Da mamma a mamma: cosa fare se il bambino non vuole mangiare durante e dopo l’influenza?

Contents
  1. Il bambino non vuole mangiare: 10 consigli
  2. Se il bambino non vuole mangiare
  3. 1. Il bimbo rifiuta il cibo? E’ una fase della crescita
  4. 2. Durante lo svezzamento, è giusto lasciarlo pasticciare
  5. 3. Se non vuole provare un cibo nuovo, non insistere ma poi riprovaci
  6. 4. Date il buon esempio e sorridete. Il bimbo vi guarda
  7. 5. “Guarda che bel pomodoro rosso!”
  8. 6. Mangia poco? Non preoccuparti
  9. 7. Il bimbo è capace di autoregolarsi
  10. 8. A tavola, tutti insieme
  11. 9. Trucchi per far mangiare le verdure
  12. 10. Tieni bene in mente le regole base per l’alimentazione del bambino 1-3 anni
  13. Cibi da evitare in allattamento? Facciamo chiarezza
  14. Alimentazione in allattamento
  15. Dieta in allattamento
  16. Esistono alimenti da evitare in allattamento?
  17. Cosa mangiare e cosa non mangiare in allattamento?
  18. E i cibi allergizzanti?
  19. Cosa devo fare se mio figlio ha i sintomi del coronavirus?
  20. Come riconoscere i sintomi
  21. Covid-19 o influenza?
  22. Covid-19 o “normale” infezione virale?
  23. Il problema della diagnosi
  24. Come alleviare i sintomi
  25. In pratica, cosa fare se temo che il bambino abbia un’infezione da coronavirus
  26. Come gestire la quarantena del bambino in casa per evitare il contagio
  27. Come capire se i sintomi peggiorano e se il bambino ha bisogno di essere ricoverato in ospedale
  28. Per riassumere
  29. cause, farmaci e consigli pratici
  30. Gli sbalzi di temperatura
  31. Febbre che sale in allattamento: influenza o mastite?
  32. I farmaci consentiti
  33. Inappetenza transitoria nei bambini (febbre, dentizione, primavera)
  34. Inappetenza durante la malattia
  35. Mi devo preoccupare se il bambino non mangia?
  36. Durante la malattia è sufficiente che il bambino beva il latte?
  37. Se ha la febbre fagli bere tanta acqua e spremute
  38. I ricostituenti servono davvero?
  39. E’ primavera e mio figlio non ne vuole sapere di mangiare, che fare?
  40. Prima mangiava di tutto ma ora sembra disappetente e rifiuta il cibo
  41. Scarso appetito durante la dentizione
  42. I bambini è meglio farli mangiare da soli o a tavola con i genitori?

Il bambino non vuole mangiare: 10 consigli

Da mamma a mamma: cosa fare se il bambino non vuole mangiare durante e dopo l’influenza?

“Mio figlio non mangia”, “Mio figlio mangia pochissimo”: quanta ansia viene alle mamme dei bambini di uno-tre anni che non vogliono mangiare! Nostrofiglio.it ha chiesto aiuto all’Associazione culturale pediatri e ha scoperto quali possono essere i motivi del no e come comportarsi

Se il bambino non vuole mangiare

In cima alla classifica delle preoccupazioni (e ansie) materne, un posto d'onore è riservato all'alimentazione del pargolo.

'Non mangia!', declinato in infinite varianti tra 'nulla' 'pochissimo' e 'non abbastanza', è una sorta di ritornello tra le mamme che accompagna (quasi) ogni fase della crescita del bimbo.

In genere, le prime difficoltà si manifestano dopo lo svezzamento raggiungendo la massima espressione della lotta contro il cucchiaino nel periodo tra i 2 e i 3 anni.

'Ma come mai ora fa tante storie?' è un interrogativo che assilla molte mamme e, alla fine, spesso, il 'no' del bimbo a tavola viene bollato come l'ennesimo 'capriccio'. Ma in realtà non è affatto così. A sostenerlo è Stefania Manetti, pediatra di famiglia, dell'Associazione Culturale Pediatri, Acp.

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Molti bambini si rifiutano di assaggiare cibi nuovi, vogliono sempre le stesse cose e spesso rifiutano quasi completamente le verdure. Questo comportamento è anche detto selettività…

1. Il bimbo rifiuta il cibo? E’ una fase della crescita

“Il rifiuto del cibo è legato a una fase della crescita del bimbo, i 'terribile two', come dicono gli americani, che dura fino a circa tre anni. In questa fascia d'età, il piccolo inizia a percepire se stesso e costruisce la sua identità affermando la sua presenza nel mondo anche attraverso l'opposizione”, spiega la pediatra.

In sostanza, il periodo dei 'no' rispecchia il graduale (e lento) processo di distacco dalla madre (che inizia verso gli 8-9 mesi) verso una sempre maggiore autonomia.

L'ostinazione, dunque, non è un capriccio ma un segnale positivo (e normale) del percorso di crescita. Il genitore non dovrebbe, dunque, considerare ogni reazione e comportamento del bimbo alla stregua di una irragionevole bizza.

“L'alimentazione non è una cosa a sé stante, è importante che sia inserita nel contesto della relazione tra bimbo e adulto. Questo è il punto chiave.

Alla base di tutto, quello che conta è la responsività materna, ovvero la capacità della mamma di rispondere ai diversi bisogni del bambino nel migliore modo possibile.

In questo modo, è una 'mamma sufficientemente buona', secondo le teorie dello psicoanalista inglese D. W. Winnicott, – dice la pediatra.

2. Durante lo svezzamento, è giusto lasciarlo pasticciare

Nel periodo dello svezzamento (dopo i 6 mesi), il piccolo è incline ad assaggiare e scoprire sapori diversi se il genitore introduce nuovi cibi in modo corretto, non forzandolo e lasciandolo pasticciare.

“In questa prima fase, è importante proporre di tutto e se si è convinti che è giusto, in genere il piccolo accetta di buon grado le novità. È opportuno anche lasciarlo sperimentare e toccare il cibo”, dice Stefania Manetti Acp Campania.

“Se la mamma lo asseconda e lo lascia pasticciare, facilita il fatto che lui, piano piano, comprenda il suo stato e capisca se ha fame. Così, si percepisce autonomo e avverte anche che l'adulto ha riconosciuto questa sua autonomia.

Con un approccio di questo tipo, è difficile che, poi, il bimbo intorno ai 2 anni, non mangi quasi nulla”, dice la pediatra.

3. Se non vuole provare un cibo nuovo, non insistere ma poi riprovaci

È molto importante mettere sul tavolo una buona varietà di cibi, invitando il piccolo a scoprire gusti diversi. “Se lui rifita e non ne vuole proprio sapere in quel momento, è bene accettarlo e non insistere.

Ma attenzione, prima di decretare, per esempio, che non gli piacciono 'assolutamente' le lenticchie, occorre proporle almeno altre 10 volte nei pasti successivi”, spiega Stefania Manetti.

4. Date il buon esempio e sorridete. Il bimbo vi guarda

Le abitudini alimentari dipendono, in grande misura, da quello che il bimbo percepisce e vede intorno a lui.

Di fatto, 'dare l'esempio' gioca un ruolo centrale durante ogni tappa (e aspetto) della crescita. Perché nei primi anni di vita, il bimbo impara proprio per imitazione ed esempio.

“Quindi, se il genitore sorride mentre mangia le verdure e mostra di apprezzarle, anche il figlio sarà più propenso ad assaggiarle. Insomma, non dimentichiamo che tutto è molto legato alla relazione tra adulto e bambino”, dice la pediatra.

5. “Guarda che bel pomodoro rosso!”

Quando il bimbo vede a tavola i genitori che apprezzano e mangiano con gusto una certa pietanza è invogliato a provare. “Non ha senso dire al figlio piccolo: 'Mangia questo perché cresci bene!' – dice la specialista.

Un'affermazione del genere per un bambino non ha nessun significato. Quello che invece funziona, per esempio, è esclamare: 'Oh, guarda che bel pomodoro, ha proprio un bel colore rosso!'

6. Mangia poco? Non preoccuparti

Secondo la pediatra, il timore che il bimbo non mangi mai abbastanza andrebbe superato, mentre sarebbe invece opportuno preoccuparsi per la questione opposta. Insomma, non è un bene per la salute che il bimbo si ingozzi!

“L'obesità infantile è molto diffusa, anche da noi, e in tutti i paesi cosiddetti industrializzati, non è un problema da sottovalutare”.

7. Il bimbo è capace di autoregolarsi

“Una ricerca americana ha dimostrato che un bimbo di 2 anni e mezzo di fronte a una tavola piena di leccornie è perfettamente in grado di selezionare i cibi che gli fanno bene e la quantità adeguata a lui,” spiega Stefania Manetti.

Quindi, se il piccolo è lasciato libero di esprimersi, impara ad autoregolarsi, altrimenti le pressioni dell'adulto bloccano questo normale processo di autonomia e riconoscimento del sé”.

In altre parole, il bimbo impara a distinguere la sua percezione della fame se gli è permesso sperimentare senza che il ritmo sia invece imposto dall'adulto.

8. A tavola, tutti insieme

Il pasto deve essere un momento piacevole, tranquillo per tutta la famiglia, anche quando il bimbo è piccolo: una situazione di condivisione con mamma e papà, insomma. Forse può sembrare un aspetto marginale, ma invece è molto importante.

“Mangiare tutti insieme a tavola, senza fretta, in un'atmosfera serena, senza distrazioni, e con la tv spenta, aiuta il bimbo a vivere bene i pasti e a sviluppare un rapporto sereno con il cibo”, conclude la pediatra.

9. Trucchi per far mangiare le verdure

Sali minerali, vitamine, fibre … le verdure non dovrebbero mai mancare nella dieta di un bambino ma fargliele mangiare è spesso una fatica. Come convincerlo? Basta un po' di fantasia.

10. Tieni bene in mente le regole base per l’alimentazione del bambino 1-3 anni

Il cibo deve essere diviso in cinque momenti durante la giornata, l'alimentazione deve variare prediligendo alimenti freschi di stagione e le cotture semplici. No ai fuoripasto e all'uso eccessivo di zucchero e sale.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/alimentazione/10-consigli-se-il-bimbo-non-vuole-mangiare

Cibi da evitare in allattamento? Facciamo chiarezza

Da mamma a mamma: cosa fare se il bambino non vuole mangiare durante e dopo l’influenza?

Ogni mamma che allatta ne è consapevole: è sufficiente che il neonato manifesti un piccolo disagio per sentirsi subito porre la domanda: «Che cosa hai mangiato?», seguita da una rassegna dettagliata di tutti i cibi di cui si è alimentata nelle ultime 24 ore.

Si entra così in un circolo vizioso dal quale risulta poi difficile uscire.

Quando si parla di alimentazione in allattamento, infatti, non è raro sentirne di cotte e di crude: ognuno ha le proprie credenze, spesso basate su fattori sociali e culturali relativi al luogo in cui si vive, e purtroppo è ancora molto frequente che i pediatri, durante la prima visita, consegnino ai genitori un foglio in cui sono elencati gli alimenti consentiti e quelli da evitare durante l’allattamento. Ma in realtà questo approccio rispecchia vecchie credenze popolari che nulla hanno di scientifico. 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le più autorevoli società scientifiche raccomandano (come ormai sappiamo molto bene) di dare supporto alle mamme che desiderano allattare i bambini anche oltre i 2 anni; inoltre, può capitare che una donna abbia una gravidanza di seguito all’altra e si ritrovi così ad allattare per periodi molto lunghi. Come bisogna comportarsi in questi casi? È sano durante l’allattamento evitare alcuni cibi e privarsene dunque così a lungo? La risposta non può che essere negativa; d’altronde l’allattamento è uno stato fisiologico della vita riproduttiva di una donna e non certo una malattia.

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Alimentazione in allattamento

Così come succede nella gravidanza, c’è chi sostiene che anche durante l’allattamento l’alimentazione debba rispettare il seguente principio: è necessario mangiare di più per soddisfare i fabbisogni energetici del neonato.

Ma non è così: la produzione di latte, infatti, sia in termini di quantità sia dal punto di vista della qualità, è pressoché indipendente dall’alimentazione materna.

Per dirla in altre parole, la natura protegge il nuovo nato anche a discapito della madre, al punto che pure nei casi di denutrizione – riguardanti donne che vivono in condizioni di svantaggio socio-economico – si produce un latte adeguato ai fabbisogni nutrizionali del piccolo in crescita. Solo in caso di grave malnutrizione materna la produzione e la composizione del latte potrebbero subire delle modifiche sostanziali. 

Dieta in allattamento

Secondo le ultime tabelle LARN (Livelli di Assunzione di Riferimento di Nutrienti), una donna che allatta ha bisogno di circa 700 Kcal in più al giorno. Una parte di queste calorie, però, viene ricavata dai depositi di grasso accumulati durante la gravidanza.

E qui sfatiamo un altro falso mito: non è vero che allattare fa ingrassare, al contrario, uno dei vantaggi dell’allattamento è che la madre, dopo il parto, va incontro a una riduzione del peso corporeo, con un più facile e rapido ritorno al peso del periodo precedente la gravidanza.

Le restanti energie supplementari (circa 500 Kcal) potranno essere colmate con uno spuntino aggiuntivo, ad esempio mangiando una piccola porzione di frutta secca.

Sarà quindi sufficiente per la donna assecondare il proprio senso di fame stando attenta a non abusare di alimenti ipercalorici.

Per quanto riguarda i liquidi, vale lo stesso principio, cioè quello di assecondare i propri bisogni: attraverso questo meccanismo il nostro corpo ci comunicherà o meno la necessità di un maggiore apporto idrico. 

Esistono alimenti da evitare in allattamento?

Aglio, cipolla, cavolfiori e broccoli, spezie e alimenti piccanti sono davvero da evitare, come si sente dire di frequente? In realtà, non esistono cibi sconsigliati o da cui tenersi alla larga.

È vero, le scelte alimentari materne condizionano il sapore del latte, ma si tratta di un meccanismo intelligente creato dalla natura per far sì che il neonato – che ha già iniziato ad “avvertire” i sapori in gravidanza, tramite l’ingestione del liquido amniotico – continui ad assaporare i gusti della cucina di famiglia attraverso il latte materno. Ciò infatti lo predispone all’accettazione dei cibi solidi quando sarà il momento di sedersi a tavola con i genitori: è stato dimostrato, ad esempio, che se la mamma mangia aglio durante la gravidanza e successivamente nell’allattamento, questo alimento sarà poi accettato con più facilità dal bambino. Il gusto va educato fin da piccoli!

Cosa mangiare e cosa non mangiare in allattamento?

Sul “cosa” mangiare durante l’allattamento i falsi miti sono tantissimi. Per quanto riguarda i legumi, ad esempio, basta dire che le famose “coliche” dei neonati non sono causate dall’ingestione di aria.

Quindi via libera a tutti gli alimenti, prestando attenzione, però, ai liquidi contenenti caffeina, da consumare con moderazione, e agli alcolici. Infatti, l’alcol passa totalmente dal sangue della madre al latte.

Bere un po’ di vino durante i pasti è possibile, ma con moderazione, e sarebbe meglio aspettare circa due ore prima di riattaccare il bambino al seno.

Così come non esistono cibi da evitare, quindi, non esistono neppure cibi raccomandati: non è vero che «il latte fa latte» o che «il brodo di gallina fa aumentare la produzione di latte». Il consiglio è quello di seguire un’alimentazione varia ed equilibrata, ricca di acqua, verdure, frutta e cereali: la stessa raccomandazione che vale per ognuno di noi, che si allatti o meno.

E i cibi allergizzanti?

Una mamma che mangia i cibi “allergizzanti” – per intenderci latte, uova, pesce, frutta secca… – non può che far del bene al proprio bambino.

Se da una parte infatti le allergie non si possono prevenire, dall’altra le società scientifiche di allergologia pediatrica raccomandano alle madri che hanno storie familiari di allergie di continuare ad assumere l’alimento incriminato, perché così facendo si aiuta il bambino a sviluppare una tolleranza verso quel cibo e si riduce la gravità dell’eventuale manifestazione allergica.

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Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/nascere/allattamento/non-puoi-mangiarlo-perche-allatti/

Cosa devo fare se mio figlio ha i sintomi del coronavirus?

Da mamma a mamma: cosa fare se il bambino non vuole mangiare durante e dopo l’influenza?

Un dato oramai assodato, in tutti gli studi e nell’esperienza quotidiana dei pediatri, è che i bambini si ammalano di coronavirus meno e più lievemente rispetto agli adulti.

Probabilmente si infettano come gli adulti (anzi, di solito contraggono l’infezione dagli adulti) ma sviluppano sintomi molto più lievi e solo in una piccola percentuale di casi con forme gravi.

Sono davvero rarissimi i casi mortali.

Trattandosi di un virus in circolazione solo da pochi mesi, è possibile che col tempo se ne scoprano nuovi sintomi, sia pure meno frequenti (o addirittura talmente rari da poter essere chiaramente attribuiti al Covid 19 solo quando il numero di soggetti ammalati divenga sufficientemente alto).

Se hai il timore che il tuo bambino abbia il coronavirus, la prima cosa da fare è quindi restare tranquilla e serena ed affrontare in modo calmo, ma efficace, la situazione.

Ecco in pratica cosa occorre fare se il tuo bambino ha il coronavirus o se semplicemente ha sintomi che ti fanno sospettare che abbia il coronavirus.

Come riconoscere i sintomi

Dopo un periodo di incubazione (periodo che passa tra il contagio e il manifestarsi dei sintomi) mediamente di 5-7 giorni, compaiono sintomi che ricordano quelli di una normale influenza, tra cui

  • febbre,
  • tosse,
  • raffreddore,
  • mal di gola,
  • diarrea,
  • nausea e talora vomito,
  • stanchezza,
  • cefalea e
  • dolori diffusi.

Altri sintomi possono essere le alterazioni del gusto e dell’olfatto (disgeusia e anosmia), tipiche nell’adulto ma spesso presenti o almeno riportati anche da bambini grandicelli ed adolescenti

Sono state osservate frequentemente anche nei bambini manifestazioni cutanee, come ad esempio lesioni tipo geloni alle estremità di mani e piedi, ed eruzioni cutanee di vario tipo, tutte ad evoluzione favorevole. Secondo recenti studi non risultano collegati a Covid-19.

L’intensità dei sintomi varia da caso a caso, ma solitamente è davvero molto lieve e dopo circa 1 settimana il bambino ha già recuperato il benessere.

In una percentuale veramente piccola di casi si possono avere manifestazioni più severe, come bronchiti o broncopolmoniti, o forme gravi che richiedono assistenza cardiorespiratoria.

Tra le manifestazioni potenzialmente severe che non è chiaro quanto siano associabili al Covid-19, vi è un quadro clinico molto simile alla Malattia di Kawasaki, malattia rara caratterizzata da febbre elevata per almeno 5 giorni, faringite, ingrossamento dei linfonodi del collo, arrossamento e gonfiore del palmo delle mani e dei piedi, eruzione cutanea diffusa. Anche questa condizione tende ad evolvere favorevolmente, ma in rari casi interessa anche il cuore, per cui va diagnosticata e attentamente monitorata.

I bambini più a rischio di forme aggressive sono i neonati, i piccolini di pochi mesi, e i bambini portatori di una malattia cronica, soprattutto se affetti da un deficit immunitario o da patologia respiratoria cronica.

Covid-19 o influenza?

Dato che il quadro clinico ricorda molto quello dell’influenza, si può sospettare che si tratti di Covid-19 soprattutto se il bambino è stato a contatto stretto con una persona o un familiare sicuramente affetto, quindi con tampone positivo. In ogni caso, per la diagnosi di certezza è necessario che il bambino esegua un tampone. Sarà nel caso il Pediatra a valutare se sia necessario.

Occorre considerare che attualmente il virus influenzale circola molto poco, mentre il problema diventerà molto più attuale a partire dai mesi di dicembre e gennaio, cioè in piena epidemia influenzale.

Covid-19 o “normale” infezione virale?

Questo vale anche per le innumerevoli infezioni virali (e molto meno frequentemente batteriche) delle vie respiratorie o dell’apparato gastrointestinale che, a partire da metà settembre e per tutto l’anno scolastico affliggono i bambini che frequentano nidi, scuole materne e (meno) la scuola primaria, causando sintomi del tutto sovrapponibili a quelli possibili nel Covid-19, e, come nel Covid-19 (almeno nel bambino) tendono a risolversi da sole dopo una settimana-10 giorni. Anche in questo caso la distinzione tra Covid e “normale” infezione virale nella maggior parte dei casi è impossibile senza il ricorso al tampone.

Il problema della diagnosi

Non è praticamente possibile quindi, solo sulla base dei sintomi, escludere che un bambino con sintomi respiratori e/o gastrointestinali “comuni”, abbia il Covid-19 (ed infatti i criteri internazionali, nazionali e regionali perché un soggetto sia considerato “sospetto Covid-19” sono molto ampi: bastano sostanzialmente uno o massimo due dei sintomi elencati).

Fortunatamente, sul piano clinico,  la mancanza di una diagnosi certa e tempestiva  con tampone ha  meno peso nel bambino rispetto all’adulto, visto che la sintomatologia è generalmente lieve, tende spontaneamente a guarire e viene trattata solo, salvo complicazioni, come una “normale” influenza o virosi respiratoria e gastrointestinale.

Poichè però anche un soggetto asintomatico o paucisintomatico (cioè senza o con pochi e lievi sintomi) – come è spesso il bambino – può trasmettere il virus, è evidente che la mancata diagnosi con tampone rischia di favorire la circolazione del Covid-19.

Ecco quindi che inevitabilmente i pediatri si trovano molto spesso nelle condizioni di dover segnalare  e richiedere l’esecuzione di un tampone (ed eventualmente addirittura di un secondo tampone a distanza di 48 ore) ad un bambino con sintomi in altri anni facilmente gestibili con l’osservazione ed eventualmente la visita.

Anche la procedura della visita diventerà più complessa, con un ricorso molto più frequente all’osservazione a distanza ed eventualmente alla visita a distanza mediante videochiamata, in quanto è evidente che teoricamente ogni bambino (ed adulto accompagnatore!) può essere un portatore del virus in grado di contaminare personale ed ambienti dello studio medico.

Come alleviare i sintomi

Come per l’adulto, non esiste una terapia in grado di combattere il Covid-19.

Per alleviare i sintomi (febbre e dolore) si può utilizzare il paracetamolo, alle dosi indicate dal Pediatra, ma preferibilmente non l’ibuprofene. Pur in assenza di evidenze scientifiche certe, l’Organizzazione Mondiale della Sanità consiglia prudenzialmente di non ricorrere all’ibuprofene, sia per gli adulti che per i bambini..

E’ importante assicurare al bambino una corretta idratazione, una dieta equilibrata e ricca di frutta e verdura. Non serve invece ricorrere a terapie vitaminiche o ad alimenti specifici con “effetto miracoloso” contro il coronavirus: l’utilità di vitamine o altri integratori contro i coronavirus non ha alcun fondamento scientifico.

Nelle forme più importanti con bronchite o broncopolmonite, il Pediatra potrebbe prescrivere una terapia antibiotica, visto che talora i batteri possono “approfittare della situazione” e contribuire a peggiorarla. Importante: gli antibiotici non sono efficaci contro i virus, ma solo contro i batteri. E’ quindi inutile e dannoso per la salute somministrare antibiotici ai bambini senza il parere del Pediatra.

In casi rari, il bambino potrebbe aver bisogno di essere ricoverato in ospedale e di ricevere assistenza respiratoria intensiva.

In questo caso, il tuo Pediatra ti metterà in contatto con la struttura ospedaliera e ti darà indicazioni su come deve avvenire il trasporto in ospedale, dove il tuo bambino sarà accolto da personale dedicato e dove verrà eseguito un tampone per accertare che sia positivo al coronavirus.

I reparti pediatrici degli ospedali, nonostante il momento di emergenza, consentono ad un genitore di accompagnare e restare accanto al bambino durante il ricovero.

In pratica, cosa fare se temo che il bambino abbia un’infezione da coronavirus

Contatta il pediatra telefonicamente, senza recarti autonomamente al suo ambulatorio. L’accesso all’ambulatorio in questo periodo infatti è regolato da norme molto rigide ed è riservato solo a casi particolari, per evitare che pazienti infetti possano contagiare altri pazienti direttamente o indirettamente contaminando il pediatra o il personale dello studio.

Il pediatra ti porrà alcune domande, sia per appurare se il bambino ha avuto contatti stretti con casi di Covid-19, sia per valutare le sue condizioni e l’opportunità, in casi selezionati, di visitarlo.

Non preoccuparti se il tuo pediatra deciderà che non è necessario visitare il bambino: se non ci sono sintomi preoccupanti la visita non serve (esattamente come avviene quando il tuo bambino ha l’influenza).

Se il pediatra fissa per il bambino un appuntamento, accompagnalo (una sola persona accompagnatrice, e in buona salute, per limitare il rischio di trasmettere infezioni), rispettando l’orario fissato e indossando tu stessa e facendo indossare la bambino una mascherina chirurgica.

Se il pediatra ti comunica che in base alla sintomatologia del bambino è tenuto a segnalare la sua situazione al Dipartimento di prevenzione e a richiedere il tampone, seguine le indicazioni, attenendoti anche alle restrizioni (isolamento fiduciario, almeno fino ad sito del tampone del bambino) previste per legge per il bambino stesso e per i contatti stretti, anche se inevitabilmente ciò potrebbe causarti disagi soprattutto sul piano lavorativo.

Come gestire la quarantena del bambino in casa per evitare il contagio

Ricorda, se il tuo bambino è un caso accertato o sospetto di coronavirus, anche se ha sintomi lievi, può trasmettere il virus agli adulti (che sono più esposti al rischio di contrarre la malattia in forma grave) e ai fratelli.

Devi quindi tenerlo il più possibile a distanza dal resto della famiglia, fargli indossare una mascherina ed indossarla tu stessa quando ti occupi di lui, curare con particolare attenzione l’igiene domestica per evitare che il virus possa essere trasmesso alle altre persone attraverso il contatto con oggetti infetti.

Se il bambino non si scarica ancora autonomamente, fai particolare attenzione anche ad indossare guanti e mascherina mentre cambi il pannolino, e a lavarti bene le mani prima. e dopo l’operazione, per il rischio di essere infettato dal virus che può essere eliminato con le feci anche dopo l’apparente guarigione del piccolo.

Riponi i pannolini usati in un contenitore chiuso con apertura a pedale e sostituisci quotidianamente il sacchetto al suo interno richiudendolo, disinfettandolo e riponendolo così come è nell’indifferenziata.

Leggi anche Come organizzarsi quando si è in quarantena a casa per il coronavirus

Come capire se i sintomi peggiorano e se il bambino ha bisogno di essere ricoverato in ospedale

Chiama immediatamente il pediatra, o il 112 o il 118 se il bambino:

  • fa fatica a respirare o respira molto frequentemente;
  • vomita ripetutamente;
  • ha febbre elevata (oltre 40°misurata all’ascella);
  • è un neonato o ha pochi mesi;
  • è molto sofferente e non migliora con il paracetamolo.

Leggi anche Febbre alta nei bambini: quando preoccuparsi e cosa fare Distress respiratorio nel bambino: i sintomi da non sottovalutare

Per riassumere

Se il tuo bambino ha i sintomi del coronavirus:

  1. resta tranquilla e prendi contatto telefonicamente con il tuo Pediatra. Non recarti direttamente in ambulatorio o in ospedale. Riferisci al pediatra se, a tua conoscenza, il tuo bambino ha avuto contatti con persone che sono risultate positive al coronavirus;
  2. segui le indicazioni di cura del tuo Pediatra e non somministrare antibiotici o altri farmaci di tua iniziativa (se non necessari, sono pericolosi per la salute del tuo bambino);
  3. segui le procedure indicate dal pediatra e dal Dipartimento di prevenzione, nel caso in cui sia necessario ricorrere al tampone e all’isolamento fiduciario per bambino e contatti stretti;
  4. durante la malattia del tuo bambino, cura con particolare attenzione l’igiene domestica ed evita contatti diretti del tuo bambino con gli altri famigliari, per evitare il contagio;
  5. se sei preoccupata per le condizioni di salute del tuo bambino e ti sembra che i sintomi stiano peggiorando, prendi contatto immediatamente con il tuo Pediatra o con i numeri verdi regionali dedicati all’emergenza coronavirus o con il numero unico di emergenza 112 o con il 118.

Leggi anche Coronavirus: come aiutare i bambini ad essere sereni nell’emergenza Coronavirus e bambini: il pediatra risponde alle domande delle mamme e dei papà Come (e quando) indossare la mascherina per difendersi dalle infezioni Come fare per rispettare la distanza minima di un metro (per arginare il coronavirus) Come lavare le mani (per proteggersi dalle infezioni)

Источник: https://www.amicopediatra.it/malattie/cosa-devo-fare-se-mio-figlio-ha-i-sintomi-del-coronavirus_malattie-apparato-respiratorio/

cause, farmaci e consigli pratici

Da mamma a mamma: cosa fare se il bambino non vuole mangiare durante e dopo l’influenza?

Il latte materno, è risaputo, è quanto di meglio si possa offrire al proprio bambino.

Ma se la mamma si ammala e compare la febbre cominciano a sorgere i primi dubbi: ci si domanda quali possano essere i rischi per un neonato così piccolo e con un sistema immunitario fragile e se attraverso il latte materno si possa trasmettere il virus o comunque l’influenza possa pregiudicare la qualità del latte nel caso, ad esempio, la mamma assuma farmaci.

Gli sbalzi di temperatura

Innanzitutto occorre cercare di capire quando uno sbalzo di temperatura sia dovuto ad un fattore influenzale o quando si tratta semplicemente di un fattore ormonale. Essere mamma infatti comporta un cambiamento del corpo importante a partire dalla gravidanza e proseguendo con l’allattamento.

Durante questo periodo infatti una donna subisce degli sbalzi ormonali che si verificano dalla montata lattea, ovvero il momento in cui compare il latte da poter offrire al bambino.

Può capitare di avvertire brividi e un rialzo della temperatura corporea.

In questo lasso di tempo è consigliato misurare la temperatura per valutare tempestivamente un’eventuale infezione dovuta ad un’errata suzione (ad esempio nel caso di dotto ostruito o ingorgo mammario che rendono difficoltoso l’allattamento).

E’ raro che in questo periodo la temperatura corporea sia al di sotto dei 37° se la si misura col metodo tradizionale ovvero sotto l’ascella.

Posizionando infatti il termometro molto vicino al seno che sta subendo un processo ormonale importante si potrebbe infatti falsare il risultato, per cui in questo periodo è preferibile misurare la temperatura a livello inguinale o auricolare.

Così potrai avere un risultato corretto e molto probabilmente nella norma, evitandoti tutte le domande e le paure che sorgono in questo periodo.

Se comunque hai i classici sintomi dell’influenza o raffreddore ma la temperatura non sale oltre i 37 gradi cerca, per quanto possibile, di evitare farmaci.

Utilizza delle tisane compatibili con l’allattamento o affidati ai suffumigi con acqua e bicarbonato.

Anche gli spray per liberare il naso chiuso non sono nocivi per il latte materno perché l’assorbimento è veramente limitato, cerca comunque di non esagerare nell’utilizzo.

Anche l’aerosol con semplice soluzione fisiologica è indicata. Per tosse e mal di gola meglio i cari rimedi della nonna consumando bevande calde con miele. Anche gli spray e le pastiglie hanno un assorbimento limitato e quindi non sono vietati.

Puoi anche provare ad applicare all’aerosol una doccia nasale, per liberarti in modo sicuro.

Febbre che sale in allattamento: influenza o mastite?

E se la temperatura sale? Innanzitutto cerca di fare chiarezza sui sintomi: la mastite è un’infezione che può verificarsi durante l’allattamento ed i sintomi sono molto simili a quelli di un’influenza.

Si tratta di un’infezione batterica causata spesso dallo strafilococco aureus. Il primo sintomo di conferma di questa infezione è proprio la febbre che supera i 38.5 gradi, spesso accompagnata da brividi. Riguarda un solo seno dove appariranno delle striature rosse e il dolore risulterà essere più acuto.

Molto spesso la mastite non è altro che un’aggravarsi di un ingorgo o ragadi per cui se si vuole cercare di prevenire questa infezione occorre innanzitutto cercare di fare succhiare il neonato nella posizione corretta dopodiché cercare di non trascurare, se dovessero verificarsi, i primi sintomi di dolore o durezza del seno.

Se invece si tratta di semplice influenza stai comunque tranquilla e non smettere di offrire a tuo figlio il tuo prezioso latte che fornisce anche al tuo bimbo gli anticorpi necessari per combattere la tua influenza.

E’ dimostrato infatti che i bambini allattati al seno hanno meno possibilità di contrarre l’influenza rispetto a quelli che vengono allattati artificialmente con il biberon.

Inoltre gli anticorpi che gli passi durante la tua influenza lo proteggono anche da un eventuale complicanza influenzale come la polmonite.

Stai attenta però ad evitare per quanto possibile di contagiarlo attraverso il contatto: lavati le mani prima di ogni poppata ed evita di tossire o starnutire vicino a lui (aiutati con una mascherina).

Fatti aiutare da qualche amica o parente per evitare di rimanergli troppo vicino o comunque di stancarti eccessivamente (in questo periodo infatti l’allattamento sarà ancora più dispendioso di energie).

Bevi molta acqua e riposa il più possibile. Per stancarti meno fai dormire tuo figlio nel letto con te in modo da evitare di stancarti eccessivamente.

Puoi anche provare ad abbassare la febbre con gli impacchi di argilla: metti in una terrina 5 bicchieri di argilla e due di acqua e fai riposare il composto per due ore. Su un foglio grande abbastanza per coprire il petto spalma l’argilla dello spessore di un dito e copri il tutto con una garza.

Lascia agire per trenta minuti: puoi ripetere il procedimento per tre volte, dopodiché la febbre tende ad abbassarsi. Cerca di regolare l’alimentazione eliminando latte, latticini e carne e aiutandoti con un integratore ai semi di pompelmo.

I farmaci consentiti

Se non riesci a fare a meno dei farmaci puoi optare per il paracetamolo ovvero la nota Tachipirina che, oltre ad abbassare la febbre è un ottimo antidolorifico e non crea problemi al bambino (è infatti l’unico medicinale consigliato anche in gravidanza dove il pericolo per il bambino è maggiore rispetto all’allattamento). E’ indicata anche per curare la mastite.

Puoi assumerla nelle normali dosi consigliate (tre grammi al giorno ovvero 3 compresse da 1000 mg o 6 nel formato da 500 mg) ma solo per un breve periodo (è preferibile non superare i tre giorni consecutivi): se la febbre non accenna ad abbassarsi chiedi un parere medico.

Possibile anche l’utilizzo dell’ibuprofene che passa attraverso il latte in quantità molto ridotte per nuocere al bambino.

Se la febbre non accenna a diminuire in ogni caso rivolgiti al tuo medico di fiducia che se riscontrerà una infezione batterica ti prescriverà una cura antibiotica compatibile con l’allattamento e riposo.

Anche il vaccino anti-influenzale è compatibile con l’allattamento salvo rari casi di immunodeficienza del piccolo o per malattie rare nei Paesi industrializzati (vaccini sconsigliati durante l’allattamento sono quelli contro la febbre gialla, il pneumococco, la rabbia, la tubercolosi ed il tifo ad esempio nei casi in cui si prospetti un viaggio in zone a rischio, per cui meglio sospendere l’allattamento soprattutto perché si dispone di pochi dati per valutarne i rischi).

In caso di influenza intestinale puoi comunque continuare ad allattare e cercare di contrastare l’infezione con un farmaco a base di loperamide, che passa in maniera modesta a tuo figlio attraverso il latte.

Cerca anche in questo caso di bere molto perché sia la diarrea che l’allattamento ti fanno perdere molti liquidi. Nel caso di vomito cerca di fare piccoli pasti ma frequenti e, se necessario, aiutati con il domperidone che migliora la motilità dello stomaco.

Anche qui, ovviamente, non occorre smettere di allattare.

Se è il bambino ad ammalarsi è ancora più importante che venga allattato al seno: in questo momento infatti necessita di più liquidi e non c’è niente di meglio per lui del latte materno, ottimo reidratante e ricco dei nutrienti e degli anticorpi necessari per combattere l’infezione.

Durante l’allattamento quindi la possibilità di assumere farmaci è molto più elastica rispetto alla gravidanza, anche perché, in caso di influenza del bambino il pediatra dovrà comunque prescrivere un farmaco che aiuti il suo giovane sistema immunitario a combattere l’infezione batterica. In ogni caso quando assumi un farmaco consulta sempre il tuo medico di fiducia.

Источник: https://www.allattamento.org/blog/febbre-in-allattamento.htm

Inappetenza transitoria nei bambini (febbre, dentizione, primavera)

Da mamma a mamma: cosa fare se il bambino non vuole mangiare durante e dopo l’influenza?

Appetito deriva dal termine “appetire”, che significa “sentire desiderio di qualcosa”, ed è strettamente connesso al termine “appetenza”, ovvero buona disposizione a mangiare che dunque, a differenza della fame, è caratterizzata dal piacere di mangiare.

In caso di inappetenza il bambino, infatti, perde transitoriamente questo piacere e rifiuta il cibo che gli viene offerto, generando ansie e dubbi nei genitori: “il mio bambino non mi mangia”, “non vuole mangiare altro”, “mia figlia non mangia più”…

Inappetenza durante la malattia

La situazione tipica in cui ciò si verifica è la malattia, in tutte le sue fasi, cioè l’incubazione, la fase acuta e la convalescenza, durante le quali il bambino mostra di solito un evidente disinteresse per il cibo.

L’inappetenza in corso di malattia è una condizione fisiologica che tutti sperimentano, anche gli adulti, e che è legata ad un meccanismo di difesa per cui l’organismo mette a riposo l’apparato digerente a favore della risposta immunitaria.

Inoltre, la resistenza al digiuno è diversa fra la specie, per cui se gli esseri umani (compresi i bambini) possono resistere qualche giorno senza mangiare, ciò non è vero per virus e batteri che hanno un bisogno continuo di nutrienti.

Il digiuno della malattia riduce la presenza di nutrienti nel sangue e pertanto “affama” gli agenti infettivi, ma non il bambino.

Il rifiuto del bambino di mangiare suscita però sempre, nel genitore e nei parenti tutti, una intensa preoccupazione che non tiene conto della situazione del bambino inappetente per il quale si è disposti anche ad accettare la malattia, ma non il fatto che non mangi. Frequenti sono le domande che i pediatri ricevono su questo argomento e che affollano il nostro sito.

Mi devo preoccupare se il bambino non mangia?

La riduzione dell’alimentazione del bambino per alcuni giorni non deve preoccupare la famiglia.

L’organismo riesce a gestire le sue risorse a favore della risoluzione della malattia naturalmente e gradualmente, riacquistando le performance precedenti.

Forzare il bambino ad alimentarsi comporta un duplice rischio:

  1. sottoporre il bambino a uno stress alimentare che il suo organismo non richiede;
  2. correre il rischio di allontanarlo ancora di più dal cibo.

Infatti, per ciò che riguarda quest’ultimo punto, non ci stancheremo mai di ripeterlo, i bambini percepiscono le ansie degli adulti.

Queste piccole, adorabili volpi capiscono al volo le preoccupazioni dei genitori e a volte possono volontariamente, anche se non consapevolmente, allungare questo disinteresse per il cibo per conservare un’arma ricattatoria nei loro confronti.

Non a caso questo lungo periodo di inappetenza è tipico delle società agiate e invece non è affatto presente nelle aree povere dove mangiare è un lusso.

Durante la malattia è sufficiente che il bambino beva il latte?

Questo “panico” da mancanza di cibo è ancora più ingiustificato in quei bambini che, in corso di malattia, pur non introducendo alimenti solidi, bevono latte e/o yogurt.

Siamo abituati a pensare al latte come a una bevanda, mentre, in realtà, è un vero e proprio alimento completo, ricco di acqua, proteine, grassi e carboidrati che, per alcuni giorni, può tranquillamente sostituire i cibi solidi.

Se ha la febbre fagli bere tanta acqua e spremute

Ciò che è invece veramente importante, soprattutto quando la malattia si accompagna ad uno stato febbrile o vomito e diarrea, e tanto più quanto più piccolo è il bambino, è l’introduzione di liquidi e zuccheri: acqua, latte, spremute, frullati o soluzioni reidratanti non devono mancare.

Infatti, i bambini sono più soggetti ad una rapida disidratazione rispetto agli adulti e ciò va prevenuto mantenendo una costante, anche se minima, introduzione di liquidi (idratazione “al cucchiaino o goccia a goccia” come mi piace chiamarla).

Ciò che si chiede ai genitori, anche in questo caso, è la fantasia di inventarsi nuovi modi per invogliare i più piccoli a bere: cucchiaino, bottiglietta, cannuccia e poi… racconti, canzoncine, giochi e coccole per levare ai giorni della malattia transitoria gli aspetti ansiogeni, e rivestirli di quanta più serenità sia possibile.

Lasciamo che i bambini “sperimentino” una inappetenza transitoria, non li angosciamo con problemi inesistenti, che dipendono soprattutto dalla incapacità che abbiamo noi adulti di controllare le nostre paure. Ciò gioverà a noi, perché ci permetterà di essere più obbiettivi nel riconoscere un caso grave, e ai bambini che riprenderanno la loro esperienza alimentare senza influenze e cambiamenti negativi.

I ricostituenti servono davvero?

Una parola meritano i così detti ricostituenti per bambini, tanto in voga soprattutto dopo una malattia.

E’ evidente che si tratta di palliativi senza nessuna evidenza scientifica, che hanno un grande vantaggio: dare ai genitori la sensazione di “fare qualcosa” mentre passa qualche giorno e la situazione torna spontaneamente alla normalità, comprese le abitudini alimentari e la riacquistata appetenza per i cibi.

E’ primavera e mio figlio non ne vuole sapere di mangiare, che fare?

Si, è possibile che tutte le volte che vi è un cambio di stagione si possa verificare un cambiamento delle abitudini alimentari del bambino. È una situazione frequente che non deve spaventare il genitore.

I bambini, contrariamente a quello che si crede, sono in grado di autodeterminarsi nelle quantità di cibo da assumere.

Infatti una ricerca americana ha dimostrato che un bimbo di 2 anni e mezzo di fronte a una tavola piena di tante cose è perfettamente in grado di selezionare i cibi che gli fanno bene e la quantità adeguata a lui.

Un genitore deve decidere cosa dar da mangiare ed i limiti superiore delle quantità, il bambino deve decidere se e quanto mangiare. In altre parole, il bimbo impara a distinguere la sua percezione della fame se gli è permesso di sperimentare, senza che il ritmo sia invece imposto dall’adulto.

Prima mangiava di tutto ma ora sembra disappetente e rifiuta il cibo

Il rifiuto di alcuni cibi a 2 anni è molto frequente e spesso dura per diversi mesi insieme ad un atteggiamento più ribelle e meno remissivo, questa età è definita per questo i “terribili due”. Infatti questo cambiamento non riguarda solo il cibo ma coinvolge abitudini e consuetudini.

Il piccolo inizia a percepire sé stesso e costruisce la sua identità affermando la sua presenza nel mondo anche attraverso l’opposizione. In pratica è il graduale e progressivo distacco dalla madre che si manifesta anche attraverso il rifiuto del cibo.

L’ostinazione, il rifiuto dunque, non sono un capriccio ma un segnale del suo percorso di crescita. L’alimentazione non è una cosa a sé stante, è un elemento importante nella relazione tra piccolo e adulto e come tale merita una attenzione particolare.

Un atteggiamento paziente, non coercitivo, da parte del genitore sarà di grande aiuto a questo processo di crescita del bambino, sicuro che nel giro di alcuni mesi si risolverà spontaneamente.

Scarso appetito durante la dentizione

Durante questa fase, i bambini sono irritabili, perdono appetito e i ritmi quotidiani a cui erano abituati. Può comparire anche una febbricola e alcune scariche di diarrea. La cosa migliore è, ovviamente, far visitare il bambino dal pediatra di fiducia.

Nel frattempo, non aumentare assolutamente l’omogeneizzato nella pappa, per non aumentare il carico proteico nella dieta del piccolo, che non farebbe altro che spingerlo a mangiare meno. Se davvero sta mettendo i primi dentini, è normale che non abbia appetito e che preferisca qualcosa di fresco o di liquido piuttosto che una pappa calda.

Bisogna solo far passare questo particolare periodo, senza avere inutili ansie o preoccupazioni.

I bambini è meglio farli mangiare da soli o a tavola con i genitori?

Una delle regole della buona alimentazione è quella di tenere i bambini, fin da quando riescono a stare seduti e con la schiena dritta, a tavola con tutta la famiglia. I piccoli devono partecipare al pranzo dei grandi, gustare i loro cibi ed imitare genitori e fratelli. In particolare questo si apprezza nei bambini con scarso appetito che frequentano la mensa scolastica.

Il cibo deve sempre essere presentato come “buono”, “saporito”, “profumato” … e mai come strumento di buona salute. I bambini sono più portati ad imitare i grandi ma molto difficilmente si comportano come loro dicono. Un bambino con scarso appetito è un piccolo a cui va insegnato a gustare il cibo, attraverso la varietà, la ripetitività dell’offerta e soprattutto l’esempio.

Il bambino disappetente, per un breve o un lungo periodo, deve essere valutato nella sua globalità. Le domande che un genitore deve porsi sono: “è sereno?”, “è vivace?”, “sta crescendo?”. Se a queste domande le risposte sono affermative possiamo stare tranquilli.

L’obiettivo che dobbiamo porci è quello di avere dei figli magri, che apprezzino il cibo, che sanno condividere il piacere di stare a tavola e si nutrono bene.

Del resto questo è l’unico modo che abbiamo, tutti i giorni, più volte al giorno, di dare salute ai nostri figli.

Mi devo preoccupare se il bambino non mangia?

La riduzione dell’alimentazione del bambino per alcuni giorni non deve preoccupare la famiglia.

L’organismo riesce a gestire le sue risorse a favore della risoluzione della malattia naturalmente e gradualmente, riacquistando le performance precedenti.

Forzare il bambino ad alimentarsi comporta un duplice rischio: sottoporre il bambino a uno stress alimentare che il suo organismo non richiede e correre il rischio di allontanarlo ancora di più dal cibo.

Infatti, per ciò che riguarda quest’ultimo punto, non ci stancheremo mai di ripeterlo, i bambini percepiscono le ansie degli adulti.

Источник: https://alimentazionebambini.e-coop.it/malattie-infantili/inappetenza-transitoria-bambini/

Gravidanza
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