Dormire aiuta i bambini a immagazzinare i ricordi

Strategie e Vitamine per aiutare la memoria

Dormire aiuta i bambini a immagazzinare i ricordi

Disturbi della memoria e difficoltà di concentrazione possono manifestarsi a qualsiasi età. Ecco alcune strategie che possono aiutare ad assicurarsi una memoria invidiabile a giovani e meno giovani.

Quando compaiono difficoltà di memorizzazione o di concentrazione nei ragazzi e nei giovani adulti, in genere si tratta di fenomeni transitori, associati a momenti di particolare affaticamento o stress.

Negli anziani, la diminuita capacità di trattenere informazioni e ricordi può essere invece legata al normale processo d’invecchiamento oppure dipendere da una vera e propria malattia che porta progressivamente alla perdita di funzioni cognitive fondamentali, come accade nel caso della malattia di Alzheimer.

Purtroppo, oggi, non si hanno armi realmente efficaci per prevenire il declino associato alle patologie neurodegerative. Esistono, però, alcune strategie che possono aiutare ad assicurarsi una memoria invidiabile da giovani e a rallentare l’invecchiamento fisiologico del cervello con l’avanzare degli anni, mantenendolo attivo e reattivo più a lungo.

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Le strategie salva-memoria

Per non dimenticare neppure il più piccolo dettaglio bisogna anzitutto ricordare, da ragazzi come da adulti, di stimolare costantemente le funzioni del cervello, attraverso la lettura, il cinema, l’interazione sociale, mantenendosi aperti e curiosi, ascoltando musica, coltivando hobby e passioni di qualunque genere.

Un’altra pratica utile, soprattutto quando ci si accorge di iniziare a ricordare appuntamenti e scadenze con un po’ più di difficoltà o quando è necessario immagazzinare un gran numero di concetti, è riuscire a selezionare le informazioni che servono davvero, organizzandole secondo schemi logici personali.

Per non incorrere in “vuoti di memoria”, gli studenti dovrebbero evitare di passare troppe ore consecutive sui libri o cercare di imparare troppe cose in un solo giorno, ma distribuire lo studio nel tempo, perché ciò consente di consolidarne meglio il ricordo.

Un altro aspetto, non meno importante, riguarda l’attività fisica che deve essere svolta con moderazione, ma ogni giorno e a qualunque età, perché migliora l’afflusso di sangue al cervello e ne potenzia la funzionalità. Lo sport, inoltre, ha effetti positivi sull’umore e l’autostima, con ripercussioni favorevoli anche a livello intellettivo.

E poi, il sonno. Anche se le cose da studiare sono molte e il tempo è poco oppure sembra di non avere sonno a causa dello stress pre-esame o dell’età che vi spinge a dormire meno, se si vuole davvero riuscire a ricordare il più possibile non si deve trascurare il riposo.

La stanchezza è la principale nemica di concentrazione, memoria e apprendimento mentre un buon sonno aiuta a consolidare le informazioni apprese durante il giorno.

Ultima in ordine di citazione, ma di primaria importanza, è la qualità dell’alimentazione, che gioca un ruolo determinante non soltanto per la forma fisica, ma anche per la salute e il benessere intellettivi.

È dimostrato da studi clinici e dall’esperienza pratica che se la dieta non apporta quantità adeguate di nutrienti essenziali si possono avere problemi di memoria a qualunque età.

Vitamina B12 e antiossidanti per il cervello

Tra le sostanze che contribuiscono maggiormente a preservare l’efficienza vanno ricordate la vitamina B12 (in grado di stimolare la formazione della guaina mielinica che protegge le cellule nervose), ma anche tutte le altre vitamine del gruppo B, la vitamina C, la E e la A (tre potenti antiossidanti).

Per la prima, diversi studi hanno evidenziato che, quando l’apporto nutrizionale è scarso possono insorgere difficoltà di apprendimento e memorizzazione.

Per esempio, tra i 107 volontari, di età compresa tra i 61 e gli 87 anni che sono stati seguiti per cinque anni da ricercatori dell’Università di Oxford (Regno Unito), in quelli con i livelli più bassi di vitamina B12 si sono evidenziati, attraverso test di memoria, elettroencefalogramma ed esami neurologici, una maggiore riduzione di volume cerebrale e una più elevata probabilità di soffrire di “vuoti di memoria”, fino a sei volte più frequenti rispetto a chi aveva un apporto di B12 ottimale.

Altre ricerche hanno invece dimostrato che l’azione sinergica di alte dosi di vitamina C ed E è efficace nel proteggere il cervello dallo stress ossidativo dei radicali liberi, fenomeno ritenuto alla base di patologie neurodegenerative come il morbo di Alzheimer.

Più zinco per una memoria di ferro

Altro elemento fondamentale per conquistare e conservare una memoria di ferro, in questo caso sopratutto in bambini, adolescenti e giovani adulti, è lo zinco, già noto per il supporto che è in grado di offrire al sistema immunitario e per il suo ruolo chiave in numerosi processi metabolici e di riparazione dei tessuti.

In base ai risultati di una ricerca statunitense condotta su bambini in età scolare lo zinco sembra essere in grado di migliorare la capacità di memorizzazione e di estendere la cosiddetta “curva dell’attenzione”, ossia il periodo di tempo in cui la mente riesce a mantenere un elevato livello di concentrazione.

Al momento non si sa da che cosa dipenda questa azione favorevole, ma è noto che carenze di zinco alterano le funzionalità dell’ippocampo, una particolare zona del cervello coinvolta nel processo di memorizzazione.

Meglio, quindi, cercare di assumerne a sufficienza (vedi in tabella quali sono, secondo le indicazioni della Società italiana di nutrizione umana (SINU), i livelli di assunzione raccomandati per lo zinco), attraverso l’alimentazione o specifiche integrazioni, aggiungendo anche calcio, ferro e magnesio, elementi altrettanto indispensabili per garantire il corretto funzionamento delle cellule nervose.

Lattanti6-12 mesi3 mg
Bambini-adolescenti1-3 anni5 mg
4-6 anni6 mg
7-10 anni8 mg
Maschi11-17 anni12 mg
Femmine11-17 anni9 mg
Adulti
Maschi> 18 anni12 mg
Femmine> 18 anni9 mg
Gravidanza11 mg
Allattamento12 mg

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Quando iniziano i ricordi nei bambini

Dormire aiuta i bambini a immagazzinare i ricordi

Quando iniziano i ricordi nei bambini? Comunemente si crede che la memoria cominci a fissare i ricordi a tre anni. Cosa c'è di vero?

Ce lo domandiamo spesso: quando iniziano i ricordi nei bambini? Cosa ricorderà nostro figlio delle estati, dei Natali o di un particolare avvenimento che speriamo resti scolpito nella sua memoria?

Comunemente si crede che i ricordi inizino intorno ai tre anni, qualsiasi genitore sa che a questa età i bambini cominciano a fissare i ricordi nella memoria e dopo qualche tempo ricordano ad alta voce questo o quell'avvenimento.

Ma in realtà le cose non stanno proprio così e la memoria del proprio vissuto può avere inizio anche prima.

I primi ricordi

Una ricerca condotta dall'Università di Otago, in Nuova Zelanda, ha scoperto che alcuni bambini possono cominciare a ricordare cose avvenute quando avevano solo due anni e questi ricordi si fissano ancor meglio se di questi eventi i piccoli ne hanno parlato con i loro genitori.

Per giungere a questa conclusione i ricercatori hanno arruolato dei bambini di età compresa tra 21 e 57 mesi cui sono state date delle scatole magiche con dei giochi da comporre. I piccoli hanno giocato con la scatola per due giorni e alla fine hanno ricevuto una medaglia di partecipazione.

Interrogati dopo sei anni alcuni bambini ricordavano la medaglia e qualcuno riusciva addirittura a collegarla alla scatola magica. E questi ricordi erano vivi anche in quelli che avevano partecipato al gioco quando avevano solo due anni.

Secondo gli scienziati neozelandesi i bambini che ricordavano meglio erano quelli che, nei giorni del gioco, avevano parlato con i propri genitori di ciò che stava accadendo e della scatola magica.

Possiamo, quindi, concludere che indubbiamente a tre anni cominciano a fissarsi nella memoria i primi ricordi che resteranno vividi anche in età adulta, ma in alcuni il fenomeno può anche essere anticipato a qualche mese prima. E molto dipende dagli stimoli ricevuti nel contesto familiare.

Come si formano i ricordi nei bambini

Partiamo dalla premessa che in età infantile è del tutto normale rimuovere i ricordi, questo perché il cervello deve gestire una quantità enorme di informazioni e quindi seleziona quelle più importanti.

A questo punto molti ricordi considerati superflui vengono scartati in favore di quelli nuovi. Per questo nella memoria dei bambini assistiamo ad un continuo ricambio.

Di certo potremmo pensare che non è gratificante sapere che di tutte le cure e le attenzioni che riserviamo ai nostri bimbi in tenera età non rimanga traccia nella memoria, ma in realtà le cose sono un po' più complesse e dobbiamo pensare ai ricordi nei primi anni di vita come ad un mare magnum di informazioni, stimoli ed emozioni che contribuiscono a costruire l'identità del bambino.

La memoria nei bambini

La memoria dei bambini non funziona come quella degli adulti. Nel cervello delle persone adulte esistono due tipi di memoria: a breve termine e a lungo termine.

La distinzione è importante perché nel giro dentato dell'ippocampo risiedono proprio tutte le informazioni utili alla memoria a breve termine che una volta esaurita la loro utilità vengono eliminati e non immagazzinati nella memoria a lungo termine.

Un fenomeno che ha luogo grazie al continuo rinnovamento dei neuroni che avviene proprio in questa specifica zona del cervello.

Nei bambini, invece, non esiste la distinzione tra memoria a breve termine o lungo termine: in pratica il cervello dei bambini fino ai tre anni di vita tendono a rimuovere i ricordi acquisiti nei primi anni.

Questo processo si chiama amnesia infantile e altro non è che la tendenza da parte del cervello a rimuovere ed eliminare i ricordi dei primi tre anni di vita, mantenendo comunque tutte le nozioni apprese che hanno permesso all'individuo il suo sviluppo e la sua crescita (camminare, parlare etc…).

Come migliorare la memoria dei bambini

Se, quindi, la comunità scientifica è pressoché unanime nel ritenere che prima dei tre anni i ricordi, anche quelli importanti, vengano man mano scartati dal cervello in favore di quelli nuovi e che soltanto nel periodo compreso tra i 3 e i 5 anni cominci a formarsi una memoria a lungo termine, ciò non toglie che, come abbiamo visto, possiamo intervenire per fra sì che, già a due anni, i bambini possano fissare nella memoria il ricordo di un evento felice o un avvenimento importante che lo ha riguardato.

Il ricordo, insomma, può essere consolidato nel cervello grazie all'interazione che i genitori hanno con il loro bambino: parlando dell'evento, ricordandolo insieme possiamo contribuire a far sì che il ricordo labile e passeggero di ciò che è accaduto rimanga impresso nella memoria.

A partire tra 3 anni, poi, possiamo anche mettere in atto delle strategie per fissare i ricordi e allenare la memoria dei più piccoli.

Ad esempio possiamo creare insieme un album dei ricordi, inserendo man mano, insieme al bambino, foto e oggetti collegati ad un certo avvenimento.

Un album da sfogliare insieme ogni tanto, proprio con lo scopo di “rinfrescare la memoria”.

La magia del ricordo

In questa infografica gli esperti del sito Fotoregali.com hanno voluto sintetizzare le emozioni che sa suscitare solo la magia di un ricordo.

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Источник: https://www.pianetamamma.it/il-bambino/sviluppo-e-crescita/quando-iniziano-i-ricordi-nei-bambini.html

Come si creano i ricordi nel cervello?

Dormire aiuta i bambini a immagazzinare i ricordi

La memoria è una delle più importanti abilità che l'uomo possiede. Fin da quando si nasce, si è esposti ad un gran numero di informazioni, e quando si cresce, le abitudini, il modo di pensare, le speranze e paure, sono tutte influenzate dai ricordi del passato. Partiremo dalle basi per poi scoprire i modi migliori per aiutare a proteggere la memoria.

Che cos’è la memoria?

È possibile classificare 3 principali tipologie di memoria: sensoriale, a breve termine e a lungo termine.

Memoria Sensoriale 

Le informazioni vengono raccolte tramite i sensi  (tatto, vista, udito, gusto e olfatto) e mantenute nel nostro cervello per una frazione di secondo. La maggior parte vengono dimenticate quasi immediatamente, in quanto la nostra attenzione selettiva decide a cosa prestare attenzione e cosa può essere utile memorizzare.

Memoria a breve termine

La memoria a breve termine registra le informazioni sensoriali  e determina quali debbano essere mantenute e trasferite nella memoria a lungo termine e quali dimenticare.

È molto simile alla memoria di lavoro e i due termini vengono in alcuni casi utilizzati come sinonimi, anche se  la memoria di lavoro si occupa anche della manipolazione delle informazioni  temporanee.

A causa della sua ridotta capienza, ritiene spesso informazioni che possono essere utilizzate  momentaneamente, ad esempio un numero o un nome.

Memoria a lungo termine

La memoria a lungo terminesi occupa di immagazzinare, amministrare, e richiamere informazioni, e non ha limiti di capienza. Data la sua complessità, la memoria a lungo termine viene suddivisa in Memoria dichiarativa (o esplicita) e Memoria procedurale (o implicita).

Memoria procedurale (o implicita)

I ricordi impliciti non hanno bisogno di essere consci  e sono invece comportamenti  e capacità che richiamiamo in automatico, come andare in bicicletta o allacciarsi una scarpa.

Memoria dichiarativa (o esplicita) 

Riguarda le informazioni che vengono richiamate consciamente e volutamente, ad esempio l’uso di una password.  La memoria dichiarativa può essere ulteriormente suddivisa in Memoria episodica e memoria semantica.

Memoria Episodica

Riguarda le informazioni specifiche relative a un contesto particolare. Un caso particolare di memoria episodica è la memoria autobiografica, che memorizza specifici avvenimenti ed esperienze personali.

Memoria Semantica

Riguarda le informazioni  indipendenti da uno specifico episodio, e che hanno a che fare con la conoscenze generali che accumuliamo durante la nostra vita, ad esempio le lettere dell’alfabeto. Viene più facilmente mantenuta rispetto alla memoria episodica.

Come si forma un ricordo

Il cervello è costituito da 100 miliardi di neuroni (cellule cerebrali), ciascuni delle quali a loro volta si connettono con altri 10.000 neuroni. Queste cellule specializzate si mandano continuamente segnali e comunicano tra loro attraverso connessioni chiamate sinapsi. I ricordi si creano quando queste sinapsi sono più forti. 

1. Codificazione 

La codificazione è il primo passo nella formazione di un ricordo. Le informazioni nuove entrano nel nostro cervello tramite i sensi e vengono trasferite da un neurone all’altro attraverso impulsi elettrici.

Quando un ricordo passa tra due neuroni vicini avviene una connessione (sinapsi), ma molte di queste svaniscono. Affinché un ricordo venga ricordato la connessione deve essere rinforzata (codificata) attraverso la ripetizione.

I ricordi vengono codificati in 4 modi: visivo (immagini), acustico (suoni), tattile (tatto), e semantico (significato o contesto). 

Per codificare opportunamente un ricordo bisogna che si presti attenzione,  e tutti i ricordi non codificati vengono successivamente dimenticati. Molte informazioni  rimangono nel cervello per un breve periodo, di solito tra i 15 e i 30 secondi, durante i quali l’ippocampo mette insieme tutte le informazioni importanti e determina quali informazioni sia importante ricordare.

2. Consolidamento 

Solitamente, una persona riesce a codificare e mantenere circa 7 elementi nella sua memoria a breve termine, ma dopo la codificazione, il nostro cervello deve decidere quali ricordi mantenere. Quando una cellula del cervello manda segnali a un’altra, la sinapsi iniziale tra le due diventa più forte e più segnali si mandano più la connessione di venta forte.

Il cervello si organizza e riorganizza in risposta alle esperienze,  e vi è maggiore probabilità che un ricordo si consolidi se esso è connesso a una conoscenza già acquisita o a ricordi già presenti nella memoria a lungo termine.  Questa fase è molto suscettibile alle interruzioni, e se quando capita un evento, si è distratti da qualcos’altro, è molto probabile avere problemi a ricordare lo stesso. 

3. Immagazzinamento

Una volta consolidata, l’informazione può passare alla memoria a lungo termine, dove rimane per giorni, settimane, mesi, o tutta la vita.

L’informazione che costituisce ogni ricordo viene immagazzinata in diverse aree del cervello (ad esempio quelle che hanno a che fare con la temperatura, il gusto, il riconoscimento del viso, il linguaggio, etc.

) grazie al Processo di distribuzione dei ricordi. Ciò assicura che anche in caso di danneggiamenti del cervello, alcune parti della memoria sopravvivano.

Ciascun ricordo viene immagazzinato in un unico schema di cellule nervose, creando una complessa rete di cellule disseminate in tutto il nostro cervello.

Curiosamente, i ricordi simili hanno schemi che si sovrappongono parzialmente ed è per questo motivo che si tende a memorizzare meglio ricordi che hanno a che fare con argomenti che concosciamo, perché le infomazioni nuove possono essere connesse più facilmente con informazioni già presenti nella nostra memoria a lungo termine.

Le connessioni neuronali non sono precostituite, ma cambiano continuamente, in quanto il cervello si organizza e riorganizza continuamente in risposta a nuove esperienze.

4. Richiamo/Recupero 

Non è ancora totalmente chiaro come i ricordi vengano recuperati.  Sappiamo, però, che il recupero ha a che fare con la riattivazione di uno schema unico di cellule nervose creato durante l’immagazzinamento.

Quanto tempo il processo di recupero impieghi dipende da quanto si è familiari con l’informazione che si sta cercando, ecco perché di più si usa la memoria, più facile è trovare le informazioni.

Il modo in cui l’informazione si presenta a noi influenza molto la nostra capacità di recuperare i nostri ricordi: se l’informazione viene presentata nello stesso modo in cui la memoria l’ha creata per la prima volta, sarà più semplice rinfrescare la memoria.

Sapevate che….la memoria predilige i ricordi negativi, prestando maggiore attenzione alle esperienze negative che a quelle positive. L’ippocampo evidenzia gli eventi negativi, per assicurarsi che vengano immagazzinati nella memoria a lungo termine, per ridurre il rischio di ripetere gli stessi errori in futuro. 

Memoria e invecchiamento 

Quando invecchiamo, iniziamo a notare piccoli cambiamenti nel funzionamento della memoria. Chi è più avanti con l’età ha solitamente difficoltà a ricordare liste di parole o di  numeri , ma tende ad essere efficiente nel richiamo di avvenimenti o abilità. Ciò avviene per dei motivi ben precisi.

Innanzitutto, perché l’arco temporale nel quale i ricordi rimangono nella memoria a breve termine si riduce all’avanzare dell’età, influenzando il funzionamento della memoria di lavoro e aumentando il rischio di vuoti di memoria.

Inoltre, gli anziani possiedono una più vasta e densa rete di connessioni, che sono state efficientemente organizzate nel corso del tempo, rendendole più facilmente accessibili. 

Negli ultimi anni, gli scenziati hanno scoperto che non sono i ricordi a sbiadire; è solamente più difficile accedervi, probabilmente a causa del deterioramento dell’ippocampo, dell’afflusso inferiore di sangue in esso o alla diminuizione degli ormoni e delle proteine che proteggono il cervello. 

1. Ripassare

Le informazioni nuove possono dimezzarsi in un paio di giorni a meno che non vengano ripassate e riviste. Più un ricordo viene ripassato, più forte diventa, e meno tempo si impiega a trarre le informazioni dalla memoria a lungo termine. 

2. Esercizio fisico

L’esercizio aerobico aumenta l’ossigeno nel sangue, stimola le connessioni neuronali e rinforza la dimensione dell’ippocampo. Inoltre, l’esercizio fisico riduce lo stress, l’ansia e i disturbi del sonno, tutti fattori di danno cognitivo. 30 minuti di esercizio aerobico al giorno hanno, quindi, un effetto estremamente benefico per il cervello.

3. Sonno 

Le informazioni si trasferiscono dalla corteccia cerebrale all’ippocampo durante il sonno, ecco perché è così importante dormire per consolidare i ricordi nella memoria a lungo termine. Dormire circa 8 ore a notte fortifica la memoria  e la capacità di risolvere i problemi. Perfino il sonnellino pomeridiano può aiutare il benessere del cervello. 

4. L’ambiente giusto

Le condizioni ambientali vengono codificate come parte del ricordo e possono essere utilizzate per migliorare il richiamo.  Ad esempio, gli studenti  che studiano in silenzio hanno maggiori possibilità di superare un esame, proprio perché quest’ultimo si svolge in silenzio. 

5. Hobby e passioni

Imparare e sviluppare costantemente nuove abilità fortifica il cervello e aiuta a migliorare la concentrazione in aree diverse.

6. Puzzles 

Esercizi quotidiani che stimolano la mente e richiedono attenzione vanno a stimolare entrambi gli emisferi cerebrali.  Dedicarsi ad attività che divertono e stimolano, come completare un puzzle, aiuta a ridurre i rischi di demenza ed alzheimer, oltre ad avere proprietà rilassanti e meditative.

7. Integratori per la memoria

Anche se non esiste alcuna cura per la perdita di memoria, alcuni integratori per la memoria come il Ginkgo Biloba e la Fosfatidil serina, possono aiutare a proteggere dal declino cognitivo, favorendo la circolazione del sangue e riducendo i danni dei radicali liberi.  Integratori per la memoria Simply Supplements

8. Tenersi impegnati

Una vita sociale attiva e soddisfacente aiuta a migliorare memoria e attenzione, e riduce la velocità del declino cognitivo. Creare relazioni sociali forti e positive  preserva perfino la salute cerebrale. 

9.  Associare

La memoria lavora per associazioni: le informazioni sono ricordate meglio se associate a conoscenze fermamente ancorate nella nostra memoria. Generalmente, il cervello umano non è, infatti, capace di ricordare una lunga lista di informazioni tra loro non collegate. 

Noci e mandorle

Noci e mandorle sono ricche di proteine  che rinforzano il cervello e aiutano i neuroni a comunicare tra loro. Ler proteine sono, inoltre, la seconda sostanza più presente nel nostro cervello. 

Pesce azzurro 

È ricco di Omega 3, in particolare di DHA, di cui il cervello è in buona parte costituito. Una dieta che abbondi di alimenti contenenti un’elevata quantità di DHA può migliorare la memoria del 15%. 

Ginkgo Biloba

Noto rimedio erboristico, gli integratori di Ginkgo Biloba sostengono la circolazione e il sistema nervoso centrale, favorendo la concentrazione e la lucidità, e agendo in difesa della memoria. 

Frutti di bosco

I mirtilli contengono flavonoidi, potenti antiossidanti che aiutano ad aumentare la comunicazione tra le cellule nervose e stimolano la rigenerazione delle cellule cerebrali. 

Cioccolato fondente nero

Il cioccolato fondente nero contiene antiossidanti che aiutano a migliorare il funzionamento delle pareti dei vasi sanguigni, favorendo la circolazione del sangue e l’energia cellulare, e promuovendo in tal modo l’apprendimento. 

Источник: https://www.simplysupplements.it/healthylife/memoria/ricordi-nel-cervello

Lo sviluppo intellettivo: le tappe da 0 a 12 mesi

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È fondamentale, perché guida con precisione e competenza il neonato attraverso il nuovo ambiente che lo ha accolto. Stiamo parlando dell’istinto, una ‘dote’ di cui il cucciolo d’uomo dimostra di essere dotato fin dai primi istanti di vita.

– Un neonato posato sul seno della madre è in grado, guidato solo dall’istinto e aiutato dall’olfatto, di dirigersi verso il capezzolo (si parla di ‘strisciamento riflesso’) e di iniziare a nutrirsi.- Poche ore dopo aver lasciato il grembo materno, il bebé è attratto dal viso umano e distingue il battito cardiaco della madre.

– Studi condotti dall’Università di Padova hanno dimostrato che la mente del neonato è programmata in modo tale da consentirgli di riconoscere i propri simili e creare con loro un legame speciale.

Una sorta di istinto di sopravvivenza che induce il… nuovo arrivato a preferire sagome in cui riconosce i tratti essenziali e a fargli gradire la voce umana al di sopra di qualunque altro suono.

Una dote innata, insomma, che lo porta istintivamente a volgersi verso i propri simili.

L’intelligenza

La sua mente ‘cresce’ veloce quanto lui! Mamme, papà, rimboccatevi le maniche: nel primo anno di vita, il bimbo apprende molto più che in qualunque altra fase della sua vita. E se la natura ha fatto le cose a puntino, ‘accessoriando’ il piccolo di una mente sveglia e iperattiva, il resto lo fa l’ambiente nel quale il bimbo cresce. Che deve essere ricco di spunti e sollecitazioni.

Il suo cervello, un instancabile lavoratore

Il suo cervello cresce a un ritmo a dir poco vertiginoso! I 100 miliardi di neuroni (cellule nervose) presenti alla nascita sono in grado, sin dalle prime ore, di stabilire un’enorme quantità di connessioni tra loro e di produrre un numero di sinapsi (collegamenti tra neuroni) molto più grande di quello che riuscirà mai a realizzare.

Un andamento destinato a mantenersi negli anni grazie agli stimoli esterni che il bimbo riceverà o che saprà ricercare. Ogni esperienza di vita, infatti, contribuirà a stimolare l’attività elettrica che plasma il cervello e ad ‘accendere’ i circuiti nervosi necessari per elaborare i dati ricevuti e tradurli in pensieri e azioni.

Risultato: a due-tre mesi i centri del cervello che regolano la motricità permettono al bimbo di fissare e afferrare un oggetto, verso i quattro mesi la corteccia cerebrale è sviluppata tanto da garantirgli la visione in profondità e il coordinamento degli occhi.

Al dodicesimo mese, la maturazione dei centri che controllano il linguaggio gli consente di dire le prime parole.

Sono tutti Einstein in erba Cervelloni si nasce?

Assolutamente no! Lo attestano diverse ricerche condotte negli Stati Uniti, secondo le quali il quaziente intellettivo di ciascuno di noi non è determinato alla nascita. Certo, il patrimonio genetico è determinante; ciò non toglie che un bambino debitamente stimolato possa trasformarsi in un piccolo…

Einstein. Conferma Eric Kandel, premio Nobel per la scienza nel 2000: “Il cervello dell’uomo non è un patrimonio immutabile ricevuto alla nascita. È una struttura dinamica, in grado di creare nuovi collegamenti neuronali. Se sottoposto a stimoli adeguati, è perfino capace di ricrearsi, attivando nuove cellule”.

Stimolarlo: ecco il modo giusto

Un ambiente stimolante e una famiglia attenta e presente sono indispensabili perché il bimbo sviluppi al meglio le proprie potenzialità.

Se da un lato è quindi fondamentale che questa sollecitazione non venga mai a mancare, dall’altro è importante che non sia mai eccessiva e che mamma e papà (ma anche gli zii e i nonni, naturalmente) non ‘anticipino i tempi’, proponendo attività inadeguate al suo sviluppo psicomotorio. Come regolarsi, quindi? Una risposta in questo senso viene dal bambino stesso. Osservando il piccolo tutto i giorni e osservando in particolare le sue reazioni, mamma e papà impareranno a distinguere gli stimoli graditi e il momento propizio per introdurne altri. Tra l’altro, molte delle iniziative che i genitori mettono istintivamente in atto già rispondono al bisogno del bambino di sviluppare naturalmente le proprie doti.

Perché si stanca subito?

È del tutto naturale che il bambino si stanchi presto dei nostri stimoli e dei suoi giocattoli. La capacità di fissare l’attenzione, infatti, non è un dato innato, va appresa lentamente e faticosamente, così come si apprende il linguaggio.

Per tutto il primo anno di vita, il bambino sperimenta una specie di fusione tra sé, la mamma e il mondo e non possiede ancora una propria immagine corporea ben definita.

Per questo non riesce a guidare l’osservazione su una cosa precisa, a focalizzarla, ad astrarla dal contesto in cui si trova; sono operazioni mentali complesse, che si acquisiscono col tempo.

È solo intorno al primo compleanno che inizia a formarsi quello che gli esperti chiamano ‘sistema nervoso attenzionale’: collegandosi con il linguaggio, che è la più alta delle astrazioni, diventa progressivamente autonomo. Ciò che prima era nebuloso e indistinto progressivamente acquista confini e il bambino diventa sempre più in grado di fermare l’attenzione su uno stesso gioco.

Come riconoscere quando vuole stare tranquillo

Per l’ansia di insegnare al bambino tutto quello che è possibile, a volte si corre il rischio di non accorgersi che è stanco. Insistere con continui stimoli può solo avere l’effetto di irritarlo. Verso i tre mesi, il bambino inizia già a comunicare con le espressioni del volto.

Prestando attenzione alle sue espressioni, potremo sapere se è disposto ad apprendere o è arrivato il momento di lasciarlo riposare. – Se quando gli parliamo alza la testa, apre la bocca e solleva le sopracciglia, significa che è disposto a sentirci.

– Quando invece distoglie lo sguardo e chiude la bocca di scatto, significa che è stanco: probabilmente si è concentrato per un periodo di tempo troppo lungo e vuole fare qualcosa di diverso.

Il pensiero: si forma sulle esperienze vissute

Nel corso del primo anno lo sviluppo dell’intelligenza è strettamente legato all’uso di schemi percettivi e motori.

Il bambino, in pratica, costruisce i primi schemi interpretativi della realtà usando le informazioni derivate dai sensi e dalle esperienze realizzate grazie al movimento.

Questo stadio dello sviluppo intellettivo – che lo psicologo Jean Piaget ha definito ‘intelligenza sensorio-motoria’ – differisce da quello successivo, che subentra attorno ai 2 anni, durante il quale compare la funzione simbolica o rappresentativa del pensiero.

Il bimbo, in pratica, sviluppa la capacità di sostituire la realtà concreta con la sua rappresentazione. Un passaggio importante, che permette al linguaggio di spaziare dalla realtà percepita a quella ‘pensata’ e di fare riferimento a situazioni e persone che non sono presenti.

Dodici mesi per capire la realtà

Ha appena compiuto un anno. Logico, quindi, aspettarsi che il bimbo abbia un quadro veritiero della realtà. Eppure si tratta di una conquista tutt’altro che scontata, che ha richiesto mesi di… esperimenti. L’ultima conquista – in ordine di acquisizione, non certo di importanza – è la padronanza del concetto di permanenza di un oggetto.

Adesso, se gli viene mostrato un oggetto e poi lo si fa sparire dal suo campo visivo, il bambino non lo ‘dimentica’ come accadeva nei primissimi mesi di vita. È consapevole del fatto che l’orsetto, il biscotto o la mamma continuano a esistere anche se lui non li vede.

E ha anche chiaro che queste cose sono altrove ed è quindi pronto a partire alla loro ricerca.

La memoria: una lenta ‘conquista’

La memoria una conquista tardiva? Al contrario! Diverse ricerche hanno dimostrato che immagini e suoni restano impressi nella mente del neonato sin dai primi giorni di vita.

E anche prima! – Già nel pancione, come hanno dimostrato recenti studi, il bimbo è in grado di memorizzare suoni che abbiano un certo ritmo, come il battito cardiaco della mamma che, proprio perché noto, ha il potere di calmarlo e rassicurarlo dopo la nascita.

E sempre il ricordo della vita intrauterina sarebbe la causa della sua predilezione per le voci femminili, in primis quella materna.

– Nei primi 2 mesi, a causa dell’immaturità del cervello, la memoria si basa solo sul riconoscimento: il neonato ricorda un evento nel momento in cui gli capita di riviverlo o un viso noto quando gli ricompare davanti. Diversamente, non è ancora in grado di richiamare alla memoria un evento o un volto, attingendo al proprio registro dei ricordi. Inoltre, ogni ricordo del bimbo ha una durata molto breve.

– I ricordi sono più dettagliati a duraturi solo a partire dai 3 mesi. Un aiuto in questo senso viene dalla possibilità di fare esperienza utilizzando più sensi contemporaneamente: un giocattolo che è stato visto e anche toccato viene ricordato meglio grazie alle maggiori informazioni che il bambino è riuscito a immagazzinare.

– Verso l’anno il bambino è ormai in grado di ricordare sequenze di azioni piuttosto complesse e riesce, per esempio, a far suonare un giochino schiacciando il tasto giusto o a collegare determinati comportamenti a una persona nota (il modo di salutare della nonna, il bacio sulla porta della zia…). Ancora prima di potersi esprimere a parole, mostra di rammentare le immagini di un libro che ha guardato spesso con mamma e papà, voltando le pagine per trovare il cane o il bimbo protagonisti della storia, magari cercando di ripeterne il nome o imitandone il verso.

Come funzionano i ricordi?

Il processo che permette al bambino di ricordare comprende infatti due passaggi: inizialmente le esperienze vengono immagazzinate nell’area del cervello destinata alla memoria a breve termine e, dopo che le informazioni sono state elaborate, vengono trasmesse a un’altra area, quella della memoria a lungo termine, dove saranno conservate per essere poi recuperate in futuro. Un fortuna per il bambino: i ricordi hanno un ruolo fondamentale nella sua crescita, poiché lo aiutano a interpretare le situazioni nuove e a interagire con l’ambiente esterno. La memoria delle esperienze vissute resta la guida indispensabile per orientarsi nel corso della vita.

Источник: https://quimamme.corriere.it/neonati/sviluppo/sviluppo-intellettivo

Gravidanza
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