Cosa fare se non vuole andare a scuola

Mio figlio non vuole andare a scuola! Che fare?

Cosa fare se non vuole andare a scuola

Quale bambino non ha mai fatto i capricci per non andare a scuola? Non sempre, però, mal di stomaco, mal di pancia e mal di testa sono scuse e – talvolta – il bambino accusa davvero disturbi psicosomatici dovuti al fatto che la scuola è vissuta come un incubo. Meglio non arrabbiarsi o sgridarlo, allora, ma piuttosto cerchiamo di distinguere un semplice capriccio da un reale disagio.

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Quando può verificarsi l’ansia da scuola?

La fobia scolare ha più possibilità di presentarsi all’inizio di un percorso scolastico, perciò all’inizio della scuola dell’infanzia o della scuola primaria, ma anche dopo un lungo periodo di assenza o vacanza.

Anche il lunedì mattina, però, può rappresentare un trauma – del resto lo è, spesso, anche per gli adulti che tornano a lavoro dopo il weekend – perché costringe ad abbandonare i ritmi rilassati e i piaceri e i divertimenti legati allo stare a casa e in famiglia.

A volte, sintomi ansiosi compaiono addirittura già dalla domenica pomeriggio.

In presenza di una vera e propria fobia scolare, come dobbiamo reagire noi genitori?

Pazienza, fermezza, comprensione e amore sono gli ingredienti fondamentali per affrontare il problema.

Meglio invitare sempre il bambino ad esprimere le proprie emozioni e a raccontare ciò che gli accade, anche attraverso un disegno o un gioco.

Bisogna fargli capire che qualunque sia il problema, non è solo ad affrontarlo e non deve vergognarsene o sentirsi in colpa. Magari, raccontiamogli anche quali erano le nostre difficoltà ai tempi della scuola e come abbiamo fatto a gestirle.

Capiamolo e rassicuriamolo

Non liquidiamo la questione come un semplice capriccio, ma cerchiamo di capire se è ansia da scuola in generale (cioè vissuta anche come distacco dai genitori e dalla propria casa), se è successo qualcosa, se il problema riguarda una materia o un insegnante in particolare, se il bambino si sente caricato da eccessive aspettative e ha paura di deluderci o di perdere il nostro affetto in caso di un brutto voto, se ci sono difficoltà nella socializzazione o se è vittima di prese in giro o atti di bullismo. Teniamo presente che anche un cambiamento nella vita familiare (come un trasloco, la separazione dei genitori, un lutto o la nascita di un fratellino) potrebbe turbare e provocare ansie da separazione o malesseri legati all’andare a scuola.

Ha senso assecondare il suo desiderio di restare a casa?

Meglio non cedere, permettendo al bambino di restare a casa, perché il bambino deve capire che andare a scuola è un po’ come per i grandi andare a lavoro, cioè è un dovere e anche un’abitudine non negoziabile. Inoltre, assecondarlo non mandandolo a scuola significherebbe ammettere che il bambino non può farcela a superare il problema e che, perciò, deve evitarlo.

Qualche consiglio pratico

Se il problema riguarda:

  • le difficili relazioni con i compagni: invitiamone uno o due a casa, in modo che il bambino legando con qualcuno in particolare in un ambiente in cui si sente più a suo agio, si senta poi meno solo a scuola e ci vada più volentieri;
  • episodi di bullismo: meglio parlarne subito con gli insegnanti e aiutare il bambino a confidarsi, facendolo sentire compreso e mai solo ad affrontare questa situazione;
  • un insegnante in particolare: cerchiamo di capirne di più, magari anche andando a parlare direttamente con l’insegnante in questione;
  • una materia in particolare: si può aiutare il bambino a trovare un approccio più ludico o alternativo, magari mostrandogliene l’aspetto pratico o guardando insieme un film o un documentario che ne parli o recandosi ad un museo o partecipando ad un laboratorio specifico. Ciò che bisogna trasmettere è l’amore per la conoscenza e la cultura;
  • la paura o la sofferenza legata al separarsi dai propri genitori o dalla propria casa: diciamogli che anche la mamma e il papà durante la mattinata lavoreranno o svolgeranno le loro commissioni e poi, una volta a casa, si troverà il tempo per fare qualcosa di bello tutti insieme.

Aiutiamo nostro figlio a concentrarsi sugli aspetti piacevoli della scuola, puntando sui suoi interessi e ciò che gli piace fare (stare con gli amici o studiare una determinata materia, per esempio).

Cerchiamo, inoltre, di renderlo autonomo e aiutiamolo a coltivare la stima e la fiducia nelle sue capacità, così che si senta sempre più sicuro anche fuori casa. Non carichiamolo di eccessive aspettative e aiutiamolo a dare importanza al percorso di apprendimento più che ai risultati, evitando paragoni o gare a chi è più “bravo”.

Attenzione al nostro stato d’animo!

Spesso, siamo per primi noi genitori a trasformare la scuola e i compiti in un’ossessione, perciò attenzione allo stato d’animo che noi per primi trasmettiamo.
Se il bambino, comunque, lamenta dei disturbi o si sospettano dei problemi legati all’apprendimento, meglio chiedere anche il parere del pediatra.

Lettura consigliata:
Bauer U., Barnowski-Geiser W., Non voglio andare a scuola! Aiutare i figli a superare le proprie paure, Edizioni Erickson, 2012.

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Источник: https://www.mammeacrobate.com/mio-figlio-non-vuole-andare-scuola/

Quando il bambino rifiuta la scuola

Cosa fare se non vuole andare a scuola

Alcuni bambini rifiutano di andare a scuola e il loro malessere si esprime con sintomi fisici che li portano a saltare molte lezioni. Come possono aiutarli i genitori?

Ogni settembre per milioni di studenti è ora di tornare (o di recarsi per la prima volta) sui banchi di scuola e alcune famiglie possono trovarsi ad affrontare situazioni spiacevoli, quando un figlio vive in maniera drammatica il ritorno o l’ingresso nella scuola ed esprime di conseguenza un rifiuto più o meno intenso verso questo obbligo.

Il rifiuto può manifestarsi con modalità differenti a seconda dell’età, e può essere comunicato verbalmente ma anche – e a volte soprattutto – attraverso disturbi fisici che costituiscono un mezzo tanto involontario quanto efficace per evitare le lezioni.

Escludendo i casi in cui disturbi lamentati sono fittizi, possiamo prendere in esame tutti quei casi di disagio reale e intenso che il corpo esprime tramite disturbi psicosomatici di vario genere, come nausea, vomito, mal di testa, asma, forme di raffreddamento lievi e persistenti.

Quando accade questo il bambino incontra solitamente disponibilità da parte della famiglia e riesce a saltare le lezioni anche per un monte ore non indifferente, perché spesso questi malesseri non sono identificati per la loro reale natura psicosomatica, ma sono trattati esattamente come qualunque altro disturbo organico e non suscitano particolari interrogativi negli adulti.

E’ molto importante tuttavia considerare il significato psicologico di una situazione che vede lo sviluppo di sintomi corporei persistenti e accompagnati da scarso entusiasmo (o aperta avversione) da parte del bambino nei confronti della scuola.

Insegnare al bambino che stando male otterrà quello che desidera è molto negativo per il suo sviluppo, perché lo renderà un individuo pronto a rifugiarsi nella malattia ogniqualvolta la vita lo metterà di fronte a contesti, impegni e obblighi che per qualche motivo non vorrà accettare.

In questo modo si costituirà e si rinforzerà in lui l’idea della fuga come soluzione e non sarà costruita un’adeguata autoconsapevolezza e capacità di affrontare le situazioni spiacevoli prima di tutto identificandole e sentendosi poi in grado di farvi fronte senza scappare o sentirsi male.

Cosa fare se il bambino rifiuta la scuola?

E’ importante comprendere il motivo che lo porta a detestare un ambiente in cui incontra sia i coetanei, sia degli adulti che rappresentano l’autorità e si aspettano qualcosa da lui (che faccia i compiti, stia attento, rimanga seduto, rispetti gli orari, …).

Per questo motivo i genitori dovrebbero parlare con lui in maniera calma, senza sgridarlo o farlo sentire inadeguato, e capire così se il bambino:

– si trova male in classe, non ha amici, è preso di mira da qualche bullo;

– non vuole separarsi dalla mamma e/o dalla casa (ansia da separazione);

– non accetta l’autorità degli insegnanti e non comprende quale dovrebbe essere il proprio ruolo, fino a sentirsi preso di mira o malvoluto dagli adulti dell’ambiente scolastico.

In tutti questi casi è meglio intervenire risolutamente piuttosto che aspettare che la situazione “si sistemi da sola”, sia per il benessere psicologico del bambino sia perché se il disagio è intenso può portare allo sviluppo di molteplici sintomi fisici e, più avanti, anche all’abbandono scolastico precoce con le immaginabili conseguenze.

Analizziamo i vari casi nel dettaglio:

a) Se il bambino vive un problema relazionale con i compagni è importante capire se sta reagendo in maniera esagerata e di conseguenza raccogliere informazioni anche dagli insegnanti ed eventualmente dai compagni che gli sono più vicini, ma senza dargli l’idea di non fidarsi di lui.

In questo modo potranno essere studiate delle soluzioni con l’eventuale coinvolgimento degli insegnanti e l’assistenza di uno psicologo che consigli e affianchi i genitori nella gestione del problema, intraprendendo un percorso di psicoterapia familiare se necessario.

E’ importante che i genitori stessi si interroghino sulle proprie modalità di relazione, perché sono i modelli che ispirano il bambino e possono averlo condizionato negativamente se loro stessi intrattengono poche relazioni, faticano a stringere amicizia e/o a farsi valere e apprezzare dagli altri.

Consiglio a mamme e papà anche di ripensare alla propria esperienza scolastica per capire se il bambino si sta trovando in una situazione analoga a quelle vissute da loro stessi nell’infanzia.

b) Se il bambino non vuole andare a scuola per non separarsi dalla mamma o da casa potrebbe soffrire di ansia da separazione e sviluppare tipicamente sintomi come l’asma e i dolori addominali.

In questo caso è importante non alimentare in lui l’idea che i genitori lo vogliano allontanare da sé mandandolo a scuola, ma valorizzare tutto quello che di positivo è possibile sottolineare della sua esperienza scolastica.

Accanto a questa prima misura è necessaria una valutazione psicologica della situazione che permetta di intervenire sugli aspetti che hanno determinato l’ansia del bambino, considerando anche la qualità della sua relazione con la madre e la possibile ansietà di quest’ultima di fronte al distacco dal figlio. La reazione iperemotiva del bambino al distacco può infatti essere un riflesso del disagio della madre che teme per motivi che la riguardano individualmente l’allontanamento dal figlio, per la possibilità che gli succeda qualcosa di male o per il disagio che sente nel separarsi da lui.

A volte infine un clima emotivo teso rende insicuro il bambino, che non vuole allontanarsi da casa nel timore che possa succedere qualcosa di brutto in sua assenza: in questo caso adoperarsi per migliorare la situazione e la relazione fra i genitori è indispensabile per ridare serenità a tutti i soggetti coinvolti.

c) Se il bambino è in conflitto con gli insegnanti potrebbe provare difficoltà nell'accettare l’esistenza di regole che valgono per tutti, forse perché in famiglia non ha ricevuto norme e limiti non negoziabili e ora si trova costretto in situazioni per lui spiacevoli, come l’obbligo di restare seduto in una stanza per ore e di andare in bagno solo nei momenti prestabiliti o dovendo chiedere il permesso.

In questo caso è importante avere pazienza e spiegare al bambino la necessità di comportarsi secondo le regole che non sono imposte arbitrariamente dagli insegnanti, ma dalla necessità di conservare l’ordine sufficiente al sereno svolgimento delle lezioni e alla convivenza fra molte persone nell’edificio scolastico.

Merita una menzione il caso in cui il bambino si sente trattato ingiustamente dagli insegnanti, perché può rappresentare un dato di realtà e non una mera impressione.

E’ comprensibile che un bambino eccessivamente vivace (e magari anche non rispettoso o maleducato) sia ripreso più e più volte dagli insegnanti, e che di conseguenza si senta contrastato da loro perché rimproverato e punito molto più dei suoi compagni.

Questo potrebbe farlo sentire bersagliato e innescare una spirale di comportamenti che confermano la reciproca visione negativa fra il bambino e i suoi insegnanti.

In questo caso è utile che i genitori spieghino al figlio cosa sta succedendo, aiutandolo a non sentirsi perseguitato e invitandolo a cambiare atteggiamento.

Se i docenti hanno invece un comportamento realmente vessatorio o violento è ovviamente necessario intervenire ad altri livelli, informando prima di tutto il dirigente scolastico di quello che sta accadendo e chiedendo un chiarimento.

Come comportarsi con il proprio figlio?

Le cause che spingono un bambino a rifiutare la scuola possono essere molte e differenti, ma richiedono tutte la presenza di adulti attenti che ascoltino il bambino e lo aiutino a superare il disagio che sta vivendo senza drammatizzare né colpevolizzarlo né sminuirlo.

In questo modo non solo il bambino si sentirà ascoltato e supportato, ma diventerà anche un adulto più fiducioso nelle proprie capacità e nella possibilità di risolvere le situazioni difficili anche accettando e ricevendo l’aiuto di altre persone.

Источник: https://www.medicitalia.it/minforma/psicologia/1049-quando-il-bambino-rifiuta-la-scuola.html

Non vuole andare a scuola: se la crisi per andare alla scuola dell’infanzia arriva dopo

Cosa fare se non vuole andare a scuola

Quando si parla di scuola dell’infanzia, molta attenzione viene posta al momento dell’inserimento e dell’accoglienza. Le prime settimane, infatti, sono molto delicate e, spesso, i genitori vivono con emozioni contrastanti questa novità.

L’attenzione a queste prime fasi è molto utile perché accompagna i piccoli in un momento delicato, in cui i bimbi si trovano a separarsi dall’ambiente familiare, spesso per la prima volta. I bimbi, infatti, in questo particolare momento di vita, si avvicinano ad una realtà diversa, spesso nuova per loro.

Solitamente si pensa che superate queste prime settimane, tutto andrà bene. Solitamente, infatti, è così. Una volta esplorato questo nuovo mondo, i bambini andranno alla scuola dell’infanzia senza particolari crisi.  A volte, però, capita anche il contrario. Dopo un inserimento tranquillo, il bimbo non vuole andare a scuola nel corso dell’anno.

Può succedere, infatti, che delle piccole crisi insorgano in altri momenti, spesso spiazzando i genitori, che si trovano impreparati.

A volte, infatti, si trascurano le crisi tardive.

Molto più spesso di quello che si pensa capita che i piccoli si trovino a sperimentare sentimenti di tristezza e rabbia nell’andare a scuola anche in momenti diversi da quelli di inizio anno.

Non è raro, quindi, trovarsi di fronte a un bambino che non vuole andare a scuola anche più avanti, magari alternando momenti tranquilli a momenti di maggiore opposizione.

NON VUOLE ANDARE A SCUOLA: PERCHE’ SUCCEDE?

Ci possono essere diversi motivi per cui un bimbo non vuole andare a scuola durante l’anno.

– IL POST NOVITA’. Dopo l’euforia del momento, spesso i bimbi diventano consapevoli del fatto che quella sarà la quotidianità per diverso tempo. E  questo può spaventare i bambini, che si rendono conto che la scuola dell’infanzia non diventa l’eccezione.

La separazione da mamma e papà, o da altre figure di riferimento, dunque, sarà quotidiana.

L’entusiasmo per i giochi nuovi della scuola, per le maestre e per le bellissime attività che si svolgono all’asilo, infatti, possono lasciare il posto alla malinconia e ad una momentanea tristezza.

– DOPO PERIODI DI ASSENZA. Dopo le vacanze o a seguito di un periodo di malattia, ad esempio, il rientro alla scuola dell’infanzia diventa sempre molto difficile.

Tornare alla quotidianità dopo aver passato del tempo a casa, coccolato e libero di fare ciò che si preferisce, non è sicuramente semplice.

E’ necessario, infatti, prendersi del tempo per riprendere i normali ritmi quotidiani e tornare in piena attività.

 

NON VUOLE ANDARE A SCUOLA: PUO’ ESSERCI QUALCHE COSA CHE NON VA?

A volte, di fronte alla difficoltà di un bambino che non vuole andare a scuola può nascondersi un momento di complessità. Solitamente si tratta di momenti passeggeri, che spariscono da soli dopo pochi giorni.

Quando, però, un bambino non vuole andare a scuola e il malessere permane per molto tempo, può essere utile approfondire la situazione. Ad esempio, può succedere che le crisi avvengano non solo al momento del distacco, ma anche durante tutta la mattinata. Il bimbo salta il pranzo e la disperazione permane per tutto il giorno.

Il piccolo sembra immune dai tentativi di consolazione da parte di genitori e insegnanti che, così, si trovano in grande difficoltà e non sanno come affrontare la situazione.

Comprendere meglio cosa sta succedendo e capire come farvi fronte è sicuramente molto utile, per il bimbo e per le persone intorno a lui che, di riflesso, soffrono per la forte angoscia del bambino.

– C’E’ QUALCOSA CHE NON VA ALL’ASILO?

A volte i bimbi possono mostrare resistenza nell’andare all’asilo per qualcosa che effettivamente è accaduto. Può trattarsi di un litigio con un compagno, che può aver spaventato il bambino e avergli fatto perdere momentaneamente i suoi punti di riferimento.

Può essere il rimprovero di un’insegnante, che il bimbo può aver frainteso come un attacco nei suoi confronti. Altre volte, invece, può trattarsi di un’attività proposta che provoca disagio nel bimbo e che, dunque, lo porta a fare resistenza nel momento di andare alla scuola dell’infanzia.

Può essere utile approfondire cosa è successo e aiutare il piccolo ad affrontare questo momento. Come sempre, il dialogo tra la famiglia e gli educatori è fondamentale.

Questo non significa modificare completamente l’ambiente in cui il piccolo è inserito per non fargli provare più emozioni spiacevoli. Non è iperproteggendo i bambini che li si aiuta a crescere in maniera serena.

Al contrario, è importante aiutare i piccoli a esprimere i propri momenti di disagio e sofferenza, in modo che, insieme, si possono trovare soluzioni per farvi fronte.

E’ solo aiutando i bimbi a trovare strategie utile per affrontare le piccole e grandi sfide della vita che si garantisce la possibilità di sviluppare e potenziare la resilienza.

– QUALCHE CAMBIAMENTO A CASA?

Può capitare che il disagio nell’andare alla scuola dell’infanzia nasca come risposta ad un momento di complessità che il piccolo sta vivendo. Possono essere novità positive o negative, ma che, comunque, destabilizzano momentaneamente il bimbo.

Può trattarsi di qualche cambiamento nella propria vita, come la nascita di un fratellino o un trasferimento. Magari non si cambia nemmeno città, ma al bambino vengono meno, temporaneamente, i riferimenti che ha avuto fino ad ora. Può essere la separazione dei genitori, che porta il piccolo a vivere una realtà tutta nuova.

A volte può essere un lutto che colpisce la famiglia e, non dimentichiamolo, anche i bambini. Tutto questo può destabilizzare provvisoriamente il piccolo, che ricerca delle sicurezze nel voler stare nella propria casetta. Di fronte a un cambiamento, infatti, capita spesso che i bambini lamentino di non voler andare a scuola.

Anche in questo caso può essere utile capire cosa preoccupa il bambino e, insieme, trovare gli strumenti migliori per affrontarlo.

– ANSIA DA SEPARAZIONE?

A volte, dietro al fatto che un bambino non vuole andare a scuola può nascondersi una vera e propria ansia da separazione. Essa consiste in un forte sentimento di paura e angoscia nel momento in cui il bimbo si deve allontanare dalle persone per lui significative.

Può essere utile osservare se l’angoscia al momento della separazione avviene solo al momento di andare alla scuola, oppure se è presente anche in altri contesti. Ad esempio, i bimbi possono rifiutarsi di andare a giocare da un amichetto o partecipare alla loro attività sportiva preferita.

Se l’ansia sembra essere diffusa ad altri contesti, dunque, può essere utile approfondire la situazione, per capire come fare fronte a questa forte angoscia che il bimbo prova al momento di separarsi.

DOTT.SSA ANNABELL SARPATO

Источник: https://www.annabellsarpato.com/non-vuole-andare-a-scuola/

Mio figlio non vuole andare a scuola

Cosa fare se non vuole andare a scuola

“Mio figlio non vuole andare a scuola

Questo basta a creare il panico, nei genitori. O una rabbia furibonda.

Una delle prime contromisure è di cercare di motivare il ragazzo ad andarci.

Il più delle volte, ci si trova davanti ad un ragazzo che si chiude ermeticamente.

La situazione è paralizzata.

Primo passo: che succede?

Qui parlo soprattutto delle scuole superiori.  Per la scuola media ho scritto uno specifico articolo

Una situazione del genere, in cui un figlio mette davanti ad un no categorico, o carico di ansia, dicendo che non vuole andare a scuola, in modo categorico o implorando fa pensare che ci sia una grossa turbolenza in atto.

Cosa c’è nella scuola di così minaccioso da dover correre ai ripari in un tanto precipitosamente?

Verrebbe da liquidare la questione molto rapidamente dicendo: “Nulla. Per la scuola siamo passati tutti.” La scuola è sì un’esperienza impegnativa; lo è stata, in parte, per tutti: i voti, i professori, i compagni, vicende sentimentali, amicizie, crescere… Ma, tutto sommato, sono cose che si superano e, letteralmente, contribuiscono a formare il carattere.

Generalmente questo è vero. La scuola è spesso teatro di crisi, che sono anche passaggi necessari per la crescita dell’adolescente.

  • La scuola è giusta per lui o è troppo impegnativa?
  • L’ambiente è giusto per mio figlio?
  • Meglio una scuola buona o non perdere i vecchi compagni?
  • Il professore ce l’ha con lui o è lui che non si comporta come dovrebbe?
  • È vittima di bullismo è solo una scaramuccia da ragazzi?
  • Dovrei dire qualcosa adesso che si è lasciato con la sua prima ragazza?
  • Vorrei prendesse buoni voti, posso insistere perché studi?
  • Perché non studia?

Le domande che un genitore si fa segnalano la presenza di momenti di difficoltà nella vita del figlio adolescente. Molto spesso non è necessario intervenire: è il ragazzo stesso che sperimentandosi nel superare la crisi acquisisce un’esperienza e la capacità di affrontare le comuni crisi della vita quotidiana.

Altre volte è necessario fare i conti con il fatto che non sempre queste crisi si risolvono da sole.

E questo è doloroso e fonte di preoccupazione.

Davanti ad un figlio che non vuole andare a scuola, è utile porsi la domanda “Cosa non riesce a tollerare nella scuola?”.

Insomma, bisogna provare a capire. Bisogna dire che questo può sembrare un atteggiamento buonista e inconcludente.

“Si deve dare una mossa.”

“Andare a scuola è il suo lavoro.”

“Secondo me non ci deve pensare tanto, ci deve andare e basta“.

Questi tentativi di “forzare” il ritorno a scuola, però, spesso non raggiungono gli obiettivi sperati. Anzi, possono essere controproducenti e spingere il ragazzo verso un’ulteriore chiusura.

Capire cosa succede, quindi, spesso è l’unica scelta razionale ecapace dirisolvere la situazione.

L’unica scelta utile a far stare tutti meglio, genitori e figli.

Secondo passo: cosa fare?

Abbiamo visto che è necessaria una punta di sangue freddo e uno sforzo per capire cosa ci sia che rende la scuola minacciosa.

Quella della scuola è un’esperienza psicologica, oltre che di apprendimento.

Se parliamo di un figlio che non vuole andare a scuola, stiamo già parlando degli aspetti psicologici della vita di quell’adolescente.

Stiamo parlando di motivazione, di emozioni, di relazioni e delle aspettative di un figlio.

Stiamo parlando anche delle esperienze che il ragazzo ha fatto nella scuola, ma da uno specifico punto di vista: un’esperienza negativa della scuola (anche molto pesante, come l’aver subito episodi di bullismo) non è di per sé sufficiente a giustificare la volontà di non andare a scuola.

Tutte queste esperienze hanno un punto di riferimento in comune: come l’adolescente in questione vive, soggettivamente, l’esperienza della scuola. È questa, semplificando, la dimensione psicologica del problema.

Le relazioni che il ragazzo vive a scuola con gli altri ragazzi, con i professori, con i genitori che hanno una loro idea sulla scuola, sono vissute come qualcosa che sta a mezza strada fra l’esterno e l’interno di sé.

Questo è vero di tutte le esperienze che si fanno nella vita, ma qui ci interessa parlare di quelle che riguardano la scuola, un ambiente fondamentale per il ragazzo, proprio gli fornisce una serie di esperienze utili alla sua crescita (la fatica, il rapporto con gli altri, l’autonomizzazione, la sperimentazione delle caratteristiche personali, l’acquisizione di abilità utili per il futuro, etc.).

La scuola gli permette di sperimentare cose che sente importanti: la scuola è una palestra per la capacità di crescere dell’adolescente.

L’adolescente sa che si tratta di esperienze nuove per lui e che sono cose importanti.

Questo può stimolarlo, ma anche spaventarlo molto.

Il peso della scuola

Tutto ciò che un ragazzo pensa e fa ha delle ricadute sull’esterno, sul mondo. Se è introverso, ad esempio, può trovare complicato il rapporto con i pari.

Anche quello che accade attorno all’adolescente, e quindi la scuola, ha una ricaduta su come il ragazzo pensa, quello che prova e su quello che fa.

Questo vuol dire che la scuola

  • certo è importante per il futuro lavorativo,
  • certo è fondamentale per imparare a stare con gli altri,
  • ma soprattutto fornisce al ragazzo le alcune esperienze fondamentali per formare la sua personalità: per crescere.

Tutto questo è sicuramente interessantissimo… ma cosa ci insegna su situazioni come quella dell’esempio seguente?

“Ad un certo punto ha deciso che non ci vuole più andare. Non capisco perché.

Prima andava bene, poi i voti hanno iniziato a calare.

Con me non ci parla, dice solo che a scuola non vuole più andarci.”

Vediamo di utilizzare quello che abbiamo detto sul valore psicologico della scuola come guida.

Spesso, come in questo esempio, non si capisce cosa sia successo al ragazzo e non si sa cosa lui pensi.

Questo è particolarmente importante, per lui, perché l’adolescenza e la giovinezza sono periodi della vita in cui la riservatezza da la sensazione che i propri pensieri siano protetti, solo propri; dicono ad un ragazzo, e che è un soggetto, autonomo, per la prima volta nella vita.

Quindi, in qualche misura, questa riservatezza va rispettata. Allo stesso tempo, però, non si può non intervenire, e lasciare il ragazzo in una condizione di difficoltà da cui difficilmente uscirà da solo.

Perché anche di questo è necessario tenere conto: se il ragazzo non vuole più andare a scuola, la situazione per lui non è piacevole. Se c’è qualcosa di piacevole, al limite, è che evitare la scuola aiuta ad allontanarsi dal disagio che la scuola rappresenta per lui… ma solitamente finisce per alimentarne degli altri (es: senso di fallimento, vergogna).

È come se la scuola lo mettesse di fronte a qualcosa che lo fa sentire profondamente a disagio.

La situazione è complessa: il ragazzo ci comunica che c’è qualcosa che non va, ma questa comunicazione non riesce, molto spesso, ad avvenire direttamente.

Si può dire, anzi, che spesso non c’è una vera e propria comunicazione: i genitori devono partire dalla propria preoccupazione come spunto per tentare di risolvere la situazione.

Mettendo assieme tutti questi tasselli, possiamo dire che:

  1. il ragazzo prova un disagio psicologico che si manifesta attraverso la scuola, proprio perché la scuola lo mette costantemente a confronto con esperienze importanti per lui, che riguardano i temi fondamentali della crescita.
  2. questo disagio non viene comunicato apertamente e direttamente in famiglia, ma spesso si riconosce da azioni e fatti: non vuole più andare a scuola.
  3. i genitori, per quanto possano essere arrabbiati, sono sempre anche preoccupati per la situazione, in quanto, banalmente, tengono a loro figlio.

Proprio i genitori si trovano nella posizione di sbloccare la situazione: percepiscono il disagio ma non ne sono paralizzati (come l’adolescente).

Qui fa la differenza il modo in cui si cerca di risolvere la preoccupazione dei genitori e la sofferenza del figlio:

  1. patti, promesse, arrabbiature, ma anche i cambi di scuola, rischiano di fare un buco nell’acqua, se non risolvono la situazione che ha originato la sofferenza che è venuta a galla attraverso la scuola
  2. entra allora in gioco il passaggio necessario della comprensione: comprensione che c’è qualcosa che si è inceppato, sul piano psicologico, e che è necessario agire su quel piano per risolvere la situazione.

Terzo passo: risolvere

Quando viene assunto questo atteggiamento allora diventa finalmente possibile affrontare la difficoltà psicologica del ragazzo con strumenti psicologici.

Potrebbero esserci stati degli eventi che hanno esasperato queste vicissitudini interne e svolto un ruolo scatenante: ad un certo punto, la situazione (interna) era troppo difficile da gestire:

  • bocciatura
  • delusione che coinvolge qualche persona importante della scuola
  • bullismo
  • una serie di crescenti difficoltà scolastiche
  • difficoltà a stare concentrati

Solo confinando queste situazioni al ruolo di “eventi scatenanti” le si priva del loro potere.

Cosa significa?

Intendo dire che, se non si cade nel trabocchetto di considerarle “cause”, allora, tutta la faccenda può essere affrontata in modo veramente efficace.

Questo significa che se ci si ostina a pensare che il problema sia nella scuola (es: giusta/sbagliata o troppo difficile per lui) si rischia di attribuirle un potere troppo grande, quello di fare il bello ed il cattivo tempo nell’adolescente.

Bisogna capire se il problema non sia quello di dover aiutare il ragazzo a padroneggiare meglio quello che sta succedendo dentro di lui. In questa seconda prospettiva, quello che accade a scuola è principalmente un riflesso di qualche difficoltà che parte dall’adolescente.

La cosa migliore, dunque, è di provare a capire cosa stia accadendo al ragazzo:

Il problema allora non è, ad esempio, “lo studio”, da risolvere con delle ripetizioni, ma una particolare difficoltà di crescita che si esprime con emozioni negative e può essere messa in particolare evidenza da eventi legati alla scuola.

Se noi chiediamo ad un ragazzo di risolvere i suoi problemi con la scuola, ma lui sta fuggendo dalla scuola proprio per tentare (inconsapevolmente) di liberarsi da un disagio, rischiamo di perdere di vista l’elemento più importante (e di fare un buco nell’acqua).

Il ragazzo non ha nulla contro la scuola in sé, anzi, potremmo dire che gli adolescenti sentono che quello che accade a scuola non sarà piacevole ma è importante: devono andarci per crescere.

La motivazione alla frequenza scolastica è anche una motivazione emotiva: “Devo andarci perché è importante per me.“.

… ma cosa accade se io, adolescente, penso di non riuscirci? Se penso di essere meno capace degli altri?

Se un ragazzo ha delle difficoltà che hanno a che vedere con la sua crescita, queste difficoltà si manifestano attraverso il piano emotivo. è molto probabile che queste emergano attraverso la scuola, proprio perché la scuola è un teatro di forti emozioni.

Farcela.

Essere bravo.

Mostrarsi bravo, con i compagni e con gli adulti.

Se un adolescente non crede di potercela fare, non bisogna partire dalla scuola, ma da lui.

La riparazione dei buoni rapporti con la scuola allora diventerà una conseguenza di questa cura della mente in crescita del ragazzo.

Tuo figlio è in difficoltà?

Scopri cos’ha tuo figlio

Источник: https://www.tuopsicologo.it/mio-figlio-non-vuole-andare-a-scuola/

Che cosa fare se il bimbo non vuole andare a scuola

Cosa fare se non vuole andare a scuola

I consigli dello psicoterapeuta Alberto Pellai, co-autore del libro “Non voglio andare a scuola”, per aiutare mamme e papà ad affrontare il delicato momento dell’inserimento dei bimbi alla scuola materna e primaria

Settembre, tempo di inserimenti e di ritorni a scuola.

Un momento difficile per i bambini, ma anche per i genitori, «soprattutto se i figli fanno resistenza e lamentano malesseri immaginari, oppure fanno i capricci, strillano e piangono» sottolinea Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva, e co-autore insieme alla psicopedagogista Barbara Tamborini di “Non voglio andare a scuola!”, manuale per gestire l'ansia d'abbandono dei piccoli di 3 e 6 anni.

La crisi è normale

«Quando si comincia un nuovo percorso, si entra in un ambiente nuovo si lascia tutto ciò che si conosce fuori dalla porta e questo ha un impatto molto forte su tutti noi, bambini compresi» sottolinea l'esperto.

«Ecco perché dobbiamo aiutare e sostenere i piccoli mantenendo sempre un atteggiamento tranquillo e sereno. Dobbiamo comprendere che si tratta di una fase di passaggio e che ciò che oggi è un cambiamento, diventerà presto la normalità».

COME AIUTARE I BAMBINI

  1. non demoralizzarsi
  2. inventarsi ruoli speciali
  3. rinforzate l'autonomia

1. Non demoralizzatevi

Un buon modo per affrontare e superare la paura di andare a scuola è quella di comunicare quante cose positive vivrà il bambino lì dentro: incontrerà nuovi compagni, imparerà nuovi giochi, esplorerà un mondo più grande pieno di cose belle. «Non dimenticate mai che la scuola dell’infanzia è un’occasione di crescita per vostro figlio e cercate di trasmettere anche a lui questa convinzione, senza demoralizzarvi se prova a ribellarsi o si dispera».

2. Inventate dei rituali speciali

«Prima di ogni distacco proponete a vostro figlio immagini, giochi e riti che lo aiutino a rafforzare la propria sicurezza e a sentire la vostra vicinanza».

Si tratta soprattutto di rituali da fare a casa: «quando arrivate a scuola, invece, il bimbo deve sentire come una spinta a entrare in classe.

Mamma e papà sono tranquilli e sorridenti e consegnano il loro bimbo all’insegnante, senza rallentare il processo moltiplicando i baci e gli abbracci di saluto» commenta l’esperto.

3. Rinforzate la loro autonomia

«L’obiettivo prioritario della scuola dell’infanzia è aiutare i bambini a sentirsi sempre più capaci di fare le cose da soli.

In questo processo, il ruolo dei genitori e dei nonni è molto importante: devono riuscire a sintonizzarsi con il bisogno implicito di autonomia dei bambini, evitando di ridimensionarlo o, peggio ancora, di ignorarlo».

Evitate quindi di portare il bimbo in braccio fino all’aula e lasciate che provi a vestirsi e svestirsi da solo. La sera, quando il bimbo torna a casa, mostrate interesse e apprezzamento per i suoi lavori e ascoltate i suoi racconti con attenzione.

COSE DA NON FARE SE IL BAMBINO NON VUOLE ANDARE A SCUOLA

  • Credere che il bambino non sarà in grado di manifestare i propri bisogni e che non riuscirà a chiedere quello che vuole.
  • Evitare al momento del distacco sguardi preoccupati, o raccomandazioni ansiose come “comportati bene”; meglio dire che siamo contenti perché starà bene a scuola, si divertirà e imparerà tante cose bellissime.
  • Fare paragoni con gli altri bambini, sottolineando così le sue difficoltà.
  • Preoccuparsi in modo esagerato di quello che il bambino mangia o non mangia a scuola.
  • Spaventarsi se piangono: è normale che lo facciano. Gli adulti devono invece tranquillizzarli, se si spaventano disorientano i bambini.
  • Criticare le insegnanti o mettere in discussione le loro scelte educative.
  • Mostrarsi delusi se i bambini vivono la separazione dai genitori senza troppa tristezza.
  • Non ponete l’accento sui voti o sulle loro performance, ma aiutateli a comprendere che si impara anche dagli errori e la scuola è fatta proprio per questo scopo.

    Se spingiamo sulla prestazione, è facile che il bimbo abbia una costante ansia performativa: e questo renderà sempre più complicata la separazione e l'ingresso a scuola.

  • Ascoltare distrattamente i racconti dei bambini e, allo stesso tempo, riempirli di domande quando escono da scuola.

    Siate tranquilli e sorridenti e stringetegli la mano, poi lasciate che siano loro a raccontare ciò che hanno vissuto.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/psicologia/se-non-vuole-andare-scuola-consigli

Gravidanza
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