado di lasciare i figli liberi di commettere i loro passi falsi e di scontrarsi con le responsabilità derivanti da tali scelte, rimanendo però sempre pronte a perdonarli e a riaccoglierli quando si renderanno conto dell’accaduto, auto-imponendosi di non vestire i panni della moralizzatrice critica e severa.

Источник: https://www.donnamoderna.com/benessere-mente/rapporto-madre-figlia-litigio

Gravidanza
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