I buoni motivi per portare i bambini al supermercato

Pedagogia Nera: quella catena invisibile che dobbiamo spezzare

I buoni motivi per portare i bambini al supermercato

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La pedagogia nera è talmente subdola, da essere considerata normale. Scommetto che molti di voi, leggendo questo post, si riconosceranno negli effetti della pedagogia nera, sul modo di educare i figli e di trattare con loro.

Il primo subdolo effetto? Pensare che con questo tipo di educazione ‘non è mai morto nessuno‘, e che almeno ‘ai nostri tempi i genitori ci davano uno schiaffo per insegnarci, mentre invece i giovani di oggi crescono senza regole e guarda cosa succede‘.

Ecco: voi siete esattamente un anello della catena di dolore della pedagogia nera, e se una catena è tanto più forte quanto lo sono i suoi anelli, voi la rendete più forte. Non perché siete cattivi, ma perché nessuno vi ha insegnato che l’educazione è ben altro.

Perché la pedagogia nera è così radicata nella nostra cultura, da tramandarsi come normale di generazione in generazione. 

La prima confusione sulla pedagogia nera, infatti, si ha sempre sul rispetto delle regole: molti fanno automaticamente il ragionamento che per far rispettare le regole ai figli servano due sculacciate ogni tanto. C’è l’associazione mentale che se non dai due sculacciate ai tuoi figli, allora non gli dai regole. Sbagliato. 

Sono proprio gli effetti della pedagogia nera a creare problemi sociali: ansia, depressione, aggressività, frustrazione, odio e violenza, insoddisfazione, incapacità di relazionarsi in modo sano con gli altri.
Le conseguenze della violenza sui bambini non sono lievi: il trauma prima o poi emerge nella vita delle persone, anche quando viene rimosso.

La pedagogia nera magari non produce bambini maltrattati nel senso stretto della parola, ma bambini trattati male. 

La pedagogia nera non è un metodo educativo. Un metodo educativo, infatti, ha come obiettivo lo sviluppo del bambino, non i bisogni dell’adulto.

Il bisogno di obbedienza, di serenità, di avere accanto dei figli silenziosi e dei robottini che non diano fastidio, che non esprimano emozioni, che ci rendano la vita facile e magari ci facciamo anche fare bella figura con gli altri.

La pedagogia nera reprime il bambino, per sottometterlo.

Come si manifesta la pedagogia nera, e come cambiare atteggiamento

La pedagogia nera esiste quando l’adulto esercita un potere assoluto sul bene e sul male. L’adulto che si atteggia ad autorità suprema, con lo scopo dell’obbedienza: i bambini devono obbedire, sottomettersi, rispettare. Per il loro bene e per il bene della società.

Le regole dunque vengono imposte non perché condivise emotivamente con il bambino, ma perché calate dall’alto.

Di solito perché l’adulto non può perdere tempo (obbedire invece di capire: è più immediato), o perché vuole fare bella figura con gli altri (bambino che non fiata al ristorante, rispetto a un bambino con una normale vitalità), oppure perché è meno stancante (bambino che richiede meno attenzioni emotive).

Ricerca pedagogica ed educazione familiare: studi in onore di Norberto Galli

La giustificazione di chi usa la pedagogia nera è sempre la stessa: una sculacciata non è violenza, non esageriamo!
Del resto lo abbiamo già detto, no?: Una sculacciata non ha mai ucciso nessuno. 

Nella realtà, questo metodo non-educativo ha ucciso sì: ha ucciso la vitalità di quei bambini ormai adulti, ne ha ucciso l’unicità, il pensiero critico, la capacità di resilienza, la fiducia in se stessi e l’autostima, la capacità di instaurare relazioni empatiche o amorose soddisfacenti.
La pedagogia nera ha ucciso la felicità di quei bambini, rendendoli tristi, o arrabbiati, o furiosi addirittura, o depressi, o ansiosi.

State usando la pedagogia nera quando usate:

  • Punizioni corporali: dal buffetto sulla mano, alla sculacciata, allo schiaffo;
  • Il digiuno: vai a letto senza cena, non puoi bere finché non mangi la verdura (questo me lo facevano sempre le suore all’asilo!);
  • Umiliazione fisica: quando si fa assumere al bambino una posizione scomoda e umiliante, tipo in ginocchio sul pavimento o nell’angolo in piedi (a me è successo anche di essere tenuta sveglia per ore di notte, alla sola luce di una candela).
  • Sgridata o rimprovero: quando si sgrida il bambino alzando la voce, urlando, spaventandolo, dicendo NO senza spiegazioni e utilizzando la propria presenza per sottometterlo;
  • Reclusione in spazio chiuso: per esempio la chiusura in uno sgabuzzino (il mio apice era sgabuzzino senza cena, olè!);
  • Isolamento dalla società ‘fino a nuovo ordine’: per esempio impedendo al bambino di uscire, di usare il telefono, di tenere contatti con gli altri (io venivo tenuta anche a casa da scuola, senza la possibilità di parlare con nessuno);
  • Privazione e punizione: quando si priva il bambino di oggetti che gli sono cari, o di attività che ama (per esempio punire il bambino togliendogli il telefono, oppure non mandandolo a giocare a calcio);
  • Imposizione di attività faticose o noiose: per esempio compiti di punizione, lavori fisici da fare in casa (a noi per esempio venivano tutti i sabati svuotati i cassetti delle scrivanie in terra, da riordinare).

Se ancora non vi riconoscete in questi atteggiamenti, ecco alcuni esempi più concreti.

La punizione non è un metodo educativo

Molti genitori usano le punizioni per obbligare il bambino a comportarsi bene.

Esempi di punizione a livello familiare accadono quando il bambino prende brutti voti a scuola, quando dice bugie, quando dice parolacce, quando rompe qualcosa, quando disobbedisce a una regola, quando perde un oggetto importante.

Esempi di punizione a livello scolastico avvengono quando il bambino disturba durante la lezione, quando fa qualcosa di vietato (per esempio usare il cellulare), quando non fa i compiti o li dimentica a casa, quando fa rumore.

Cosa succede? Tipico esempio: il bambino che non mette in ordine i giocattoli in camera sua. Il genitore glielo dice una, due, tre volte. Alla quarta volta scatta la punizione.

Per esempio mette tutti i giocattoli in un sacco e fa finta di buttarli, o li butta veramente.Oppure vieta il cellulare o la televisione.

Oppure impedisce al bambino di andare alla festa del suo amichetto, o di fare qualcosa che gli aveva promesso.

Cosa ottiene? Tanta rabbia, risentimento, odio, frustrazione verso l’adulto. Ma anche tanta insoddisfazione verso il bambino stesso, il quale si incolpa di ciò che è successo (perché ricordiamoci che i bambini hanno come scopo quello di far felici i genitori) e di conseguenza la sua autostima si incrina ogni giorno di più.

Cosa bisognerebbe fare?

Bambino che non mette a posto la sua stanza

Ci siamo chiesti se ha l’età giusta per percepire il disordine? Cosa che non avviene prima dell’adolescenza.

Invece di arrivare allo scontro finale, e quindi sprecare un’ora del nostro tempo ad urlare e avvelenarci, dedichiamo 15 minuti a rimettere la stanza a posto insieme. Impostiamo il timer e aiutiamolo.

E organizziamo la cameretta in modo che riordinare sia semplice: se ci sono troppi oggetti e troppi giochi, vanno eliminati pian piano.
L’ordine è più semplice, se abbiamo poche cose.

Bambino che non vuole vestirsi

Al mattino siamo già sclerati perché siamo di corsa e il bambino non vuole vestirsi o lavarsi e sembra che lo faccia apposta a diventare ancora più lento, cosicché noi urliamo di muoversi, lo vestiamo a forza, lo strattoniamo.

Riavvolgiamo il nastro e cambiamo atteggiamento. Impariamo ad essere allegri, a canticchiare, a fare le gare per chi si veste per primo. Alleggeriamo l’atmosfera. Magicamente il bambino si preparerà in tempo, perché non si sentirà biasimato, né pressato.

Magari vuole solo indossare la maglietta gialla invece di quella rossa?magari è solo stanco, perché ieri sera abbiamo fatto tardi?

Magari è oppositivo perché sente che siamo troppo sbrigativi e non gli dedichiamo tempo e attenzioni?

Bambino che fa ‘i capricci’

Siamo al supermercato e il bambino fa il capriccio perché vuole la cioccolata.

Come siamo arrivati a quel punto?

  • trascinare i bambini con sé ovunque: sarà davvero la scelta migliore? perché portarli al supermercato o al ristorante, in luoghi affollati e rumorosi, se non sono ancora pronti ad affrontare una situazione iperstimolante?
  • portare i bambini al supermercato a orari comodi per noi: sarà la scelta migliore? magari quando sono stanchi, o in pausa pranzo così non c’è nessuno e non facciamo coda…
  • mettere i bambini sul carrello immobili, costretti a stare fermi in un luogo che invece è ricco di stimoli: perché non li coinvolgiamo a fare la spesa insieme?
  • abbiamo spiegato al bambino, prima di entrare al supermercato, che non avremmo comprato la cioccolata?
  • abbiamo spiegato al bambino, prima di entrare al supermercato, che la regola della nostra famiglia è che la cioccolata si mangia solo in determinati momenti?

Un capriccio è solo una forma di comunicazione. La maggior parte delle volte il bambino, con un capriccio, ci sta solo dicendo che: è stanco, ha fame, è sovrastimolato, ha bisogno di attenzioni.

La cosa migliore da fare non è certo urlare o dare uno schiaffo, ma abbracciare, contenere, coccolare. Aiutare il bambino a calmarsi.

Le regole non si insegnano con la forza

Sarebbe davvero comodo se le regole si potessero insegnare con la sola imposizione delle mani, o ripetendole all’infinito finché non entrano nella testa dei bambini. ma non funziona così. le regole si insegnano con l’esempio!

Smettila di urlare! Dice il genitore urlando.
Non devi alzare le mani agli altri bambini! Dice il genitore mentre dà una sculacciata al figlio.
Devi riordinare la tua stanza! Dice il genitore mentre butta all’aria i giocattoli.
Devi smetterla di fare i capricci! Dice il genitore sbraitando.

Oh, sì, che coerenza! Che messaggio educativo perfetto! Tu bambino non devi fare quello che faccio io. Perché? Perché lo dico io!
Ah. Ok.

Le regole si insegnano per coerenza.

Se vogliamo che i nostri figli siano gentili con gli altri, noi dobbiamo essere gentili con loro, con gli altri e con noi stessi.

Se vogliamo che i nostri figli siano educati, noi dobbiamo essere educati: per esempio smettendo di dire parolacce in auto, oppure evitando commenti orribili a cena sulle altre persone, o evitando di insultare gli altri o i membri della famiglia.

Se vogliamo che i nostri figli vadano bene a scuola, dobbiamo seguirli, firmare il diario, farci vedere mentre leggiamo dei libri anche noi!

I bambini, per imparare le regole, hanno bisogno di farne esperienza. E questo significa che a volte sbaglieranno, perché fare esperienza delle cose significa provare e riprovare, finché non si riesce.

Oh, cavolo: quindi essere genitori è faticoso?

Esatto! La pedagogia nera è una scorciatoia: viene usata da chi non ha voglia e tempo di educare bene i figli e vuole affrettare i tempi.

La durezza non è un metodo educativo

Lasciamo piangere, altrimenti lo vizi. 
Lascia che se la sbrighi da solo: finché non vedo il sangue, io non intervengo. 

E quante altre frasi del genere sentiamo? Come se i bambini dovessero farsi le ossa per prepararsi al mondo là fuori, che può essere effettivamente duro.

In realtà, così li rendiamo solo più fragili e privi di autostima.
Un bambino cresciuto con durezza, sarà duro con gli altri e fragile con se stesso.
Un bambino cresciuto affettuosamente, sarà gentile con gli altri e più forte con se stesso.

L’autostima, infatti, si forma solo quando nell’infanzia ci si sente amati qualunque cosa succeda. Anche quando si commette un errore, anche quando si rompe un oggetto o si fa un capriccio.

Se il bambino sente che l’amore dei suoi genitori non viene mai a mancare, allora la sua autostima potrà alimentarsi.
Se al contrario percepisce nei genitori una mancanza di affetto, un giudizio negativo su di sé, la delusione dei suoi genitori, allora la sua autostima crollerà inesorabilmente.

Come si fa ad accogliere i figli e dare regole allo stesso tempo?

Innanzitutto scegliete le vostre regole: quali sono davvero importanti per voi. L’educazione non si fa con i NO su tutto, ma con i NO giusti al momento giusto e all’età giusta.

La vita di un bambino non può essere tutta un NO: non ti sporcare, non fare briciole, non correre, non fare disordine… Queste non solo regole, sono stupidaggini.

Le regole possono essere: non si picchia, non si dicono le parolacce, non si mangia la cioccolata prima di cena (perché…)

Quando un bambino si manifesta insofferente alla regola e magari piange, si lagna o si arrabbia, quello che possiamo fare è accogliere i suoi sentimenti.

Abbracciamolo, diciamogli che va bene anche essere arrabbiato e diamogli il modo di calmarsi con il nostro aiuto, pur restando fermi sulla nostra decisione.

Perché il modo per far passare la rabbia a un bambino non è andare contro alla nostra regola, ma semplicemente accettare che il bambino possa essere arrabbiato. E invece noi quanta paura abbiamo delle emozioni negative!

Ma come può un bambino imparare a gestire la sua rabbia, se noi la reprimiamo e non gliene facciamo fare esperienza?

Источник: https://www.mammafelice.it/2019/12/09/pedagogia-nera-quella-catena-invisibile-che-dobbiamo-spezzare/

I bambini scomparsi per decreto. La sofferenza dei più piccoli nei giorni del coronavirus

I buoni motivi per portare i bambini al supermercato

[Pubblichiamo la testimonianza e le riflessioni di Rosa S., antropologa, documentarista, madre di un figlio che frequenta le scuole elementari, o meglio, le frequentava prima della chiusura.

Rosa invita a prestare attenzione ai bambini reclusi in casa, ad ascoltarli e a non sottovalutare il trauma che stanno subendo. Il suo testo è accompagnato da una postilla di Wu Ming 4 sullo stesso tema.

È il primo di una serie di post, con i quali intendiamo dare testimonianza delle ricadute dell’emergenza sulla vita quotidiana di soggetti deboli e non solo. Buona lettura. WM.]

di Rosa S.

Fino a quando si è potuto, andavo a fare due passi con mio figlio nel parco vicino a casa, di solito verso l’ora di pranzo. Non vedevamo nessuno per centinaia di metri. Mi sembrava importante che il bambino potesse avere almeno un’ora d’aria al giorno, per prendere un po’ di sole e tirare due calci a un pallone, o rivedere l’erba.

Andare al parco, anche se solo con me e non con i suoi amici – quindi non il massimo del divertimento, lo capisco – mi sembrava fosse per lui l’unico momento per riagganciarsi alla sua “vecchia” normalità e sopportare meglio la quarantena.

Per i bambini, ricordiamocelo, la vita è stata sconvolta già più di un mese fa, quando sono state chiuse le scuole, le palestre, le piscine, insomma tutte le attività della loro quotidianità.

Il 21 marzo un nuovo decreto ha sancito altre misure straordinarie. Vengono citati i cani (come negli altri decreti): a loro è permesso essere accompagnati sotto casa dai loro padroni per fare una passeggiatina. E i bambini, per caso è permesso anche a loro? Non si sa.

I bambini non si citano ormai da tempo, in nessun decreto. È come se fossero scomparsi, chiusi nelle loro case. Assicurando la possibilità di uscire soltanto a chi deve andare a lavorare o fare la spesa (uno alla volta), la si è negata a loro. I bambini sono segregati h24.

Con il passare dei giorni e l’avvicinarsi dei 3 aprile loro attendono sempre più ansiosi il ritorno alla “normalità”, neanche fosse Natale.

Ma ormai è chiaro anche alle pietre che le scuole non riapriranno né il 3 aprile né probabilmente il 3 maggio.

Loro sono quelli con la vera fama di “untori”: non si ammalano, non hanno sintomi, ma sono vettori del virus, quindi bisogna evitare che si incontrino e lo diffondano.

Cosa dobbiamo fare dunque noi genitori? Cominciamo a prepararli, senza avere nessuna indicazione dalle scuole o dal governo, o li lasciamo nella loro illusione e ingenuità?

Da un mese non vedono più i loro compagni e le loro maestre, che prima frequentavano più della famiglia, 8 ore al giorno, per 5 giorni alla settimana.

In tante scuole gli insegnanti si sono organizzati come hanno potuto.

Nella classe di mio figlio (4a elementare) le maestre cercano di fare il possibile, ma purtroppo non sono attrezzate per fare videoconferenze e nessuno dal Ministero dell’Educazione si è premurato di insegnarglielo, nemmeno durante tutto questo intero mese di chiusura.

Hanno solo a disposizione un sito istituzionale di proprio non immediata comprensione, a dire il vero. Un menu indica la possibilità di partecipare a delle aule virtuali: peccato che non ci si possa vedere con la videocamera né sentire con l’audio. Nelle aule virtuali c’è un live forum, in cui però si può solo chattare.

Ora, già è difficile comunicare in una chat con adulti, figuriamoci con 25 bambini, in contemporanea.

Eppure vengono fuori pensieri interessanti: chi si sorprende a supplicare le maestre di tornare a fare lezione, quando prima non voleva mai andare a scuola; chi esprime una nostalgia profonda; chi dice di non riuscire a dormire la notte, perché passano troppe ambulanze; chi dice che le giornate ora sono fatte di niente. Alcuni manifestano un cinismo che fa accapponare la pelle: tanto non serve a nulla, tanto moriremo tutti. Sentono le notizie al telegiornale e sciorinano nel dettaglio i numeri del bilancio di morti giornalieri e litigano sulla precisione delle loro fonti: «oggi ci sono stati 753 morti». «No, al TG5 hanno detto che sono stati 723», risponde l’altro. E poi una domanda: «Ma se si ammalano i nostri genitori, noi con chi stiamo?»

A questa domanda nessuno risponde, come non si risponde ad altri bimbi che chiedono: «ma di cosa parliamo?». Ognuno procede per conto suo scrivendo sul proprio computer, nessuno riesce a sintonizzarsi con nessun altro, e la frustrazione sale. Problemi comuni delle chat, forse si potrebbe pensare a strumenti di comunicazione un po’ più efficienti.

Chi si occupa delle paure di questi bambini? Chi si occupa di rispondere alle loro domande? Le loro vite procedono sospese, appese ad un balcone, in attesa di un futuro “ritorno” che appare sempre più lontano. I compiti mio figlio li fa svogliatamente, gli manca un riscontro.

L’unico lavoro che ha fatto volentieri è un testo di italiano in cui doveva descrivere un amico.

Ha scritto queste righe che ho deciso di pubblicare per far capire quanto sia importante sentire la loro voce, perché stanno vivendo un’esperienza inaudita che va – necessariamente – elaborata.

Un’amica mi dice che sta facendo un diario visivo con i figli usando la tecnica del collage. Il primo lavoro fatto è talmente espressivo che non ha bisogno di commenti (vedi sotto).

Però sta terminando fogli e colla, e nei supermercati non li vendono perché non sono beni essenziali. Ma non sono essenziali per chi? Per gli adulti forse.

Ma nessuno ha pensato che sono oggetti fondamentali per i bambini?

Quel che stanno provando ora, all’inizio della loro vita, li accompagnerà per gli anni a venire. Ci guardano e ci osservano, dipendono da noi e dalle nostre scelte.

Noi forse, ancora così spiazzati – che abbiamo difficoltà ad accettare quel che accade, che tutto ci sembra sempre così surreale, la parola più usata sul web, «surreale» – ecco noi, forse, oggi, possiamo imparare qualcosa da loro.

Quello che ci sta accadendo è più che reale e concreto e dobbiamo trovare delle soluzioni. Al più presto, e insieme a loro. Chiediamogli di scrivere e di raccontarci. Di aiutarci a capire, forse sono loro quelli più lucidi, ora.

TESTO SCELTO: ALE, IL MIO VICINO DI CASA Stare a casa per evitare il Coronavirus, senza vedere nessuno, è veramente una noia. Per fortuna che c’è il mio vicino di casa: Ale. Ha un anno in meno di me, e abita esattamente nell’appartamento sotto il mio.

Lui è più basso di me, è molto magro e forte, non mangia tanto perché si riempie di acqua, cioè si beve molti bicchieri d’acqua prima di mangiare. La sua caratteristica principale è che adora il calcio. Prima del Coronavirus si allenava tre volte a settimana e lo chiamavano il sabato o la domenica per fare i tornei, quindi lo vedevo poco.

Ora lui, come me, deve stare a casa, ma ci vediamo dal balcone. Per scambiarci libri e giochi abbiamo questo metodo: ce li lasciamo davanti alla porta di casa e bussiamo e ce ne andiamo di corsa a parlare in balcone.

In balcone facciamo questo gioco, sennò ci annoiamo a morte: uno di noi prende matita, gomma e foglio, l’altro dice cosa deve disegnare, facciamo a turno. Ci divertiamo molto a vedere i disegni dell’altro. Ale è molto simpatico e dal balcone mi racconta tante, forse anche troppe, notizie sentite o inventate.

A volte lui va a giocare a calcio in cortile con suo papà e io faccio l’osservatore da su. Ho chiesto a mia madre se potevo fare l’osservatore da giù, che tanto stavo a un metro di distanza, ma lei ha detto che non si può, sennò ci fanno la multa.

Però almeno ci possiamo parlare dal balcone, finché tutto non ritorna come prima.

Postilla

di Wu Ming 4

Da quando è cominciata la clausura forzata, mio figlio minore, 7 anni, un tipo per sua fortuna normalmente sereno e positivo, ogni tanto viene da me, chiede di essere preso in braccio, e si fa un pianto di qualche minuto. Non c’è bisogno di dirsi granché. Restiamo lì per un po’.

Poi, dopo qualche parola di conforto (magari gli tocca sorbirsi la solita citazione dal Signore degli Anelli), torna tranquillamente a fare i suoi compiti o a giocare con i giocattoli che ormai invadono ogni angolo della casa, o a vedere video e cartoni animati sul tablet. A volte disegna.

Il soggetto è sempre lo stesso: scene d’assedio.

All’ennesima fotografia giunta sulla chat genitoriale, con il/la compagno/a di classe in posa con sorriso stirato e cartello arcobaleno «Andrà tutto bene», lui ha proposto di farne una mentre si punta una pistola giocattolo alla tempia, con il cartello «Che due palle».

Proposta ovviamente cassata per quieto vivere, anche se mi ha fatto piangere il cuore reprimere una reazione così spontanea, che avrebbe detto l’ovvio, quindi – in tempi di militarizzazione patriottarda dell’immaginario – l’indicibile.

Mio figlio è un disfattista? Forse è soltanto uno che non capisce come potrebbe infettare chicchessia se gli venisse concessa un’ora d’aria come ai carcerati, a debita distanza da tutti. Perfino i cani stanno meglio di lui.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità in tempi di Coronavirus consiglia precisamente questo: mezz’ora d’attività fisica al giorno per gli adulti e un’ora per i bambini (non parla di cani), passeggiate e giri in bicicletta a distanza di sicurezza.

Lo stesso dicono scienziati farmacologi come Silvio Garattini, e medici-biologi come il presidente del comitato scientifico della Società Italiana di Medicina Ambientale Ernesto Burgio.

Perfino il governatore dello Stato di New York, uno dei più colpiti degli Stati Uniti, non ha proibito le attività all’aperto, le ha solo limitate, ponendo la condizione di evitare i contatti e mantenere rigidamente le distanze.

Sempre nello Stato di New York, il Dipartimento di Conservazione Ambientale ha reso gratuito l’ingresso a tutti i parchi naturali, perché stare all’aria aperta durante la pandemia è salutare.

Di fronte al diktat «RESTATE A CASA», al vietato mettere il naso fuori se non per andare in fabbrica o al supermercato, i bambini scompaiono.

Li abbiamo segregati come massimi potenziali untori – ma soltanto dopo averli messi a casa da scuola, quindi affidati ai nonni per due settimane – e ce li siamo dimenticati.

Anzi, li abbiamo costretti a girare video domestici per incitare tutti a chiudersi in lockdown, reclutandoli di fatto in una campagna propagandistica fai-da-te che contraddice i consigli della stessa OMS.

Le conseguenze di tutto questo sulla loro psiche le sconteremo negli anni a venire. Ma saremo troppo impegnati ad affrontare la recessione più grave della storia e a fare i conti con il nuovo totalitarismo partorito dall’emergenza per preoccuparci ancora di loro. E magari nel frattempo si saranno fatti grandicelli e toccherà a uno psicologo scavare nel trauma.

Intanto dalla Cina fanno sapere che chiudersi in casa ottiene il risultato di fare certamente infettare tutti i nuclei famigliari dei positivi, quindi in realtà estende il contagio.

Dicono che, contrariamente allo stereotipo, il punto non è «sbarrare tutto», ma mettere in campo provvedimenti “attivi”, creare «corridoi sanitari» per lo screening dei positivi, ricoverare i contagiati in luoghi appositi. Per farlo servono tamponi, personale medico e spazi adeguati.

Spazi che dovremmo rendere il più possibile confortevoli e degni, e che si potrebbero creare riaprendo gli ospedali chiusi negli ultimi anni, o requisendo le strutture sanitarie private, oppure requisendo temporaneamente gli alberghi, dato che sono tutti vuoti, come si sta iniziando a fare… adesso.

Una cosa che certamente i cinesi non hanno fatto è mettere agli arresti domiciliari la popolazione dell’intero paese.

In Italia continuiamo a ripetere il mantra che abbiamo il miglior sistema sanitario del mondo, ma – complice la peggiore classe dirigente del mondo – pare chiaro che qualcosa non ha funzionato. Eppure seguitiamo a trovare capri espiatori nei podisti, nei vecchietti a spasso solitari e nei papà o mamme che palleggiano in cortile con il proprio figlio.

Tutto pur di non ammettere che la responsabilità di questa tragica inadeguatezza è di chi sta in alto, non di chi sta in basso. Di chi non ha agito per tempo.

Di chi nel corso degli anni ha tagliato  la sanità pubblica, messo il numero chiuso nelle facoltà di medicina, ridotto il personale medico, bloccato le assunzioni (e adesso i medici vengono ad aiutarci da Cuba e dobbiamo richiamare in servizio quelli già pensionati, in età a rischio). E anche di chi non è stato capace di contrastare tutto questo.

Come dice Rosa, i bambini ci guardano, e forse riescono perfino a essere più lucidi di noi, se non altro nell’esprimere la propria frustrazione. Ma se esiste una qualche giustizia nella storia, un giorno ce la faranno pagare cara.

In appendice, segnaliamo questo testo di Andrea «Andy» Perego, soccorritore di pronto soccorso, perché non è la solita testimonianza di «mio cuggino», è molto bella e si conclude proprio con un invito, in questa fase, a imparare dai bambini.

Cronache dal pronto soccorso (o della cecità)

«Chiunque abbia cercato di dare una cornice solida a tutto questo psicodramma sfuggente – si vedano i social network che sono la mangiatoia dove si è nutrito finora di allarmi, protagonismi, testimonianze farlocche e disinformazione -, chiunque abbia cercato di mantenere la calma puntando su un livello di analisi più approfondito è stato tacciato di irresponsabilità, scarso senso civico, ma ciò che è più scandaloso anche di scarsa solidarietà . Si riscopre solidale anche il paese dove il 50% degli investimenti pedonali si risolve in una omissione di soccorso, dove il vicino morto da solo lo si scopre solo quando la puzza si spande per la scala, solidale quel tanto che basta per dire agli altri cosa si deve fare e cosa non si deve fare, ma non abbastanza per provare a fare qualcosa d’altro che non sia cantare sul balcone.

E qui vengo all’ultimo punto: ieri sera alla quarta volta che mettevo una tuta bianca con cappuccio tre paia di guanti maschera e occhiali per andare a capire se il 40enne che aveva chiamato il 118 presentava un quadro clinico compatibile col Covid19, riflettevo sulla necessità di rompere il meccanismo…»

Prosegue qui.

Источник: https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/bambini-scomparsi-coronavirus/

Se i bambini non possono entrare nei supermercati

I buoni motivi per portare i bambini al supermercato

Sei in fila con il tuo piccolo davanti al supermercato.

Nonostante il caldo e le inevitabili lamentele del tuo erede che, come tutti i bambini del mondo non conosce il verbo “attendere”, aspetti il tuo turno senza fiatare sotto il sole per una buona mezz’ora.

Arrivata finalmente davanti all’ingresso scopri dall’addetto alla sorveglianza che tuo figlio, senza alcun motivo, non può entrare nell’ipermercato.
Ecco, questo è quello che sta accadendo in questi giorni in alcuni supermercati della Capitale.

Durante la quarantena molte attività si sono rifiutate di far entrare i bambini, interpretando in maniera troppo restrittiva le indicazioni dei vari DPCM che si sono succeduti fino alla #Fase2.

Alla fine è dovuto intervenire il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte per chiarire che in fase di interpretazione era stato esplicitato il diritto del genitore di portare con sé il figlio a fare la spesa, qualora impossibilitato a lasciarlo a casa.

Ostacolo superato? Assolutamente no. Anzi, oggi i pochi fortunati che sono riusciti a entrare in queste strutture si sono trovati a dover fronteggiare un altro impedimento: ovvero l’obbligo per i genitori di far indossare la mascherina ai figli anche sotto i 6 anni

Abbiamo così deciso di chiedere aiuto alle Avvocate dello Studio Legale FDG per capire quali sono i nostri diritti di genitori.

Studio Legale FDG
Largo Nino Franchellucci, 65
00155 Roma
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Pagina
Mail: [email protected] 

E’ possibile interdire l’accesso ai bambini nei supermercati?

Durante il c.d.

lockdown i bimbi piccoli per disposizioni interne sono stati costretti a rimanere fuori dai supermercati, che hanno interpretato in alcuni casi molto restrittivamente le disposizioni dei vari decreti accavallatisi in quel periodo, salvo poi poter entrare con uno dei due genitori solo se impossibilitati a restare a casa.
Ora, dinanzi al fatto che non vi fosse alcuna normativa che prevedeva questo “divieto di accesso” a un minore in compagnia di un genitore ha sicuramente configurato una pratica scorretta
, sebbene tale scorrettezza debba essere imputata al fatto che anche i direttori dei supermercati si sono trovati di fronte a una “vagonata” di nuove norme comportamentali da applicare all’istante e, forse anche per paura di eventuali sanzioni e per cautelarsi maggiormente, hanno adottato decisioni in tal senso.

Certo è che, anche in questo caso, come in tanti altri che si sono verificati in questo periodo, il richiamo al buon senso da entrambe le parti sarebbe stato forse lo strumento migliore per affrontare la situazione.

È inoltre opportuno precisare che, essendo i bambini una categoria comunque sensibile e considerata “a rischio” tanto quanto gli anziani, il loro accesso in alcuni luoghi è stato limitato anche dall’ultima normativa relativa alla riapertura delle attività.

Faccio un esempio a noi vicino: i vari studi professionali, nel consentire l’accesso ai loro clienti, possono ammettere soltanto una persona alla volta.

L’accesso è consentito a più persone solo se clienti disabili che necessitano di accompagnamento o bambini che accompagnano il genitore e che altrimenti non potrebbero essere lasciati a casa da soli.

Negli altri casi l’accesso ai bambini non è consentito perché la normativa nazionale prevede che l’accesso ai locali di questo tipo debba essere contingentato.

In che modo i genitori possono tutelare loro stessi e soprattutto i loro bambini che per legge non sono obbligati sotto i 6 anni a portare la mascherina nei luoghi chiusi? 

Da un punto di vista strettamente normativo, l’unica ragione per vietare l’ingresso durante il lockdown sarebbe stata l’impossibilità di garantire il distanziamento di un metro che, in linea di massima, doveva mantenersi anche tra genitore e figlio; attualmente, anche alla luce dell’ultimo Decreto, in alcuni luoghi chiusi (studi medici, studi professionali, ecc…) l’accesso potrebbe essere limitato per i motivi spiegati nel precedente capoverso e quindi per l’impossibilità di far entrare troppe persone tutte insieme e contemporaneamente in uno stesso locale/stanza.

Da notare che, soprattutto in questi luoghi, ci sono delle serrate regole sull’accesso ai locali e sulle regole sanitarie da rispettare molto stringenti, motivo per cui il mancato rispetto potrebbe sottoporre chi viola tali regole a delle sanzioni anche pesanti, più precisamente, in caso di violazione che non assicuri “adeguati livelli di protezione” scatta la sospensione dell’attività fino al ripristino delle condizioni di sicurezza.

Prevista la sanzione amministrativa da 400 a 3.000 euro e la chiusura dell’attività da 5 a 30 giorni.

Ovviamente, al momento nei luoghi in questione, è data idonea informativa delle regole e modalità di accesso ai locali (o perlomeno, la normativa prevede che debba essere data).

Diversamente è avvenuto durante il lockdown dove l’informativa idonea, spesso e volentieri, neppure veniva data e i genitori scoprivano di non poter accedere ai supermercati con i loro bimbi solo una volta giunti dinanzi all’entrata, magari dopo un’ora di fila e solo perché avvisati dal vigilantes, non certo perché tale divieto era segnalato da qualche cartello. Questo, perlomeno, nella maggior parte dei casi.

Per quanto attiene l’utilizzo delle mascherine, l’Accademia Americana di Pediatria (AAP) ha stilato alcune raccomandazioni e chiarimenti sull’uso delle mascherine in età pediatrica che trova d’accordo i pediatri della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale (SIPPS) secondo le quali i bambini sotto i due anni non devono indossare mascherine non solo per l’oggettiva difficoltà, ma anche per il rischio di soffocamento, che non deve essere sottovalutato.

A questa età potrebbero essere utilizzati cappellini o cerchietti con visiera trasparente lunga, che scherma anche occhi, naso e bocca, le vie di ingresso del virus.

Non devono indossare la mascherina i bambini affetti da patologie neurologiche o respiratorie e nemmeno i bambini che abbiano difficoltà a levarla da soli.

Infine, non dovrebbero indossarla i bambini che con la mascherina si toccano molto più frequentemente il viso perché la protezione indotta dalla mascherina sarebbe invalidata dal più frequente contatto mani-viso. Questi bambini devono quindi adottare in ogni situazione un distanziamento superiore ad un metro.

Il decreto del Governo del 26 aprile 2020 relativo a: “Ulteriori disposizioni attuative del decreto-legge 23 febbraio 2020, n.

6, recante misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19, applicabili sull’intero territorio nazionale, prevede che le mascherine siano obbligatorie negli spazi confinati o all’aperto in cui non è possibile o non è garantita la possibilità di mantenere il distanziamento fisico. L’obbligatorietà dell’uso in alcune Regioni è stata estesa anche ad altri contesti”.

Dai sei anni in su anche i bambini devono portare la mascherina e per loro va posta attenzione alla forma evitando di usare mascherine troppo grandi e scomode per il loro viso.

Altre indicazioni il Decreto non ne fornisce, motivo per cui queste sono le regole in materia e queste sono le regole che devono essere rispettate ed essere fatte rispettare.

Tuttavia queste prescrizioni devono pur sempre contemperarsi con le regole di cui abbiamo parlato sopra e che, comunque, potrebbero essere disposte per consentire l’ingresso in quei luoghi chiusi che non sono in grado di far rispettare le regole sul distanziamento o dove il distanziamento è comunque difficile da perseguire.

Esiste un numero a cui segnalare queste “imposizioni” da parte dei gestori?

In ogni caso il nostro consiglio è, soprattutto se si accede a luoghi chiusi o comunque a studi professionali, studi medici, laboratori privati di analisi, ecc… di chiedere sempre, al momento dell’appuntamento, se ci sono problemi in tal senso. 
Per i luoghi pubblici invece, nulla quaestio: le regole sono quelle che abbiamo appena visto.

INVIACI UNA SEGNALAZIONE

L’ulteriore consiglio è: se ci sono cartelli che vietano l’ingresso ai bimbi o che ne limitano l’accesso, fotografarli.Potete mandarli anche a Roma03 in modo che i legali dello Studio legale FDG valutino se sono state rispettate o meno le normative in materia.

In caso contrario si potrà pensare di fare una segnalazione scritta sia alla Direzione del supermercato, negozio, ecc…, sia alla Polizia Locale sia al Prefetto del luogo in cui si trova il locale o il negozio che ha posto il divieto o ha violato in qualche modo la normativa sulla sicurezza che, se del caso, provvederà a irrogare una sanzione per l’illecito segnalato.

Источник: https://roma03.it/in-evidenza/se-i-bambini-non-possono-entrare-nei-supermercati/

Gravidanza
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