Come aiutare i nostri figli a superare un esame a scuola

Affrontare un insuccesso: 10 consigli ai genitori per aiutare i figli

Come aiutare i nostri figli a superare un esame a scuola

Non è un fallimento e non va minimizzato. L'insuccesso di un figlio va accettato, compreso, lasciato sedimentare per il tempo necessario e poi affrontato per cercare le eventuali soluzioni.

Perché secondo Roberto Gilardi, docente di scienze dell'educazione all'università di Trieste, “un insuccesso è un'occasione di crescita e apprendimento, e superarlo aiuta a rafforzare la propria autostima”. 

Una brutta pagella, un 'interrogazione andata male, un compito sbagliato, una gara persa… Quando un figlio non raggiunge il successo, noi genitori andiamo nel panico, magari ci arrabbiamo a sproposito, oppure minimizziamo: “Suvvia non è una tragedia”, anche se in quel momento a nostro figlio sembra di sì…

E' importante, invece, che i genitori sappiano sostenere adeguatamente i figli nei momenti di crisi. Perché saper perdere si impara da piccoli e lo si apprende soprattutto attraverso il comportamento dei genitori e da come affrontano le sconfitte.

“Oggi la nostra società non accetta i perdenti. L'insuccesso non è messo in conto, la sconfitta va negata, cercando colpevoli a cui affibbiare la responsabilità” dice Roberto Gilardi nel suo libro “Quando manca l'applauso. Come aiutare i nostri figli ad affrontare l'insuccesso” (Franco Angeli).

Invece, quando si ha un'insuccesso è importante, come un boccone amaro, digerirlo bene, solo così si può crescere e star bene: perché l'insuccesso non è un evento totalmente negativo, anzi “racchiude in sé ghiotte occasioni di crescita e maturazione, molto più della vittoria e del successo e superare una sconfitta e un momento di crisi rafforza l'autostima”.

Ecco 10 consigli di Roberto Gilardi su come aiutare i figli ad affrontare l'insuccesso:

1 Abolite dal vostro vocabolario il termine fallimento

La prima cosa da fare è abolire dal vocabolario il termine “fallimento”. L'unico contesto corretto in cui si può utilizzare questa parola è quello giuridico, quando ci si riferisce a un'impresa che si trova in condizioni di insolvibilità.

Il fallimento decreta una situazione irrecuperabile, da concludere definitivamente… Ma nella vita quotidiana un concetto del genere si applica in pochissime e gravissime situazioni… Certo non si può usare davanti a un brutto voto o una brutta pagella.

Non sono questi i fallimenti. 

2 Lasciategli il tempo di digerire l'insuccesso

Allora come si deve comportare un genitore davanti a un figlio che torna a casa triste perché la verifica a scuola è andata male?
Sono due le cose da non fare, spiega Roberto Gilardi:  primo, minimizzare il brutto voto, dire che non è successo niente, che non importa.

Questo atteggiamento, soprattutto se il figlio ci è rimasto male, rischia di ottenere l'effetto contrario; secondo arrabbiarsi e mortificare. 
 L'atteggiamento giusto del genitore deve essere quello accogliente, che legittima anche verbalmente quello che è successo. La frase giusta da dire è: “Mi spiace, sei rimasto proprio male per il voto…


L'insuccesso è come un'indigestione. Bisogna lasciare il tempo per digerire. 

3 Parlatene ma con comprensione

Dopo l'accoglienza silenziosa un genitore deve aiutare a verbalizzare l'insuccesso. Verbalizzare significa far venire fuori quello che sta dentro per renderlo meno nocivo. La verbalizzazione si deve muovere nei termini della comprensione. Altrimenti si può ottenere un effetto di chiusura.

 

Ad esempio se  vostra figlia torna a casa triste per un voto che non si aspettava, dopo averla lasciata metabolizzare, lasciandola tranquilla in camera sua, potete a un certo punto raggiungerla, chiederle con delicatezza cosa è successo...

se la ragazza risponde sgarbata, dirle semplicemente: “ho capito che ci sei rimasta molto male e mi dispiace”, a questo punto la ragazza potrebbe aprirsi e raccontare il perché ci è rimasta così male…

In questo modo potete anche provare a proporre delle soluzioni, ma senza imporle.

Ad esempio potreste dirle: “Perché non provi a chiedere al professore se c'è la possibilità di rimediare?”…. e davanti a una risposta negativa limitatevi a dare solo un ultimo suggerimento: “Certo, se vuoi non fare nulla, per me non è un problema se va bene a te, ma se poi ti penti di non aver neppure fatto un tentativo di spiegarti e chiedere al prof?” .

Lo schema da seguire è quindi: dimostrare di capire cosa prova vostra figlia, non dare giudizi su quello che è successo, rispettare i tempi di “digestione” dell'insuccesso, dare, con delicatezza, suggerimenti per risolvere il problema.

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4 Analizzate, come degli scienziati, che cosa è andato storto

“Uno dei modi migliori di affrontare l'insuccesso è osservarlo da scienziati e considerarlo come una preziosa fonte di suggerimenti su cosa correggere. Lo scienziato non giudica l'insuccesso, non ne rimane demoralizzato come fosse la fine del mondo. Ma lo studia, anestetizzando l'aspetto emotivo per non farsene condizionare pesantemente.” 

Così, tornando all'esempio precedente, potete insieme a vostra figlia cercare di capire cosa non ha funzionato nell'interrogazione; forse è da rivedere il suo metodo di studio.

5 Costruire un metodo di studio adeguato al proprio figlio

Il genitore deve dedicare del tempo per capire qual è lo stile di apprendimento di un figlio: ha difficoltà a memorizzare? Gli è utile ripetere ad alta voce, oppure va aiutato a fare degli schemi? E' maggiormente orientato alla creatività oppure è più razionale?

Quindi, con calma e pazienza, bisogna vedere come il ragazzo studia e aiutarlo a trovare il metodo di studio a lui più congeniale.

Se il metodo di studio viene acquisito e funziona, il successo è garantito e l'autostima sale. Se il genitore non è in grado di fare questo lavoro, può chiedere aiuto a un'altra persona (un insegnante, uno studente universitario…) che stenda con lui un metodo.

Attenzione a non confondere questo aiuto con le ripetizioni.

Le ripetizioni aiutano a imparare meglio quello che non si sa, a colmare una lacuna; insegnare un metodo di studio è qualcosa che il ragazzo acquisisce e porta con sé per tutta la vita: all'università e anche al lavoro. Diventa un forma mentale.
Stendere un piano di studi significa operare in termini preventivi nei confronti di un possibile insuccesso.

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6 Insegnategli la tenacia

Per dare sostegno a un figlio bisogna essere di modello, dare il giusto esempio. “Noi tutti abbiamo imparato molto di più da quanto i genitori hanno fatto nella vita e nella relazione con noi che non dalle loro parole: i bambini guardano il giudice non la legge”.

Ad esempio: una madre che inizia la dieta e poi la interrompe dopo pochi giorni non insegna in modo efficace la tenacia. Un figlio che vede un genitore rinviare impegni presi nemmeno.

Mentre può essere positivo sentire il proprio padre dire: “Oggi vorrei tanto non andare alla riunione in ufficio e rimanere a casa con voi. Ma è il mio lavoro e lo devo fare…

“Unire la possibilità di esprimere emozioni negative ma mantenendo, con senso del dovere, gli impegni presi, significa offrire un modello di tenacia e di esempio su come si affrontano i moneti di crisi.

7 Affrontare un calo motivazionale

Può capitare che un ragazzo abbia un momento di calo motivazionale, magari quando è all'inizio di un nuovo ciclo di studi, oppure se deve imparare qualcosa di nuovo come uno strumento musicale, oppure quando una materia diventa più difficile…

A questo punto il genitore (e il docente) non deve assolutamente far leva sul senso di colpa del ragazzo, se ad esempio vostro figlio dice di voler abbandonare lo studio di uno strumento, è inutile colpevolizzarlo con frasi tipo: “Ah, ti abbiamo comprato la chitarra come volevi, abbiamo speso soldi e ora non vuoi più andare a lezione…”

Meglio sostenere la crisi. Un metodo che funziona in questi casi è aiutarlo a  visualizzare il punto esatto del percorso in cui si trova, focalizzare le mete che finora ha raggiunto aiuta a mettere in luce gli aspetti negativi del mollare e quelli positivi dello stringere i denti.

Ad esempio, in caso di uno strumento, si può ricordargli quanti esercizi noiosi ha dovuto affrontare prima di iniziare a suonare un brano intero, è vero che ora deve imparare brani più complessi, ma anche più gratificanti, sarebbe un peccato mollare. 

Un altro suggerimento è aiutarlo a recuperare la storia della motivazione. Ad esempio se vostro figlio ha scelto di studiare la chitarra, l'ha fatto per un motivo, quel motivo nel tempo tende a perdersi, a essere dimenticato. Aiutatelo a ritrovarlo in modo da ritrovare le emozioni e gli stati d'animo positivi.

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Lasciatelo giocare il più possibile, lodate il suo impegno, create ricordi felici e quando è triste aiutatelo ad accettare l'emozione negativa. E non dimenticate di coltivare…

8 Lavorate insieme a lui per superare il momento di crisi

A questo punto il genitore può sostenere il figlio nel momento difficile mettendosi insieme a lui a fare quello che non riesce.

“Il fare le cose insieme non ha come risvolto solo il fatto di fare un pezzo di strada insieme, positivo in ogni caso perché quando si cammina in due la strada diventa sempre più breve, ma fornisce anche occasioni per ideare stratagemmi, trucchi, attivare idee e strategie per superare un momento difficile con creatività”.
E ricordate che ogni volta che si supera un momento difficile si guadagna in autostima.

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9 Revisione dell'obiettivo

E' la possibilità di rivedere i propri scopi, gli obiettivi alla luce degli esiti.

Revisione non vuol dire autoconvincersi che non è importante raggiungere uno scopo come la volpe del “La volpe e l'uva” dove la volpe si convince di non aver fame perché non arriva all'uva.

Ma, ad esempio, se un ragazzo vive come un insuccesso un sei, ci si deve chiedere perché è tanto importante per lui avere una media elevata. Deve compiacere le aspettative di qualcuno? Vuole far bella figura con i compagni? La sua autostima è legata indissolubilmente al successo, per cui non può sottrarsi dal raggiungere quanto si prefigge?

E la risposta a queste domande potrebbe fornire indicazioni per un eventuale e possibile cambiamento di obiettivo, non certo una rinuncia frettolosa. Ma potrebbe capire che non è poi così importante avere la media del nove in tutte le materie. Non vale la pena abbattersi. L'obiettivo in quella materia può spostarsi dal nove al sette.

10 Insegnategli l'autonomia nel gestire le proprie cose

Una volta era normale trasferire ai figli competenze pratiche: cucinare, rifarsi i letti…

Oggi spesso i figli crescono senza nulla toccare e “senza mano sporcare”.

Invece è importante abituarli a gestire le proprie cose in autonomia. A partire dal materiale scolastico che va preparato alla sera come un rituale cadenzato.

I genitori devono lasciar fare, “consentire l'errore” e “facilitarne l'elaborazione”. Spesso gli adulti intervengono in continuazione per evitare le conseguenze negative.

Non continuate a ricordare a vostro figlio di rinnovare l'abbonamento dei mezzi pubblici, consentitegli di toccare con mano le conseguenze della dimenticanza, obbligandolo a dover rimediare.
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Guarda il video: Come migliorare l'autostima dei bambini: i consigli della pedagogista

Aggiornato il 18.10.2018

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Consigli pratici per genitori e figli su come affrontare l’esame di maturità senza stress

Come aiutare i nostri figli a superare un esame a scuola

Esame di maturità equivale a livelli di ansia e panico più o meno gestibili.

  Man mano che si avvicina il giorno che decreta l’inizio delle prove, incrementano anche le paure di non farcela, che possa accadere qualcosa di imprevisto, di vuoti di memoria e della traccia o del compito che non si riesce a svolgere e chi più ne ha più ne metta. Tanti ragazzi hanno anche paure di deludere le aspettative dei genitori e di non riuscire ad ottenere i risultati sperati. 

L’esame può diventare uno scoglio da superare anche per i genitori che spesso vivono l’esame di maturità dei figli come se dovessero affrontarlo loro in prima persona.

IN SINTESI: adolescenti sotto esame significa, fondamentalmente, famiglie sotto esame. Oltre al contenere preoccupazioni e incertezze dei ragazzi, i genitori dovrebbero tenere sotto controllo anche le proprie emozioni, altrimenti questo periodo rischia di trasformarsi in una vero e proprio incubo per tutti!

Non sono solo i ragazzi a sperimentare ansia e stress. Secondo la mia esperienza di anni di supporto e sostegno a ragazzi e adulti per affrontare al meglio l’esame di maturità, molti genitori hanno più paura dei figli stessi, con il rischio di perdere il ruolo di contenimento emotivo e di gravare su di loro da un punto di vista delle performances e psicologico.

Troppo spesso il voto viene letto come un giudizio anche sulla persona, come se decretasse il valore di un figlio. Le aspettative di una madre e di un padre non possono sommarsi a quelle del figlio.

Ci sono anche famiglie in cui si mettono in mezzo proprio tutti, parenti compresi e, l’esame di maturità non rappresenta più un esame di stato, ma un evento di stato.

Se facciamo andare i ragazzi all’esame con queste paure, aumenterà esponenzialmente il rischio che non rendano come dovrebbero.

La mente deve essere il più possibile libera, altrimenti si troverà a gestire troppe variabili emotive e perderà da un punto di vista cognitivo. Capacità attentive, di concentrazione e di recupero della memoria, vengono meno se l’ansia è eccessiva, se l’allerta diventa allarme.

Lo stress non è sempre negativo, esiste l’eustress o stress “buono”, che è quella condizione che ci aiuta a mantenere la lucidità e interferisce positivamente con il nostro rendimento, aiutandoci a rimanere attivi e reattivi: la condizione ideale per affrontare un esame.

Il distress, o stress “cattivo”, è invece la forma più comune di stress, soprattutto in questi casi.

Al cervello arrivano parallelamente troppi input e stimolazioni emotivamente importanti e, in quella specifica condizione, non si è in grado di gestire tutte le variabili contemporaneamente e si rischia di arrivare anche al cortocircuito.

Credo fermamente che fin da quando siamo piccolini, l’educazione ad affrontare esami e prove sia troppo sottovalutata e che questo gravi eccessivamente da un punto di vista emotivo.

I bambini vanno educati ad affrontare le prove della vita fin da bambini, senza stress eccessivo e ansie inutili date da aspettative e giudizi sulla persona.

Se non impareranno ad affrontare queste prove quotidiane, come possono essere pronti ad affrontare la vita?

La scuola troppe volte giudica e non valuta, la famiglia idem, confronti su confronti, dai quali ne usciamo sempre perdenti. La sana competizione, la grinta, la voglia di vincere, il saper perdere, sono aspetti eccessivamente sottovalutati. Ci devono anche insegnare a perdere.

Sbagliare non significa essere sbagliati o falliti, significa capire dove si è commesso l’errore e ripartire con il piede giusto. Invece, mi trovo ragazzi che quando sbagliano una prova vogliono rinunciare e mollare tutto, per paura di perdere. NO! Non è la mentalità giusta.

Ognuno ha i suoi mezzi e ognuno ha i suoi tempi, non c’è chi è meglio o peggio, siamo diversi e ognuno di noi è più portato per una cosa piuttosto che per un’altra.

La scuola italiana, non dà una grande mano da questo punto di vista. Non strutturata per tirar fuori risorse da un punto di vista individuale e tende ad omologare e a valorizzare solo alcune personalità e menti.

Siamo noi adulti che abbiamo il compito di incoraggiare i più piccoli, soprattutto quando ne hanno bisogno, nella vita non può andare sempre tutto come vogliamo, a volte va meglio, altre peggio. Dalle bocciature e dagli schiaffi della vita ci dobbiamo alzare sempre più forti e convinti che non è finita. E’ da lì che dobbiamo dire “a noi due!”, invece di “basta!” o “rinuncio”.

Il genitore deve essere una sorta di coach, di motivatore, deve credere nel figlio, non angosciarlo con le sue ansie e paure o decidere per lui. Deve dargli fiducia, spazio, libertà di azione e di pensiero, ma deve essere sempre pronto come un falco ad intervenire quando serve, dandogli anche la possibilità di sbagliare e il tempo di rialzarsi.

Arrivare prima o troppo presto, non significa aiutarli, spianargli la strada su tutto e fare le cose al posto loro li porta a non sperimentare l’autoefficacia e non si sentiranno mai pronti.

Insegnargli ad affrontare gli esami, significa insegnargli ad affrontare la vita. Non si deve puntare sull’esito finale ma su come ci si arriva, sulla mentalità “vincente” e sulla gestione delle emozioni.

Se danno il meglio durante, l’esito sarà il migliore che si possa ottenere e quindi una vittoria.

La paura di sbagliare è fondamentale che ci sia, ci rende più attenti, più responsabili, ci fa valutare meglio ciò che diciamo e ciò che scriviamo, ma non deve superare il limite e diventare angoscia e panico. Il panico blocca. Si vede l’ostacolo troppo grande e si pensa di non essere in grado di affrontarlo.

Così non si potrà mai essere soddisfatti di se stessi e delle proprie prestazioni e si penserà sempre di essere dei perdenti.

L’angoscia e il panico ci fanno dire “non ci riuscirò mai!”, senza capire che in questo modo aumentiamo notevolmente il rischio di non riuscire in ciò che stiamo facendo, ci mettiamo i bastoni tra le ruote da soli, e purtroppo, in questo sport, siamo tutti bravissimi.

La paura eccessiva, quella che sfocia in insicurezza, blocca, non ci permette di rischiare. Il rischio fa parte della vita. I ragazzi devono imparare a rischiare e a valutarle l’esito delle proprie azioni, assumendosi anche la responsabilità di sbagliare. Questo è coraggio. Altrimenti rischiamo di avere una generazione di bambini e adolescenti impauriti, senza strumenti e senza un senso della fatica. Gli esami sono solo un primo gradino che devono salire.

Aiutare i figli ad affrontare la maturità: 5 consigli per i genitori

1. LA PAURA PUÒ ESSERE IL PEGGIOR NEMICO DEI RAGAZZI.

La maturità viene spesso vissuta come un ostacolo insormontabile: si ha paura di dimenticare tutto, di non essere preparati e di non riuscire a sostenere le varie prove.

I genitori devono dare ascolto e supporto ai figli e aiutarli a non concentrarsi sugli ostacoli, ma sulle risorse che possono mettere in gioco, avendo come obiettivo finale quello di superare al meglio questa prova.

2. RESISTERE ALLA STANCHEZZA E ALLA FATICA. È normale che i ragazzi si sentano affaticati, anche perché l’ansia dell’esame può generare ulteriore stress. I genitori devono avere un ruolo fondamentale nell’aiutare i figli a concentrarsi sull’obiettivo, senza sballare troppo i ritmi e le abitudini.

Ricordate loro che hanno già affrontato tante prove: quante volte pensavano di non farcela, di non superare un test o un’interrogazione e, invece, ci sono riusciti? L’importante è, ancora una volta, stringere i denti e avere chiaro il proprio obiettivo, pensando che poi avranno le vacanze per staccare la spina e riposarsi.

3. NO AL PESSIMISMO. Partire con il piede sbagliato e con un approccio negativo, aumenta le probabilità che le cose vadano male.

Per non amplificare l’ansia dei figli, è necessario mettere un freno alle paure, aiutandoli a trasformarle in pensieri positivi. La fatidica frase “non ce la faccio!” deve essere sostituita con “ce la puoi fare!”.

Ricordategli che sbagliare non significa essere delle persone sbagliate e che il voto non è un giudizio sulla loro persona.

4. ORGANIZZARE AL MEGLIO IL TEMPO RIMASTO. Aiutate i ragazzi a riconoscere con serenità i loro limiti e le loro difficoltà, per organizzarsi al meglio.

Dite loro, ad esempio, di partire dalle materie più pesanti e complesse per il ripasso, quando sono ancora a mente fresca e hanno più energie, evitando di fare pressioni e di imporre un vostro metodo di studio.

In questa fase, i figli possono perdere la bussola per cui il genitore deve aiutarli a riprendere l’orientamento, con obiettivi realistici.

5. NO A SENSI DI COLPA E PARAGONI! Per essere efficace, il genitore deve rispettare i tempi e gli spazi del figlio, risparmiandosi frasi del tipo “stai studiando?”, “guarda che manca poco!”, “se non ti metti sotto non ce la fai!”.

Non scaricate le vostre ansie su di loro, ma rispettate la loro organizzazione e aiutateli solo quando ve lo chiedono. Evitate anche confronti con gli altri: ognuno ha i suoi tempi e un genitore deve concentrarsi su quelli di suo figlio.

Per smorzare la tensione, concedetevi il tempo per sorridere e scherzare insieme, perché hanno anche bisogno di momenti di leggerezza e di ironia da condividere con il genitore.

SOS Maturità : 5 consigli per i ragazzi

1. ANDARE OLTRE LE PAURE. La prima domanda da porsi è: “Se provo a saltare l’ostacolo e non ci riesco, cosa può succedere?”.

Ricordate che non accadrà nulla di irreparabile, può capitare anche di sbagliare, l’importante è non arrendersi e giocare un ruolo attivo, dando il meglio di voi stessi.

L’obiettivo è portare a termine l’esame al meglio, tutto il resto deve essere accantonato.

2. CAMBIARE APPROCCIO MENTALE.

Se vi concentrate su pensieri del tipo “Non ce la farò mai”, “Farò scena muta”, “Mi chiederanno tutte le cose che non so”, questi pensieri non faranno altro che alimentare stress e fatica, aumentando le probabilità che l’esame non vada come dovrebbe. E’ importante che crediate in voi stessi e nelle vostre capacità, evitando di mettervi inutilmente i bastoni tra le ruote.

3. FATE DEI VOSTRI LIMITI LA VOSTRA FORZA.

Quando l’ansia prenderà il sopravvento, ricordatevi che nulla è impossibile e che potete affrontare anche questa prova: sicuramente ne avrete superate tante nel corso di questi 5 anni e potete riuscirci anche ora, ognuno con i propri mezzi e i propri tempi. Se imparate a conoscervi, avendo consapevolezza delle vostre risorse e dei vostri limiti, riuscirete ad organizzarvi, mettendo da parte la paura di fallire e senza pretendere troppo da voi stessi.

4. IMPARATE AD ASCOLTARE IL VOSTRO CORPO. In questo periodo così stressante, è importante riconoscere i segnali che vi manda.

Non lasciatevi andare ad abitudini sbagliate: gli eccessi non vanno mai bene, è necessario comunque dormire un numero sufficiente di ore, per poter ricaricare le energie e assimilare quello che avete studiato, scaricare le tensioni attraverso l’attività sportiva e mangiare in maniera sana ed equilibrata.

5. NON MOLLATE PROPRIO ADESSO! La stanchezza è un sintomo naturale dopo tutti questi mesi di fatica, ma è importante non gettare la spugna proprio ora.

Organizzatevi il lavoro, programmatevi una scaletta, fate schemi, tutto ciò che vi può aiutare a memorizzare e a tenere la situazione sotto controllo, concedendovi però delle pause tra una materia e l’altra, in modo tale da avere meno confusione in testa.

Cercate di raccogliere le ultime forze rimaste, pensando che manca poco e che, una volta finito l’esame, sarete finalmente in vacanza.

Ora non resta che dare il massimo e affrontare al meglio questa importante prova, senza focalizzarvi eccessivamente sul voto finale: il voto non è un giudizio sulla vostra persona, ma solo sulla vostra performance!

Источник: https://www.adolescienza.it/sos/sos-genitori-adolescenti/consigli-pratici-per-genitori-e-figli-su-come-affrontare-lesame-di-maturita-senza-stress/

Università, cosa fare se tuo figlio non riesce a studiare

Come aiutare i nostri figli a superare un esame a scuola

Il passaggio dal liceo all’università non è sempre facile. Le differenze tra il mondo scolastico e quello accademico sono tante: lo studente deve riuscire a organizzare i propri impegni e il proprio tempo da solo, gestire un carico di lavoro maggiore, approcciarsi a materie del tutto nuove e a un metodo di studio più adulto.

Crescere, si sa, è una sfida: libertà vuol dire anche più responsabilità e ciò che succede, a volte, è che si abbia l’impressione di non farcela.

Ti è mai capitato sentir dire a tuo figlio: “Sono bloccato, non riesco a studiare”? I tutor di Skuola.net | Ripetizioni possono darti una mano a risolvere la situazione.

Frequenza e costanza

Se tuo figlio si ambienta a stento all’università, forse è il caso di recuperare alcuni punti di riferimento tipici della scuola.

Confrontarsi con professori e studenti, frequentando quotidianamente le lezioni, può essere utile, così come dedicarsi a uno studio costante, per evitare di fare tutto da soli e all’ultimo minuto (con il logico effetto di scoraggiarsi di fronte alle difficoltà).

Convincilo a scegliere fin dall’inizio del semestre gli esami da sostenere e i corsi da seguire, in modo da fissare un obiettivo impegnativo ma non impossibile.

Non lasciarsi abbattere

Come in tutte le attività, anche nello studio è importante, o meglio fondamentale, essere motivati.

A volte, infatti, basta avere quel pizzico di entusiasmo per avere la spinta giusta e portare a casa un ottimo risultato.

Il problema è che, tuttavia, una bocciatura o un voto più basso di quello sperato possono portare a perdere la fiducia in sé stessi e nel proprio metodo di studio.

È importante aiutare tuo figlio a non sentirsi giudicato e supportarlo nel rimettersi in carreggiata se, per una delusione, non riuscisse più a studiare o si sentisse “bloccato” nel frequentare l’università.

Gestire tempo e impegni

Può succedere che tuo figlio non riesca a studiare abbastanza per una questione di gestione del tempo.

Conciliare sport, hobbies, interessi e magari un lavoretto part time con lo studio universitario può essere impegnativo.

Anche in questo caso, la programmazione e la pianificazione possono essere un valido alleato per ottimizzare i momenti della giornata da dedicare allo studio, senza defocalizzarsi e distrarsi troppo a discapito di lezioni ed esami.

L’ambiente di studio adatto

Sembra una sciocchezza ma non lo è assolutamente. Il luogo in cui si studia influisce molto sul rendimento e la concentrazione, quindi è bene sceglierlo con accuratezza.

La prima cosa da fare è quella di non avere sotto mano tv, smartphone, tablet e, se non occorre, anche il pc. Inoltre, è indispensabile studiare in un luogo silenzioso e ben illuminato, senza chiacchiere e via vai di persone dietro le spalle.

Un consiglio quindi è quello di frequentare biblioteche o aule studio, magari in compagnia di compagni di corso per chiedere un consiglio in caso di dubbi.

Se si decide invece di studiare a casa, meglio tenere in ordine la stanza e, per le ore dedicate allo studio, evitare di disturbare tuo figlio con altre richieste.

Chiedere aiuto ai migliori tutor

Se la “crisi” di tuo figlio non dovesse migliorare, valuta di consultare un esperto per recuperare il tempo perso. Forse, ha bisogno di un supporto concreto per evitare di restare troppo indietro con gli esami e perdere ancora di più la fiducia di farcela.

Un tutor che gli insegni un metodo di studio universitario e che lo motivi a raggiungere ottimi risultati secondo le sue potenzialità può essere un grande aiuto.

Ma come trovare qualcuno di cui fidarsi e che faccia al caso tuo? La risposta è semplice e si trova sul web.

Esistono infatti nuove piattaforme online di lezioni private grazie alle quali si può trovare un Tutor referenziato con una semplice ricerca, scegliendolo anche grazie alle esperienze di chi ha già avuto modo di seguire lezioni con lui.

Tra queste la prima in Italia è Skuola.net | Ripetizioni, che conta ad oggi oltre 40.000 insegnanti su tutto il territorio nazionale per oltre 600 materie – scolastiche, universitarie e professionali – per studenti di scuola elementare, media, superiore, università.

Si fa tutto online, dalla prenotazione al pagamento, e la lezione può essere svolta a domicilio o, anche questa, online via Skype.

Scopri subito come aiutare tuo figlio a riprendere a studiare grazie ai migliori tutor in Italia.

Источник: https://www.unadonna.it/mamma/asilo-e-scuola/universita-cosa-fare-se-tuo-figlio-non-riesce-a-studiare/708655/

COME AIUTARE I NOSTRI FIGLI A SUPERARE UNA PAURA?

Come aiutare i nostri figli a superare un esame a scuola

A COSA SERVE LA PAURA?

Prima di tutto bisogna sapere che la paura è un’emozione utile, è il nostro sistema di sicurezza interno, in quanto ci consente di reagire di fronte ad un pericolo attraverso la fuga, l’attacco o la paralisi. La paura prevede 4 fasi: Allerta, Allarme, Valutazione e Cessato il pericolo. Ognuna di queste fasi è fondamentale.

Dobbiamo sempre essere pronti a reagire ad un possibile pericolo, e quando il pericolo è reale dobbiamo agire il più rapidamente possibile. Ma per capire se il pericolo è reale o meno abbiamo bisogno di un buon sistema di valutazione. Il sistema di valutazione nei bambini ansiosi è difettoso, e quindi li porta a riconoscere un pericolo anche laddove non esiste.

Dopo aver vissuto un momento di paura, a seconda della sua maggiore o minore intensità, esiste un meccanismo di riparazione che consente di scaricare l’energia e la tensione accumulate, attraverso una naturale reazione di tremore e di pianto, fondamentale per ritrovare la calma. Senza questa fase di liberazione, l’emozione rischia di restara bloccata e causare una serie di problemi collaterali.

E L’ANSIA?

In genere è considerata meno forte della paura, ma in realtà è altrettanto invalidante.

Si può manifestare attraverso preoccupazioni e fissazioni e può tradursi in tic nervosi o ossessioni.

La maggior parte dei bambini è ansiosa ogni tanto, altri lo sono sempre. Ma spesso non è facile per noi genitori né per i nostri figli riconoscere i sintomi dell’ansia.

Una certa dose di ansia è positiva perché ci porta ad evitare il pericolo e anche a dare il meglio di noi stessi nelle prove che ci troviamo ad affrontare (esami, discorsi in pubblico, gare sportive ecc…) perché ci spinge a prepararci al meglio. Ma un eccesso di ansia può portare all’effetto opposto ed ostacolare le nostre capacitàfisiche e cerebrali. Quindi, come sempre, ci vuole un giusto mezzo.

COME TROVARE IL GIUSTO EQUILIBRIO?

Per noi genitori è difficile trovare questo equilibrio perché vorremmo che i nostri figli avessero sufficiente paura per evitare le situazioni di pericolo, ma non troppa da rappresentare un ostacolo ad un sano sviluppo.

Vorremmo che avessero abbastanza paura di una prova scolastica per studiare, ma non troppa per saltare la scuola.

Vorremmo che avessero sufficiente controllo per non avere comportamenti invadenti o egocentrici ma che non fossero troppo timidi da evitare qualsiasi situazione di socialità.

FORZARE IL BAMBINO AD AFFRONTARE LA SUA PAURA SERVE?

L’estate scorsa ero a mare ed ho assistito ad una scena che ancora ricordo molto bene : un papà che cercava di infilare le gambine di suo figlio (di non più di 18 mesi) nei 2 buchi di un salvagente.

Il bimbo lanciava delle urla disperate e il padre, che voleva a tutti i costi che suo figlio apprezzasse quel regalo nuovo di zecca comprato apposta per l’occasione, continuava ad insistere ridendo e scherzando con un amico che assisteva alla scena.

Il bambino, vedendo che il padre non smetteva di spingere le sue gambine irrigidite negli appositi spazi, ha iniziato ad invocare l’aiuto della mamma, la quale sembrava non ascoltarlo neanche… tutta intenta a conversare con un’amica.

Sembra un film dell’orrore, ma si tratta solo di una scena molto comune in cui la paura di un bambino viene sottovalutata o addirittura derisa nella convinzione che forzare qualcuno ad affrontare una sua paura lo aiuti a superarla. Ma la paura è irrazionale, e forzando la mano rischiamo solo di rafforzarla e di trasformarla in fobia.

Del resto se valesse il principio secondo cui affrontare le paure basti a superarle non ci sarebbero così tante persone che hanno paura di volare (io stessa non amo volare eppure di aerei ne ho presi tantissimi e fin da piccola).

E se fosse vero che per smettere di reagire in maniera del tutto irrazionale quando vedo correre una blatta davanti ai miei piedi bastasse prenderne una in mano, credo che morirei prima di sperimentarlo! (mi vengono i brividi solo ad immaginare la scena ).

Anche se è vero che in alcuni casi una terapia d’urto può aiutare a superare una fobia, noi non siamo psicologi, e se non siamo in grado di rispondere correttamente ad una reazione dei nostri figli rischiamo di far peggio!

LA PAURA GENERATA DA UN EVENTO TRAUMATICO

Vi racconto una storia personale che mi ha fatto preoccupare per molto tempo, e solo da poco ne parlo perché posso dire che è definitivamente superata.

Mia figlia è rimasta bloccata dietro una porta di emergenza (che si può aprire solo dall’interno) nel cortile della scuola, per qualche minuto… giusto il tempo che le maestre se ne accorgessero! Quando ho recuperato Giulia a scuola la sua maestra mi è corsa incontro per riportarmi l’accaduto e spiegarmi che Giulia si era spaventata moltissimo ma che loro avevano fatto tutto il necessario per accogliere la sua paura e rassicurarla.

Sul momento non mi sono preoccupata più di tanto, ho giusto posto qualche domanda a Giulia per capire quanto tempo fosse rimasta bloccata fuori e cosa le fosse passato per la testa. Ma lei non voleva parlarne per non dover rivivere quella paura.

LE CONSEGUENZE DEL TRAUMA

Nei giorni, e direi anche nei mesi a seguire, mia figlia ha sviluppato tutta una serie di paure che erano collegate a quell’evento traumatico… del genere che non sopportava che una porta venisse chiusa, non poteva oltrepassare le porte automatiche di un supermercato o qualsiasi varco che indicasse un’entrata! Anche una sbarra in piena natura era diventata causa di terrore.

Non voleva più andare a danza (perché io non ero lì con lei) e non potevo andare in nessun posto senza che mi chiamasse (le ho fatto imparare a memoria il mio numero di telefono per rassicurarla sul fatto che mi avrebbe sempre potuta raggiungere!) e mi scongiurasse di tornare da lei.

Addirittura ha avuto degli episodi di claustrofobia, tipo non voleva mettere degli scarponcini che le stringevano i piedi per paura di non riuscire a toglierli, o non sopportava di restare chiusa in macchina bloccata nel traffico… o peggio da sola quando ad esempio dovevo uscire dall’auto per mettere la benzina.

Insomma, un handicap tremendo per lei che, da spensierata com’era sempre stata, non riusciva a fare più nulla senza rivivere quel momento di panico, ma anche un incubo per me che non potevo più lasciarla sola un attimo senza essere chiamata mille volte: “mamma ci sei? Mi senti se ti chiamo?” E poi ha avuto alcune regressioni tipo ricominciare a venire nel mio letto durante la notte.

LA SPIEGAZIONE PSICOLOGICA

Mi è stato spiegato che in quella situazione a scuola si è vista persa perchè le sono venuti a mancare 2 elementi fondamentali per un bambino della sua età: la figura di attaccamento (io) e la capacità di avere il controllo su una situazione.

In più, non essendoci io in quel momento ad accogliere la sua paura, non ha potuto vivere la fase di scaricamento dell’emozione, fondamentale per liberarsene, e quindi l’emozione è rimasta bloccata. Da quel momento lei ha deciso (inconsciamente) di evitare qualsiasi situazione che potesse anche solo lontanamente farle rivivere quel tipo di terrore.

COSA HO FATTO

Oltre ad accettare le sue paure e quindi non chiudere le porte, non forzarla a fare cose che non si sentiva di fare e a rispondere sempre alle sue domandee chiamate, ho pensato che l’unico modo per aiutarla fosse consentirle di trovare degli strumenti per sentirsi capace di avere un controllo sulle situazioni che le facevano paura.

Ad esempio, quando mi chiedeva se avessi preso le chiavi di casa (ogni volta che uscivamo!), dopo averla rassicurata le chiedevo: “e se non le avessi prese come avremmo fatto a rientrare in casa?” Spingendola a cercare da sola un’alternativa.

Poi le chiedevo se ritrovandosi nella stessa situazione a scuola avrebbe fatto qualcosa di diverso, e man mano riusciva a trovare nuove soluzioni tipo rompere una finestra della scuola oppure fare il giro del cortile….

o semplicemente aspettare che le aprissero.

IL POTERE DEL GIOCO

Abbiamo fatto giochi in cui ripetevamo la scena vissuta, solo che stavolta io ero con lei, e lei da sola riusciva a trovare un modo per superare quella porta… e ogni volta che ci riusciva io sottolineavo la sua vittoria contro la paura e le facevo notare che grazie all’esperienza traumatica vissuta aveva acquisito delle nuove competenze e che ormai era una campionessa nel trovare i modi più svariati per rientrare in casa.

IL SUPERAMENTO DELLA PAURA

Pian piano (ci sono voluti mesi!) Giulia ha ricominciato da sola a chiudere le porte, non ha più avuto episodi di claustrofobia, ha smesso di chiamarmi mille volte al minuto, è tornata autonomamente a dormire da sola ed ha superato la sua paura di staccarsi da me.

Il fatto di averle dato modo di trovare da sola una soluzione al problema le ha permesso di sviluppare una fiducia in sé stessa che non avrebbe mai trovato se l’avessi forzata a fare tutto quello che evitava. Tra l’altro se anche fossi riuscita a farle superare la paura delle porte con la forza, questa si sarebbe spostata su altre situazioni che avrei avuto difficoltà a ricondurre a quell’evento traumatico.

Vi ho raccontato tutta questa storia perché se qualcuno l’avesse raccontata a me in quei momenti mi avrebbe aiutata tantissimo, in quanto non capivo perché, nonostante la mia presenza empatica, la cosa avesse preso una tale portata, ed ero molto preoccupata per le conseguenze che quelle paure avrebbero causato sul suo sviluppo.

RIEPILOGANDO

Né l’evitamento, né l’esposizione brutale aiutano il bambino a superare le sue paure. Per evitare che i timori e le ansie prendano il sopravvento limitando la sua libertà:

COSA EVITARE

  • Forzarlo ad affrontare l’oggetto della sua paura
  • Assecondare la paura con comportamenti iperprotettivi
  • Rassicurare tentando di razionalizzare
  • Minimizzare  

COSA PREDILIGERE

  • Accettare che abbia paura e consentirgli di esprimere la sua paura
  • Lasciare che trovi da solo la motivazione per affrontare la sua paura e gli strumenti per superarla
  • Essere paziente e lasciargli la possibilità di seguire i suoi tempi
  • Incoraggiarlo per le vittorie ottenute (per quanto piccole possano essere)
  • Incoraggiare lo scaricamento dell’emozione tramite il gioco, le risate o tramite il tremore ed il pianto

Источник: https://generazionepositiva.it/2021/04/15/come-aiutare-i-nostri-figli-a-superare-una-paura/

Dai 6 ai 10 anni: supportare il percorso di istruzione di un figlio

Come aiutare i nostri figli a superare un esame a scuola

Tutti, inconsciamente, ci aspettiamo che i nostri figli siano “tra i migliori” e a tutti pesa quando non lo sono. Eppure sappiamo che non tutti nascono o diventano bravi studenti e che non sempre i bravi studenti diventano persone di successo o persone felici, appagate e degne di stima.

Valutazione: di mio figlio o la mia?

È abbastanza comune vivere i propri figli come estensione di sé stessi, specie quando sono piccoli: di conseguenza alcuni genitori percepiscono la valutazione dei figli come fosse un giudizio su di loro.

Ma anche il più distaccato tra i genitori si augura, all’inizio del percorso scolastico, e di avere figli che riescono bene a scuola e che studiano – almeno alcune materie – con interesse.

  Figli, insomma, che abbiano un po’ di curiosità intellettuale, che sviluppino pian piano degli interessi e che li coltivino.

L’attenzione tardiva

Ma c’è anche un’altra questione, ed è questa che mi lascia perplessa: è una sorta di quella che potremmo chiamare “attenzione tardiva” e che si manifesta, tipicamente, il giorno della consegna delle pagelle, quando capannelli di genitori (perlopiù mamme) affollano le scuole confrontando voti e commentando risultati.

Si polemizza per un 7 e ci si dispera per un 6 e, improvvisamente, la scuola sembra essere diventata la cosa più importante.

Invece, sarebbe meglio se l’attenzione che viene posta al momento della pubblicazione delle valutazioni fosse posta, giorno per giorno, anche a servizio della conoscenza e dell’esperienza dei propri figli.

Ecco su cosa focalizzarsi

Quello che qui voglio suggerire, quindi, è che, per supportare il percorso di istruzione di un figlio, è meglio focalizzare l’attenzione sul sapere, saper fare e saper essere giorno per giorno, piuttosto che pensare solo alla fase finale, quella di valutazione (risultati, pagelle, esami). Insomma, mi sembra più saggio fare l’esatto contrario: prestare attenzione alla scuola nel suo svolgimento, e rilassarsi il giorno della pagella. In fondo la pagella non è il risultato, almeno non è il risultato finale, non è il solo e non è il più importante.

Aiutare il bambino, ma come?

Ma cosa vuol dire “seguire” il percorso scolastico di un figlio? Aiutarlo con i compiti? Stargli accanto nelle difficoltà? Forse anche questo, anche se la situazione migliore è sempre quella di avere figli autonomi, che si gesticono i compiti da soli.

Ma, in realtà, il tema che volevo affrontare era un’altro, ossia come seguire una figlia o un figlio giocando di anticipo e inserendo nella vita famigliare attività (anche ludiche!) che fungano da completamento di quanto fatto a scuola.  Ma che vuol dire “accompagnare”? Non sto suggerendo certo di sostituirsi a maestri e professori.

Non voglio spingere nessuno verso l’accudimento ossessivo, ma, semmai, verso l’accudimento intelligente.

Primi passi

Come? Il primo passo sarebbe quello di leggersi ogni anno, magari d’estate, il programma dell’anno scolastico successivo che inizierà a settembre.  Qualsiasi genere di scuola faccia un figlio non è difficile reperire su internet i programmi.

Per quanto riguarda i “programmi ministeriali” della scuola pubblica, teoricamente essi non esistono più, perché esistono solo gli obiettivi da raggiungere, definiti dalla legge sull’autonomia scolastica, il che dovrebbe lasciare alle scuole la possibilità di far da sé sui contenuti.

In pratica, gli obiettivi sono abbastanza dettagliati, basta curiosare tra le “Indicazioni per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo d’istruzione”, del MIUR che si possono trovare sul sito www.istruzione.it.

Come ‘accompagnare’ il bambino

Una volta letti e magari reperita qualche altra informazione dagli insegnanti, sarà semplice “accompagnare” il percorso del bambino nella scuola con altre attività famigliari in linea con i programmi.

Un giro alla parte egizia dei Musei Vaticani a Roma, se in classe tua figlia sta studiando gli egizi, un fine settimana con visita al Parco Collodi dalle parti di Pistoia, se in classe i bambini stanno leggendo Pinocchio, una visita ad un Museo di Zoologia.

  Si può passare un sabato pomeriggio in libreria per comprare un libro sugli anfibi o sul corpo umano, se questi argomenti fanno parte del programma di scienze dell’anno in corso. Chi ha una buona biblioteca pubblica nella sua zona può farla diventare una tappa ricorrente nella vita famigliare.

Andare in biblioteca può diventare come andare al parco o a far la spesa (o quasi).  Laddove le risorse economiche famigliari lo consentano, le maggiori capitali europee e americane hanno splendidi musei della scienza e planetari per bambini.

Parola d’ordine: imparare

Dei miei tre figli, la seconda ricorda un suo compleanno che fu festeggiato a Genova tra una visita all’acquario e una al museo dei bambini. Non credo che mia figlia, che aveva da bambina uno spiccato interesse per gli acquari, diventerà mai una biologa marina, ma ricorda ancora quel viaggio di famiglia: ha imparato varie cose e si è molto divertita; in fondo si fa scuola anche così.

Источник: https://www.tuttoscuola.com/dai-6-ai-10-anni-aiutare-bambini-scuola-divertendosi/

Gravidanza
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