Bambino di 5 anni in fin di vita: è stata la madre adottiva

Quando e come dire a un bambino che è stato adottato

Bambino di 5 anni in fin di vita: è stata la madre adottiva

Iniziare fin da subito, utilizzando una comunicazione adeguata all'età e alle caratteristiche personali del bambino, senza avere paura, ma confidando nelle proprie capacità e nella forza della relazione instaurata con il piccolo. Ecco tutte le indicazioni per i genitori adottivi

«In condizioni di normalità, è bene cominciare fin da subito a raccontare al bambino che è stato adottato, in modo da evitare che la notizia arrivi da persone che non sono i genitori adottivi – spiega la dottoressa Paola Vizziello, psicoanalista del Centro Milanese di Psicoanalisi –. Ogni occasione è buona per introdurre l'argomento: l'importante è che la comunicazione sia spontanea, breve, e che sia adeguata all'età e alle caratteristiche personali del bambino».

Che cosa dire al bambino

Per dare una comunicazione di questo tipo, è fondamentale che i genitori creino con il bambino una relazione di fiducia e di amore.

«Un messaggio di questo tipo, infatti, metterà il piccolo in contatto con un pezzo della sua storia che, se non in rarissimi casi, lui non conoscerà o non potrà mai verificare.

Quindi, dovrà immaginare il suo passato attraverso le nostre parole».

Lo scopo principale è comunicargli che non è stato abbandonato: «Dobbiamo fargli capire che i suoi genitori biologici hanno fatto tutto ciò che hanno potuto per lui, ma che a un certo punto non ce l'hanno più fatta, magari perché erano poveri. Però hanno fatto una grande cosa: lo hanno messo nelle condizioni di essere trovato dai suoi genitori adottivi, che stanno continuando quello che loro avevano iniziato». Un esempio può essere:

Una spiegazione del genere va data anche se le cose non sono andate proprio così: «Se la situazione è molto grave, ad esempio il bambino è stato realmente abbandonato, è corretto ometterlo».

Tutto questo nel tentativo di permettere al piccolo di costruire nel presente e nel futuro dei buoni rapporti affettivi: «Se penserà di essere stato abbandonato, questo inibirà la sua capacità relazionale».

1. Costruite una comunicazione a misura del vostro bambino

È importante che i genitori dosino la comunicazione e utilizzino i tempi e i modi corretti a seconda delle caratteristiche del bambino che riceve la notizia, tenendo conto della sua età, del suo grado di maturità, della sua capacità di comprensione, ma anche della sua storia pre-adottiva.

«Le sue origini, infatti, possono aiutare a comprendere se ci sono state possibilità per lui di costruire relazioni di attaccamento sufficientemente sicure, perché in quel caso sarà più forte e potrà accogliere meglio la notizia di essere stato adottato».

2. Raccontate la sua storia pre-adottiva

Non è sempre possibile, ma è fondamentale raccontare al bambino i dettagli della sua storia pre-adottiva. «In questo modo, lo si ricongiunge con la sua storia originaria e si elimina ogni “buco” temporale. In una continuità, anche affettiva, tra ciò che c'era prima e ciò che c'è adesso».

3. Sperimentatevi in prima persona

Il consiglio è che i genitori si sperimentino in questa comunicazione prima da soli e poi, eventualmente, con l'aiuto di uno specialista.

«È importante che mamme e papà adottivi provino direttamente a dare questo messaggio ai loro bambini, facendosi carico di un'azione così importante. In questo modo, gli comunicheranno di essere forti a sufficienza per sostenere la situazione.

È un'assunzione di responsabilità che aiuta il piccolo nella costruzione di una relazione di fiducia con loro».

In questo scenario ha poca importanza la propria goffaggine: «Se vi sentirete in difficoltà, ad esempio se il bambino vi porrà un quesito a cui non sapete rispondere, non è vietato dirgli che la domanda che vi ha fatto è molto difficile e che vi prendete un po' di tempo per pensarci e dargli la giusta risposta. In alternativa, potete anche rilanciare chiedendo se ha lui una risposta a quella domanda. L'importante è che poi, in un tempo ragionevole, rispondiate nel modo che vi sembra più corretto a ciò che vi ha chiesto».

4. Utilizzate i giusti strumenti

Fin da quando sono in fasce, si può raccontare ai bambini attraverso storie, filastrocche e ninna-nanne che sono stati adottati. «Esistono poi tantissimi materiali utili per ogni età: ad esempio, i libri. Ce ne sono solo con figure, per i bambini più piccoli, con figure e testo, testi vocali o libri tradotti in simboli».

L'importante è utilizzare poche parole, poche per volta, ma ripetute nel tempo. «È un messaggio che dev'essere senza fretta, ma anche senza paura».

Se non accoglie bene la notizia

Può capire che il bambino non accolga bene la notizia. «Ciò non vuol dire che chi ha dato il messaggio non sia stato capace di farlo.

È una comunicazione importate e ognuno di noi risponde diversamente.

In questo caso, dobbiamo aspettare con pazienza che arrivino delle domande da parte del bambino, senza arrabbiarsi perché pensiamo che non riconosca tutti gli sforzi che abbiamo fatto per lui».

Bisogna riprendere il ruolo di genitori e accogliere anche la rabbia, la fatica e l'odio del bambino nei nostri confronti, rimanendo fermi e solidi.

«Un'importante concetto da passare è che anche se sono arrabbiati con noi, noi li capiamo. In più, non sono soli: se vogliono, possono rivolgersi a tutte le persone che gli vogliono bene e che fanno parte della famiglia, come nonni, zii e amici.

Ovviamente, se la situazione diventa troppo difficile si può chiedere aiuto a un esperto».

Se si tratta di adolescenti

«È difficile che vengano adottati dei ragazzi adolescenti, più di frequente vengono dati in affido.

Tra l'altro, nella maggior parte dei casi, si tratta di situazioni molto complicate e difficili, dove la storia pre-adottiva è molto complicata e dolorosa, magari con più adozioni non andate a buon fine, o passaggi in comunità per minori. Le regole da seguire per i genitori sono le stesse che abbiamo evidenziato prima, ma probabilmente sarà necessario un aiuto».

Источник: https://www.nostrofiglio.it/famiglia/adozione/come-dire-bambino-adottato

Genitori adottivi: affrontare le problematiche psicologiche

Bambino di 5 anni in fin di vita: è stata la madre adottiva

Negli ultimi tempi si sente parlare sempre più d’adozione e dei problemi legati a questa scelta.

Che cosa significa essere genitore adottivo? È sufficiente desiderare un bambino e volergli bene per tutta la vita per risolvere i problemi? Purtroppo non sono sufficienti affetto e cure perché si ha a che fare con problematiche diverse rispetto alla genitorialità naturale.

Per prima cosa l’adozione è una vicenda diversa dalla “normale” procreazione, perché prima di essere adottati tutti i bambini vivono esperienze di separazione, perdita e abbandono.

Si tratta di momenti che fanno sentire il bambino “incompleto” e portano a relazioni e comportamenti comunemente definibili di afflizione.

Un bambino necessita fin dalla nascita del contatto con il corpo della madre, strumento indispensabile per il piccolo al quale viene in questo modo offerta la possibilità di superare le paure e porre nel suo interno l’oggetto buono, fulcro di sicurezza e fiducia.

Il bambino per crescere come persona autonoma e acquisire sicurezza, ha bisogno di veder soddisfatti due bisogni: sentirsi amato e protetto dai genitori e sentirsi incoraggiato a differenziarsi come persona autonoma.

L’amore è per il bambino un bisogno principale e la sua mancanza provoca cicatrici che si riescono a superare solo con duri sforzi. Le esperienze dolorose e le carenze affettive hanno una forte incidenza sul bambino.

Le conseguenze immediatamente riscontrabili e più frequenti sono:

  • Tratti depressivi con sensi di colpa
  • Cattiva capacità a controllare le tensioni
  • Grande fragilità emotiva
  • Profonda sfiducia in sé e negli altri

Per questo nel bambino adottato sono abbastanza frequenti crisi d’identità, difficoltà di apprendimento, manifestazioni fobiche, tendenza all’isolamento; le difficoltà aumentano ancora di più se il passaggio da un ambiente all’altro comporta anche un cambiamento socioculturale o etnico, quando cioè si possono cogliere differenze nei tratti somatici.

Il genitore adottivo deve essere sempre pronto a fronteggiare questi problemi rassicurando, valorizzando e confermando il proprio amore.

Una disponibilità costante permetterà al bambino di accettare la realtà, lo aiuterà a trovare più facilmente gli oggetti d’amore.

I genitori devono ricordare che quando il bambino arriva in famiglia, qualunque sia la sua età, porta con sé un bagaglio fatto di ricordi, vissuti ed emozioni.

Nel minore c’è un prima, solitamente doloroso, privo di affetto e cure che spesso è rimosso per difendersi, e un dopo cioè la nuova vita. Proprio questa scansione determina l’abbandono. Un bambino adottivo sarà molto diverso da noi, e bisogna fare di questa diversità un punto di forza; accettare le sue origini, cultura e paese di provenienza.

Preparazione della coppia adottiva

È fondamentale che la coppia acquisisca, durante il percorso adottivo, la consapevolezza delle esigenze e dei bisogni di un bambino istituzionalizzato, del suo vissuto, della sua storia e delle problematiche che incontrerà nella costruzione di un legame, staccandosi dal bambino immaginario fino allora costruito nella mente.

Se ciò non avviene l’incontro rischierà di essere fallimentare perché non conforme a quelle che sono le proprie aspettative e in contrasto con le reali esigenze del futuro figlio.Il bambino non ha il dovere di soddisfare e colmare i bisogni degli adulti ma ha il diritto ad avere una famiglia, di essere amato ed accettato nella sua diversità biologica, somatica e culturale.

I genitori adottivi devono avere una preparazione adeguata e forte sensibilità e maturità per accogliere e rispettare un bambino non solo con caratteristiche somatiche evidentemente diverse dalle proprie ma portatore di una cultura distante dalla nostra, che va rispettata e continuata per dare dignità alle sue radici. Se il bambino non si sente accettato dalla coppia genitoriale, se avverte un distacco, se si sente “un diverso” non riuscirà mai a instaurare una sana relazione con loro e non si svilupperà mai in modo armonico ed equilibrato.

Un primo tradimento che la coppia fa al bambino è il cambio del nome, che è il primo segno di riconoscimento e di esistenza, come se volesse cancellare il passato del proprio figlio, un passato scomodo, da dimenticare, che, invece, va rispettato ed integrato in una sorta di patto adottivo. Un motivo per cui le leggi straniere prevedono per le coppie dei lunghi soggiorni nel Paese di origine è perché possano conoscere direttamente il contesto dove è cresciuto il futuro figlio ed assimilare le sue abitudini (alimentari, relazionali, climatiche), comprenderle, rispettarle e riproporgliele successivamente nel nuovo nucleo adottivo. In questo modo il bambino si sente accettato nella sua individualità e non deve adattarsi a richieste che per lui sono estranee e difficilmente comprensibili.

L’adattamento, infatti, da parte del bambino ad un contesto non accogliente e a delle rigide aspettative della coppia, può far sviluppare un “falso sé”. Compito dei genitori è dare continuità all’identità del bambino, sostenerlo nella fase di elaborazione del suo triste vissuto per evitare che ci siano fratture tra il suo passato, il presente ed il futuro.

Spesso i bambini adottivi sono portatori situazioni di abbandono, di solitudine, talvolta di maltrattamento fisico e psicologico; sono bambini traditi dalla vita.

Le figure adulte che dovevano soddisfare i loro bisogni fisici e di protezione gli hanno inflitto un messaggio forte di rifiuto, di non esistenza e non riconoscimento.

Sono bambini che non hanno sviluppato un legame di attaccamento sicuro così come è necessario per una sana ed armonica crescita della personalità.

Il bambino abbandonato presenta sempre un ritardo nello sviluppo psico-fisico perché fin dalla nascita si necessita delle cure individuali e personalizzate; se ogni bisogno fisiologico (fame, sete, ecc.

) e affettivo (contatto fisico, visivo, coccole ecc.

) è prontamente soddisfatto, il bambino sperimenta dapprima la continuità nella soddisfazione dei suoi bisogni e poi l’affidabilità nei confronti delle figure adulte che si occupano di lui.

Questa naturale interazione bambino-adulto è alla base della costruzione del legame di attaccamento. L’assenza di relazioni affettive sane, di stimolazioni sensoriali e tattili, provocano un rallentamento dello sviluppo psicomotorio in parte accentuato a seconda del modo di reazione del bambino a tali deprivazioni.

E’ fondamentale che la coppia sappia che il bambino che incontrerà ha dei bisogni da soddisfare:

  1. ha bisogno di essere accettato e benvoluto nonostante il suo comportamento negativo
  2. ha bisogno di essere smentito dalla convinzione che lui è cattivo e che, pertanto, merita di essere punito
  3. ha bisogno di essere amato e soprattutto di non subire un nuovo abbandono

L’adozione è un atto d’amore che richiede una grande capacità di donarsi e non la soddisfazione di un bisogno di essere genitore a tutti i costi.

L’adozione ha, infatti, successo solo se il bisogno della coppia si trasforma in forte e sincero desiderio di dare amore.

La conoscenza con il bambino adottivo e la creazione della nuova famiglia

La famiglia adottiva con i figli che provengono dall’adozione internazionale si costituisce in un paese straniero, secondo modalità, luoghi e tempi che non sono i nostri e ai quali spesso le famiglie si adattano con fatica.

Il periodo di permanenza nel paese straniero e il primo incontro con il bambino sono eventi di fondamentale importanza per la strutturazione della relazione genitore-figlio.

L’opinione che la coppia si fa del paese d’origine del minore influenzerà, anche inconsapevolmente, la relazione con il bambino e la percezione che la famiglia ha del suo passato e delle sue origini.

Le reazioni del bambino ai nuovi genitori possono essere varie:

  1. può esserci un innamoramento istantaneo seguito poi dalla paura di attaccarsi
  2. una fase di osservazione in cui il bambino scruta e mette alla prova anche con comportamenti provocatori
  3. attaccamento a uno solo dei genitori e difficoltà di rapporto con l’altro.

Qualsiasi sia il suo atteggiamento, bisogna accettare lui, la sua storia e ciò che ne consegue. Solitamente i bambini che si chiudono in se stessi aggrediscono i genitori per paura di essere nuovamente rifiutati.

I genitori non devono essere troppo rigidi, ma cercare di dare meno regole possibili, partendo da quelle base. I bambini desiderano essere guidati ma non hanno bisogno di rigidità e regole per loro inadatte in quel momento ed è bene che non gli siano imposti dei modelli.

I minori più grandi che arrivano in famiglia sono solitamente autonomi e quindi bisogna valorizzare questo aspetto. È importante sapere che abitudini avevano e sapere ciò che facevano per non cambiare bruscamente il loro modo di vivere.

Il primo anno adottivo è solitamente un periodo idilliaco in cui il clima emotivo è quello del coronamento di un sogno, sia per i genitori sia per il bambino. Prevale l’idealizzazione, sono dimenticati i tempi di attesa e le difficoltà vissute per raggiungere il sogno.I genitori sono assorbiti da una dedizione e valorizzazione totale del bambino.

Negli anni successivi la famiglia affronta l’appuntamento con le domande e la narrabilità della storia adottiva che non riguarda soltanto l’adozione ma anche l’abbandono.Dovranno rispondere ad alcune domande e favorire l’integrazione del passato, presente e futuro.

Inoltre l’idealizzazione lascerà il posto ad una consapevolezza della realtà esistente con la possibilità che si verifichino alcune reciproche delusioni.

Le prime crisi del bambino adottivo

Nonostante oggi non si nasconda più ai figli adottivi la loro origine, questo non significa proteggerli dal dolore e da un trauma.

L’ingresso nell’età adolescenziale vede intrecciarsi la turbolenza emotiva di questa fase evolutiva con la specificità della condizione adottiva. Ciò rischia di acuire i conflitti tipici dell’età.

Questo rischio dipende dalla relazione che si è andata strutturando nella famiglia negli anni precedenti.

Il processo di separazione dai genitori appare più conflittuale per gli adolescenti adottati se il passato non è stato sufficientemente elaborato, a livello intrapsichico e all’interno della relazione famigliare.

I ragazzi pensano di essere stati abbandonati perché diversi e indegni d’amore. Sanno di essere nati in condizioni degradate, di provenire dalla parte povera del mondo, ma per loro la più grande ferita è essere stai lasciati, anche se questo gli ha permesso una vita migliore.

Anche i genitori adottivi hanno alle spalle traumi dolorosi: la sterilità. Per questo motivo la via di uscita è cercare di far incontrare i due dolori, di comunicarseli a vicenda, in modo che scontri e conflitti apparentemente inevitabili possano essere elaborati insieme.

L’errore più grande è quando i genitori si offendono perché il figlio mette in evidenza il fatto di non essere nato da loro. Padri e madri devono far capire che anche loro hanno sofferto per non essere stati capaci di generare un figlio, ma che hanno trovato in lui proprio quello che desideravano.

A volte i figli adottivi vivono periodi in cui divengono aggressivi, hanno problemi a scuola e comportamenti antisociali.

Tutto questo non deve essere accettato come tale: bisogna cercare le ragioni per cui questi atteggiamenti si manifestano. È importante il dialogo, ascoltare i dubbi e accettare quella parte di vita precedente all’incontro con i genitori adottivi, che seppur breve e piccola, ha rappresentato una grossa ferita.

L’idea dei genitori naturali deve essere presente sia nei figli sia nei genitori adottivi affinché si possa costruire una storia di vita affettiva mentale comune.

Qualche volta sono sufficienti comprensione e tempo per cicatrizzare le ferite. Altre è necessario l’aiuto di uno specialista.

Consigli utili per i genitori adottivi nel rapporto con il bambino adottato

È fondamentale in una situazione adottiva parlare sempre chiaramente, tirare fuori i propri sentimenti e sensazioni.

Il bambino deve sentirsi libero di esprimersi anche se sa che questo può provocare tristezza e sensi di inadeguatezza nei genitori.

Un percorso di psicoterapia nell’infanzia e adolescenza può essere molto utile al figlio adottivo per chiarire eventuali carenze affettive subite e ricostruire con una terza persona (lo psicoterapeuta) il proprio vissuto. L’elaborazione del trauma è fondamentale per crescere.

Per i genitori adottivi vengono organizzati gruppi condotti da psicologi, in cui le famiglie adottive condividono esperienze e problematiche e non lasciano sola la coppia che affronta questo delicato cammino.

A volte non sono sufficienti l’amore e la volontà, perché i problemi possono essere grossi e ingestibili. Con il supporto e la preparazione giusta, l’adozione può trasformarsi in un’esperienza unica e meravigliosa, che regala immense gioie e felicità.

Anfaa

www.anfaa.it

portale dell’Associazione Nazionale famiglie adottive e affidatarie; riporta sul sito le date di convegni, corsi e conferenze a tema, ma anche moduli, informazioni e indirizzi cui chiedere consulenze.

Ciai

www.ciai.it

sito di tutela dei diritti del bambino; offre una sezione dedicata alle adozioni internazionali con corsi e date di convegni informativi di pre- adozione e gruppi sia per genitori sia per i figli adottivi.

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Источник: https://www.guidaconsumatore.com/pianeta_donna/genitori_adottivi.html

Compiti a casa? Mio figlio mi fa disperare!!

Bambino di 5 anni in fin di vita: è stata la madre adottiva

Avere un figlio che manifesta in vari modi un brutto rapporto con i compiti scolastici è un evento che può mettere a dura prova un genitore. Invece di essere un piacevole momento per stare vicino al proprio figlio, il momento dei compiti si concretizza in un momento veramente spiacevole che, per di più, si ripete quotidianamente!

Alla base di questo, spesso, vi è una mancanza di comprensione di ciò che sta succedendo al proprio bambino. Distinguere se si tratta di una difficoltà di ordine cognitivo, emotivo o motivazionale è il primo punto di partenza per poterlo aiutare.

Il genitore difronte al disagio del figlio

Quando un figlio si rifiuta ripetutamente di impegnarsi, temporeggia, si perde, si lamenta, sbuffa, ecc.

, un genitore  spesso si infastidisce, si sente preso in giro, oppure vive i comportamenti del figlio come una provocazione o come un vero e proprio affronto al proprio ruolo di genitore.

Per farvi comprendere quanto diffusa sia questa difficoltà, vi mostro le parole associate al tema dei compiti a casa da un gruppo di genitori partecipante ad un incontro sul tema organizzato nel mio studio. Vi riconoscete?

Questo accade perché un genitore ha un certo tipo di aspettativa: fare i compiti velocemente e magari anche tutti corretti ne è un esempio. La reazione, quindi, è spesso di arrabbiarsi con il figlio, sgridarlo, accusarlo di scarso impegno o studio, punirlo o ricattarlo in vari modi, o addirittura svolgere i compiti al posto suo per porre fine alle liti.

Queste reazioni sono comprensibili, soprattutto quando il tempo e l’energia a disposizione scarseggiano. Tuttavia nella maggior parte dei casi sono controproducenti perché, non tenendo conto delle ragioni alla base dei comportamenti del figlio, si rischia di alimentarli o irrigidirli.

Per rompere questo circolo vizioso di negatività è necessario andare un po’ incontro al bambino cercando di capire quali sono i motivi che stanno alla base di un tale comportamento.

Per capire cosa succede ad un bambino che non fa volentieri i compiti è utile per prima cosa avere chiaro cosa succede a chi li fa volentieri.

Quando è piacevole fare i compiti

Un bambino fa volentieri i compiti quando questa esperienza è per lui fonte di piacere e di soddisfazione personale.

Lo è quando si sente “capace” di svolgerli e sa cosa si deve fare per riuscire bene, quando è sicuro che con un po’ di sforzo ce la può fare, quando trova interessanti e divertenti le cose che impara, quando sente che la mamma o il papà sono felici nel vedere i suoi risultati positivi, quando li sente vicini e sente che può contare sul loro incoraggiamento o sostegno in caso di bisogno, quando è sereno e non ha particolari preoccupazioni.

In termini psicologici il bambino fa volentieri i compiti quando si verificano una o più delle seguenti condizioni:

  • il suo funzionamento cognitivo è adeguato alle richieste del compito
  • sa controllare bene la paura di fallire o di deludere qualcuno
  • ha una buona autostima e fiducia nelle proprie capacità
  • ha competenze metacognitive, cioè buone capacità di riflettere sui propri processi cognitivi (memoria, attenzione..)
  • ha acquisito un buon metodo di studio
  • ha un sistema di attribuzione interno, cioè sa che il successo in un compito deriva da vari fattori da lui controllabili: impegno, attenzione, esercizio…
  • ha una motivazione medio-alta, cioè prova piacere e desidera imparare e conoscere nuove cose
  • trova un buon supporto emotivo nel genitore o adulto che gli sta accanto
  • non ha un forte disagio emotivo per altre questioni (es: separazione genitori)

Vediamo ora, quando il momento dei compiti non è apprezzato dai bambini.

Quando non è piacevole fare i compiti

Un bambino non fa volentieri i compiti quando questa esperienza è per lui fonte di dispiacere o di umiliazione personale.

Succede quando si sente “incapace” di svolgerli e non sa cosa si deve fare per riuscire bene, oppure lo sa ma non ci riesce da solo, quando è insicuro e teme di fare brutta figura, quando non trova piacere in quello che fa e non si sente stimolato, quando sente che la mamma e il papà si arrabbiano e sono delusi di lui per i suoi comportamenti, oppure quando non riesce a soddisfare le loro pretese, quando si sente apprezzato solo in virtù del compito fatto bene, quando si sente ricattato, quando sente la presenza del genitore paragonabile a quella del vigile e del carabiniere, quando ha preoccupazioni forti su qualcosa d’altro che gli impediscono di concentrarsi. Per esempio, un bambino che è preoccupato per la separazione dei genitori, non può trovare le energie sufficienti per svolgere i compiti serenamente.

In termini psicologici, il bambino non vuole fare i compiti quando si verificano una o più delle seguenti condizioni:

  • il suo funzionamento cognitivo è immaturo rispetto alle richieste del compito
  • ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento (da diagnosticare verso i 7-8 anni) oppure altri disturbi di origine neurologica (disturbi alla vista..)
  • ha una bassa autostima e, quindi, poca fiducia nelle proprie capacità
  • non ha ancora acquisito competenze metacognitive e, quindi, capacità di riflettere sui propri processi cognitivi (memoria, attenzione..)
  • non ha acquisito un buon metodo di studio
  • ha uno stile attributivo esterno, cioè crede che i buoni risultati dipendano da fattori esterni, quali la fortuna o la facilità del compito, e quindi crede di non poter fare nulla per migliorare la sua prestazione
  • ha scarsa motivazione, cioè non trova piacere e interesse in quello che apprende
  • non trova un giusto supporto emotivo nel genitore o adulto che gli sta accanto
  • ha un forte disagio emotivo per altre questioni (es: separazione dei genitori)

Comprendere per aiutare

Come abbiamo visto, i vari comportamenti di rifiuto o di malessere di un bambino di fronte ai compiti nascondono diversi tipi di difficoltà: cognitive (“non capisco”), emotive (“non sto bene”), e/o motivazionali (“non ho voglia”).

Coglierle è importante per riuscire a svolgere la propria funzione genitoriale con efficacia, cioè per offrire al proprio figlio l’aiuto di cui ha realmente bisogno.

Riuscendo a cogliere il nocciolo della sua difficoltà, è più facile trovare la strategia giusta per ottenere la sua collaborazione anche quando fare i compiti non è per lui piacevole. Non comprenderle o ignorarle, invece, porterà molto probabilmente ad una sua ribellione e al cosiddetto “muro contro muro”.

Per capire ancora più in dettaglio qual è il ruolo del genitore durante il momento dei compiti a casa, vi suggerisco di leggere anche: “Compiti a casa: ruolo del genitore“.

Diversi modi per intervenire

Se anche voi avete vissuto una situazione simile e vi sentite in difficoltà, oppure avete il sospetto che vostro figlio abbia una o più delle difficoltà sopra individuate e non sapete come aiutarlo, la prima cosa da fare potrebbe essere confrontarsi con l’insegnante. Se non fosse sufficiente, valutate di rivolgervi ad uno psicologo perché vi può aiutare nel rapporto con la scuola e nel trovare il modo corretto per aiutare vostro figlio ad affrontare i compiti di casa con serenità.

Un’altra alternativa per chi vive in Trentino dove lavoro può essere partecipare alle serate a tema su questo argomento che organizzo nel mio studio.

Si tratta di incontri in piccoli gruppi che servono per confrontarsi su una difficoltà condivisa e per individuare degli spunti di riflessione generici utili per orientarsi a casa nella relazione con i figli.

Per lasciarvi qualcosa di concreto, vi inserisco anche la foto delle frasi che hanno colpito maggiormente i genitori al termine di un altro incontro. Vi sembrano fattibili?

Dott.ssa Serena Costa, psicologa dell’infanzia (serenacosta.it@gmail.com)

Articolo pubblicato per la prima volta il 30 novembre 2011 e aggiornato con delle aggiunte il 22 febbraio 2017.

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Источник: https://www.serenacosta.it/scuola-e-compiti/compiti-a-casa-mio-figlio-mi-fa-disperare.html

Gravidanza
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