Consigli per gestire i disturbi alimentari nei ragazzi

Disturbi alimentari nei bambini: sintomi e 5 strategie

Consigli per gestire i disturbi alimentari nei ragazzi

“Mio figlio non mangia!”: Questa è solitamente la prima affermazione dei genitori che sospettano la presenza di disturbi alimentari nei bambini.

 Comprensibilmente, le difficoltà legate all’alimentazione generano nei genitori uno stato di allarme, preoccupazioni, ansia e stress.

I disturbi alimentari più frequenti e sempre più precoci nei bambini sono l’alimentazione selettiva,  il rifiuto del cibo, la disfagia funzionale e l’anoressia infantile.

 Quando si tratta di un disturbo alimentare e quando di una normale difficoltà? Quali sono le diverse tipologie di disturbi alimentari nei bambini, i sintomi, le cause e l’intervento? Infine, 5 consigli pratici per i genitori che spesso vivono le difficoltà alimentari del bambino con grande apprensione.

Quando si tratta di disturbi alimentari e quando di difficoltà transitorie?

E’ necessario trovare un equilibrio tra l’eccessiva medicalizzazione delle normali difficoltà evolutive e la sottostima dellestesse. Infatti, nei primi quattro anni di vita del bambino è normale che l’approccio al cibo sia sperimentato in modo graduale.

Tuttavia, i disturbi dell’alimentazione che si manifestano nei primi anni di vita, spesso non vengono adeguatamente trattati, cronicizzandosi anche in età successive. Infatti, essi si associano a difficoltà del comportamento o emotive durante l’adolescenza e l’età adulta.

Solo un’approfondita consulenza e valutazione può determinare se si tratti di una difficoltà transitoria o di un disturbo alimentare.

Sebbene non siano sempre presenti modificazioni drastiche del peso corporeo, nei casi più gravi si osservano importanti carenze nutrizionali e conseguenze rilevanti per la salute.

Si raccomanda la richiesta di aiuto specialistico più precoce possibile, soprattutto qualora il genitore osservi comportamenti alimentarinon congrui all’età del bambino.

I disturbi alimentari più frequenti nei bambini: sintomi e caratteristiche 

 “Il bambino mangia solo alcune categorie di alimenti”

Questo comportamento può essere dovuto primariamente a due problematiche distinte:

  • Circa il 20% dei bambini (1-5 anni) manifestano avversione per i cibi nuovi (neofobia)4 . Gli alimenti maggiormente evitati sono le uova, le verdure e i legumi. Tuttavia, è anche vero che il bambino sperimenta gradualmente il cibo. La fase di svezzamento risulta essere particolarmente delicata e, soprattutto nel primo anno di vita, i ritmi sonno-veglia e alimentari sono strettamente connessi. In questo articolo, viene approfondito il tema della regolazione del sonno in questa fascia di vita. Inoltre, ci sono bambini che, per loro caratteristiche innate (temperamento), sono meno propensi alle novità e ai cambiamenti. Infatti, nella metà dei bambini questa difficoltà va incontro a risoluzione spontanea. Tuttavia, quando l’avversione per i cibi nuovi ha durataprolungata e riguarda molti alimenti indispensabili per la crescita, allora l’intervento è necessario. 
  • Selettività alimentare1: il bambino, per almeno due anni esclude alcune categorie di cibo a lui note. Inoltre, non è presente la paura di soffocamento o vomito. Il rifiuto può essere dovuto ad alcune caratteristiche sensoriali del cibo che generano avversione nel bambino come il colore, l’odore, la consistenza. Selettività alimentare e neofobia rappresentano in assoluto i disturbi alimentari più frequenti nei bambini in età scolare e prescolare.

Difficoltà alimentari dovute a paure o fobie

“Il bambino ha paura di mangiare a causa di intense paure o fobie specifiche”

In casi come questo, i disturbi alimentari nei bambini si esprimono con gli stessi sintomi (rifiutare alcuni cibi), ma l’origine e la causa scatenante è molto diversa.

  • Successivamente ad un’intensa paura di soffocamento e/o vomito si sviluppa il rifiuto parziale o totale del cibo. In questo caso si parla di disfagia funzionale1, ovvero un disturbo della nutrizione sviluppato a seguito di uno o più eventi che hanno sviluppato una sorta di fobia. Ad esempio, il bambino a seguito di episodi di soffocamento, vomito, reflusso o sondino naso-gastrico, potrebbe rifiutare cibi solidi, ma accettarli sotto forma di purea. 
  • Presenza di altri tipi di fobie che portano a scarso consumo di cibo4. Ad esempio la paura di defecare o il timore del bagno.

Altre tipologie di disturbi alimentari nei bambini e i relativi sintomi

  • Disturbo emotivo di rifiuto del cibo1 ovvero una perdita di peso causata da un disagio emotivo presente, in assenza di altre patologie mediche in corso.
  • Anoressia nervosa infantile1: Si osserva una significativa perdita di peso dovuta al rifiuto di alimentarsi adeguatamente. Prima dei 3 anni il bambino con anoressia infantile2 non comunica la fame e non ha alcun interesse per il cibo, pur mostrando grande interesse per l’esplorazione dell’ambiente. Nei bambini tra i 3 e gli 8 anni si osservano preoccupazioni per il cibo e l’alimentazione. Invece nei bambini d’età superiore a 8 anni sono presenti timori e pensieri poco utili sul peso e/o sulla forma del corpo.
  • Bulimia nervosa1 : I casi più precoci si osservano a partire dall’età di 8 anni, mentre più frequentemente l’esordio avviene durante l’adolescenza, tra i 12 e i 24 anni. Episodi di abbuffate e pratiche di svuotamento, perdita di controllo. Come per l’anoressia nervosa sono presenti preoccupazioni elevate e pensieri ripetitivi sulle forme del corpo e/o sul peso. 

Cause dei disturbi alimentari più frequenti nei bambini: non è tutta colpa delle madri!

Molte teorie del passato, soprattutto di impronta psicoanalitica, attribuivano la causa dei disturbi alimentari nei bambini alla figura materna.

Ciò ha contribuito a generare un enorme senso di colpa, soprattutto nelle madri.

L’origine è spesso dovuta all’intreccio di molteplici fattori: caratteristiche innate del bambino (tratti temperamenti), aspetti relazionali, stress psicosociali, difficoltà di regolazione5.

Quindi esiste una pluralità di concause nel determinare la comparsa di un disturbo alimentare durante l’infanzia. Genitori spesso ansia frustrazione e stress relative a questa situazione che genera disaccordo tra i genitori stessi, conflitti tra genitori e tra genitori e bambino esacerbando la difficoltà. 

L’intervento nei disturbi alimentari dei bambini

Si raccomanda la richiesta di aiuto specialistico più precoce possibile, soprattutto qualora il genitore osservi comportamenti alimentarinon congrui all’età del bambino.

Infatti più tempestivo è l’intervento, migliore è la prognosi, consentendo così di evitare possibili complicazioni. Infatti un disturbo durante l’età infantile spesso assume caratteristiche di continuità durante la crescita.

In altre parole, può permanere lo stesso tipo di disturbo e quindi cronicizzarsi, oppure manifestarsi attraverso altre tipologie di disagio (continuità eterotipica). Ad esempio la selettività alimentare irrisolta potrà protrarsi, aggravarsi nel tempo oppure scomparire in maniera temporanea.

Il disagio psicologico tende tuttavia a comparire nuovamente ad età successive con forme diverse. Ad esempio, potrebbe manifestarsi attraverso altre tipologie di disturbi emotivi o comportamentali.

Durante le mie consulenze un punto chiave è la comprensione e la modificazione dei fattori che mantengono questa difficoltà. Infatti, spesso, senza che la famiglia ne sia consapevole, si creano dei circoli viziosi che alimentano la difficoltà.

Assieme alla famiglia questi meccanismi vengono individuati e modificati per ottenere un miglioramento.

Le mie consulenze avvengono in collaborazione con il Pediatra di riferimento in caso di variazioni considerevoli di peso, per approfondimenti attraverso esami strumentali o per valutare l’impatto di cause di natura organica.

L’intervento in presenza di disturbo alimentare in bambini di età inferiore a 8-10 anni, avviene primariamente con il coinvolgimento dei genitori. Nello specifico, ai genitori vengono fornite delle tecniche specifiche volte alla modificazione del comportamento alimentare.

Conclusioni: 5 consigli pratici per i genitori

Riassumendo, i sintomi dei disturbi alimentari nei bambini possono essere molto simili, ma essere causati da diversi fattori e avere un’eziopatogenesi diversa. Lo psicologo infantile valuta e propone l’intervento, il quale più è precoce meno è duraturo e minore è il livello di sofferenza dell’intera famiglia.

Infine, ecco 5 consigli pratici:

  1. Gestire la rabbia anche a tavola: limitare quanto più possibile le “battaglie” per il controllo del cibo e i conflitti relativi l’alimentazione in famiglia. Entrambi alimentano il problema.
  2. Evitare metodi coercitivi, lotte di potere o ricatti: “se mangi questo ti compro il gioco”.
  3. Il bambino osserva e impara dal suo ambiente: Continuare a proporre a tavola un’alimentazione ricca, variegata ed equilibrata
  4. Fornire comunque dei limiti chiari e non negoziabili nel caso vi siano spiluccamenti da parte del bambino (picky eating). 
  5. Se la difficoltà permane una chiamata ad uno specialista non costa nulla.

Nel caso di sospetta presenza di un disturbo alimentare, contattami! La prima consulenza telefonica è gratuita.

Bibliografia

  1. Bryant-Waugh, R., Markham, L., Kreipe, R. & Walsh, T. (2010). Feeding and eating disorders in childhood. Int J eating disorders, 43, 98-111.
  2. Zero to Three – National centre for clinical infant programs (2005). Diagnosis, classification of mental and developmental disorders of infancy and early childhood. Reised edition.

    Zero to three, Washington, DC.

  3. Chatoor, I. (2003). I disturbi alimentari precoci: diagnosi e trattamento. Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, 70 (2), 199-218.
  4. Koziol-Kozakowska, A., Piorecka, B. & Schiegel, M. (2018).

    Prevalence of food neophobia in pre-school children from southern Poland and its association with eating habits, dietary intake and anthropometric parameters: a cross-sectional study. Public Health Nutr. 21(6), 1106-1114.

  5. Ammaniti, M., Luccarelli, L., Cimino, S. Et al. (2011).

    Feeding disorders in infancy: A longitudinal study to the middle childhood. International Journal of eating Disorders.

Sospetto che mio figlio abbia un disturbo alimentare: a chi posso rivolgermi?

Al pediatra di riferimento (PLS) e allo psicologo infantile.

Il Pediatra monitora costantemente lo stato di salute fisica e prescrive eventuali esami strumentali di approfondimento. Lo psicologo infantile valuta la difficoltà assieme alla famiglia e, dopo un’accurata fase di valutazione, propone l’intervento più idoneo.

Источник: https://ilariafonzopsicologa.com/psicologia-dei-bambini/disturbi-alimentari-nei-bambini-sintomi-cause-intervento-e-5-consigli-pratici/

DISTURBI ALIMENTARI INFANTILI E PREPUBERALI

Consigli per gestire i disturbi alimentari nei ragazzi

Alcune difficoltà o disturbi dell’alimentazione che si manifestano nel corso dell’infanzia hanno un’evoluzione positiva e sono limitati nel tempo, altre determinano problemi di crescita o interferiscono con il normale funzionamento della vita familiare e scolastica e tendono a persistere anche durante l’adolescenza e l’età adulta: alcuni comportamenti, come mangiare senza piacere, mangiare troppo poco, o le dispute familiare sul cibo aumentano il rischio di sviluppare l’anoressia nervosa.

CAUSE DEI  DISTURBI ALIMENTARI NELLA PRIMA INFANZIA ED ETA' PREPUBERALI

Il manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV) classifica i Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione dell’Infanzia e della Prima Fanciullezza in tre gruppi:

  1. Pica: il termine (dal latino pica, gazza, il volatile che ingoia tutto ciò che trova) designa la tendenza compulsiva (al di fuori del controllo) a mangiare materiali non commestibili ( terra, sabbia, plastica, carta, foglie, insetti), molto comune tra i bambini nel corso del primo anno di vita. Quando tale comportamento si protrae anche dopo il compimento dei 18 mesi e tende a manifestarsi persistentemente per oltre un mese, siamo in presenza di una patologia. Di solito essa si presenta nei bambini con ritardo mentale grave o che vivono in un ambiente con forti deprivazioni e carenze. Nell'adulto è presente nei quadri di psicopatologie gravissime, quali la schizofrenia.
  2. Disturbo di ruminazione o mericismo: indica il ripetuto rigurgito volontario, lento, del cibo, che viene riportato dallo stomaco nella bocca, masticato, assaporato e deglutito di nuovo. Insorge nei bambini tra il terzo mese e il primo anno di vita. Per la diagnosi è necessario che tale comportamento sia presente per almeno un mese e non sia causato da una patologia medica di tipo organico ( ad esempio reflusso gastro-esofageo). Quando si manifesta negli adulti, è inserito in quadri di malattie mentali molto gravi, quali psicosi croniche e ritardi mentali. Raramente è presente in pazienti affetti da Anoressia Nervosa o Bulimia Nervosa.
  3. Disturbo della nutrizione dell’Infanzia e della Prima Fanciullezza: tale disturbo si manifesta con la mancanza di una alimentazione adeguata ed incapacità ad aumentare di peso, o significativa perdita di peso durante un periodo di almeno un mese, non causata da una altra patologia medica di tipo organico, con un esordio prima dei 6 anni di età.
    I soggetti di età compresa tra gli 8 e i 14 anni possono presentare una serie di comportamenti alimentari problematici, non contemplati dal DSM-IV, spesso caratterizzati dal rifiuto del cibo, ma che non sempre coincidono con l’anoressia vera e propria. In questa fascia di età il numero di individui di soggetti maschili è maggiore rispetto alle fasce di età successive. Prendendo in considerazione un altro sistema di classificazione diagnostica per l’infanzia, il Great Osmond Street Criteria (GOS), i disturbi alimentari che si manifestano al di sotto dei 14 anni sono:
    • Disturbo emotivo di rifiuto del cibo: si tratta di una forma parziale di anoressia nervosa, e per questo meno grave. E’ caratterizzato da una storia di difficoltà con il cibo che giunge al rifiuto di mangiare, pur non essendo presenti tutti i criteri elencati nel DSM-IV e in assenza di cause organiche.
    • Disfagia funzionale: è un problema che si manifesta soprattutto in bambini piccoli, ma non è legato ad alcuna preoccupazione per il peso e per la forma del corpo. Questi bambini non sono sottopeso e spesso riescono a mangiare anche normalmente.
    • Rifiuto pervasivo: si tratta di una patologia grave caratterizzata dal rifiuto categorico di mangiare, bere, parlare, e fare altre attività. Il rifiuto non rimane circoscritto al cibo ed è questo che distingue tale quadro dall'anoressia nervosa.
    • Alimentazione selettiva: il quadro si manifesta con l’assunzione esclusiva di due o tre tipi di cibo, un normale sviluppo staturo-ponderale, assenza di segni di malnutrizione. Spesso sono presenti problemi di relazione sociale e di ansia, ma sono assenti preoccupazioni legate al peso e alla forma del corpo.
    • Anoressia secondaria a depressione: in questo caso sono assenti le preoccupazioni per il peso e le forme del corpo, ma talvolta effettuare una netta distinzione è complicato perché spesso la depressione si accompagna all’anoressia. Stabilire se la depressione è primaria è secondaria alla condotta anoressica è comunque molto difficile.
    • Bulimia nervosa: si tratta di un quadro raro in epoca prepuberale, ma può manifestarsi esattamente come nell’adulto, ovvero con episodi di iperalimentazione seguiti da condotte di eliminazione, in particolar modo vomito e iperattività fisica, finalizzati ad evitare l’aumento di peso, ed esprimenti preoccupazioni per il peso e la forma del proprio corpo e desiderio di dimagrire. Non è presente una condizione di sottopeso.
    • Anoressia nervosa.Queste classificazioni ufficiali non contemplano l’obesità infantile, nonostante essa rappresenti il problema nutrizionale più diffuso in età pediatrica, con una crescita allarmante negli ultimi anni nei paesi industrializzati. A partire dall'infanzia l’obesità si associa ad alterazioni funzionali dell’organismo di vario tipo e costituiscono il preludio di quelle che si manifesteranno in età adulta. Inoltre nel bambino gli effetti psico-fisici del sovrappeso sono immediatamente visibili (problemi relazionali e di autostima dovuti al fatto di essere canzonati e di vivere in una società che stigmatizza le persone con problemi di peso, per non parlare dei vari problemi ortopedici, respiratori e ginecologici). Certamente l’evoluzione del disturbo risulta essere più positiva nei bambini rispetto all'adulto, perché l’accrescimento cui è soggetto un giovane mantiene elevato il fabbisogno energetico anche dopo il calo ponderale e comunque risulta in generale più facile un cambiamento nello stile di vita e nel comportamento alimentare, anche se poi il mantenimento dei risultati costituisce il problema principale del trattamento.I fattori di rischio che aumentano la probabilità di sviluppare un disturbo dell’alimentazione, pur senza renderlo inevitabile, sono ad esempio la presenza di obesità personale o familiare, la presenza di un Disturbo dell’alimentazione nei genitori o altri parenti, commenti e critiche di familiari e altri sull'alimentazione, sul peso e sulle forme corporei. La presenza di una insoddisfazione corporea o di una difficoltà alimentare assume particolare importanza se sono presenti nella famiglia uno più dei fattori elencati.

CONSIGLI PER I GENITORI DI BAMBINI CON DISTURBI ALIMENTARI

La base per lo sviluppo di un disturbo del comportamento alimentare ha origine spesso durante il primo anno di vita e l’educazione impartita dai genitori in questo senso potrà avere un ruolo decisivo nella reale comparsa o meno del disturbo.

Inoltre ricordiamo che nutrire un bambino rappresenta un’importante forma di comunicazione tra i genitori e il figlio, importantissimo per il suo sviluppo; l’ambiente circostante deve rispondere prontamente alle necessità del bambino aiutandolo ad organizzare le varie informazioni che riceve per poterle comprendere ed interpretare. Prima di acquisire tale padronanza il bambino non è in grado di differenziare i suoi bisogni e i suoi impulsi, e se non è aiutato a farlo, crescerà confuso privo della capacità di distinguere le esperienze biologiche da quelle emotive.

Chi si prende cura di lui, quando avverte il suo bisogno di nutrizione, espresso ad esempio attraverso il pianto, gli offre il cibo, e così, gradualmente, il piccolo impara a distinguere la sensazione “della fame” da altre tensioni e bisogni.

Ma se la reazione dell’adulto non è adeguata, se questa comunicazione risulta essere continuamente difettosa come ad esempio quando il genitore crede che il bambino sia affamato, abbia freddo o sia stanco quando in realtà non lo è, il risultato sarà una situazione di confusione e smarrimento; al bambino viene impedito di imparare a gestire i bisogni legati al cibo, di distinguere la sensazione “della fame” da altre tensioni e bisogni, tra fame e soddisfazione, tra bisogni nutrizionali ed altre sensazioni di disagio e tensioni. Quando le prime esperienze sono negative e confondenti, interferiscono con l’abilità di riconoscere le sensazioni di fame e sazietà e non permettono di distinguere il desiderio del cibo da altri sgradevoli segnali che sono legati ad altri conflitti e problemi. Sono proprio i genitori che devono aiutare il bambino a sviluppare una sensibilità adeguata verso l’impulso della fame, in modo che egli la riconosca come precisa sensazione.

Il cibo andrebbe offerto quando il piccolo è fisicamente affamato e non dovrebbe essere mai usato come ricompensa né trattenuto per punizione. Ascoltare per comprendere le sensazioni e le esigenze del bambino per rispettarle diviene il compito fondamentale dei genitori: i bambini devono alimentarsi guidati dallo stimolo della fame e smettere quando si sentono sazi.

Non andrebbero costretti a farlo quando si rifiutano, né tanto meno i genitori dovrebbero conferire al mangiare un’enfasi eccessiva, soprattutto quando il bambino tende a manifestare un’opposizione.

Источник: https://www.consultorioantera.it/approfondimenti/disturbi-del-comportamento-alimentare/disturbi-alimentari-infantili-e-prepuberali.html

Cosa fare quando una persona cara soffre di disturbi alimentari

Consigli per gestire i disturbi alimentari nei ragazzi

Incontra uno psicologo di Grazia Esposito Malara (Psicoterapeuta- graziaespositomalara@gmail.

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Accorgersi quando una persona vicina soffre di disturbi alimentari è abbastanza facile: i sintomi sono molto visibili e chi ne soffre lancia spesso implicite richieste d’aiuto.

Non altrettanto semplice è però empatizzare con queste persone, costruire un dialogo con loro e aiutarle a chiedere aiuto. Alcuni consigli pratici per chi ha familiari o amici con disturbi alimentari.

Come facciamo a capire se nostra figlia, sorella, fidanzata o amica soffre di un disturbo del comportamento alimentare (DCA)? Come distinguere un sano dimagrimento dal sintomo di un rapporto difficile col cibo?

I disturbi alimentari sono una condizione da non sottovalutare. Non si tratta di semplici capricci e neppure di innocue fissazioni, bensì di patologie che possono divenire croniche e gravi così come le loro conseguenze.

Chi soffre di disturbi alimentari – o ha un rapporto distorto con il cibo – prova molta vergogna, paura e senso di colpa e tende a negare e tenere nascosto il proprio problema.

Per questa ragione è fondamentale che siano i familiari o gli amici a cogliere i segnali e accompagnare la persona verso un trattamento terapeutico.

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DCA: conosciamoli

Occorre sapere innanzitutto che tutti i disturbi alimentari sono caratterizzati da un’alterazione del rapporto che un individuo ha con il cibo e con il proprio corpo e dalle conseguenze che questo comporta. L’alimentazione e la forma fisica diventano per la persona il fulcro attorno al quale ruotano tutte le altre attività quotidiane, un pensiero fisso e costante che assume un’importanza esagerata nella valutazione di se stessi.

Anoressia

L’anoressia nervosa è probabilmente il disturbo più conosciuto. È caratterizzato da una riduzione drastica dell’introito energetico tale da portare a un peso corporeo significativamente basso, inferiore al peso minimo normale.

Ciò che caratterizza l’anoressia è una paura intensa di ingrassare, anche quando il peso è molto basso. Paura che porta a un controllo esasperato della quantità di calorie ingerite e all’eliminazione di alcuni alimenti ritenuti pericolosi.

Il peso o le forme del corpo diventano un pensiero costante e la magrezza l’unità di misura per valutare se stessi e il proprio valore.

-Leggi anche: Anoressia, bulimia e binge eating. Quali sono le cause?

Bulimia

La bulimia nervosa è caratterizzata da episodi ricorrenti di abbuffate compulsive. Esse consistono nel mangiare in un periodo circoscritto una quantità di cibo significativamente maggiore a quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo.

Ciò si accompagna a un senso di mancanza di controllo sul mangiare durante l’episodio. Alle abbuffate fanno seguito comportamenti impropri di compenso come vomito, digiuno, attività fisica intensa, uso di lassativi.

Il disturbo di alimentazione incontrollata (binge eating) si distingue dalla bulimia perché vi sono episodi di abbuffate ai quali non fanno però seguito condotte compensatorie.

Ortoressia e vigoressia

Negli ultimi anni sono giunti all’attenzione dei clinici altri due disturbi: l’ortoressia e la vigoressia, ancora poco conosciuti.

Il primo è caratterizzato da una maniacale ossessione per i cibi salutari. La persona è spinta a fare lunghe e quotidiane ricerche sulle proprietà nutritive degli alimenti.

Tale ricerca impoverisce il resto delle proprie attività ed elimina intere categorie di cibi o metodi di cottura.

La vigoressia o bigoressia è caratterizzata – al contrario dell’anoressia – dalla paura di essere troppo esili. Da qui il ricorso a un’attività fisica molto intensa e un’alimentazione iperproteica o arricchita di anabolizzanti e integratori.

Quali sono i segnali da non trascurare?

  • Fisici: variazioni di peso, pallore, sensibilità eccessiva al freddo, stanchezza costante, svenimenti, perdita dei capelli, rossore agli occhi, amenorrea (scomparsa del ciclo mestruale), aumento della massa muscolare, calli sulle nocche e deterioramento dei denti (nel caso di vomito frequente).
  • Comportamentali: comparsa di rituali alimentari (tagliare il cibo in pezzi molto piccoli, uso di bacchette…) lentezza eccessiva durante i pasti, evitamento di situazioni conviviali, sparizione di alimenti dalla dispensa, lettura di tutte le etichette alimentari e utilizzo di applicazioni per il conteggio delle calorie, necessità di andare in bagno dopo i pasti, aumento dell’attività fisica, uso di integratori, attenzione ai metodi di preparazione dei pasti quando cucina qualcun’altro, eliminazione di alcuni alimenti prima consumati regolarmente, rifiuto di alcuni alimenti, negazione di ogni osservazione riguardo alla propria forma fisica, negazione dello stimolo della fame, cambio nel tipo di abbigliamento.
  • Emotivi: repentine variazioni di umore, mancanza di interesse nei confronti delle relazioni sociali, difficoltà a portare a termine gli impegni presi, eccessiva sensibilità nei confronti di ogni commento riguardo alla forma fisica e al cibo, estremo controllo di cosa e quanto ci si alimenta, eccessiva rigidità, bassa autostima.

Cosa non dire a una persona che soffre di DCA

Spesso succede che, nonostante le buone intenzioni, si dicano cose che possono ferire anziché supportare chi soffre di disturbi alimentari.

Il primo consiglio è quello di farsi aiutare da un professionista che, valutando la situazione specifica, possa fornire anche indicazioni pratiche su come approcciarsi al nostro caro che soffre e auspicabilmente convincerlo a iniziare lui stesso un percorso di cura.

Il secondo consiglio è di evitare certi tipi di frasi:

  • Confronti come “allora quelli che sono davvero grassi cosa dovrebbero fare?”, “lo so bene io che prima della gravidanza pesavo la metà”. Ricordiamoci che l’insoddisfazione di chi ci sta di fronte non ha una motivazione razionale e che queste persone hanno una percezione distorta del proprio aspetto. Chi soffre di un DCA manifesta nel corpo una sofferenza psichica profonda che nulla ha a che vedere con un numero sulla bilancia. Ogni persona vive il proprio corpo in maniera completamente differente, i paragoni non servono a confortare, ma solo a sminuire il vissuto di chi soffre. Meglio dire “so di non poter capire quello che provi, ma se ti va posso ascoltarti e fare del mio meglio per starti vicino”.
  • Considerazioni sulle difficoltà della vita come“tutti hanno i loro problemi” oppure “c’è chi soffre più di te”. Non esiste una scala del dolore, non esiste una sofferenza che ha più dignità di un’altra. E non è per nulla consolante. Meglio dire: “fai del tuo meglio per stare bene e prenderti cura di te, io ti sono vicino”.
  • Richiami al senso di colpa come “ma ti rendi conto di quanto fai star male i tuoi genitori comportandoti in questo modo?”. Non si sceglie di avere un DCA, né tantomeno è funzionale far leva sul senso di colpa, anzi. E soprattutto: noi ci rendiamo conto di quanto sta male chi ne soffre? Meglio dire: “sono sicuro che ci sono tante persone intorno a te che ti vogliono bene e possono starti vicino in questo momento”
  • Frasi sulla forza di volontà come “basterebbe mangiare un pochino di più” o “elimina le schifezze e vedrai” o ancora “ma sì, non ci pensare”. Fosse facile… Chi ha un DCA non si comporta certo così perché manca di forza di volontà, il problema è a un altro livello. E anzi, nel caso dell’anoressia non è certo la volontà a mancare.Meglio dire: “cosa posso fare per darti una mano? Pensi che possa esserti di aiuto in qualche modo?”

A questo link è possibile reperire un documento molto completo del Ministero della Salute, con domande e risposte su questi disturbi, la loro insorgenza, lo sviluppo, la valutazione e il trattamento.

Cosa si può fare?

La prima cosa da fare nel momento in cui si notano segnali come quelli descritti è porsi in una condizione di dialogo e ascolto aperto. Evitare di concentrarsi su cosa e quanto la persona mangia o non mangia, o si allena o meno, bensì sul suo benessere emotivo.

Chi soffre di un disturbo del comportamento alimentare è molto fragile. Ciò che per noi è un problema evidente, è spesso nel suo caso la miglior soluzione per gestire le emozioni. Per questo è importante muoversi tempestivamente, ma sempre in maniera rispettosa.

Non colpevolizzare (né colpevolizzarsi), ma – con l’aiuto di uno specialista – fare uno sforzo di comprensione del significato dei sintomi e della gravità della situazione.

È importante richiedere subito una consulenza con uno psicoterapeuta esperto in queste problematiche per fare una prima valutazione e capire quale potrebbe essere il percorso terapeutico più indicato per il proprio familiare o per trovare insieme strategie di intervento qualora la persona rifiuti di farsi aiutare.

Chi soffre di un DCA è in genere ambivalente rispetto alla possibilità di ricevere aiuto: da una parte vorrebbe uscire dalla “gabbia” che si è costruito, ma dall’altra ne teme le conseguenze. Non giudichiamolo per questo, ma empatizziamo con la sua paura e sosteniamolo. Infine, mettiamoci a nostra volta nelle condizioni di ricevere un sostegno psicologico.

(21 Settembre 2018)

Specializzata in psicoterapia individuale, gruppale e istituzionale e formata in Emdr (Eyes Movement Desensitization and Reprocessing) si occupa prevalentemente di consulenza e psicoterapia dell’adolescente e dell’adulto in casi di esperienze traumatiche, disturbi d’ansia, attacchi di panico, disordini di tipo alimentare, problemi della sfera sessuale, difficoltà legate alle fasi di crescita e di cambiamento, problematiche relazionali e affettive.
Lavora nelle scuole superiori in progetti volti alla promozione del benessere e alla prevenzione del disagio di studenti e dipendenti.
Accanto all’attività clinica si occupa da anni di formazione e divulgazione di argomenti di interesse psicologico per varie società e associazioni organizzando corsi e laboratori per la crescita personale, il miglioramento delle prestazioni lavorative e sportive e il rilassamento, conducendo anche gruppi di training autogeno, mindfulness e mindful eating.

Tutti i post di Grazia Esposito Malara

Источник: https://psiche.santagostino.it/2018/09/21/cosa-fare-disturbi-alimentari/

I disturbi alimentari nei bambini: come riconoscerli, affrontarli, prevenirli

Consigli per gestire i disturbi alimentari nei ragazzi

Stanno diventando sempre più frequenti anche sotto i 12 anni e spesso sono espressione di un forte disagio del bambino. Ne abbiamo parlato con la psichiatra Laura Dalla Ragione, tra le curatrici di “Le mani in pasta”, un libro che fa il punto sull’argomento.

I disturbi alimentari nei bambini

Pochi anni fa, i disturbi del comportamento alimentare – anoressia e bulimia in testa – erano considerati tipici dell'adolescenza o della giovinezza, e appannaggio quasi esclusivamente femminile.

Le cose, però, sono cambiate. In peggio. “Fino a 5/6 anni fa, nei nostri servizi vedevamo di rado bambine e bambini sotto i 10-12 anni. Oggi ne incontriamo di continuo”.

Parola di Laura Dalla Ragione, psichiatra a capo della Rete per i disturbi del comportamento alimentare (DCA) dell'Usl 1 dell'Umbria, secondo la quale in Italia circa il 10% dei bambini sotto i 12 anni soffre di un disturbo alimentare.

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La salute, si sa, si costruisce anche a tavola. E quella dell'adulto comincia a costruirsi fin da bambini, dalla nascita in poi. Per questo, la Federazione italiana medici pediatri (FIMP) ha…

Quali sono i disturbi alimentari più diffusi tra i bambini?

  • Comportamento selettivo
  • Disturbo da alimentazione selettiva
  • Disfagia funzionale
  • Disturbo da rifiuto pervasivo di cibo

“Il più diffuso è il comportamento selettivo, per cui i bambini mangiano solo alcune tipologie di cibi, escludendo tutte le altre” spiega l'esperta. La scelta viene fatta in modo abbastanza casuale, per categorie che possono essere il colore o il tipo di consistenza: ci sono bambini che mangiano solo cibi bianchi, altri che mangiano solo cibi semisolidi come frullati o pappine, altri ancora, per esempio, solo pasta al pomodoro e hamburger.

“Una certa selettività e una certa ritrosia ad assaggiare cibi nuovi sono abbastanza comuni fino ai quattro anni” spiega Dalla Ragione.

Dopo, però, i bambini dovrebbero progressivamente sperimentare cibi nuovi, anche con l'aiuto dei genitori che non dovrebbero arrendersi di fronte ai primi rifiuti, e perseverare nella riproposizione degli alimenti rifiutati (senza però costringere i bambini a mangiarli!).

Disturbo di alimentazione selettiva

Nei bambini con disturbo di alimentazione selettiva, invece, succede che le restrizioni diventano sempre più evidenti e numerose.

“Poiché spesso gli unici alimenti introdotti sono ricchi di carboidrati – pasta, pizza, pane – non c'è, almeno all'inizio, un problema di crescita o di eccessiva magrezza” spiega la psichiatra.

“A lungo andare, però, possono manifestarsi carenze nutrizionali, dovute per esempio allo scarso apporto di vitamine, e problemi della crescita“.

Disfagia funzionale

Un altro disturbo piuttosto comune è la disfagia funzionale, che si verifica quando un bambino ha subito un trauma legato al cibo, per esempio ha rischiato di soffocare per un boccone andato di traverso, o ha visto qualcuno che ha rischiato di soffocare. In questi casi il bimbo mangia con difficoltà proprio perché ha paura che il cibo possa fargli male.

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Più raro, ma con conseguenze più pericolose, è il disturbo da rifiuto pervasivo di cibo, che porta i bambini a rifiutare non solo di mangiare ma anche di bere. “In questi casi il sottopeso e la disidratazione richiedono ricoveri in ospedale e terapie lunghe e difficoltose”, conclude Dalla Ragione.

Quali sono le cause dei disturbi alimentari dei bambini?

Le cause possono essere:

  • psicologiche (sintomi di uno stato di disagio, come lutto, arrivo di un fratellino…)
  • condizioni fisiche sottostanti (celiachia, reflusso gastroesofageo o manifestazione di un disturbo dello spettro autistico)

Cause psicologiche

“Come nell'adolescente, anche nel bambino il disturbo alimentare può essere il sintomo di uno stato di disagio, che può avere varie cause: può esserci stato un lutto importante, oppure l'arrivo di un fratellino vissuto in modo molto complicato” spiega l'esperta.

In alcuni bambini, questo può portare a difficoltà emotive e relazionali che si traducono concretamente in difficoltà nella relazione con il cibo. Per capire perché proprio il cibo, però bisogna fare un ragionamento più ampio, che includa tutta la società.

“Il fatto è che il cibo è diventato un attore molto importante nella vita di tutti, e l'ambito alimentare è sottoposto a una forte pressione sociale.

Si diventa tutti più sensibili a questo ambito, e se c'è un disagio si finisce con il manifestarlo proprio lì”.

Allo stesso tempo, però, secondo Dalla Ragione c'è anche poca attenzione generale all'alimentazione dei bambini.

Non solo si sta poco attenti alla qualità di quanto gli si propone, con il cibo spazzatura che impazza anche tra i più piccoli, ma gli stili di vita degli adulti, sempre molto impegnati fuori casa, fanno sì che spesso i bambini mangino da soli.

“Eppure il cibo non è solo nutrizione, ma anche relazione. Se dall'alimentazione si toglie l'aspetto relazionale, è possibile che l'alimentazione stessa diventi un ambito di tensione, se il bambino ha altri problemi”.

Cause dovute a condizioni fisiche sottostanti

Non sempre, comunque, la causa del disturbo alimentare è di tipo psicologico.

Certi comportamenti selettivi o evitanti possono dipendere anche da condizioni fisiche sottostanti, come la celiachia o un reflusso gastroesofageo molto accentuato, oppure costituire una manifestazione di un disturbo dello spettro autistico. In effetti, nei bambini con autismo la selettività alimentare è piuttosto diffusa.

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In che modo i genitori possono rendersi conto che c’è un problema?

Come abbiamo detto, fino ai 4/5 anni alcune difficoltà con il cibo possono essere normali e la linea di confine tra normalità e disturbo può essere sottile. Alcuni segnali, però, possono aiutare a far capire se c'è qualcosa che non va.

“Per esempio, se la neofobia, cioè la paura dei cibi nuovi, dura anche dopo questa età” sottolinea Dalla Ragione. “Poi anche il tipo di reazione del bambino di fronte alla proposta di alimenti diversi dal solito.

Se è un bimbo semplicemente un po' schizzinoso, magari protesterà anche in modo energico, ma accetterà di assaggiare e mangiare il cibo nuovo.

Un bambino con disturbo selettivo, invece, molto difficilmente mangerà qualcosa di diverso: piuttosto andrà a letto senza cena”.

Un altro segnale potrebbe essere il rifiuto del bambino a partecipare a occasioni sociali – feste di compleanno degli amici, cene di classe – che lo mettono in difficoltà perché si rende conto di avere con il cibo un rapporto diverso rispetto a quello dei coetanei.

In caso di dubbi ci si può rivolgere al proprio pediatra, oppure contattare il numero verde per i disturbi alimentari del Ministero della Salute: 800180969

Come si affronta un disturbo alimentare dell’infanzia?

Escluse eventuali cause fisiche, “è importante rivolgersi a centri specializzati per i disturbi alimentari infantili, oppure a servizi di neuropsichiatria infantile” consiglia Dalla Ragione.

“L'approccio che si è dimostrato più efficace è quello integrato, che prevede di lavorare sia con il bambino sia con la famiglia su due fronti: quello psicologico e relazionale e quello dell'educazione nutrizionale”.

L'inclusione e la partecipazione dei genitori al percorso terapeutico è fondamentale. “Se la famiglia non accetta di mettersi in gioco e assume un atteggiamento chiuso, di difesa, diventa tutto più difficile” sottolinea l'esperta.

E a casa? “E' molto importante non colpevolizzare mai il bambino e non forzarlo a mangiare.

Gli si può dire che c'è un problema, certo, ma che lo si sta affrontando tutti insieme per risolverlo. E le variazioni nelle proposte di cibo vanno fatte a passi molto piccoli.

Al bambino che mangia solo semolino in bianco, per esempio, a un certo punto si potrò provare a proporre del riso in bianco”.

Come si possono prevenire i disturbi del comportamento alimentare?

Poiché si tratta di disturbi complessi, con origine multifattoriale, non esistono ricette semplici e provate al 100% per la loro prevenzione. Ci sono però degli atteggiamenti che possono aiutare molto:

  • Restituire all’alimentazione l’importanza che ha, sia rispetto alla scelta e alla preparazione degli alimenti, sia rispetto al suo ruolo relazionale. “Il cibo deve avere un ruolo importante nella comunicazione all’interno della famiglia” suggerisce Dalla Ragione.

    Per questo è utile invitare i bambini a fare la spesa insieme, a cucinare insieme manipolando e annusando i vari alimenti.

  • Far sperimentare ai bambini più cibi possibili nei primi 7/8 anni di vita.

    “E’ un momento importante per la formazione del gusto: più cose riusciamo a fare assaggiare e sperimentare in questa fase e meglio è”.

  • Evitare il più possibile gli stress legati al cibo: l’attenzione dei genitori per l’alimentazione dei bambini non dovrebbe diventare ossessiva, e bisogna evitare di utilizzare il cibo come strumento di ricatto (“se non mangi non puoi vedere la TV”; “siccome hai preso un bel voto puoi avere una caramella”).
  • Mettersi in ascolto dei bambini, per cercare di intercettare i loro bisogni e i loro eventuali disagi.
  • Aiutare i bambini a costruirsi una buona competenza emotiva, una buona capacità di riconoscere e gestire le emozioni.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/bambino/disturbi-alimentare-bambini-come-riconoscerli-affrontarli-prevenirli

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