Insegnare il fallimento aiuta a crescere

Diventare resiliente passando dal fallimento al successo

Insegnare il fallimento aiuta a crescere

Non c'è ombra di dubbio che il fallimento faccia parte della vita di ognuno di noi e vorrei immediatamente farti riflettere sul fatto che chi raggiunge più obiettivi, chi fa di più nella vita, quasi sempre è la persona che ha fallito più spesso. Chi ha successo e passa attraverso i fallimenti è un individuo resiliente.

E questo è un po' un paradosso perché in genere quando si osservano le vite delle persone di successo, si tende a osservare soltanto una componente che è quella della riuscita, e ci si dimentica quante volte queste persone si sono scontrate con un muro e si sono magari anche fatte male.

Michael Jordan, uno degli sportivi più famosi in assoluto, e senz'altro il migliore di sempre nel suo sport, ha centrato solo la metà dei suoi tiri.

“Solo” è relativo in quanto era molto efficiente e sapeva quando prendere il tiro giusto. Ma si è migliorato anno dopo anno. Non è arrivato come un prodotto finito.

Per dire che anche chi eccelle passa attraverso delle enormi fasi di crescita contrassegnate da pause, insuccessi, delusioni.

Tutto dipende da come reagisci, da come fai tuoi questi insuccessi e li fai diventare dei mattoni su cui costruire la tua crescita personale

La parola chiave da cui dipende tutto questo è resilienza, o meglio i livelli diversi di resilienza che le persone esprimono.

Cosa è la resilienza?

Resilienza significa la capacità di riprendere la forma originaria dopo che un evento la altera.

L'idea è assimilabile a quella di un materiale che tu puoi piegare ma che poi tende a ritornare alla posizione di prima, a differenza invece di un materiale privo di resilienza che pieghi e invece di tornare alla forma originaria, si spezza.

È un po' un'idea quasi meccanica no? In psicologia comunque riflette proprio la capacità di una persona di ricominciare interiorizzando i fallimenti.

La differenza enorme con le persone che, al contrario, negli anni non hanno sviluppato resilienza è l'aver affrontato dolori, insuccessi e fallimenti ma senza utilizzarli come materiale grezzo per costruire se stessi.

C'è un altro punto che vorrei sottoporre alla tua attenzione. Sono certo che se stai leggendo questo articolo sei ben disposto a migliorare, sviluppare resilienza, ricominciare facendo tesoro degli errori passati.

Sei arrivato al punto di chiederti se le risposte non siano tutte dentro di te e che i fattori esterni, benché importanti, non rivestano tutto quel peso nella tua capacità di piegare gli eventi, assorbire i colpi, costruire una nuova realtà che ti proietta in una dimensione di persona di successo.

Ti direi subito che stai facendo molto bene. Ma c'è una ulteriore precisazione. Spesso si vive il successo altrui con malcelata invidia. Ho sentito tante persone dire che una persona che ce l'aveva fatta era stata solo fortunata “mentre a me è successo di tutto”. La vita non è un percorso in rettilineo.

Come cammino si sviluppa in più direzioni, con svincoli e rotatorie che puoi decidere di prendere in un dato momento. E ci sono scorciatoie, inversioni di marcia, corsie di accelerazione, uscite.

Insomma, l'unica cosa certa è che sei in movimento dove puoi arrivare dipende da te.

Se ti fermi o torni indietro comunque dovrai riprendere il cammino perché c'è sempre il fattore Tempo, limitato, con il quale fare i conti.

Spesso però le persone che riescono lo fanno perché non si sono fermate, pensaci bene. Può davvero essere tutta fortuna, tutto allineamento delle circostanze favorevoli?

In ogni caso, quanto ti conviene ragionare così? Cosa guadagni in concreto per la tua persona se pensi che tutto quello che ottengono gli altri sia dovuto alla fortuna e tutto quello che non ottieni tu dipenda dalla sfortuna?

La cultura del vittimismo perpetuo ti fa rimanere nella condizione in cui sei, proprio perché continui a giustificare le tue mancanze.

Le attribuisci a fattori esterni che in realtà contano solo per te e che per gli altri non hanno molto senso.

Tanto è vero che il passo successivo è quello di cercare compassione, cioè richiedere attenzione dagli altri con lo scopo di ottenere conferme esterne circa l'esistenza di questi fattori.

In questo caso non stai analizzando attentamente quello che ti succede e – soprattutto – stai sminuendo fortemente te stesso.

Se sei il primo a non credere in te stesso, per quale motivo dovrebbero crederci gli altri? Se non convinci te stesso di essere una persona in grado di modificare la realtà, di raggiungere un determinato obiettivo, per quale motivo gli altri ti dovrebbero aiutare?

È per questo che dovresti praticare la resilienza, cioè l'arte di assorbire gli urti e riprendere la forma di prima, ma più rinforzata. Come se ogni colpo aggiungesse energia alla tua persona.

Come fare allora per far crescere la tua resilienza e trasformarti in una persona di successo?

Il meccanismo più semplice è di tipo mentale.

Devi accettare il fallimento come uno dei possibili risultati che seguono un tentativo. Il tentativo è già qualcosa perché significa che stai agendo in positivo per cambiare la realtà. Il fallimento non è una caduta disgraziata dalla quale non ci si può più rialzare.

È invece una occasione per imparare. Il nostro cervello è molto pratico. Impara dagli errori, dall'allenamento, si modifica per ottenere risultati più rapidi e utili nel tempo. Quando hai compiuto un errore memorizza l'esperienza per essere sicuro che quando ricapiterà non ti comporterai allo stesso modo, ma opererai per il meglio.

In secondo luogo: non dipendere dal giudizio altrui. Se dipendi sempre dal giudizio altrui compirai azioni destinate solo ad ottenere il beneplacito delle altre persone. Persone che non possono incidere in nessuna maniera sulla tua vita.

Il giudizio degli altri poi conta sempre relativamente. Le persone si dimenticano delle cose molto più spesso di quanto immagini e in linea di massima tendono ad attribuire un'importanza diversa a cose che tu magari consideri indispensabili. Vale lo stesso anche per te.

Cerca invece di costruire la tua realtà attraverso il succedersi di azioni positive, che rappresentano un ricavo per te. Anche l'errore, il fallimento sono da considerarsi positivi quando li metti nel “conto esperienza”.

La crescita personale passa anche per delle strettoie come detto.

Le persone resilienti adottano semplici strategie che in realtà portano enormi risultati.

  1. Non si accontentano del primo tentativo. Riprovano. Questo aspetto è incredibilmente vero se osservi da vicino le storie delle persone che hanno raggiunto dei risultati, anche se potrebbe farti comodo pensare che abbiano avuto una fortuna sfacciata compresa quella di possedere un talento nel fare qualcosa, ma non è così.

    Il bravo pianista si è esercitato per ore fin da bambino. Il tennista più forte del mondo si allena e fa sacrifici importanti sul piano degli affetti, delle libertà, della nutrizione.

    Anche il manager che occupa posti di rilievo e ha uno stipendio alto probabilmente ha dovuto sgobbare sui libri quando era ragazzo. Non si è accontentato. Una cosa sorprendente è che difficilmente li sentirai dire: “non mi piace quello che faccio”.

    Ci sono momenti no per tutti, ma senza passione per quello che si fa non si va molto avanti.

  2. Un'altra tecnica che usano le persone resilienti è quella di selezionare al meglio le azioni che svolgono e mantenere fede al proprio impegno. L'impegno implica una dedizione costante alla causa. Djokovic o Nadal non hanno smesso di allenarsi quando sono diventati incredibilmente forti. Continuano a farlo tutt'ora e insieme a Federer continuano a battere avversari molto più giovani e freschi che hanno come unica missione quella di superarli. L'impegno è costante perché comunque non si può sempre vincere, il fattore Tempo lavora contro tutti, compresi i migliori.

    Questo impegno si riflette nelle scelte quotidiane, nel fatto di privilegiare gli obiettivi da scegliere, nell'imporre un'agenda a se stessi e organizzarsi al meglio per far collimare impegni personali, apprendimento e vita sociale / relazionale. Ovviamente le scelte sono misurate in base a ciò che si vuole ottenere. La stabilità affettiva aiuta, un piano nutrizionale idem, così come allenarsi costantemente, avere persone di fiducia che ti circondano e dalle quali puoi imparare qualcosa.

  3. Fanno affidamento alle proprie risorse ma le aumentano nel tempo. Le persone resilienti sono persone con orizzonti illimitati, soprattutto nell'ambito della conoscenza. Non si accontentano di quello che sanno, ma vogliono imparare di più per cui oltre all'esperienza investono tempo e danaro nell'acquisizione di informazioni che gli saranno utili per migliorare alcuni aspetti.Una conseguenza decisiva di questo approccio è che si occupano di cose che possono cambiare direttamente, sulle quali hanno potere di incidere. Non perdono tempo a occuparsi di fattori esterni che non cambierebbero una virgola del loro destino immediato.

    È una grande differenza con il vittimista cronico o con chi non ha ancora imparato a costruire la resilienza.

  4. È ben predisposto ad ascoltare gli altri e tende sempre a risolvere i conflitti personali, cercando di non sprecare energie. Quindi ha più focus su relazioni stabili e durature, cerca di costruire rapporti sani, nei quali ci sia uno scambio non solo affettivo, ma anche di conoscenze.
  5. Infine ha una visione positiva del futuro che si riflette nella tendenza a esprimere gratitudine, esercitare il perdono, eliminare il pessimismo e tenere distanti le persone negative.

Come passare dalla resilienza alla realizzazione

Per avere successo bisogna sviluppare la resilienza e questi sono i 5 punti importanti:

  1. Essere in grado di valutare l’adeguatezza degli obiettivi che ti eri dato. Questo è quasi un prerequisito, perché se ti eri dato degli obiettivi che erano totalmente fuori dalla tua portata per “x” motivi, allora avrai una sensazione di fallimento molto ridimensionata, perché sarebbe come se uno che non ha mai vinto nemmeno una gara ai campionati provinciali decidesse di andare a provare a fare una gara coi campioni del mondo o campioni olimpici.

    Arrivare ultimo non è un grande fallimento nel senso che l'obiettivo forse non era adeguato per te.  

  2. Impegnarsi a capire che cosa è accaduto e perché è accaduto. Si tende sempre a rimuovere l’insuccesso e proprio perché lo rimuoviamo in realtà non ne sfuggiamo mai, perché rimuovendolo non riusciamo a capirlo, non riusciamo a lavorarci su questi e rimangono lì come una energia negativa.

    Quindi il saper analizzare perché è accaduto qualcosa, che significato ha, che cosa è accaduto, quasi a guardare il fallimento negli occhi e studiarlo.

  3. Valutare che lezione emerge da questo fallimento. Una volta che ho capito che cos'è successo e perché, devo chiedermi cosa mi ha insegnato questo fallimento e cosa devo fare per la prossima volta. 
  4. Nonidentificarsiconlasconfitta, perché se tu cominci a identificarti con la sconfitta innanzitutto non sarai in grado di fare queste tappe di valutazione, e questo inizierà a influenzare il giudizio complessivo che dai su te stesso.

    La conseguenza è che invece di dire “ho sbagliato questa cosa perché…” comincerai a dire “sono sbagliato io” e questo fa una grande differenza in come affronterai le sfide successive.

  5. Nonsentirsisoli. Il fallimento porta con sé una sensazione di solitudine, quasi come se fossi stato l'unico a fallire e a sbagliare.

    Condividere i propri fallimenti con onestà ti aprirà a una visione del mondo diversa, in cui ti renderai conto che tanti altri hanno fallito come hai fatto tu e si sono ripresi, quindi l'idea di isolarsi nel fallimento e considerarlo come una vergogna, qualcosa da non mostrare, non ti fa apprezzare quanto invece tutti sbagliamo e quando non ci sia nulla di strano nel sbagliare.

Voglio lasciarti come un ultimo pensiero: fallimento e sconfitta esistono solo se scegli che ci siano.

Se tu scegli che ogni cosa che fai è una sfida che può andare bene o male, ma che con ogni mossa che porti a termine hai la possibilità di crescere e di apprendere, ti assicuro che l'idea della sconfitta si allontanerà dalla tua mente e si aprirà la possibilità di ottenere dalla vita molto di più.

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Источник: https://www.metodo-ongaro.com/blog/come-trasformare-i-fallimenti-in-successi-sviluppando-la-tua-resilienza

Fallire è crescere!

Insegnare il fallimento aiuta a crescere

Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta.Alla sua gestione.All’umanità che ne scaturisce.A costruire un’identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati.A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo.

In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell’apparire, del diventare.A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde.E’ un esercizio che mi riesce bene.

E mi riconcilia con il mio sacro poco.

Questo “elogio” del fallimento, erroneamente attribuito a Pier Paolo Pasolini e in realtà opera della maestra Rosaria Gasparro, è a mio parere illuminante.

Stiamo perdendo il contatto con alcuni aspetti fondanti della vita, solo perché non rientrano nella finta immagine patinata e luccicante che sentiamo di dover mantenere per essere accettati nella società e per valere qualcosa.

Il dolore, la morte e il fallimento sono ormai tabù. Con la conseguente incapacità di fronteggiarli. Perché anche se vogliamo ignorarli, prima o poi bussano alla porta e, proprio perché fino ad allora sono stati ignorati, diventa molto difficile sapere come comportarsi in quelle situazioni.

Senza errori non si impara

Quando siamo piccoli i nostri genitori (a patto che siano sufficientemente capaci di svolgere il loro compito) ci dicono che sbagliare è normale, che non possiamo sempre riuscire la prima volta che proviamo qualcosa di nuovo, che per imparare a fare qualsiasi cosa c’è bisogno di impegno e che gli errori sono da mettere in conto. Come quando si impara ad andare in bicicletta: riuscirci senza cadere è pressoché impossibile!

Immagino che leggendo queste righe tu abbia pensato che sia giusto e che in fondo sia così per tutta la vita.

Eppure quando si cresce non si vuol sentire parlare di fallimento.

Anzi: non si vuole neanche accettare che esista l’eventualità di un fallimento, visto come qualcosa di insormontabile e vergognoso, quindi da evitare a tutti i costi oppure da nascondere come una colpa.

Forse perché oggi bisogna essere (o fingere di essere) sempre perfetti, quindi non è possibile mostrarsi deboli, vulnerabili… imperfetti!

Solo che, tolto il fatto che la perfezione è un ideale irraggiungibile, per realizzare i propri obiettivi ed avvicinarsi all’immagine di sé che si vuole incarnare bisogna cadere. Magari cadere anche più di una volta. E poi rialzarsi e fare le cose diversamente, imparando dai propri errori.

Del resto gli errori hanno proprio questo di positivo: ci fanno comprendere quale sia la strada da non percorrere e quali alternative restano in gioco. Ci aprono nuove opzioni per il futuro. Con le parole di Thomas Edison: “Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato”

Cadere fa male

Il fatto che fallire sia parte naturale dell’esistenza non implica ovviamente che cadere non faccia male.

Fallire è doloroso. Fa paura anche solo il pensiero al fallimento. E lo sconforto in cui si trovano le persone che falliscono non è facile da sopportare. Perché ci mette faccia a faccia con la nostra vulnerabilità, con la fragilità che ci caratterizza, con le mancanze di cui siamo per natura portatori. Ci fa sentire impotenti e frustrati.

La differenza tra chi sa rialzarsi dopo un fallimento e chi non ci riesce forse sta proprio nella capacità di accettare tali mancanze, di perdonare la propria imperfezione e la propria impotenza e di mettersi al lavoro per acquisire nuove competenze o affinare quelle già presenti. Solo che per comprendere che è necessario agire in tal modo, bisogna farsi carico di quel dolore, guardarlo negli occhi senza fingere.

E rialzarsi mentre ancora si è doloranti per la caduta!

In questa fatica da affrontare c’è una cosa da tenere bene a mente: fallire non vuol dire che sei un fallito!

Questa distinzione è fondamentale: la mia azione (fallire) non determina il mio valore (essere un fallito). Sbagliare qualcosa non implica essere persone incapaci.

Vuol dire solo che ho avuto il coraggio di provare a fare qualcosa di nuovo. Quindi tutt’al più un errore dice qualcosa di positivo su di me.

E dice che ho bisogno di provare ancora per trovare il modo giusto di fare quella cosa!

Theodore Roosevelt nel 1910 disse: “Non è chi critica che conta, né chi sottolinea che anche i forti inciampano, o afferma che potrebbero fare di meglio.

Il merito va a colui che scende realmente nell’arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue, e che combatte valorosamente; a colui che, nella migliore delle ipotesi, alla fine conoscerà il trionfo di un grandioso traguardo e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallirà, almeno cadrà sapendo di avere osato in grande.”

Il valore di una persona si misura sulla capacità di non sedersi in panchina e su quella di non arrendersi dopo aver fallito. Vale chi sa che con umiltà e onestà può raggiungere i propri traguardi… o magari non farcela, ma non per questo non ci prova.

In quest’ottica ha valore chi accetta di correre il rischio di fallire. E chi capisce come agire in una tale eventualità: a volte è bene continuare a provare in modo nuovo per raggiungere l’obiettivo fissato, altre volte è più saggio cambiare obiettivo.

J.K. Rowling, raccontando del periodo di fallimento prima di raggiungere il successo con la saga di Harry Potter, ha detto una cosa molto vera: “È impossibile vivere senza fallire in qualcosa, a meno che non viviate in modo così prudente da non vivere del tutto – in quel caso, avrete fallito in partenza.”

Ho detto che il fallimento è naturale, che il fallimento fa crescere, che il fallimento fa male e che non ci rende dei falliti.

Ma che si quando si fallisce? Come si affronta una cosa che fa tanto male?

Bisogna tener conto di due elementi: emozioni e problemi. Quindi da un lato bisogna imparare a gestire le proprie emozioni, mentre dall’altra è necessario comprendere come risolvere la situazione problematica in cui ci si trova.

Per gestire le emozioni è necessario innanzitutto provarle, non negarle, e guardale negli occhi per comprendere cosa dicono rispetto a ciò che si sta vivendo.

Poi, se necessario, bisognerà modularle, evitando che prendano il sopravvento sensazioni come lo sconforto e il senso di impotenza.

Attraversare le emozioni è una competenza che dovremmo imparare da piccoli… a partire dalle prime cadute dalla bici! Perché proprio come allora le emozioni possono orientarci verso la rinuncia e la sconfitta o verso il successo, comunque lo si intenda.

Per risolvere i problemi, invece, è necessario trovare la giusta strategia di coping, ossia di adattamento. In altri termini, ciò vuol dire che bisogna comprendere come modificare la situazione problematica e, quindi, decidere quale modalità operativa tra le tante esistenti utilizzare per ottenere il cambiamento desiderato (trovi qualcosa di utile a tal proposito qui).

L’importante è non pensare mai che un fallimento possa mettere la parola fine alla propria vita: ciò che può mettere la parola fine è, semmai, il nostro modo di reagire al fallimento!

Nella vita non si vince e non si perde, non si fallisce né si trionfa.

Nella vita si impara, si cresce, si fanno scoperte; si scrive, si cancella e si riscrive; si tesse una tela, la si scuce e si cuce di nuovo.

Ana Cecilia Blum

Dalla quarta di copertina: Un’e-mail all’indirizzo sbagliato e tra due perfetti sconosciuti scatta la scintilla.

Come in una favola moderna, dopo aver superato l’impaccio iniziale, tra Emmi Rothner – 34 anni, sposa e madre irreprensibile dei due figli del marito – e Leo Leike – psicolinguista reduce dall’ennesimo fallimento sentimentale – si instaura un’amicizia giocosa, segnata dalla complicità e da stoccate di ironia reciproca, e destinata ben presto a evolvere in un sentimento ben più potente, che rischia di travolgere entrambi.
Romanzo d’amore epistolare dell’era Internet, Le ho mai raccontato del vento del Nord descrive la nascita di un legame intenso, di una relazione che coppia non è, ma lo diventata virtualmente. Un rapporto di questo tipo potrà mai sopravvivere a un vero incontro?

A prima vista questo romanzo epistolare moderno ci invita a riflettere su come la tecnologia stia modificando profondamente le nostre relazioni sociali e, ancor più, le relazioni sentimentali.

Tra l’altro è stato scritto in un’epoca in cui ancora non erano decollati i social network (infatti i due protagonisti non si cercano su uno di essi), con tutto quello che essi hanno determinato a livello relazionale.

Ma andando un po’ più in profondità ci sono altri temi che meritano di essere approfonditi.

L’intimità, intesa in senso psicologico, è la capacità di essere in relazione con un altra persona mostrandosi autenticamente per ciò che si è.

Significa permettersi reciprocamente di entrare nelle proprie “sfere private”. Senza nascondersi dietro maschere o sotterfugi. Senza dire cose diverse da quelle che si pensano.

Con la capacità di restare in contatto con le proprie emozioni autentiche e senza sentire il bisogno di nasconderle.

Logicamente essere intimi in questo modo vuol dire esporsi al sentirsi vulnerabili e fragili, abbassare le difese ed esporsi al fatto che l’altro potrebbe ferirci. Cosa che in effetti accade continuamente nelle relazioni più profonde.

Ma se da un lato paure ed esperienze negative non possono e non devono bloccare la capacità di essere intimi, dall’altro è necessario imparare a proteggersi, permettendo di avere accesso alla nostra “sfera privata” solo alle persone che realmente lo meritano, di cui ci fidiamo ciecamente.

Emmi e Leo cercano di proteggersi da questa intimità, dalla paura di star male; cercano inizialmente di non affezionarsi l’uno all’altro, perché intuiscono che il legame che li sta unendo è foriero di sofferenze per entrambi. Si mentono, non sono completamente autentici, almeno fino a che ci riescono.

Ma poi cedono… O per meglio dire, si rendono conto che loro a quell’intimità tanto temuta ci sono già arrivati, da tempo, come fa notare Emmi: Le dico una cosa: quello che facciamo qui, quello di cui parliamo, è sfera privata, sfera privata e nient’altro che sfera privata (…).

Non scriviamo una parola sul nostro lavoro, non riveliamo i nostri interessi, non una volta i nostri hobby (…). L’unica cosa che facciamo e che ci fa dimenticare tutto il resto è insinuarci nelle nostre sfere private, lei nella mia, io nella sua. Più privatamente insinuante di così si muore.

A poco a poco dovrebbe ammettere di essere “un mio intimo privato” (p. 72).

Possiamo allora cogliere l’occasione della storia di Emmi e Leo per fermarci a riflettere sul nostro modo di vivere l’intimità, rispondendo ad alcune domande:

  • quanta paura ti fa vivere abbassare le difese, accettare di non proteggerti e di mostrarti autenticamente?
  • in quale tipo di relazioni sperimenti tale paura?
  • cosa potrebbe succedere se mostri chi sei davvero?
  • è già successo in passato?
  • hai mai sperimentato relazioni intime in cui non hai avuto necessità di fingere pensieri o emozioni?
  • come sono andate?
  • a chi permetti di entrare nella tua “sfera privata”?

Il ruolo del corpo nelle relazioni

C’è un altro tema che percorre tutto il libro, riaffiorando costantemente nelle lettere che si scambiano i due protagonisti: il corpo.

In questo scambio in cui tutto pare aleatorio, intangibile e astratto, in cui non sembra esserci spazio per la materia, i corpi giocano un ruolo fondamentale. Innanzitutto perché si rincorrono per tutto il tempo, senza riuscire ad incontrarsi mai.

Ma anche e soprattutto perché sono il “luogo” in cui Emmi e Leo provano emozioni e sentimenti, il “luogo” in cui iniziano a piacersi e a desiderarsi.

E allora viene da chiedersi che ruolo abbiano i corpi nel creare un’intimità psicologica.

Perché di mio direi che sono fondamentali per instaurare un rapporto autentico, eppure Emmi e Leo riescono a creare un legame forte al di là del corpo. E molte relazioni dei nostri giorni si giocano dietro schermi di computer e smartphone, senza essere per forza falsate da essi.

Ma, c’è un ma. Quando davvero si profila la possibilità di far cadere quest’ultimo velo ed incontrarsi di persona, Emmi (che pure più volte aveva spinto verso un incontro, essendo tra l’altro quella che all’aspetto fisico presta più attenzione) si tira indietro, afferma di volere solo altre email di Leo. Ed effettivamente trova una scusa per non andare al loro appuntamento.

Allora il corpo ha un ruolo nelle relazioni! Celare il corpo dietro un schermo anche, in un certo senso, ha un ruolo.

Perché ad uno schermo posso mentire e dietro uno schermo posso fingere di essere altro da me. Ma davanti ad un paio di occhi che mi guardano non ho difesa. Cade quella protezione che poteva farmi sentire forte e al sicuro.

E questo vuol dire che il corpo è parte integrante di un’autentica relazione intima. Non tanto perché senza il corpo non ce ne possano essere in assoluto (probabilmente ciascuna di noi ha esperienze a tal proposito), ma perché il corpo dà completezza alla relazione, che se è autentica coinvolge tutto il nostro essere (e il corpo ne è una componente imprescindibile).

“Sfruttiamo” allora ancora una volta la vicenda di Emmi e Leo per porci delle domande:

  • quale è il ruolo del corpo nelle tue relazioni?
  • ti spaventa metterti in gioco con il tuo corpo nelle relazioni?
  • hai paura che il tuo corpo possa essere giudicato o non apprezzato dagli altri?
  • ci sono state situazioni in cui hai preferito relazioni dietro uno schermo a relazioni reali?
  • hai bisogno di sentirti apprezzata dagli altri per il tuo corpo?
  • tendi a valorizzare o nascondere il tuo corpo? Come mai?

E se questa storia ti ha appassionato, c’è anche il seguito: “La settima onda”

Источник: https://www.cristinabuonaugurio.it/2019/06/25/fallire-e-crescere/

Gravidanza
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