La fase dei perché: consigli su come affrontarla

Fase dei perché nei bambini

La fase dei perché: consigli su come affrontarla

Ad un certo punto arriva la fase dei perché nei bambini. I consigli su come affrontare questa età

Delle volte, anche crescendo, i bambini conservano una particolare curiosità verso le cose del mondo.

In genere la fase dei perché nei bambini ha inizio in concomitanza con lo sviluppo del linguaggio, quindi intorno ai 2-3 anni, e soprattutto quando il piccolo acquisisce maggiore consapevolezza del mondo che lo circonda: ogni cosa nuova lo meraviglia e lo riempie di stupore.

Così il bambino vorrà sapere nel dettaglio la ragione di ogni cosa che accade o che colpisce il suo interesse, non si accontenterà più di ricevere risposte distratte o approssimative e pretenderà da noi la massima attenzione e precisione.

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Tappa dopo tappa come cresce un bambino

Come spesso accade in queste circostanze i perché del bambino possono essere reiterati all'infinito, o almeno fino a quando egli non giudicherà la nostra risposta sufficientemente esaustiva.

In questo caso non di rado succede che il genitore getti troppo in fretta la spugna o si senta in difficoltà nel dover rispondere agli innumerevoli quesiti che il bambino gli pone.

In realtà bisogna considerare che questa fase il più delle volte è una sorta di esercizio per il bambino che si diletta a mettere in pratica la nuova abilità del linguaggio con una serie di numerosissimi perché riguardo a svariate cose di cui egli fa esperienza.

Tra l'altro c'è da dire che a volte le domande dei bambini non sono tanto finalizzate ad avere una risposta o una spiegazione quanto ad apparire importante agli occhi del genitore ed ottenere la sua attenzione. Per questo è importante anzitutto ascoltarli con reale interesse e partecipazione quando ci pongono una domanda.

Un'abilità che il genitore deve cercare di acquisire per affrontare al meglio questa fase è quella di cercare di capire il motivo che spinge il bambino a chiedere conto di una cosa e che tipo di risposta il bambino si aspetta di ricevere. Una volta individuate le sue motivazioni e le aspettative, non è più così difficile trovare la risposta che lo soddisfi.

A questo proposito bisogna considerare che, sotto i 5 anni, i bambini difficilmente posso capire una spiegazione razionale o intellettuale, mentre gli adulti sono abituati a interpretare il mondo entro i parametri della logica e della ragione.

Per questo motivo spesso i piccoli rimangono insoddisfatti dalle nostre spiegazioni, sebbene ci sforziamo di essere il più possibile bravi e precisi nel rispondere.

Come già detto la cosa veramente importante è che nostro figlio percepisca che siamo davvero attenti a quello che ci chiede e nel rispondere non dobbiamo cercare tesi scientifiche e rigorose, ma spiegazioni semplici che siano “a misura” di bambino, cioè che tengano conto della sua età.

Con i suoi continui perché il bambino cerca di portare il genitore nel proprio mondo, è, quindi, molto importante che il piccolo percepisca il nostro reale interesse per le sue domande e i suoi quesiti. Perciò è bene interromperci se siamo impegnati in qualche faccenda, guardare negli occhi nostro figlio, facendogli capire che siamo davvero attenti a quello che dice e cercando di metterci nei suoi panni.

Come rispondere ai perché dei bambini

Ma veniamo alle questioni pratiche, cioè alle regole per rispondere nel modo più giusto ai perché di nostro figlio. Anzitutto nelle risposte che diamo dobbiamo considerare l'età del bambino. Nel caso siano molto piccoli le spiegazioni più efficaci sono quelle fatte nella prospettiva del gioco o attraverso delle metafore.

Ad esempio se nostro figlio ci chiede perché le onde del mare sbattono continuamente sugli scogli possiamo dirgli che lo fanno… per far loro un dispetto! Tentare di spiegargli il fenomeno dal punto di vista fisico sarebbe complicato, difficile da capire e comunque non è quello il tipo di risposta che il bambino si aspetta di ricevere.

Le età dei perché

Un errore che spesso si fa è quello di considerare già grandi i bambini di 3-4 anni perché magari i loro discorsi ci sembrano maturi e ragionevoli; in queste situazioni si può essere portati a parlare loro come si fa con gli adulti. In realtà con i piccoli al di sotto dei 4/5 bisognerebbe evitare le spiegazioni tecniche e razionali e cercare di interpretare la realtà dal loro punto di vista.

Con i bambini più grandi si può optare per risposte più tecniche e razionali, sempre prestando la massima attenzione a quello che ci chiede e cercando di capire che tipo di risposta si aspetta da noi.

Intorno ai 7/8 anni i bambini hanno in genere una grande voglia di sperimentare, smontare e rimontare i giochi per capire come funzionano.

In questo caso possiamo assecondare questa loro inclinazione e spiegare le cose attraverso degli esempi, meglio ancora se facciamo in modo che possa sperimentare personalmente ciò di cui fa esperienza.

Solo quando sarà più grande imparerà ad usare il pensiero astratto che gli permetterà di immaginare un evento o capire una determinata azione anche se non ne ha un'esperienza diretta.

I perché più importanti

I perché dei bambini che ci colgono più impreparati sono sicuramente quelli che riguardano i grandi dilemmi dell'esistenza, ad esempio le domande sulla vita, l'amore, la morte o il dolore.

In questo caso, specie se il genitore stesso non ha certezze rispetto a questi argomenti, trovare il modo giusto per rispondere ai propri figli può essere molto difficile.

A seconda dell'età possiamo cercare di spiegargli il nostro punto di vista (se ne abbiamo uno!) ossia quello in cui noi crediamo.

La cosa più importante in questi casi è comunque cercare di preservare la serenità del piccolo, anche nel caso in cui le nostre esperienze di vita sono state tutt'altro che piacevoli.

Rispetto a questo tipo di perché è importante evitare di fargli percepire i risvolti dolorosi della realtà, cercando invece di rassicurarlo e di trasmettergli un senso di fiducia e positività verso la vita e il futuro.

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Источник: https://www.pianetamamma.it/il-bambino/sviluppo-e-crescita/la-fase-dei-perche-consigli-su-come-affrontarla.html

La fase dei

La fase dei perché: consigli su come affrontarla

come rispondere agli infiniti perché dei bambini (Istock) (Istock Photos)

La fase dei perché dei bambini Istock

Chi è genitore di un bambino piccolo sa di cosa sto parlando, la fase, a volte “pesante” dei perché dei propri figli. “Mamma perché il cielo è blu?” “perché l’acqua è bagnata?”, “Perché il sole è giallo?” ecc. ecc.

Si potrebbe scrivere un poema solo dei “perché” che i bambini si pongono e ci pongono alla nostra attenzione quotidianamente.

La curiosità dei piccoli è sviluppata, e questo è un bene, ma mentre all’inizio della “fase”, siamo entusiaste di rispondere e spiegare tutto, anche le cose che, in realtà, non ne conosciamo la risposta, dopo un po’, tutti questi perché diventano davvero eccessivi (per noi) e iniziamo a divagare o a rispondere superficialmente, senza una vera spiegazione soddisfacente. La domanda che molti genitori si pongono, invece, è una sola: “perché tutti questi perché?”. Cerchiamo di spiegarlo in modo da capire un po’ più a fondo le motivazioni che spingono i nostri figli a domandarsi in continuazione il “perché” di tutto.

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La fase dei “perché” dei bambini: quando inizia?

Fase dei perché dei bambini, quando inizia iStock

Iniziamo con il dire che la fase dei perché dei bambini inizia con lo sviluppo del linguaggio e, come tale, varia molto da bambino a bambino. Ci saranno, quindi, bambini più propensi a chiedere il perché di ogni cosa e, ci saranno, altri bimbi, che al contrario, faranno poche domande a riguardo.

In entrambi i casi è naturale e non c’è da preoccuparsi, tutto dipende dall’indole del bimbo e dalla sua curiosità, più o meno, sviluppata.

Ma questa fase quando si presenta? In linea molto generale potremmo dire che si verifica tra i due e i tre anni, dalla fine dell’ultimo anno di nido quindi, e può proseguire anche fino ai sette o otto anni di età del bimbo.

Oltre all’età e allo sviluppo conta, però, anche il carattere: è vero che le proprietà di linguaggio e la capacità di comprensione devono essere abbastanza spiccate, ma almeno in una prima fase si fa riferimento soprattutto anche al rapporto con gli adulti.

Questo significa che il bambino deve essere già piuttosto avanti con le competenze linguistiche, ma deve anche essere portato a interagire in maniera continua e così forte con un adulto, cosa che un bimbo più timido, riflessivo o introspettivo magari farà più difficilmente. Idealmente potremmo dividere la fase dei perché in due:

  • la prima va dai due o tre anni fino ai cinque o sei. In questo periodo è l’adulto ad essere l’unico riferimento per il piccolo.
  • La seconda parte dai sei anni circa, con la scoperta della scrittura e della lettura e l’inizio della scuola, la “vittima” dei perché potrebbe anche diventare il fratello o la cugina più grande: il bambino vuole interagire anche con i suoi pari o simil-pari.

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Ma perché tutti questi perché? L’ossessione dei bimbi

La fase dei perché dei bambini Istock

In generale le prime domande che il bambino pone si riferiscono perlopiù all’identità: suonano il campanello e lui chiede “chi è?”, vede una figura sullo schermo del televisore oppure entra qualcuno in casa e la domanda si ripete.

Ma il ‘chi’ più importante è lui stesso: da dove viene, perché ha freddo, come mai il suo amico è più alto di lui, perché il papà è più grande, e via dicendo.
In seguito, i perché nascono dall’esigenza di acquisire non solo nuove conoscenze, ma anche nuovi vocaboli.

 Durante ogni spiegazione, infatti, mamma e papà utilizzano termini sempre più vari e nuovi che il bambino prima ascolta e poi piano piano apprende, provando quello che può essere definito un vero e proprio piacere intellettuale.

È proprio intorno ai 3/4 anni, infatti, che il piccolo sviluppa il gusto di giocare con le parole e quindi sente l’esigenza di arricchire il proprio vocabolario.

Non a caso, mentre intorno ai 2 anni e mezzo si ribella quando gli viene raccontata la sua storia preferita cambiando qualcuno dei vocaboli a cui è abituato, dai 4 anni in avanti diventa meno rigido e più disponibile ad accettare eventuali variazioni che, in genere, dimostra anche di apprezzare.

Solo dopo i 3 anni, i suoi continui perché nascono dal desiderio di ricerca delle cause. Non è un caso che, attorno ai 4 anni, il bimbo, ormai padrone del linguaggio, ponga centinaia di domande spesso senza nemmeno aspettare la risposta. Nel rispondere alle sue domande è importante tenere presente che il suo livello di comprensione è diverso da quello degli adulti. Gli esperti suggeriscono un principio: mai fornire informazioni non richieste, ma porre domande che lo aiutino a esprimersi. Il bambino infatti ha un tipo di attenzione selettiva e recepisce solo ciò che gli interessa.

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Due categorie di “perché” che i bambini pongono ai grandi

La fase dei perché dei bambini (Istock Photos)

  • I perché per conferma:appartengono a domande che il bimbo pone per avere la prova che è proprio esatto un concetto che conosce ma di cui non riesce a farsi ragione oppure che non condivide, per esempio “Perché devo andare a letto?; Perché vai al lavoro?; Perché bisogna spegnere la televisione?”. A fronte di questi interrogativi non conviene dilungarsi in spiegazioni tanto il bambino sa già perfettamente la risposta.
  • I perché per conoscenza:Sono quelle che nascono dallo sconcerto determinato da qualcosa che il bambino recepisce e trova in contrasto rispetto a quanto già conosce, grazie all’esperienza acquisita fino a quel momento. Queste domande richiedono una risposta soddisfacente (che non sempre si riesce a trovare) in quanto sono espressione di un reale turbamento. L’esempio classico è la domanda: “Perché si uccidono le mucche?”. L’altrettanto classica risposta è: “Per darci la carne da mangiare, la carne buona che ti fa diventare grande”. Ma il bambino, che sa che uccidere non si può, rincalza: “Perché allora tu mi hai detto che non bisogna fare male a nessuno?”. E qui la spiegazione diventa oggettivamente difficile. Che fare? La soluzione può essere quella di spiegargli che le mucche, purtroppo per loro, vengono allevate per essere mangiate (e che mangiare la carne aiuta a crescere), ma non provano alcun dolore quando vengono uccise. Diverso è invece causare danno a qualcuno senza che ve ne sia una precisa ragione. L’importante è, comunque, non rispondere mai in modo improprio, dando l’impressione al bambino di non aver ascoltato la sua domanda.

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Come rispondere agli infiniti perché dei bimbi: istruzioni per genitori

Come rispondere ai perché dei bambini (Istock)

Una buona risposta, al contrario di come si possa pensare, non deve essere esauriente ma, bensì, stimolare la curiosità (già fervida) dei piccoli in modo da stimolare un’ulteriore domanda nei bambini e favorire, così, l’osservazione sempre maggiore del mondo che lo circonda. Solo così il bimbo conserverà il gusto per la conoscenza e la ricerca della scoperta. Ma come rispondere per favorire il dialogo e la conoscenza nei bimbi? Esistono alcune piccole regolette da seguire a tal proposito, per esempio:

  1. Rispondete con domande aperte: di fronte alle domande del bambino, anziché una risposta, proponete una domanda, o cercate la risposta insieme a lui: “Cos’è?”, “Tu che ne pensi, a che cosa potrebbe servire?”.
  2. Lasciategli la libertà di scelta e valutazione: dinanzi ad una domanda lasciate che sia il bimbo a valutare la risposta migliore. Dategli al massimo 2 o 3 alternative possibili da cui il bimbo può, in estrema libertà, ponderare, scegliere e valutare la sua decisione.L e occasioni sono infinite: dal colore della maglietta, al tipo di frutta della merenda, al posto a tavola.
  3. Fatelo riflettere sulle proprie convinzioni: se il bimbo afferma convintissimo che la torta al cioccolato è la più buona del mondo. Voi rispondetegli con una domanda del tipo: Perché pensi che sia la più buona del mondo?Il semplice fatto di aggiungere un punto interrogativo alla fine della frase invita il bambino a riflettere e a cercare un motivo per la sua affermazione. Oppure, a una rimostranza come”Mamma, non mi piace la mia stanza! È brutta”, replicate: “Come pensi di poter renderla più bella?”.
  4. Spiegate sempre le vostre azioni: se per esempio state cucinando, spiegate perché dovete mettere l’acqua nella pentola o perché vi dovete coprire se fuori fa freddo. In questo modo il vostro piccolo crea connessioni e colloca i vari fatti della vita in un sistema di rapporti coerenti.
  5. Proponete il gioco del giornalista. I giornalisti di lingua inglese, per ricordarsi tutto quello che devono scrivere per raccontare compiutamente un evento, si riferiscono alla regola delle cinque W: Who, When, Where, What, Why (chi, quando, dove, che cosa, perché). Di fronte a una domanda o a un problema, fate con il bambino il gioco del giornalista, proponendo di risolvere come un piccolo mistero il suo: “Come mai è finito il latte?”, oppure invitatelo a raccontare una sua avventura tenendo presenti le cinque domande.

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Prima dei cinque anni tendenzialmente è meglio dare una risposta giocosa, che affascini. A quest’età i bambini non ragionano ancora sulla base della logica e della razionalità, le loro categorie mentali si fondano sulla fantasia e sul gioco. Sarebbe inutile riempirli di informazioni troppo tecniche, logiche o razionali: non sanno spiegarsele.

Dopo i 5 anni, potrebbero iniziare ad arrivare anche le domande scomode, su grandi temi esistenziali. In questo momento date risposte semplici: ad esempio, spiegate che il nonno che è venuto a mancare è su una stella, potrebbe non essere sufficiente e i bambini potrebbero intuire che non gli state dicendo la verità.

In questo caso è necessario rispondere nel modo più esatto possibile. Quando, invece, iniziano ad avere accesso alla tecnologia, ad andare a scuola, magari anche già a saper leggere e scrivere, la curiosità va soddisfatta in maniera diversa. Magari si potrebbero coinvolgere in piccole ricerche in modo che essi stessi diano una risposta ai loro dubbi.

In ogni caso, anche dire al bimbo di chiedere al papà o alla nonna o a un altro adulto va bene: siamo umani e possiamo essere stanchi di rispondere. Ricordiamoci, infine,  che è una fase che passerà e che va assecondata, ma è anche giusto porre dei limiti.

L’ideale è spiegare al piccolo che è molto bello essere curiosi, ma che il nonno incontrato al parco o la commessa al negozio di giocattoli sta lavorando o magari ha degli altri perché di altri bimbi a cui rispondere.

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Источник: https://www.chedonna.it/2019/07/29/fase-dei-perche-bambini/

Balbuzie nei bambini: come affrontarla?

La fase dei perché: consigli su come affrontarla

Francesca Brignoli, logopedista

La balbuzie è un disturbo della comunicazione complesso e variabile, può assumere forme diverse e nonostante sia nota fin dall’antichità continua a essere oggetto di dibattito tra gli studiosi. Scopriamo nel dettaglio di cosa si tratta.

Balbuzie infantile: le cause nella storia

Una tavoletta d’argilla rinvenuta in Mesopotamia e fatta risalire al 2500 a.C. riporta, in alfabeto cuneiforme, un’appassionata preghiera di liberazione dalla balbuzie. Gli antichi testi sacri riferiscono della balbuzie di Mosé.

Il filosofo Aristotele fu uno dei primi a cercare una spiegazione fisio-anatomica per la difficoltà di fluenza da cui lui stesso era afflitto.

I padri della moderna medicina, Ippocrate e successivamente Galeno, giunsero alla conclusione che la balbuzie fosse dovuta a un’anomalia della lingua, troppo corta o troppo lunga, troppo umida o troppo secca.

Sono noti gli esercizi di Demostene, famoso oratore dell’antica Grecia, che per riuscire a parlare senza balbettare provava i suoi discorsi con dei sassolini in bocca.
Nel corso degli anni molte tecniche sono state tentate, diversi modelli causali sono stati proposti e poi superati, e anche in epoca moderna si è a lungo discusso sulla definizione di balbuzie.

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Bambini e balbuzie: una questione emotiva?

Tra gli specialisti si parla di “persone che balbettano”, più che di balbuzie, proprio per restituire l’immagine di un fenomeno mutevole a seconda dei giorni e delle circostanze, che può avere importanti risvolti psico-emotivi, più o meno marcati a seconda del temperamento individuale e dell’ambiente sociale in cui ci si muove. Paure, disagi, sensi di colpa per le proprie difficoltà, sono solo alcuni degli aspetti che possono caratterizzare il vissuto di quei bambini che si trovano ripetutamente a inciampare su alcuni suoni, in genere all’inizio di una parola, e continuano a ripeterli, magari bloccando nel frattempo il respiro o associando dei gesti e dei movimenti del volto, finché all’improvviso, nemmeno loro sanno perché, la parola esce finalmente dalla bocca in cui sembrava intrappolata. La qualità, la frequenza e la durata delle ripetizioni o delle pause determinano diversi quadri sintomatici.

Balbuzie infantile improvvisa

I genitori possono preoccuparsi nel momento in cui riscontrano una balbuzie improvvisa nei loro bambini. A tal proposito va detto che la possibilità di passare una fase in cui da piccoli ci si blocca un po’ mentre si parla è del tutto normale.

Si tratta di un ritardo di maturazione del sistema di esecuzione motoria della parola rispetto al sistema astratto del linguaggio; ritardo che si risolve spontaneamente nel giro di pochi mesi (se nel frattempo gli interlocutori del bambino si mantengono ascoltatori attenti e rilassati), senza alcuna conseguenza sullo sviluppo linguistico. 

La balbuzie nei bambini di 2-3 anni

Quando si parla di balbuzie nei bambini è importante distinguere tra le “disfluenze indicative” di questo disturbo, ovvero la balbuzie infantile che intorno ai 2-3 anni si esprime attraverso la ripetizioni di suoni o sillabe, il prolungamento di suoni o i blocchi sonori o silenti, e gli intoppi che invece possono sperimentare bambini normofluenti mentre parlano, magari ripetendo più volte una parola mentre pensano a come impostare una frase che esprima correttamente ciò che vogliono dire. 

Data la natura sfuggente del fenomeno e la moltitudine di studi presenti, è difficile per gli studiosi ottenere dati univoci; le recenti linee guida olandesi recepite dalla Federazione dei Logopedisti Italiani arrivano a parlare di un 17% di bambini che potrebbero presentare un periodo di balbuzie nella fase dello sviluppo linguistico.

Balbuzie nei bambini: quanto dura?

La grande maggioranza di questi bambini (circa i due terzi) va incontro a una remissione spontanea in genere nel giro di 6 mesi, altri dopo la pubertà o nell’età adulta.

Recenti evidenze scientifiche indirizzano comunque verso una presa in carico precoce: vari studi dimostrano che un intervento terapeutico per la balbuzie nei bambini prima dei 6 anni porti a una diminuzione più significativa della percentuale di sillabe balbettate.

Balbuzie infantile: i rimedi

Cosa può fare quindi un genitore se vede che il suo bimbo ripete dei suoni o si blocca? È necessario ricorrere a esercizi per la balbuzie infantile? Il suggerimento fondamentale è, anzitutto, quello di mantenere un ruolo comunicativo adeguato, salvaguardando i turni di parola: lasciare al bambino tutto il tempo che gli serve per finire la frase, senza interromperlo e senza finire le parole al suo posto, e mantenere un contatto visivo normale, senza fissare eccessivamente il piccolo né distogliere lo sguardo. Dire «calmo, respira» serve a poco, meglio che il genitore lo dica mentalmente a sé stesso. È buona norma rivolgersi al bambino con un linguaggio alla sua portata, a livello sia  grammaticale che concettuale, articolando le frasi in maniera chiara e con un ritmo pacato. Sconsigliatissimo ingaggiare gare tra i fratelli a chi parla meglio: la balbuzie peggiora in condizioni di ansia da prestazione. Meglio non far notare ai bambini che stanno inciampando sulle parole, alcuni di loro infatti non ci fanno caso e conservano maggior fiducia nelle proprie capacità comunicative; altri appaiono consapevoli delle loro difficoltà già a 3 anni.

Il consiglio comunque è di non tardare a consultare un logopedista esperto in balbuzie se la situazione non migliora nel giro di qualche settimana, valutare con lo specialista e monitorare insieme l’andamento del fenomeno per tre o sei mesi, adottando nel frattempo degli atteggiamenti comunicativi idonei e poi, se gli episodi di balbuzie continuano, iniziare un trattamento specifico entro un anno dalla comparsa del disturbo. Nel caso in cui il bambino sia riluttante a comunicare o soffra per la sua balbuzie, oppure se i genitori sono particolarmente preoccupati, il trattamento può essere avviato anche prima.

In questo articolo parliamo invece di quando e come intervenire in caso di difficoltà fonologiche.

Il trattamento per la balbuzie: approcci diversi

Il trattamento per la balbuzie dovrebbe integrare aspetti cognitivi, linguistici, motori, affettivi e sociali.

Un approccio storico mutuato dall’Inghilterra, particolarmente sistematico nella fase di valutazione iniziale, prevede un intervento indiretto, indirizzato a creare nella famiglia le condizioni migliori per sostenere la fluenza del bambino attraverso strategie di dialogo rilassato e momenti di gioco speciali.

Un altro famoso approccio elaborato in Australia si basa su misurazioni quotidiane del grado di balbuzie e prevede rinforzi positivi nel caso di eloquio fluente del bambino, in ottica cognitivo-comportamentale. [1]

In Italia abbiamo esperienze multidisciplinari e arte-mediate che comprendono il racconto e la drammatizzazione di storie con personaggi appositamente studiati i quali, ad esempio, inciampano nel parlare e vengono presi in giro, oppure vorrebbero dire qualcosa ma non lo fanno perché temono di non riuscire a esprimersi bene. I bambini si rispecchiano in queste vicende e così viene stimolata, nel contesto protetto del trattamento individuale o in un piccolo gruppo, la loro capacità di analizzare e gestire al meglio le situazioni comunicative.

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Note:
[1] Guida al trattamento delle balbuzie del Camperdown program
Bibliografia:

  • Atti del 1° convegno italiano sui disturbi della fluenza verbale, 25-26 ottobre 2019, Calenzano (FI)
  • Tomaiuoli Donatella, Favolando con la balbuzie dei piccoli, Roma, Società Editrice Universo, 2009 
  • Tomaiuoli Donatella (a cura di), Balbuzie. Fondamenti, valutazione e trattamento dall’infanzia all’età adulta, Trento, Edizioni Centro Studi Erickson, 2015

Источник: https://www.uppa.it/educazione/linguaggio-e-scrittura/balbuzie-nei-bambini-come-affrontarla/

Come affrontare la fase dei perché dei bambini?

La fase dei perché: consigli su come affrontarla

I bambini sono naturalmente curiosi, ma a un certo punto della loro vita, entrano in una fase in cui tutto fa sorgere la fatidica domanda: perché? Perché le nuvole sono in cielo, perché il cane fa bau, perché il nonno russa quando dorme… e potremmo continuare all’infinito.

Domande a cui in realtà non esiste una risposta, o meglio noi genitori non sapremmo come rispondere in modo facilmente comprensibile per un bimbo così piccolo.

Quindi, come uscire dall’impasse ed evitare di ricorrere a Google per rispondere a tutti i perché di nostro figlio? Ecco qualche utile consiglio.

Quando e come si sviluppa la fase dei perché?

La fase dei perché dipende dipende da due importanti fattori: lo sviluppo del linguaggio e delle capacità cognitive e il carattere del bambino.

Entrambe variano molto da bambino a bambino, ma solitamente il primo fattore si verifica tra i due e i tre anni: a quest’età i bambini con una buona proprietà di linguaggio ed elevate doti di comprensione possono cominciare a fare domande strambe.

Per quanto riguarda il carattere, invece, è ovvio che un bambino estroverso sarà più portato a confrontarsi con un adulto – in questo caso, voi genitori, centro del suo mondo -, rispetto a un bambino più chiuso e introverso.

La fase dei perché potrebbe durare quindi dai due – tre anni, fino ai sette e otto anni, dividendosi in due fasi: quella della scuola materna e poi quella dai sei anni in poi, quando il bambino comincia a frequentare la scuola. Con la scoperta della scrittura e della lettura, il bersaglio dei suoi perché possono diventare anche gli insegnanti, o il fratello maggiore, se c’è, ovvero le persone che più frequenta, oltre ai genitori.

LEGGI ANCHE: 10 domande che mio figlio mi farà e a cui non so ancora come rispondere!

Se non esiste la fase dei perché?

Se vostro figlio non vi rivolge alcuna domanda né curiosità, non cominciate a preoccuparvi: è una fase molto soggettiva, che dipende anche dal carattere del bambino.

È come il gattonamento: non tutti i bambini lo fanno, alcuni cominciano a camminare direttamente.

La fase dei perché è direttamente correlata allo sviluppo cognitivo e di linguaggio, ma se non avviene, non lo compromette.

In cosa consiste la fase dei perché?

Come dicevamo all’inizio, i bambini sono naturalmente curiosi: se il loro cagnolone sta male, ne chiedono il motivo; se è in arrivo un brutto temporale, vogliono una spiegazione del perché il cielo diventa nero nero.

Ogni qualvolta c’è qualcosa che non capiscono appieno, lo chiedono a voi, che siete il loro punto di riferimento.

Il più delle volte però è solo un modo per attirare l’attenzione, non per comprendere davvero un fenomeno: in particolare, quando cominciano con le domande a raffica, senza ascoltarne la risposta, significa che vogliono soltanto interagire con voi.

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A quanti perché rispondere? È giusto dare un limite?

Le prime domande che ci rivolgono sono sempre accolte con stupore e meraviglia: è bellissimo sentirsi il centro del loro mondo e imparare a guardarlo con occhi diversi, più innocenti.

Ma dopo un po’, e soprattutto dopo la millesima domanda a raffica, è normale perdere la pazienza e anche la riserva di risposte sensate e veritiere da fornire. Quindi, è giusto contenere la loro infinita curiosità? Sì, soprattutto quando le domande rischiano di importunare o infastidire adulti mai visti prima.

Per esempio, se mentre siete a fare la spesa, vostro figlio attacca a chiedere perché alla commessa o alla cassiera, spiegategli che quella persona sta lavorando e proponetegli un diversivo. Oppure che è bene diluire le proprie curiosità un poco al giorno e non farle tutte insieme, altrimenti si esauriscono.

Infine, sentitevi perfettamente normali se siete stanchi di rispondere e dirottate la sua attenzione sui nonni o sulla televisione: la fantasia e la pazienza non sono pozzi infiniti e ogni tanto bisogna ricaricare le pile.

Come rispondere ai perché?

Bisogna dire sempre la verità? Dipende dall’età del bambino: fino ai 5 anni, è meglio dare una risposta più fantasiosa, inutile riempire il loro cervello di nozioni tecniche e logiche, che faticherebbero a comprendere.

O meglio, è sempre bene spiegare le cose come stanno ma nel modo adatto alle loro capacità di comprensione.

Quando iniziano la fase scolare, invece, meglio privilegiare la semplicità: risposte brevi ma esatte, veritiere, soprattutto quando vengono poste domande sulla vita o sulla morte.

Diritto d’autore: yarruta / 123RF Archivio Fotografico

Источник: https://www.mammeacrobate.com/come-affrontare-fase-dei-perche-bambini/

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