La pedagogista ci parla dei vantaggi del gioco tra genitori e figli

Il gioco educativo

La pedagogista ci parla dei vantaggi del gioco tra genitori e figli

Partendo da Aristotele, che riteneva il gioco un'attività e un'esperienza non finalizzata e produttiva ma utile per lo sviluppo della personalità e per l'allenamento della sfera cognitiva, si arriva a i pensatori dell'Ottocento come Fröbel, che si pone agli esordi della pedagogia e delle prime teorie sull'educazione nella prima infanzia. A cavallo del Novecento, le teorie sull'educazione degli infanti e sul valore educativo del gioco vengono portate avanti e diffuse da Maria Montessori e altri studiosi, come lo storico olandese Johan Huizinga. Egli scrisse un saggio dal titolo “Homo ludens”, che definiva il gioco “fondamento di ogni cultura dell’organizzazione sociale”. Le diverse teorie concordano nel ritenere il gioco un'attività vitale per il bambino, in quanto strumento fondamentale per il suo sviluppo psicologico, motorio e cognitivo, alla base della prima percezione di sé e della costruzione della propria identità personale.

Alla base del gioco

Se volessimo definire gli elementi caratteristici del gioco, inteso come attività ludica ed educativa, dovremo citare in primis la libertà: il bambino deve infatti essere libero di scegliere se e quando giocare, perché l'imposizione toglie la componente ludica e quindi il gioco stesso. Un bimbo, infatti, non sceglie di giocare per un motivo preciso ma solo perché è divertente. Il disinteresse nella scelta del bambino è dettato dal fatto che, soprattutto nei primi anni di vita, il gioco è percepito come un'attività fine a se stessa, che reca benessere e divertimento.

Solo in una seconda fase al gioco verrà attribuita una funzione sociale, individuandolo come uno strumento utile per interagire con gli altri bambini.

Giocare insieme è la prima esperienza di socialità che sperimentiamo nell'età infantile; si tratta di un'esperienza positiva, che va incoraggiata e coltivata, perché può potenzialmente portare i nostri figli a sviluppare buone doti comunicative e sociali, insegnandogli anche il valore della collaborazione, della cooperazione, della solidarietà, dell'empatia e fornendogli un primo senso di appartenenza a un gruppo.

Il gioco, con le sue caratteristiche, i suoi tempi e le sue condizioni, è anche lo strumento primario con cui il bambino impara a conoscere, gestire ed infine controllare le proprie emozioni: la curiosità di provare un nuovo gioco, l'emozione di vincere o riuscire a superare una difficoltà, la soddisfazione del traguardo raggiunto, la frustrazione della sconfitta o del primo insuccesso, sono solo alcune delle sensazioni che gli si presenteranno mentre gioca. In questo senso il gioco diventa una vera e propria palestra per il carattere e, essendo organizzato secondo delle regole, a prescindere dalle quali viene meno l'esistenza stessa del gioco, è un esercizio di ubbidienza e rispetto, che sicuramente potrà avere dei risvolti positivi dal punto di vista, non solo dell'educazione, ma anche del senso civico e della maturazione sociale.

Infine, soprattutto in famiglia, il gioco può diventare un virtuoso strumento di educazione e comunicazione, per migliorare e consolidare il legame affettivo tra genitori e figli e anche una positiva forma di competizione tra fratelli.

Giochi e gioco educativo

Alcuni potrebbero obiettare che tutti i giochi possano insegnare qualcosa, tuttavia un gioco può essere definito veramente educativo solo nel caso in cui contenga dei contenuti educativi presentati in maniera esplicita e sia stato pensato per trasmetterli al fine di raggiungere un preciso obiettivo di crescita del bambino.

Comunemente si dice che un gioco educativo non è un semplice strumento di svago ed intrattenimento perché consente al bambino di imparare qualcosa di nuovo, o di chiarire un concetto poco noto, o di rafforzare le proprie conoscenze, secondo modalità differenti da quelle in cui tradizionalmente avviene l'apprendimento.

Attraverso il gioco educativo, infatti, il trasferimento del concetto da apprendere non avviene in maniera diretta, sentendoselo spiegare dagli adulti, che siano i genitori o gli insegnanti, o apprendendolo leggendo un testo scritto, ma avviene in una maniera indiretta, attraverso un percorso ricco di attività ed esperienze particolari e coinvolgenti.

Secondo il tipo di gioco e dei contenuti che vuole trasmettere, tale percorso esperienziale sarà diverso e conterrà gli stimoli necessari ad aiutare il bambino ad apprendere e memorizzare i concetti che costituiscono la base educativa del gioco. Tali stimoli possono essere i più diversi ed in genere invitano il bambino a scopriresperimentare, creare qualcosa di originale, il tutto condito da una forte componente ludica.

È proprio tale componente, la chiave per aprire la mente dei bambini, aiutandoli ad assimilare e a fissare più profondamente nella propria memoria le esperienze fatte durante i passaggi e i momenti del gioco e, assieme ad essi, i concetti per cui il gioco stesso è stato creato.

È questione di equilibrio

Perché un gioco educativo abbia successo e quindi raggiunga gli obiettivi formativi per i quali è stato pensato, è importante che la componente didattica e ludica che lo compongono siano perfettamente bilanciate tra loro. Questo perché, se la componente educativa risulta troppo prevalente su quella ludica, il gioco risulterà troppo simile a un esercizio di studio pieno di numeri e parole privi di fascino e colore, e finirà per non attirare o annoiare il bambino. Se, al contrario, sarà la parte ludica a essere troppo prevaricante, con una dose eccessiva d’immagini, foto, materiali, accessori e una carenza di contenuti e interattività, si correrà il rischio di perdere il fine educativo di tale attività, venendo meno le componenti e i passaggi chiave che lo renderebbero utile ai fini di un progetto di crescita.

L'equilibrio e la commistione tra queste componenti saranno fondamentali, soprattutto per far percepire il gioco come un attività indicata per il proprio tempo libero, come un oggetto amato da ricercare anche senza il suggerimento dei genitori e da preferire rispetto ad altri come momento di divertimento.

Stadi di sviluppo del gioco

In quanto strumento di crescita e formazione, il gioco educativo potrà avere obiettivi differenti, misurati in base alla fascia d'età dei bambini a cui si rivolge, e intenderà sviluppare determinate capacità ed abilità, siano esse di tipo motorio, come la coordinazione, o intellettivo, come la memoria e l'associazione di idee.

Starà quindi ad ogni educatore scegliere un gioco che sia, non facile o difficile, ma adatto all'età dei bambini a cui è rivolto e calibrare la quantità di stimoli, regole e metodi educativi in base alle loro caratteristiche ed esigenze.

In generale possiamo dire che il gioco si sviluppa per stadi o fasi, che vanno all'incirca di pari passo con quelle di sviluppo del bambinoall'inizio il gioco si basa solo ed esclusivamente sul principio del piacere e del divertimento e poi, in un secondo momento, sopraggiunge la capacità di attribuirgli un significato.

Dalla nascita ai 2 anni, abbiamo il primo stadio che corrisponde ai giochi di esercizio, volti a sviluppare le capacità e l'intelligenza sensomotoria.

A quest'età i bambini giocano per divertimento, ripetendo continuamente gli stessi movimenti, senza stancarsi di tale ripetitività.

Si può andare dall'interazione con semplici giocattoli, come macchininetrenini e peluche, al calciare un pallone, magari nell'ambiente protetto della propria casa o del proprio giardino, ai primi giochi musicali, che riproducono i versi degli animali della fattoria. Già in questa prima fase, possiamo proporre ai nostri figli i primi giochi educativi, spesso rappresentati da giocattoli interattivi o libri per l'infanzia, che li aiutino a riconoscere semplici forme, colori, personaggi e animali.

Dai 2 ai 7 anni, con l'incremento dell'attività celebrale, si sviluppa un'intelligenza pre-operatoria, per cui il bambino inizia a comprendere la realtà che gli sta intorno ed avverte il desiderio di rappresentarla a suo modo.

In questa fase sperimenta il gioco simbolico avvalendosi di diversi strumenti: dalle rappresentazioni fatte con carta, matite e pennarelli, alle prime storie inventate con protagoniste le proprie bambole e propri pupazzi, al primo assemblaggio di costruzioni di legno o di plastica come i lego, al primo approccio con i puzzle da molti pezzi e con i giochi di tipo memo, per allenare la memoria e il ragionamento. In questo momento si esercitano anche le sue doti creative, con i primi approcci agli strumenti musicali, e la fantasia è all'apice, per cui qualunque oggetto può trasformarsi simbolicamente in un altro ed essere usato per giocare.

A partire dai 6-7 anni fino agli 11-12, il bambino è in grado di fare piccoli ragionamenti e di comprendere ed accettare il concetto di regola. Anche se inizialmente tenderà ad aggirarle o a rivolgerle a suo vantaggio, con il tempo capirà la natura stabile e la funzione delle regole, guadagnandone anche a livello di coinvolgimento nel gioco stesso.

Soprattutto a questa età, i bambini iniziano a sentire fortemente il bisogno di eventi di socialità e il desiderio di interagire con i propri coetanei; un regalo che possiamo fare loro, è fornirgli tali occasioni di confronto, proponendogli uno sport, che inizialmente sarà vissuto come un gioco, o un'attività alternativa da svolgere in compagnia. In Italia e in molti altri paesi, a partire da questa età, una scelta indicata per arricchire l'infanzia e il bagaglio personale di vostro figlio e per smuoverlo dal passare le giornate seduto davanti alla tv, può essere lo scoutismo, il movimento educativo per eccellenza. Basato sul gioco educativo, sull'imparare facendo, sulla vita all'aperto e in mezzo alla natura, sul lavoro di squadra e sull'esempio positivo, tale movimento utilizza tutte le forme del gioco e del racconto per educare i bambini e i giovani di tutto il mondo a crescere e diventare dei buoni cittadini, votati al servizio verso il prossimo e verso la società.

Dopo gli 11 anni il bambino è diventato quasi un ragazzo, ha interiorizzato e capito il senso delle regole, è in grado di fare dei ragionamenti complessi e di elaborare molte informazioni e può quindi passare al gioco di seriazione e classificazione. Può essere quindi il momento di introdurre i giochi da tavolo, i giochi di società e anche i giochi elettronici fruibili tramite computer.

Se non se ne abusa, la tecnologia può, infatti, essere un prezioso supporto per l'educazione alla creatività e un utile sostegno per l'apprendimento: in commercio e in rete sono, infatti, disponibili sia giochi creativi, che possono introdurre i nostri figli al mondo della musica, all'arte di disegnare e scrivere e alla conoscenza delle lingue straniere come l'inglese, sia giochi didattici, che possono rivelarsi un nuovo approccio allo studio e alle materie di scuola. Tali soluzioni innovative invogliano i ragazzi a studiare e a dedicarsi alla libera scrittura e alla lettura, molto più del metodo d’insegnamento frontale tradizionale.

Anche strutturare i compiti in classe come se fossero giochi a quiz, con delle domande sulla lezione di geografia o dei problemi creativi da risolvere sui teoremi scientifici della scorsa lezione, può essere un buon modo per sfruttare le caratteristiche del gioco a favore dell'apprendimento scolastico. Se lo studio della storia o della matematica può essere fatto divertendosi, magari interagendo con dei video didattici su un tablet, imparare diventerà un piacere, e lo stesso può valere per i giochi scientifici e linguistici.

Источник: https://www.fruttolo.it/fruttolo-magazine/gioco-educativo

Giocare Fuori Fa Bene: l’Importanza e i benefici del gioco all’aperto per tutto l’anno

La pedagogista ci parla dei vantaggi del gioco tra genitori e figli

Giocare fuori fa bene è l’hashtag lanciato da Gaia lo scorso inverno, per ricordare a tutti che numerosi studi dimostrano che giocare fuori fa bene, nonostante l’inverno e le temperature più fredde.

 
D’accordissimo con Gaia, ho deciso di chiederle di poter scrivere degli articoli di approfondimento sull’importanza del gioco all’aperto, non solo in estate o primavera, ma anche, e soprattutto in autunno ed in inverno. 

Nei prossimi articolo della nuova serie “Giocare fuori fa bene” approfondiremo insieme gli aspetti teorici e pratici dell’importanza del gioco all’aperto tutto l’anno.

L’ASILO NEL BOSCO: DAL NORD EUROPA AD OSTIA.

L’asilo nel bosco è una realtà che si è sviluppata, dopo la fine della seconda guerra mondiale, in alcuni paesi del nord Europa. Il primissimo asilo nel bosco fu ideato da Ella Flatau nel 1950, in Danimarca.

La sua esperienza è davvero interessante: Ella era una mamma comune, che trascorreva una buona parte del tempo a giocare all’aperto con i suoi figli e con i vicini di casa. Insieme ad altri genitori decisero di mettere in pratica questa attività, svolta come un gioco, rendendola qualcosa di più strutturato. Così nacque il primo asilo nel bosco.

Il Nord Europa è un territorio dove la natura ha un ruolo fondamentale nella vita delle persone, sia dal punto di vista del benessere psicosociale, sia per le caratteristiche educative.

Col passare del tempo questo modello si diffuse sempre più fino arrivare in Italia, dove negli ultimi dieci anni sono stati fatti passi da gigante.

Paolo Mai è il precursore italiano di questo modello educativo e, insieme alla moglie Giordana, ha intrapreso questa strada all’interno del bosco di Ostia.
Gli asili nel bosco in Italia sono realtà gestite generalmente dai genitori stessi, che si occupano di molti aspetti associativi.

I bambini accedono in base a delle fasce di età, e sono incoraggiati a scoprire a esplorare a giocare e ad imparare nell’ambiente naturale che é il bosco.
Le loro guide sono i maestri e gli educatori, adeguatamente formati, che si prendono cura dei bambini, e veicolano quest’esperienza di scoperta nel bosco.

  1.  Nell’asilo nel bosco si possono mettere in atto tantissime attività: la natura naturalmente offre innumerevoli possibilità di gioco, senza avere tra le mani nessun oggetto strutturato o costruito.
  2. Nel bosco si può giocare utilizzando la fantasia, l’astrazione, si possono fare giochi di ruolo, si utilizza ciò che la natura offre, per lavorare su modelli matematici, per sperimentare organizzazione e la pianificazione.
  3. Nel bosco si possono costruire dei veri e propri rifugi, provare a pensare, a progettare, a lavorare tutti insieme per raggiungere un unico scopo.

L’asilo del bosco è un modello innovativo: Paolo e Giordana hanno deciso di seguire il bisogno dei genitori della loro associazione e di sperimentarsi nell’apertura della Piccola Polis, che è la loro scuola elementare impostata sempre sul lavoro nel bosco.

Un’idea innovativa, per far fronte al grande bisogno di cambiamento che la scuola necessita.

“I SENTIERI DELLA SCUOLA”: ESPERIENZE A CONFRONTO PER UNA SCUOLA CHE CAMBIA

Due anni e mezzo fa, ho avuto la grandissima fortuna di conoscere Paolo Mai.

Siamo stati entrambi relatori ad un convegno, a Saronno (Va), dove discutevamo dei possibili sentieri della scuola, che cambia, attraverso alcuni percorsi pedagogici originali ed innovativi

Con noi c’erano:

  • Claudia Otella, vicepresidente di “Bambini e Natura” di Vercelli
  • Ginetta Latini, maestra della scuola primaria statale Senza Zaino Brunacci di Milano
  • Cinzia Vodret, formatrice e maestra di scuola primaria statale montessoriana
  • Giulia Schiavone, dottoranda di ricerca presso la facoltà di scienze della formazione dell’università Bicocca di Milano
  • Rosaria Violi, maestra della scuola primaria statale IV novembre di San Fermo (Va), che ha presentato il manifesto “Una scuola” e il suo progetto di innovazione didattica.

In questo spazio il mio contributo era quello professionale, come Pedagogista clinica, e affrontavo la tematica del movimento per apprendere, verso una scuola di domani.

Per questo convegno ho approfondito il tema a me caro dell’educazione attraverso il movimento e la natura.

L’EDUCAZIONE IN NATURA DEGLI ASILI E SCUOLE NEL BOSCO 

Quale esperienza migliore dell’asilo nel bosco o della scuola in natura?

Queste realtà si stanno diffondendo nel territorio italiano, prendendo origine da delle diramazioni del nord Europa, dai primissimi Kindergarden, alle vere e proprie scuole nel bosco.

In Italia l’Asilo nel bosco e la Piccola Polis di Ostia sono tra le prime realtà che rispecchiano questa capacità e possibilità di apprendimento in natura.

Perché la natura è la nostra maestra, e con i materiali che ci offre che possono essere foglie, sassi, ghiande, bastoncini, pozzanghere, ruscelli, prati, boschi, ci può aiutare ad apprendere quelli che sono i concetti teorici dell’apprendimento, attraverso una sperimentazione però pratica.

Proviamo a pensare insieme quanto sarebbe bello imparare le tabelline in un bosco, con solo gli strumenti della natura.

Questa esperienza sarebbe sicuramente significativa, e farebbe scattare noi un’emozione grande.

Le neuroscienze dimostrano che l’emozione è la chiave dell’apprendimento; se vogliamo a prendere qualcosa e far sì che quel concetto rimanga dentro di noi il più lungo possibile, attraverso l’emozione tutto sarà più semplice.


E se questa emozione riusciamo a provarla in un contesto naturale, avremmo ottenuto il miglior apprendimento possibile: quello attraverso la natura.

La scelta di percorrere un’avventura alternativa scolastica, sicuramente non è semplice: ci sono varie criticità, relative anche alla praticità della famiglia stessa, può trovarsi più a meno agio in una realtà di questo tipo.

Possono esserci dubbi relativi al discostamento da una didattica tradizionale, fatta spesso e purtroppo solo di libri di quaderni e di ripetizione di poesie a memoria.
Le poesie a memoria sicuramente ci aiutano ad apprendere, memorizzare dei concetti a breve, lungo o medio termine.

Ma pensate alla gioia di quel bambino che attraverso la natura impara e memorizza tantissime cose?
E se a guidarlo c’è Paolo o una maestra o è un educatore spinto dal sacro fuoco dell’educazione vera?

Per chi non lo conoscesse Paolo è un educatore coraggioso, che crede veramente nel cambiamento, attraverso il potenziale pedagogico ed educativo.Ha un blog bellissimo dove racconta la sua vita e la sua meravigliosa famiglia.

La scelta di fare davvero qualcosa di diverso parte dal profondo, e dalla straordinaria compagna che la vita gli ha regalato: Giordana. Mamma moglie ed educatrice.

La loro è una bellissima esperienza, e altri maestri educatori stanno prendendo spunto dalla loro esperienza e hanno strutturato e aperto asili e scuole simili alla loro.

Paolo va in giro per l’Italia a fare corsi di formazione, e la cosa più bella di questi corsi è che si lavora tantissimo sulla parte emotiva, su quello che lui definisce educazione emozionale.

Leggi anche -> Oltre 100 attività semplici ed efficaci per fare educazione emozionale

Paolo è una persona davvero unica: quando lo si incontra per la prima volta, si rimane affascinati dalla sua capacità di manifestare la gioia di vivere e di fare quello che fa.

Tra una citazione di Eduardo Galeano e qualche battuta in romano, travolge il cuore di chi lo incontra.

Se siete interessati ad un corso di formazione ne fa molteplici e potete consultare il suo sito internet  per rimanere sempre aggiornati su tutte le novità

Questa lunghissima digressione, per appoggiare quello che Gaia racchiude nell’hashtag #giocarefuorifabene.
Spesso siamo tentati di giocare all’aperto soltanto nelle belle giornate, magari in estate, o sul finire della primavera.

Ci troviamo in parchetti desolati d’autunno e d’inverno, dove, nonostante le temperature adatte al gioco fuori, i bambini non ci sono, anche se non abitiamo nel nord Europa o in altre zone particolarmente fredde.


Siamo cresciuti con nonne e mamme che ci dicevano “copriti che ti ammali”, anche se recenti studi scientifici dimostrano che a giocare fuori fa bene, perché rinforza il sistema immunitario, attraverso la naturale e straordinaria capacità del nostro corpo, di incontrare batteri e germi e di creare anticorpi.

L’IMPORTANZA DELLE ESPERIENZE ALL’ARIA APERTA NELL’ALTERNARSI DELLE STAGIONI 

Quindi perché non giocare fuori anche in autunno e in inverno?
Perché non approfittare delle giornate di sole, nuvolose e anche di pioggia?
E’ così bello saltare nelle pozzanghere, e scoprire un sacco di cose attraverso la natura.

Quando si gioca in natura si imparano un sacco di cose:

  • scopriamo forme, dimensioni, colori,
  • riusciamo a pianificare e ad organizzare, a fare inferenze e collegamenti,
  • mettiamo in atto una serie di strategie che sono utili, come una terapia sulle funzioni esecutive.

Perché non approfittare di quello che la natura ci offre?

Esperienza della scuola del bosco è decisamente straordinaria, e poiché è straordinaria probabilmente non è fattibile per tutte le famiglie, alcune criticità possono essere logistiche, organizzative, oppure si può non condividere il pensiero di fondo, e preferire educazione più tradizionale.

Nel rispetto del pensiero e dell’opinione di tutti, delle scelte che vengono fatte da parte di genitori consapevoli delle proprie esigenze e di quelle dei propri figli, un suggerimento dal mio punto di vista universale è quello di giocare fuori anche in autunno e in inverno. Di godere degli spazi esterni attraverso tutte le attività spontanee, o anche strutturate, che si possono creare per i propri bimbi.
Così facendo, attraverso la natura, sperimenteremo i nostri cinque sensi.

Grazie all’ apporto delle neuroscienze sappiamo che i sensi non sono solo cinque: si aggiungono il senso della temperatura, del dolore e tra gli altri la propria percezione che riguarda la corporeità, cioè la percezione di se stessi attraverso il corpo.

Numerosi autori come Dewey, Bruner e Vygotskij hanno dato un contributo fondamentale all’ esplicitazione della connessione che c’è tra il pensiero e l’azione, attraverso le prassi quotidiane di carattere corporeo e motorio.

I più recenti studi sui due emisferi cerebrali, hanno mostrato la presenza dei neuroni a specchio, che hanno una funzione fondamentale nella crescita e nello sviluppo dei diversi sistemi del corpo umano.


Un bambino appena nato, osservando l’adulto inizia a mettere in atto gli schemi mentali necessari, per compiere un determinato movimento, che poi produrrà un insieme di azioni finalizzate, come per esempio il camminare.

La vita è caratterizzata dall’osservazione e dall’imitazione dell’altro che è sempre un essere in movimento.

Il bisogno innato di muoversi dei bambini ha ripercussioni positive sul loro progresso di apprendimento.

Attraverso il movimento e l’utilizzo dei differenti canali sensoriali, le informazioni, le attività, i processi si fissano nella memoria e velocizzano la capacità di rendere le conoscenze veri e propri automatismi.

Attraverso il movimento viene attivato anche il sistema di ricompensa cerebrale: gli ormoni messi in circolazione migliorano il nostro umore, rendendoci così maggiormente disponibili al fare, al pensare e allo stare in relazione con l’altro.

L’apprendimento attraverso il movimento diviene così un approccio globale, che attiva più sensi e che ha molteplici ricadute positive.

Tutti questi aspetti delineano la necessità di prevedere nei differenti contesti di vita, anche non puramente scolastici, di dare spazio a delle attività strutturate e non caratterizzate dalla consapevolezza della corporeità, dalla capacità di percepirsi come esseri in movimento e dalla necessità di apprendere attraverso prassi motorie.

Il corpo è lo strumento con cui ci interfacciamo con il mondo, e la vita è caratterizzata da movimento e perciò ogni azione, ogni attività e ogni momento deve essere letto, osservato e pensato come uno stare qui ed ora e come un fare attraverso il corpo e il movimento.

Quindi perché non sperimentare il movimento in natura?

foto credits unsplash

Sono Francesca, mamma di due splendidi folletti e pedagogista. Sono innamorata della vita e di tutto quello che ci regala. Ho scoperto di essere brava in cucina da quando ho incontrato mio marito, e delizio chi mi sta attorno con ricettine green perché regalare cibo è per me regalare amore.

Credo in un modo più naturale e rispettoso di madre natura e ho iniziato a mettere la mia impronta verde sul  mondo con la casa in legno che stiamo costruendo.

Adoro fare la pedagogista perché il mio lavoro mi permette di aiutare le persone in difficoltà, le prendo per mano e le aiuto a trovare le risorse che racchiudono dentro di loro per sviluppare tutte le loro potenzialità.

Il mio approccio pedagogico abbraccia Montessori, Steiner e tutto quello che è educazione in natura, a partire dal meraviglioso Paolo Mai dell’asilo nel bosco di Ostia.

Sono appassionata di neuroscienze e del potenziale della nostra mente e del nostro cervello, infatti applico metodologie di abilitazione sulle difficoltà di apprendimento che si basano su questi approcci, integrando le scienze dell’educazione.

Источник: https://www.thegreenpantry.it/2019/09/giocare-fuori-fa-bene-limportanza-e-i-benefici-del-gioco-allaperto-per-tutto-lanno/

Gioca con me: i genitori alle prese con il gioco dei figli

La pedagogista ci parla dei vantaggi del gioco tra genitori e figli

Il gioco… a cosa serve giocare? Il gioco è un potente mezzo per conoscere il modo, comunicare bisogni ed emozioni, mettersi in relazione. A qualsiasi età.

Per i bambini è un importante propulsore dello sviluppo perché consente di sperimentare e consolidare competenze cognitive, sociali e affettive ecc.

  Attraverso il gioco il bambino inizia a comprendere come funzionano le cose, le proprietà degli oggetti, le regole di comportamento, le sue abilità e possibilità; impara le nozioni di causalità, casualità e probabilità e coglie costanti e ricorrenze.

Il gioco è una esperienza che permette al bambino di perseverare e avere fiducia nelle proprie capacità, un processo di consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il bambino gioca in molti modi, da solo, con i pari, con gli adulti e, tra gli adulti, con i genitori, i quali hanno un ruolo cruciale nell’interazione ludica.

Il ruolo del genitore nel gioco

Il ruolo dell’adulto è fondamentale. Giocare con i propri figli è dare loro l’opportunità di sviluppare risorse e potenzialità e al contempo misurare le abilità e competenze.

Attraverso il gioco genitori e figli recuperano un momento “paritario”, una condivisione del linguaggio e del pensiero, vivono scambi affettivi all’interno di un momento cognitivamente rilevante per lo sviluppo.

Secondo alcune ricerche le madri, più dei padri, tendono a coinvolgere i bambini in giochi educativi che si esplicano con frequenti verbalizzazioni e sollecitazioni; propongono attività più pacate e tranquille ecc. mentre i padri interagiscono in modo fisico in giochi maggiormente motori, non conversazionali, utilizzando modelli più variati ed eccitanti.

Sarà forse per questo che quando i bambini sono impauriti o tristi cercano più frequentemente la mamma e quando sono disponibili al gioco ricercano di più i padri? Ovviamente si tratta di tendenze, evidenziate da ricerche e osservazioni,  che servono per creare generalizzazioni e non per fornire una fotografia della singola situazione specifica.

3 proposte per i genitori

  1. Trasformare le attività quotidiane in attività di gioco: preparare la cena, caricare la lavatrice, pulire ecc.: un ottimo modo per insegnare parole nuove, migliorare le abilità manuali (motricità fine), proporre regole e confini, responsabilizzare i figli, aumentare l’attenzione e la concentrazione ecc.
  2. Recuperare i giochi di società:  spegnere gli apparecchi elettronici, proponendo giochi da “fare insieme”, più o meno strutturati è utile per la condivisione, per lo sviluppo del linguaggio, per educare al confronto e alla negoziazione, per veicolare regole di comportamento, per render ei bambini resilienti alla frustrazione ecc.
  3. Recuperare i giochi tradizionali: “campana”, “un due tre stella”, “ruba bandiera” ecc. sono tutti giochi utili per  educare  attraverso il movimento, migliorano l’attenzione, la percezione, la memoria, la motricità grosso e fine motoria, la coordinazione ecc. e permetto alla famiglia uno stare insieme ricco di scambi affettivi.

    Non da poco…i bambini si stancano e ci sono più probabilità che vadano a letto volentieri la sera.

Educare ed educarsi al gioco

Non è facile nella nostra società ritagliarsi momenti per noi e per i nostri bambini. Però dedicare del tempo al gioco con i propri figli ha, come abbiamo visto, numerosi vantaggi.

Ovviamente non si tratta di calcolare un tempo da mettere in agenda, ma di dare tempo di qualità ai momenti dello stare insieme. Tutto può essere un gioco e ogni occasione è buona per trasformare un impegno in qualcosa di meraviglioso e coinvolgente.

Non è facile, ma certo è possibile ed auspicabile. Alcuni suggerimenti in proposito:

  • Lasciate i bambini liberi di scegliere a che cosa vogliono giocare
  • Ricordatevi che un giocattolo è “tutto quello che può servire a giocare”, non ciò che si compra nei negozi
  • Non richiamateli continuamente  in attenzione (“Stai attento!”, “Non sporcarti!”, “Non correre!”, “Non sudare!” ecc.)
  • Quando la differenza di abilità adulto/bambino è grande,  fate attenzione a non umiliare il bambino e a non competere in modo troppo prorompente
  • Mostratevi orgogliosi se compie progressi e rinforzate l’impegno
  • Non commentate gli insuccessi o i fallimenti
  • Eliminate elementi di disturbo (telefono, tv di sottofondo ecc.)
  • Non sgridate i bambini se un gioco si rompe
  • Se il gioco si è rotto, non sostituitelo troppo presto: piano piano il bambino imparerà ad avere cura delle sue cose
  • Fate domande, siate curiosi del mondo del bambino
  • Non “fate” giochi con i vostri bambini, ma state nel gioco, giocate, divertitevi!

Conclusioni
Il gioco è importante. Stare nel gioco è un ottimo mezzo educativo ed anche un modo di “monitorare” la felicità dei propri figli, le loro abilità e le disponibilità relazionali. Giochi stereotipati, ripetitivi, dal contenuto povero, sono sempre indice che qualcosa non va.

Forse è nel modo in cui i genitori si relazionano al gioco dei figli, oppure il bambino sta vivendo un periodo di disagio o difficoltà. Sono situazioni in cui attraverso il gioco si esprimono i propri stati d’animo e il proprio modo di relazionarsi con il mondo. Sono anche situazioni che chiedono un intervento per tornare a giocare serenamente.

Perché giocare è importante e non è un caso che uno strumento di intervento professionale sia proprio il gioco.

Se senti la necessità di imparare a giocare con tuo figlio o ti sembra che il gioco del tuo bambino non sia adeguato all’età oppure sia troppo stereotipato non esitare a metterti in contatto con noi: a volte basta poco per (ri-)prendere una rotta adeguata.

| Pedagogia clinica firenze | Psicologo infantile firenze sud | Pedagogista clinico firenze sud | Pedagogia clinica Bagno a Ripoli|  Psicologo infantile Bagno a Ripoli | Pedagogista clinico Bagno a Ripoli | Pedagogia clinica Pontassieve | Psicologo infantile Pontassieve | Pedagogista clinico Pontassieve | 

Источник: http://www.centrokromos.it/gioca-con-me-i-genitori-alle-prese-con-il-gioco-dei-figli/

Come crescere un bambino bilingue

La pedagogista ci parla dei vantaggi del gioco tra genitori e figli

Il bilinguismo offre vari benefici per lo sviluppo cognitivo. I bambini con almeno un genitore straniero partono avvantaggiati, ma si può diventare bilingui anche se i genitori parlano solo italiano. La pedagogista Monica Castagnetti spiega come si può fare  

Un bambino su cinque, in Italia, ha almeno un genitore straniero. Significa che ha l'opportunità di crescere bilingue, e bilingue possono crescere anche bambini che hanno entrambi i genitori di madrelingua italiana

, purché abbiano la possibilità di un'esposizione “immersiva” in una lingua differente. Abbiamo chiesto alla pedagogista Monica Castagnetti, formatrice del Centro per la salute del bambino di Trieste, che al tema del bilinguismo ha dedicato un festival alcuni mesi fa, di aiutarci a capire quali sono le strategie migliori per sviluppare il bilinguismo nei bambini.

Un mito da sfatare

La prima cosa da fare è sgombrare il campo da equivoci e fraintendimenti.

Alcuni per esempio ritengono ancora che l'apprendimento dalla nascita di una seconda lingua possa ostacolare lo sviluppo cognitivo.

“Si tratta di un pregiudizio legato a un certo nazionalismo linguistico, ma gli studi neuroscientifici dicono che non è così. Anzi, il bilinguismo offre vari benefici”.

I vantaggi del bilinguismo

Per prima cosa, il fatto che il cervello si sviluppa seguendo due canali linguistici contemporaneamente – a Castagnetti piace parlare di due “autostrade linguistiche” – gli garantisce maggiore flessibilità.

Non solo: la pedagogista spiega che i bambini bilingue tendono a essere anche molto aperti verso le novità, abili a cogliere le differenze, molto empatici.

“Il bambino bilingue impara molto presto che il mondo può essere raccontato con codici diversi, e che dunque le differenze sono qualcosa di positivo.

Inoltre, essendo abituato a pensare e a parlare secondo codici linguistici diversi, non percepisce come 'strani' i bambini che parlano altre lingue”.

I vantaggi valgono qualunque sia la seconda lingua: inglese, francese, cinese, arabo o magari qualche lontanissimo dialetto africano.

Come fare

In caso di coppie miste, il consiglio è che ciascun genitore comunichi con i figli nella propria lingua fin dalla nascita e anche prima: “Ricordiamoci che già in utero si percepiscono i suoni”. Poi si sceglie una lingua comune della famiglia. “Non importa se l'italiano o l'altra: quello che conta è che entrambi i genitori si sentano a proprio agio”.

Non esistono ricette precise per il bilinguismo, ma Castagnetti suggerisce alcune regole. “Anzitutto essere sempre molto sereni rispetto alla propria lingua e al fatto di trasmetterla ai bambini. L'apprendimento passa attraverso l'affettività: se ci sono rigidità o preoccupazioni i piccoli ne risentono”.

Per lo stesso motivo, le lingue straniere non vanno mai usate come strumento di esclusione, per non farsi capire. Infine non aspettarsi chissà quali performances: alcuni bambini ascoltano volentieri la seconda lingua, ma magari scelgono di non parlarla, almeno nei primi anni.

E se entrambi i genitori parlano una lingua diversa dall'italiano? “Non è un problema” sostiene Castagnetti. “I bambini lo impareranno a scuola e fuori casa. L'importante è che la famiglia non si isoli dal contesto e che il contesto accetti questa diversità”.

vai alla gallery

Quando si dice che un bambino sia bilingue, che cosa comporta questa caratteristica dal punto di vista dell'apprendimento e qual è il comportamento migliore che i genitori devono avere…

Lingua del cuore, lingua della mente

“In realtà – precisa l'esperta – i bambini bilingue hanno per ciascuna delle loro lingue un luogo speciale: in genere una lingua fa più riferimento al cuore, è più affettiva, mentre l'altra fa più riferimento alla mente, è più intellettiva. L'importante è che in famiglia ci sia sempre molta serenità nell'abitare entrambi questi due luoghi linguistici”.

Bilingui al nido

Crescere bimbi bilingui è possibile anche se in casa si parla solo italiano. Come? “Basta esporli a una seconda lingua fin da piccolissimi, già dai sei mesi di età e comunque entro i primi tre anni” afferma Castagnetti.

“Questo infatti è un periodo molto importante per lo sviluppo del bambino, il cui cervello va incontro a una vera e propria fioritura neuronale: un altro stimolo linguistico che arriva a quell'età non fa altro che arricchire le possibilità di sviluppo del cervello”.

Ma attenzione: l'esperienza linguistica deve essere immersiva rispetto alle attività quotidiane e deve passare attraverso il contatto con un'altra persona importante per il bambino: “Il piccolo non impara tanto perché gli viene proposta qualche attività in un'altra lingua, ma perché è in contatto con un essere umano che gliela propone come strumento di comunicazione“. Per ottenere questo risultato si può cercare una tata madrelingua, oppure un nido veramente bilingue, in cui un educatore madrelingua passi con i piccoli almeno metà del tempo.

Piccoli ritardi

Crescere bilingui comporta alcune specificità che i genitori devono conoscere per non spaventarsi. L'esordio del linguaggio è più tardivo. “Di solito avviene intorno ai due anni – chiarisce Castagnetti – ma può tardare di qualche mese o anche più se le due lingue sono molto lontane, come italiano e cinese”.

Niente paura neppure per le interferenze, cioè il fatto di usare in una lingua espressioni e costruzioni tipiche dell'altra (per esempio il bilingue italo-francese che dice tombare al posto di cadere, dal francese tomber). “Sono fisiologiche e scompaiono intorno agli otto-nove anni”.

Infine una precisazione: non è detto che se in casa si parlano due lingue, il bambino imparerà anche a scrivere due lingue. “L'apprendimento della scrittura non è innato: per imparare a scrivere bisogna che qualcuno ce lo insegni.

Non a caso, di solito a scrivere si impara andando a scuola”.

Aggiornato il 21.09.2018

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/come-crescere-un-bambino-bilingue

Gravidanza
Lascia un commento

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: