I modi in cui i bambini esprimono di voler bene alle loro mamme

Il mio bimbo è diventato un ribelle! La fase dei NO a 2-3 anni

I modi in cui i bambini esprimono di voler bene alle loro mamme

“Il mio bimbo è diventato un ribelle?” Si tratta di una domanda che molti genitori si pongono quando i loro figli raggiungono l’età dei 2-3 anni. E’ infatti il periodo in cui i bambini iniziano ad essere, agli occhi dei genitori, dei veri e propri ribelli.

 Sempre più frequentemente le richieste dei genitori vengono disattese con grande determinazione e le regole stabilite vengono trasgredite. Il bambino o la bambina risponde sempre più con un energico “no!” oppure “Io!” e soddisfa i propri desideri sempre più autonomamente.

E se il genitore si permette di contrariarlo è pronto a fare delle vere e proprie “scenate”, e naturalmente nei luoghi e nei momenti meno indicati!

I genitori e la funzione genitoriale normativa

Un genitore di fronte a “no” decisi e insistenti di un bambino di soli 2 o 3 anni può pensare: “il mio bimbo non è mai stato così, non è normale, cosa sto sbagliando?”.

Un genitore in pratica può sentirsi disorientato se fino ad allora aveva sentito grande complicità e disponibilità del proprio figlio nel rispettare le richieste e le regole genitoriali.

Oppure può sentirsi scocciato o arrabbiato soprattutto se interpreta tali rifiuti o provocazioni come una sfida, un vero e proprio affronto al proprio ruolo di genitore.

Se per di più ha la sensazione di non riuscire a farsi rispettare dal proprio bambino e a gestire i suoi comportamenti provocatori e “ribelli”, può sentirsi davvero impotente e preoccupato per il futuro.

Tali emozioni riflettono una difficoltà nello svolgere un’importante funzione genitoriale che è la funzione normativa che consiste nella capacità di dare ai propri figli dei limiti, una struttura di riferimento, una cornice coerente in cui poter sviluppare la propria persona.

I genitori che provano le emozioni sopra indicate, tendono a reagire in modo disfunzionale. Due sono le principali modalità, tra loro opposte.

La prima consiste nell’abdicare al proprio ruolo genitoriale rinunciando all’idea di dare delle regole e di ottenere dal proprio bambino il rispetto delle stesse. Viene lasciata la totale libertà di fare quello che il bambino desidera senza contrariarlo mai. “Il mio bimbo vuole decidere, non va contrariato” potrebbe essere il pensiero alla base.

La seconda consiste nell’irrigidire il proprio ruolo genitoriale esasperando la funzione normativa. Può capitare a molti genitori di diventare ostili. Al “no” o alla trasgressione del bambino il genitore reagisce con rabbia sgridandolo e punendolo.

L’intento è quello di insegnare l’importanza del rispetto della regola, ma in modo meno consapevole, si vuole ristabilire al più presto “chi comanda”. Di fronte alla ripetizione e all’insistenza delle disobbedienze, il genitore può arrivare ad assumere un atteggiamento sempre più repressivo intensificando la frequenza o l’importanza delle punizioni.

Il pensiero alla base potrebbe essere “Il mio bimbo non può permettersi di comandarmi, sono io che comando in famiglia”.

Per esercitare la propria funzione normativa con equilibrio garantendo al proprio figlio una crescita sana e serena e a se stessi una maggiore serenità nell’essere genitori, è necessario essere consapevoli dei compiti evolutivi di quella determinata età.

Il significato dei “no!” dei bambini nella prima infanzia

I frequenti “no!”, i rifiuti, e le trasgressioni che si intensificano verso i 2-3 anni, sono comportamenti che fanno parte di una fondamentale tappa evolutiva che porta alla costruzione di un’identità psicologica.

Costruirsi un’identità psicologica significa percepirsi un’entità unica, diversa da altri, con pensieri ed emozioni propri. E’ un processo che inizia nel corso del primo anno di vita e che continua fino all’adolescenza e dovrebbe terminare con l’età adulta.

Verso i 2-3 anni si è proprio nella fase in cui il bambino o la bambina inizia a costituire il proprio “Io”. Ha acquisito uno sviluppo cognitivo, emotivo e motorio tale per cui è sempre più in grado di percepirsi come un essere distinto dalle proprie figure di riferimento, un essere, quindi, dotato di pensieri ed emozioni diversi e personali.

Mentre prima doveva aspettare che la mamma lo alimentasse, ora capisce di poter prendersi del cibo o una bevanda da solo salendo ad esempio sulla sedia;

mentre prima le sue emozioni erano strettamente collegate a quelle della mamma (se lei è nervosa, anche il bimbo diventa nervoso), ora il bambino comprende di poter essere arrabbiato e di poter fare arrabbiare la mamma quando e come vuole;

mentre prima poteva giocare solo con i giochi che la mamma proponeva, ora sperimenta di poter decidere con quale gioco giocare e, addirittura, scopre di poter trasformare un bastone in un telefono!

I frequenti e determinati “no!” hanno, quindi, il significato di consolidare il proprio Io che si sta formando.

Attraverso comportamenti di rifiuto o provocazioni, il bambino afferma la propria individualità. Il tutto principalmente nei confronti della mamma proprio perché è con lei che ha sviluppato fino a quel momento una relazione di forte dipendenza fisica e psichica.

Il pensiero più corretto da fare è quindi: “Il mio bimbo sta crescendo e sta finalmente costruendo una sua identità! Lo aiuterò in questo difficile percorso”.

Strategie educative

Questi comportamenti ribelli solitamente fanno parte di una fase passeggera che va assecondata alternando momenti in cui si permette al bambino di esercitare quel potere appena scoperto, a momenti in cui, invece, si mettono dei confini attraverso il proprio ruolo genitoriale.

Più il genitore riesce a portare pazienza e ad assumere un atteggiamento flessibile, più questa fase provocatoria diminuirà di intensità e lascerà spazio ad un Io forte e sicuro.

La conseguenza evolutiva sarà che il bambino svilupperà una buona consapevolezza di se stesso che gli permetterà di saper scegliere di sapersi adeguare con equilibrio alle regole della vita sociale.

Più il genitore si oppone, più rischia di intensificare le reazioni del bimbo, il quale se vivrà le regole sociali in modo molto negativo come minaccia al proprio essere, farà di tutto per non osservarle; oppure, rischia di inibire la sua volontà impedendogli la costruzione di un proprio Io indipendente. Nei casi più estremi la conseguenza sarà che il bimbo imparerà a comportarsi come il genitore vuole, per non perdere il suo amore, ma crescendo si troverà in difficoltà quando ad esempio dovrà scegliere, perché non saprà riconoscere quello che lui realmente vuole.

E’ consigliabile, quando è possibile, lasciare al bambino la possibilità di sperimentarsi complimentandosi con lui per l’autonomia raggiunta, senza esagerare, e dire ad esempio: “Bravo, sei riuscito a fare da solo!”.

Oppure, quando è possibile posticipare la richiesta, si può dire: “Ora non vuoi? Va bene, lo fai dopo”.  L’importante è però fare in modo che la propria richiesta venga poi eseguita.

Oppure si può dire: “Lo facciamo insieme, la mamma ti aiuta”.

Quando intuite una particolare intenzione del bambino assecondatela se potete, ovviamente se non pericolosa per sé e per gli altri.

Ad esempio, se il bambino insiste a voler salire le scale da solo, non sgridatelo subito e lasciatelo fare: sostenetelo eventualmente da dietro.

Se vuole assolutamente un gioco non pensate che è il caso di non permetterglielo perché altrimenti diventerà un prepotente e finirà per voler comandare lui: abbiate pazienza per un periodo, lui vuole solo dimostrare a se stesso che anche lui ora può decidere e, quindi, è un essere autonomo.

Se non vuole mangiare a tavola, non costringetelo con la forza e nemmeno seguitelo per la casa: sta solo imparando a regolare da solo i suoi ritmi biologici. Non preoccupatevi, non morirà di fame, se non vuole mangiare a pranzo, troverà qualcosa da mangiare a cena.

Quando non è possibile fare una determinata attività si può tranquillamente dirglielo, ma nello stesso tempo riconoscendo la sua volontà; ad esempio: “Tu vuoi giocare con la palla, ma adesso non si può”.

Il bimbo, anche se ha 2-3 anni e non parla ancora molto bene, comprende brevi frasi e intuisce benissimo la vostra fermezza o la vostra insicurezza.

Il tono della voce non deve essere ostile e sembrare un rimprovero, ma deve comunicare empatia, cioè comprensione per il suo desiderio.

Quando, invece, il bimbo esagera e non sa più controllare le sue scenate, è importante dimostrarsi sicuri e determinati nel dare un contenimento. Il bambino ha bisogno anche di questo. Anche in questo caso il tono di voce deve essere sicuro e determinato ma non ostile o arrabbiato.

Se nel proprio stile educativo vengono contemplate le punizioni è importante ricordare che esse non hanno l’obiettivo di umiliare il bambino, ma quello di dare la possibilità di riparare ai comportamenti scorretti in modo da alleviare il senso di colpa conseguente. Importante, inoltre, la coerenza tra ciò che si preannuncia al bambino e ciò che poi si fa. 

Se il bambino reagisce male alle vostre limitazioni provate a riflettere sulla modalità in cui le avete proposte; forse siete stati un po’ ostili o arrabbiati e, quindi, si è sentito ferito. Tali reazioni sono comprensibili e, quindi, cercate di accoglierle e di essere comprensivi con lui. Ciò non toglie che voi dobbiate continuare ad essere coerente con le vostre decisioni.

Quando le reazioni sono molto intense, a vostro parere esagerate, e non si placano con il tempo, è consigliabile consultare uno psicologo per trovare le strategie giuste adatte alla capacità del bambino di tollerare la frustrazione.

Conclusioni

Le strategie sopra indicate sono importanti per riconoscere al bambino il suo bisogno di differenziarsi con serenità e, nello stesso tempo, per esercitare la propria autorevolezza di genitore senza lotte di potere inutili.

L’atteggiamento giusto sta, quindi, nel trovare un equilibrio tra le esigenze di crescita del bambino e le scelte educative del genitore.

In pratica, un continuo allenamento sul campo che deve avere come obiettivo la costruzione di una relazione forte ed emotivamente ricca. Questo importante lavoro da “equilibristi” vi tornerà molto utile quando questa fase psicologica di separazione e individuazione si ripresenterà con tutta la sua forza e turbolenza durante l’adolescenza.

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

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Источник: https://www.serenacosta.it/genitori-e-figli/il-mio-bimbo-e-diventato-un-ribelle-la-fase-dei-no-a-2-3-anni.html

Questi segnali ti aiutano a capire se tuo figlio ha bisogno della psicoterapia

I modi in cui i bambini esprimono di voler bene alle loro mamme

La salute mentale dei bambini è un’emergenza di cui occorre parlare. I tentativi di suicidio dei giovani sono raddoppiati nell’ultimo decennio, e alcuni riguardano piccoli di soli 5 anni.

Basti pensare che solo negli Stati Uniti, secondo le stime, a oltre 4 milioni di bimbi è stato diagnosticato il disturbo d’ansia e a quasi 2 milioni la depressione. Secondo gli esperti si tratta di un’epidemia nascosta.

Nonostante la consapevolezza sul tema sia certamente aumentata, soltanto il 20% dei bambini con un disturbo di salute mentale diagnosticabile ottiene davvero l’aiuto di cui ha bisogno.

Per un genitore è difficile far fronte a tutto ciò. Tuttavia psichiatri e psicoterapeuti sono d’accordo sul fatto che esistano trattamenti, tra i quali la terapia e i farmaci, che possono fare una profonda differenza.

La difficoltà sta nel comprendere se un bambino possa trarre beneficio da un aiuto esterno e poi capire come ottenerlo.

Fortunatamente secondo gli esperti esistono dei segnali e dei comportamenti comuni da tenere d’occhio, così come alcune semplici norme per relazionarsi alla terapia. Ecco qualche consiglio per aiutare i genitori.

Per prima cosa, un promemoria: entro certi limiti, comportarsi male è normale

Certo, l’infanzia può essere meravigliosa. Ma anche molto, molto, difficile. I bambini stanno imparando a farsi strada nel mondo, superando gli ostacoli e cambiando ogni giorno.

“Tutti i bambini provano delle emozioni”, dice Alexandra Hamlet, psicologa clinica al Centro disturbi dell’umore presso l’Istituto per la mente del bambino (Child Mind Institute).

“Le emozioni non sono negative e quando ci sono delle difficoltà i bambini sono in grado di superarle.

Per cui quando avvertono delle emozioni e sono in crisi non significa necessariamente che hanno bisogno della psicoterapia”.

I genitori dovrebbero sentirsi rassicurati nel sapere che gli scatti d’ira, di rabbia e anche semplicemente le giornate “no”, non sono solo tipici dell’età: sono previsti dal punto di vista dello sviluppo, specialmente nei più piccoli. Certo, possono essere sintomo di problemi di fondo, ma per molti costituiscono anche una sorta di rito di passaggio.

Ciò a cui bisogna prestare attenzione è la frequenza, la durata, la gravità e l’appropriatezza di questi comportamenti rispetto all’età del bambino

“Quasi tutti i bambini piccoli hanno degli scatti d’ira prima o poi”, ripete Steven Meyers, ricercatore e professore di psicologia presso la Roosevelt University e psicologo di Chicago. Ma bisogna fare attenzione a quanto durano gli scatti, quanto tendono a essere gravi e se il bambino continua ad averli anche una volta superata l’età in cui si possano considerare appropriati.

Il compito degli specialisti è raccogliere i feedback dei genitori e usare gli strumenti di valutazione clinica disponibili, come le scale di valutazione, per comprendere se il comportamento di un bambino sia effettivamente fuori dalla norma.

Se il bambino è arrivato a un punto in cui i problemi comportamentali (dai cambi d’umore agli scatti d’ira o ai problemi di concentrazione) gli impediscono di affrontare le giornate, o se essi interferiscono con lo svolgimento delle attività di un genitore, allora è un segnale da prendere in considerazione. Per esempio, è normale fare i capricci prima di andare a scuola, ma se il bambino ha crisi nervose quotidiane, durature e che fanno far tardi un genitore al lavoro, si tratta di un potenziale segnale del fatto che sta succedendo qualcosa di più serio.

″È quando le emozioni iniziano a essere ingestibili e hanno delle conseguenze sulle prestazioni del bambino o ne compromettono le funzionalità che arriva il momento di dirsi ‘Ok, cerchiamo di andare a fondo per capire di cosa si tratta’, consiglia Hamlet.

Prendi nota e confronta con gli amici

Anche se il mondo dei genitori è spesso intriso di spirito di competizione e giudizi severi, sia Meyers sia Hamlet ritengono che confrontarsi con amici o famigliari con bambini di età simile ai propri sia un modo efficace per iniziare a capire se il proprio figlio sia effettivamente in difficoltà. Tuttavia bisogna sempre ricordare che i bambini sono molto diversi tra loro: non si tratta dunque di fare paragoni quanto piuttosto di sfruttare la propria rete sociale per iniziare a stabilire alcune linee guida.

È inoltre molto efficace prendere appunti sui cambiamenti o gli schemi che si vedono emergere, in modo che quando ci si rivolge al pediatra si sia in grado di fornire esempi concreti, anziché limitarsi semplicemente a elencare l’episodio o il comportamento più recente che si riesce a ricordare.

Nei bambini l’ansia e la depressione non si manifestano necessariamente allo stesso modo

“I disturbi psicologici sono di due tipi”, spiega Meyers, sottolineando però come questa sia una distinzione approssimativa. “Quelli del primo tipo riguardano il comportamento, come il disturbo da deficit di attenzione o il disturbo oppositivo provocatorio. Di solito è semplice coglierne i sintomi, perché sono visibili e impattano sulle vite delle altre persone”.

“Il secondo tipo comprende i cosiddetti disturbi interiorizzati”, continua Meyers, “tra i quali l’ansia e la depressione, che possono essere più difficili da diagnosticare in quanto i loro sintomi si basano più che altro su pensieri e sentimenti alterati, piuttosto che su comportamenti irregolari”.

Per quanto non siano affatto esaustivi, alcuni segnali inaspettati di ansia nei bambini comprendono problemi di concentrazione, rifiuto e scatti d’ira: forse non esattamente quelli che i genitori credano essere i tratti caratteristici del comportamento ansioso. “È semplicemente il loro modo di reagire alle preoccupazioni”, spiega Hamlet.

Allo stesso modo, i segnali della depressione variano così sensibilmente che è difficile elencarne solo alcuni. I genitori dovrebbero prestare attenzione a episodi di irritabilità, scatti d’ira e cambiamenti nel modo di mangiare e dormire. Non bisogna aspettarsi necessariamente che la depressione si manifesti nel modo più ovvio, cioè con la tristezza.

Anche i segnali fisici possono essere importanti, soprattutto nei bambini che potrebbero non possedere le abilità verbali per esprimere ciò che sentono. “Quello che i genitori potrebbero notare maggiormente è che il bambino lamenta mal di testa o mal di pancia, poiché non è in grado di descrivere il malessere a parole e quindi probabilmente lo somatizza a livello fisico”, continua Hamlet.

Infine, mai ignorare ciò che sembra un’emergenza, come i casi in cui il bambino smette di mangiare, provoca episodi di autolesionismo o esprime pensieri o comportamenti suicidi. Si tratta di un’emergenza ed è necessario chiedere subito aiuto.

Prendi in considerazione la tua storia familiare

Anche se i problemi di salute mentale sono il risultato di un insieme complesso di fattori genetici e ambientali, è importante essere consapevoli della propria storia familiare, dice Hamlet.

“Bisogna tenere a mente eventuali precedenti in famiglia”, dice, poiché i disturbi mentali possono essere un tratto caratteristico della famiglia. La genetica non è certo un destino, ma semplicemente uno dei tanti fattori da tenere in considerazione.

Ricorda che porre delle domande va sempre bene

Se sei preoccupato per la salute mentale di tuo figlio dovresti assolutamente sentirti autorizzato a portarlo da un esperto e iniziare a parlarne. Se non sai come trovare uno specialista di salute mentale pediatrica, chiedere al pediatra può essere un ottimo punto di partenza. Anche gli insegnanti possono anche essere un buon punto di riferimento, dice Meyers.

Chiedere delle informazioni non significa necessariamente che il tuo bambino stia iniziando un lungo trattamento di salute mentale, anche se non ci sarebbe assolutamente nulla di sbagliato se lo facesse. Purtroppo capita che lo stigma nei confronti dei problemi di salute mentale impedisca ai genitori di chiedere aiuto.

“Per un genitore può essere difficile”, dice Hamlet. “A volte drammatizzano. A volte pensano ‘Beh, non voglio etichettare mio figlio. Non voglio che pensi di avere qualcosa che non va’. Ripetiamo, però, che cercare un’opinione esterna non significa necessariamente che il bambino inizierà una cura; è solo un modo di essere attenti e informarsi”.

Chiedi ai tuoi figli come si sentono, poi ascoltali

È importante parlare regolarmente delle condizioni emotive dei bambini, anche quando sono molto piccoli.

Alcuni sono più comunicativi di altri, dice Meyers, ma se si stabilisce l’abitudine di parlare dei loro pensieri e sentimenti, potrebbe diventare più semplice convincerli a rivolgersi a un genitore quando sentono di essere in difficoltà.

A quel punto la mamma o il papà saranno maggiormente in grado di guidarli verso un aiuto esterno in base alle necessità.

È fondamentale ascoltare senza passare subito alla quella che Meyers chiama la “modalità di intervento”. Il genitore non ha tutte le risposte e non può risolvere ogni problema.

″È dura rimanere concentrati ad ascoltare quando i bambini descrivono eventi dolorosi, vorremmo soltanto farli sentire meglio”, dice. “Ma a volte abbiamo troppa fretta”.

“Bisogna ascoltare. Fare domande per capire i dettagli”, aggiunge Meyers. “Chiedere al bambino come si sente e trasmettere comprensione e compassione, piuttosto che passare direttamente a cercare di risolvere il problema”.

Источник: https://www.huffingtonpost.it/entry/questi-segnali-ti-aiutano-a-capire-se-tuo-figlio-ha-bisogno-della-psicoterapia_it_5d5bc012e4b0f667ed6826d4

Gravidanza
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