Come risolvere i conflitti con i figli

Come migliorare il rapporto con i figli: 6 consigli pratici

Come risolvere i conflitti con i figli

20 Luglio 2020

In qualità di genitori ci chiediamo spesso come migliorare il rapporto con i figli. Certo non esiste una soluzione univoca, quella con i figli è una relazione che si coltiva giorno dopo giorno, ma alcune prassi possono aiutare l’esercizio quotidiano della genitorialità. 

Essere genitori è una grande sfida, significa accompagnare un altro essere umano dalla nascita fino all’età adulta, è un viaggio pieno di gioie, risate e soddisfazioni durante il quale si incontrano spesso anche momenti di stanchezza e frustrazione. 

Rapporti difficili con i figli nelle situazioni di crisi

I rapporti con i figli possono diventare difficili nelle situazioni di crisi.

Momenti di profonda incertezza, come quello che stiamo ancora attraversando, hanno messo i genitori di fronte a nuove e diverse difficoltà: la mancanza o la riduzione del lavoro, le paure per la situazione sanitaria, l’accumulo dei compiti di cura verso i propri figli una volta condivisi con la scuola o i nonni. Allo stesso modo anche i/le bambini/e hanno vissuto, e molti continuano ancora a vivere, con crescente stanchezza e agitazione la compressione della loro socialità imposta dalle regole del distanziamento fisico.

In questa situazione i genitori si sentono fortemente sotto pressione e il rischio è di non riuscire a gestire al meglio il capriccio o le situazioni di tensione o di conflitto con i propri figli. Quando lo stress ha il sopravvento può capitare di perdere il controllo e di dire o fare cose di cui poi ci si pente.

Quando un/a bambino/a fa qualcosa che non avrebbe dovuto fare a volte la risposta come genitori può essere quella di alzare la voce, rimproverare, dare punizioni a volte perfino sculacciare. Anche se non ci si vorrebbe comportare in questo modo non si sa bene cos’altro fare.

Molto spesso ci si limita a reagire alle situazioni invece di operare scelte ragionate. 

Rapporto con i figli: 6 consigli utili

Riportiamo di seguito 6 consigli utili per migliorare il rapporto con i figli. Si tratta di semplici strategie che possono aiutare i genitori a gestire le possibili situazioni di tensione.
 

1) Siate indulgenti con voi stessi

Essere genitori non è un compito facile, è piuttosto un viaggio e una sfida continua, non esistono genitori perfetti, ogni situazione e relazione è a sé.

Se pensate che la situazione di tensione con vostro figlio/a vi stia sfuggendo di mano datevi del tempo solo per voi per riflettere o anche solo per respirare e calmarvi, chiedete aiuto al vostro compagno/a o cercate un confronto con amici e parenti.

Chiedere aiuto o un confronto non è un atto di debolezza ma di profonda consapevolezza. 

2) Anticipate e reindirizzate

Tutti i bambini si comportano male a volte e in una situazione di distanziamento e di rivoluzione della routine quotidiana come quella che ci troviamo a vivere possono essere ancora più reattivi del solito.

Una risposta scocciata da parte di vostra figlia che di solito è sempre gentile, o il muso che vi tiene vostro figlio davanti al televisore possono essere considerati tutti piccoli avvertimenti che la situazione può degenerare ed esplodere in un conflitto tra fratelli o con voi genitori.

Cogliere questi segnali richiede al genitore di essere molto consapevole nel notare cambiamenti d’umore nei propri figli e a porsi alcune iniziali domande (avrà fame, sonno, stanchezza, è successo qualcosa con qualche amico o conoscente?) e cercare attivamente di reindirizzare il tiro finché è in tempo.

A volte è vero che i bambini non danno segno che faranno qualcosa che non avrebbero dovuto fare o che la situazione da lì a poco degenererà ma a volte invece i segnali ci sono e il genitore può coglierli.

In questo modo si potrà facilmente distrarre i più piccoli iniziando a raccontare una storia o cantando una canzone insieme oppure arrivare nella stanza con un nuovo gioco cercando così di distrarre entrambi i fratelli che stavano per mettersi a litigare. A volte dobbiamo solo cercare di anticipare gli eventi e trovare piccole strategie che ne possano cambiare il corso.

3) Dite no al capriccio ma sì al bambino/a

Ogni bambino e ogni relazione genitore-figlio è a sé ma una cosa che possiamo darvi per certa è che il primo passo per una disciplina efficace è basata sulla capacità del genitore di entrare in sintonia con le emozioni del bambino/a.

  Sintonizzarsi significa riconoscere le emozioni del bambino, con segnali non verbali come il contatto fisico, l’espressione facciale e un ascolto non giudicante (per quanto quello che i vostri figli fanno vi possa far irritare o dispiacere).

Solo una volta che si è riusciti a sintonizzarsi emotivamente con il bambino/a (e una volta che si è calmato/a) si può provare a discutere su quanto accaduto. Entrare in sintonia non significa essere permissivi ma piuttosto il contrario. Creare un clima e una connessione empatica deve andare di pari passo alla creazione di regole e limiti precisi.

I bambini hanno bisogno di regole, di un ambiente prevedibile, di sapere cosa devono aspettarsi da mamma e papà ma difficilmente comprenderanno le regole o coopereranno con voi genitori se sono agitati, scossi o arrabbiati. 

4) La violenza non è mai una risposta

Ogni approccio violento, volto a far male, umiliare, provocare paura o terrore è destinato a fallire. Schiaffi e sculacciate ma anche le urla, le minacce, l’umiliazione sono punizioni dagli effetti estremamente controproducenti.

Quando si sculaccia un/a bambino/a la sua attenzione si sposta dal suo comportamento a quello del genitore.

In questo modo perdiamo l’occasione di far riflettere il bambino/a su quello che lui o lei ha fatto, non sentiranno colpa o rimorso per la brutta azione fatta ma saranno troppo concentrati ad essere arrabbiati con i genitori.

 
Inoltre con schiaffi e sculacciate si rischia di insegnare al bambino/a che come adulti non abbiamo altre strategie per educarli se non quella di infliggere dolore fisico a qualcuno di più debole e indifeso. Pensateci, è questo il messaggio che rischiate di veicolare?

5) Evitate il peggio: giocate!

Creare momenti divertenti è invece molto importante, possiamo cambiare una situazione potenzialmente tesa facendola diventare una situazione buffa e divertente.

Ad esempio il semplice rispettare la regola del lavarsi le mani prima di sedersi a tavola può diventare un’impresa se ci limitiamo a dare ordini perché pensiamo che i nostri figli debbano semplicemente ascoltarci! Provare a fare delle bolle con l’incavo tra pollice e indice invece permetterà di ricrearvi un momento divertente e i vostri figli si laveranno le mani in pochi minuti. 
Il fattore divertimento è ancora più importante per chi ha più di un figlio. Le ricerche hanno mostrato che i fratelli che litigano ma che condividono momenti ed esperienze di divertimento insieme avranno, nel lungo termine, una relazione più forte. Quindi…divertitevi con i vostri figli.

6) saper chiedere scusa per Riparare

Anche al miglior genitore succederà di litigare con il proprio bambino. Per quanto si cerchi di fare al meglio il lavoro di genitori ci saranno volte in cui reagiremo in maniera istintiva, immatura e, a volte, anche dura. Tutto questo è normale ma una cosa utile da ricordare è che possiamo sempre riparare.

Dopo un momento di scontro, quando saremo tutti più calmi, chiedere scusa per aver alzato la voce e aver detto cose forse poco gentili è un’azioni importante.

Permette ai bambini di apprendere un’abilità importante cioè quella di saper chiedere scusa, sentire e comunicare il proprio senso di colpa, indispensabile per costruire relazioni significative.

Per approfondire il tema della genitorialità positiva con un focus sul periodo dell'adolescenza, leggi anche:

  • Come comportarsi con i figli nell'adolescenza? 3 consigli per i genitori

Источник: https://www.savethechildren.it/blog-notizie/come-migliorare-il-rapporto-con-i-figli-6-consigli-pratici

Genitori: come gestire i conflitti con i figli

Come risolvere i conflitti con i figli

Descrivere l’amore di un genitore per un figlio è complesso. Ha radici profonde portando l’adulto a desiderare a fare il proprio meglio anche quando i figli fanno arrabbiare.

E allora, cosa accade quando i figli mandando in tilt i genitori? Quando la pazienza finisce e la rabbia sta per arrivare, cosa fare?

Cercherò di dare una risposta a queste domande partendo dal fatto che per imparare e gestire quest’emozione bisogna prima di tutto capire da dove nasce e cosa fare per controllarla.

La prima domande che dobbiamo farsi, quindi, è: da dove nasce la rabbia? Nasce da una reazione emotiva nata da sentimenti, stati d’animo e paure.

I motivi della sfuriata sono diversi da genitore a genitore. Le reazioni sono diverse: qualcuno s’innervosisce per un “no” di troppo, altri per un brutto voto, altri ancora quando il piccolo fa i “capricci”.

È normale arrabbiarsi per ogni genitore: qualcuno urlerà, altri metteranno il figlio in castigo, altri ancora reagiranno con comportamenti più passivi.

Tranquilli! Le divergenze di opinione e i conflitti con i figli, non solo sono naturali, ma sono utili per la crescita di entrambi. È fondamentale per ogni genitore saperli gestire al meglio.

Cosa significa?

Significa saper gestire la nostra parte stressata e non seguire l’istinto. È importante prendersi del tempo e dare il meglio di sé come genitore nel momento in cui nostro figlio ci sfida. È necessario capire che, in quel momento, lui ha assoluto bisogno di mettere in atto quel comportamento, anche se, a noi fa perdere il lume della ragione.

Due premesse:

  1. Nostro figlio non è cattivo, non è pestifero e non è capriccioso. Nostro figlio fa quello che fa perché sta mettendo alla prova reazioni, sentimenti e dinamiche. Sta crescendo e sperimentando. A volte sembra ci stia sfidando. In realtà siamo i suoi maggiori alleati, non suoi avversari.
  2. Reazioni troppo violente non portano mai alla risoluzione del conflitto, anche se nell’immediato ci danno la sensazione di avere risolto, nel tempo i risultati non sono duraturi.

    Il conflitto si ripresenterà, anche in maniera più forte, e non perché nostro figlio è ‘cattivo’, ma perché la nostra reazione non è stata efficace dal punto di vista emotivo. Non ha fornito una risposta adeguata.

I due punti di vista: genitore e bambino

Sappiamo che ogni evento può essere osservato da diversi punti di vista. Ampliare la nostra visione ci permetterà di avere un approccio differente, meno autoreferenziale.

Mettersi nei panni del bambino significa cambiare totalmente ruolo. Significa entrare in una dimensione e in una visione del mondo, completamente, differente. Bisogna mettersi in ginocchio per vedere il mondo da laggiù. Sembra strano, ma a volte i bambini “urlano” per far arrivare i loro pensieri e le loro emozioni fino alle nostre “alte” orecchie.

Il punto di vista del genitore

Cerchiamo di comprendere cosa cifa perdere il controllo.

I motivi della nostra rabbia, parlano di noi, della nostra mappa mentale. Chi ci “provoca” ha un ruolo marginale.

Comprendere le nostre emozioni, le ragioni di quel sentimento forte, è un modo per immergersi in noi stessi e arrivare alla radice del nostro cuore, dei nostri valori. Ci arrabbiamo perché sentiamo che i nostri principi sono stati calpestati e il nostro istinto ci porta a reagire per difenderci.

Nostro figlio, come ho spiegato prima, non vuole disprezzare i nostri principi. Lui ci ama e pretende da noi risposte alle sue paure e ai suoi disagi che raramente riesce a spiegare a parole.

Quando mi arrabbio?

Probabilmente mi arrabbio quando viene messa in dubbio la mia autorità, oppure quando non è sufficiente quello che do a mio figlio facendomi sentire inadeguato, o ancora, quando piange e sembra inconsolabile e mi sento di non riuscire a comprenderlo, o quando mi sento schiacciato dal ruolo di genitore.

Per comprendere cosa scatta, dobbiamo porci domande di qualità:

  • Cosa succede in me?
  • Quando mi accade?
  • Dove?
  • Come mi sento nel profondo?

Queste domande bisogna porsele quando si è lucidi e calmi. Non posso farle nel momento in cui sono nel pieno della mia emozione negativa.

Il dove è importante perché l’ambiente e le persone che lo abitano possono influire sulle mie emozioni e su quelle del bambino. Valutate se ci sono ambienti, particolarmente, “stressogeni” per la vostra relazione e cercate di indagare i fattori che vi infastidiscono.

Una volta che abbiamo risposto a queste domande ci sarà più chiaro comprendere cosa scatta in noi. Avremo mappato la nostra emozione, dandogli delle coordinate precise.

Se, ad esempio, perdiamo la calma nei posti molto affollati perché nostro figlio non ubbidisce immediatamente, oppure al parco quando è l’ora di andare e lui non vuole, oppure al supermercato quando vuole a tutti i costi le caramelle e noi iniziamo a sudare sette camice perché abbiamo nella testa mille cose da fare. In queste situazioni pensiamo di non farcela.

In questo caso ci servono tre passaggi:

  1. Respiriamo
  2. Non cediamo subito all’emozione che sta arrivando
  3. Cerchiamo di capire cosa realmente ci sta chiedendo nostro figlio, mettendoci nei suoi panni.

 Il punto di vista del bambino.

Così come cerchiamo di mappare le nostre emozioni attraverso precise domande, così dovremo fare con quelle di nostro figlio. Ricorda, lui ha sempre un motivo per fare quello che fa, ma a volte il suo modo di esprimersi è completamente differente dal nostro.

Mantenere il controllo permette di guardare il bambino e cercare di comprenderlo. Per riuscire dovremo ‘abbassarci’ ed ascoltarlo. Ascoltare significa comprendere e rispondere adeguatamente.

Se la risposta del genitore non soddisfa la mente del bambino, la domanda verrà posta di nuovo, e come dicevo prima, il conflitto aumenterà.

Mantenere la calma ti permette di perdere meno tempo e insegnerete al bambino una modalità di comportamento che farà sua.

Come ho già detto, a volte sembra che nostro figlio ci stia sfidando.

In effetti, come accade per gli adulti, ogni bambino ha bisogno di superare delle sfide per crescere e per definire la propria personalità.

Le sfide aiutano i nostri figli a crescere solo se i genitori le sanno condurre senza entrare in gioco, ma osservando in maniera dissociata i movimenti del bambino. Non è possibile farlo se siamo in balia dei nostri sentimenti e delle nostre emozioni.

Ecco un breve esercizio per gestire la sfida:

Prendiamo carta e penna. Nel primo foglio, buttiamo giù tutte le situazioni che ci hanno fatto, e ci fanno, alterare. Scriviamole di getto, poi riordiniamole in base alla forza emotiva che hanno in noi.

Nella seconda pagina scriviamo, seguendo la conoscenza di nostro figlio, quello che di buono vorrebbe comunicarci. Il motivo per cui fa quello che fa, togliendo giudizi e cercando di capire la natura profonda del suo bisogno.

Nella terza pagina attuiamo una strategia, e infine nella quarta valutiamo i risultati, se hanno avuto un buon esito e se ci sono eventuali correzioni.

Ricapitoliamo:

  • Prima pagina: il punto di vista del genitore. Sono arrabbiata perché non c’è modo di fargli fare i compiti, li fa di fretta e in maniera disordinata, gliel’ho spiegato un milione di volte.
  • Seconda pagina: il punto di vista del figlio. Sono sfiduciato, non li faccio neanche, tanto il risultato sarà come al solito un pasticcio. No,no, no, non li faccio. Mamma dice che è un mio dovere ma proprio non capisco cosa significa. Che noia!
  • Terza pagina: soluzione reale. Qui date sfogo alla fantasia, cercate un approccio diverso, se il blocco è dato da bassa autostima date dei rinforzi, oppure cercate un modo carino per affrontare la materia che sta studiando.
  • Quarta pagina: le nostre strategie alternative. Diamoci un voto e premiamoci per l’impegno, vediamo cosa si può migliorare valutando sempre il dove, il come, il quando.

Sarà di sicuro un successo!

La pazienza si insegna.

La mente dei bambini è come una spugna ricordiamolo sempre. Se noi rispondiamo spazientiti, li sgridiamo, li giudichiamo registreranno tali comportamenti come giusti, “se lo fa mamma, lo faccio anch’io…”. L’esempio educa più di mille parole. I bambini riproporranno le stesse modalità con i fratelli, con gli amici, con gli insegnanti.

Un genitore in grado di gestire un conflitto senza arrabbiarsi, comprendendo, riconoscendo lo stato emotivo che vive, educherà un bambino in grado anch’esso di comprendere, di ascoltare, di entrare in empatia e sostenere l’altro nei momenti di necessità.

__________________________________

  • post d'isprirazione per imparare a smettere di raccontari scuse;
  • video dirette in risposta proprio ai tuoi commenti ;
  • webinar direttamente visibili dalla pagina;
  • molto altro ancora.
  • Per la tua crescita personale, scopri di più su Crea Il Tuo Nuovo Inizio.
  • Per la tua crescita professionale, scopri di più su Top 10 Skills.
  • Se desideri intraprendere un percorso meditativo, scopri di più su Le Meditazioni quantike e Il Tuo Anno Quantiko. 
  • Se sei un genitore o insegnante di ragazzi adolescenti, migliora la tua comunicazione con loro, grazie ad A un Passo Da Te. 
  • Se desideri intraprendere un percorso per risvegliare l’Energia Femminile, scopri di più su IlSacro cerchio di Sorellanza.
  • Per informazioni su MasterCap, 1° master in Health Coaching ad Alto Potenziale: https://hcmastercap.academy/

    Источник: https://www.healthcoachingmag.it/genitori-figli-come-gestire-conflitti/

    Conflitto Genitori Figli come Gestirlo – Claudia De Masi Psicologa Roma

    Come risolvere i conflitti con i figli

    Imparare come gestire i conflitti con i propri figli è una richiesta che arriva molto frequentemente da padri e madri di figli piccoli, adolescenti o anche adulti.

    Per ogni fascia di età i problemi da gestire sono differenti, mentre è identica la sensazione di disarmo, di inefficacia e di impotenza che hanno i genitori sentendo di non avere le “armi” giuste per affrontare situazioni più o meno complesse che sfuggono al loro controllo e che non mostrano miglioramenti nonostante gli sforzi messi in atto.

    Quali sono le problematiche che riscontrano più difficoltà da parte dei genitori?

    Conflitto genitori Bambini (6/11 anni)

    • Capricci
    • Problemi nel mangiare
    • Problemi di sonno
    • Paure, ansie, panico
    • Disturbo ossessivo compulsivo
    • Aggressività
    • Problemi scolastici ( di studio, di socializzazione)
    • Difficoltà nel distacco con la madre e i familiari
    • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici

    Preadolescenti e adolescenti (12/18 anni)

    • Rabbia e aggressività esagerate
    • Problemi scolastici
    • Paure, ansia, panico
    • Disturbo ossessivo compulsivo
    • Approccio alla relazione con l’altro sesso e alla sessualità
    • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici
    • Anoressia giovanile
    • Bugie, ribellione, comportamenti violenti o autolesionistici
    • Dipendenze
    • Isolamento e chiusura

    Giovani (19/25 anni)

    • Problemi di studio
    • Paure, ansia, panico
    • Disturbo ossessivo compulsivo
    • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici
    • Dipendenze
    • Autolesionismo
    • Comportamenti violenti o antisociali
    • Dipendenze affettive
    • Conflittualità persistente verso i genitori
    • Problemi di lavoro

    Conflitto Genitori figli adulti

    • Incapacità di staccarsi dalla famiglia
    • Non trovare lavoro
    • Problemi di studio
    • Paure, ansia, panico
    • Disturbo ossessivo compulsivo
    • Sostegno nell’affrontare lutti, separazioni, eventi traumatici
    • Dipendenze
    • Conflittualità permanente nei confronti dei genitori
    • Problemi relazionali

    Terapia Psicologica

    Bambini (6/11 anni): in questa fascia di età i genitori hanno un ruolo fondamentale sia educativo che normativo, allo stesso tempo, però, il bambino inizia a confrontarsi con il mondo scolastico organizzato (molto più regolato che alla scuola materna) e con il concetto di performance ( compiti in classe e interrogazioni). Il bambino deve trovare un nuovo equilibrio tra il gioco, lo studio, la socializzazione e la vita familiare e può accadere che qualche meccanismo si “intoppi”.Al di là che il problema sia l’espressione di rabbia esagerata, una forte paura, un conflitto in ambiente scolastico, la timidezza, la chiusura….ecc…nella terapia strategica si tende, almeno in una prima fase a lavorare esclusivamente con i genitori evitando al bambino l’esperienza della terapia se non strettamente necessaria.

    Questo sulla base del presupposto sistemico secondo il quale il cambiamento di un elemento del sistema crea una modificazione in tutti gli altri elementi del sistema stesso.

    Aiutando i genitori ad affrontare il problema con strategie e soluzioni diverse rispetto a quelle che hanno già tentato di mettere in atto, e che non hanno funzionato, molto spesso il bambino modifica la propria reazione e percezione della situazione problematica e questo crea uno sblocco.

    Si tende a privilegiare la “terapia indiretta” (ovvero una terapia svolta solo con i genitori e senza il bambino) almeno fino ai 9/10 anni del bambino per evitare di “medicalizzare” il bambino stesso, di farlo sentire “diverso “ “malato” o “sbagliato” perché va a parlare con uno psicologo.

    In alcuni casi, invece, dopo una prima fase di lavoro con i genitori , si potrà valutare se ci sono le condizioni per far partecipare positivamente anche il bambino, questo dipende dal problema, dall’età del bambino, dalla situazione famigliare…ecc…

    Preadolescenti e adolescenti : in questa fase i genitori si trovano ancora in un ruolo “forte” in cui hanno la piena responsabilità sia legale che educativa dei loro figli, ma iniziano a fare i conti con la loro “ribellione”, fase naturale della crescita in cui vengono messi in discussione dai ragazzi tutti gli insegnamenti dati in famiglia poiché si sente una forte apertura verso l’esterno e la pressione sociale del gruppo dei pari assume un’importanza assoluta nella definizione di se stesso.I genitori possono trovarsi ad avere difficoltà a seguire i figli in questo processo di cambiamento (“non li riconosco più” è una frase tipica dei genitori di figli adolescenti) e a risolvere le conflittualità che molto spesso emergono in questi anni.

    In questa fascia d’età, all’interno di una richiesta terapeutica, va fatta una prima distinzione in merito alla problematica in questione.

    Se si stratta di un problema relazionale e conflittuale tra i genitori e il figlio/a, allora si può procedere anche con una terapia indiretta andando a modificare la comunicazione e le strategie messe in atto dai genitori.

    Se il problema, invece, è personale ( attacchi di panico, doc, autolesionismo, anoressia ecc…) sarà importate e necessario coinvolgere anche il diretto interessato all’interno della terapia.

    Ovviamente, a seconda della situazione e del livello di collaborazione del ragazzo/a si agirà magari in una prima fase solo con i genitori per predisporre le basi della terapia affinchè venga percepita come una possibilità utile e con la massima serenità.

    Giovani : durante questa fase i figli iniziano ad avere con i genitori un legame molto più elastico.

    Termina la responsabilità legale che i genitori hanno, per quanto questo non modifichi la “responsabilità” percepita del genitore stesso e l’affettività nei confronti dei figli e delle scelte che iniziano a compiere.

    E’ una fase molto particolare poiché, molto spesso, ad una pretesa di autonomia da parte dei figli non corrisponde però, una reale autonomia, soprattutto economica, cosa che porta i genitori ad avere ancora un ruolo preminente e “forte” che viene percepito dai figli come “invasivo”.

    E’ facile che si creino conflitti, anche di grande portata.Anche in questa fascia d’età, se il problema è relazionale, si può impostare una terapia indiretta per operare cambiamenti nella strategia e nella comunicazione. Se, poi, il figlio è collaborativo, ovviamente può partecipare e trasformare la terapia indiretta in una terapia familiare.

    Se, invece, la preoccupazione dei genitori attiene ad un problema personale del figlio/a che, però, non riconosce di avere il problema o non desidera richiedere aiuto ad uno specialista, si può operare con la terapia indiretta al fine di poter modificare alcuni equilibri del sistema che possano indurre il ragazzo/a a modificare la propria percezione rispetto al proprio problema e alla possibilità di chiedere un aiuto terapeutico.

    Adulti : quando i figli diventano adulti a tutti gli effetti e iniziano a fare delle scelte che li portano ad avere una propria autonomia economica e a vivere fuori dalla casa d’origine, il ruolo dei genitori, necessariamente, si modifica e per poter mantenere una relazione efficace, funzionale e duratura nel tempo deve spostarsi da “one up” ovvero da una posizione di superiorità ad una di pari ruolo, che permetta di riconoscere al figlio la propria dignità di adulto.In questa fase di vita è il figlio ormai adulto che deve chiedere un sostegno direttamente di fronte a qualche problematica, o può chiederlo la famiglia nella sua interezza.

    I genitori possono essere aiutati e sostenuti a rivedere il proprio ruolo (che cambia nuovamente qualora si diventi anche nonni), a modificare le proprie strategie e la propria comunicazione in modo da imparare a gestire ed appianare i conflitti, a rivedere eventuali rigidità nelle proprie aspettative, ad elaborare il lutto di un figlio che va via di casa, a ricreare una nuova dinamica nella coppia che si ritrova dopo la crescita dei figli.

    Testimonianze

    Mi chiama N. donna molto dinamica e attiva , ancora giovane , che chiede aiuto per migliorare la relazione con la figlia di 22 anni che, dopo un periodo di forti conflitti, è andata a vivere dalla nonna e le due non si parlano da mesi.
    Durante il primo incontro N.

    mi spiega meglio la situazione: separata da molti anni dal padre della figlia, ora lei ha un nuovo compagno.

    Madre molto presente e molto attenta, fa fatica a comprendere perché da circa tre anni a questa parte, ovvero da quando la figlia ha terminato le superiori, hanno iniziato ad avere litigi molto pesanti, discussioni continue, incomprensioni su ogni argomento tanto che la figlia ha iniziato ad andare sempre più spesso a casa della nonna fino a trasferirsi lì completamente.

    Il lavoro svolto durante le prime sedute, in questo caso, si è concentrato, dopo una fase di analisi della situazione, sulle tentate soluzioni messe in atto da N. nei confronti della figlia, ovvero tutte quelle azioni (soprattutto di tipo comunicativo) che N. aveva ormai preso l’abitudine di mettere in atto al fine di “stimolare” la figlia verso ciò che riteneva essere il meglio per lei.

    Una modalità che aveva avuto successo negli anni dell’adolescenza ma alla quale ora, la figlia, si ribellava pienamente.

    In questo modo N.

    ha potuto accorgersi come alcune sue modalità ( rimproveri, battutine, pungolazioni…) che lei riteneva di fare per il “bene” della figlia, pur con le migliori intenzioni avevano creato nel tempo, nella ragazza, la sensazione di essere continuamente sotto rimprovero cosa che, ora che iniziava a camminare con le sue gambe e a fare scelte in maniera autonoma, non riusciva più a tollerare.
    N. da parte sua, aveva difficoltà a mostrare i suoi sentimenti in altro modo che non fosse “pragmatico” ovvero un intervento diretto, però era davvero ben disposta a mettersi in gioco per recuperare il rapporto con la figlia e ha colto, seppur con difficoltà, l’occasione di crisi per trasformarla in un cambiamento.

    Abbiamo allora concentrato il lavoro sul modificare la sua comunicazione. Passare dall’intervento al silenzio, dai commenti alle domande di chiarimento, dalle pungolazioni ai consigli disinteressati.

    E, soprattutto, N.

    ha imparato a lasciare alla figlia il proprio spazio, a lanciarle una comunicazione fondamentale “posso non essere d’accordo con alcune cose che FAI, ma mi fido di te e di come SEI e so che agirai per il meglio”.

    Il cambiamento, in questo caso è stato davvero immediato.

    Il nuovo modo di porsi di N. ha trovato subito una buona risposta della figlia che, all’inizio un po’ spiazzata, non capiva come la madre potesse essere così cambiata.


    Vedendo però i cambiamenti perdurare nel tempo si è aperta nuovamente verso di lei per mettere le basi di un nuovo rapporto un po’ più alla pari, fra adulti, con alti e bassi e con le normali discussioni, alternate però da momenti di nuova complicità e affetto ritrovato.

    Источник: https://www.claudiademasi.com/conflitto-genitori-figli

    Gravidanza
    Lascia un commento

    ;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: