Ansia del nono mese: aver paura di non saper fare la mamma

Diventare mamme, fra gioia e preoccupazione

Ansia del nono mese: aver paura di non saper fare la mamma

Per chi aspetta un bambino, la gioia è obbligatoria.

A chiunque diciate «sono incinta», dalle prime persone con cui avete condiviso la notizia – il vostro compagno o la vostra compagna, la mamma, una sorella – a tutti quelli che avete incontrato e incontrerete nei nove mesi di attesa, la reazione sarà sempre più o meno la stessa: «Davvero? Ma che bello!».

Èvero: è bello, sia che la gravidanza sia stata cercata e programmata, sia che sia arrivata un po’ a sorpresa. Una volta deciso che sì, quel bambino sarà il benvenuto e diventerà parte della nostra vita, pensarlo, immaginarlo, parlarne, e poi sentirlo dentro di sé produce emozioni dolci e positive, tenerezza, speranza, amore. 

Un lungo cambiamento

Ma l’attesa di un figlio dà luogo anche a un processo di profondo cambiamento. Cambia il corpo, che manda segnali per niente gradevoli – nausea, vomito, mal di schiena, mal di testa; che si appesantisce e rende difficile fare tutto quello che si faceva prima – vestirsi come prima, muoversi come prima.

Cambia l’immagine di sé e del proprio futuro, in cui dovrà trovare posto quel bambino e in cui bisognerà costruire nuovi equilibri – nei tempi, negli impegni, nelle relazioni.

La comparsa di emozioni “fuori copione” (ansia, insicurezza, irritazione) può essere difficile da condividere, e addirittura preoccupare la futura mamma: «È normale che mi senta così? Non vorrà dire che non sono, che non sarò, una brava mamma?».

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Sarò una brava mamma?

Il timore di non essere brave mamme può diventare un pensiero ricorrente, indesiderato e spiacevole, che si fa vivo a tradimento e compromette la serenità di quel momento della vita (all’interno del nostro corso preparto online, vi forniamo tutti i consigli utili per gestire questo aspetto).

Non è un timore del tutto negativo: in fondo ci si sta preparando a un compito impegnativo e, nel caso di una prima gravidanza, completamente nuovo.

Essere preoccupate, essere consapevoli delle difficoltà che quel compito comporta, è legittimo e realistico, contribuisce ad attivare la motivazione e a mantenere viva la determinazione che consentirà di attraversare i diversi momenti della maternità.

Quel timore, però, diventa nocivo nel momento in cui comincia a essere dominante, e i compiti che ci aspettano cominciano ad apparire enormi, al di là delle nostre forze.

L’aumento delle preoccupazioni sulla gravidanza, il parto, l’allattamento, l’accudimento del bambino – sull’essere mamme, insomma – è legato a un’immagine “eroica” della maternità, che è stata alimentata da un eccesso di indicazioni, regole, consigli diffusi da riviste e manuali vari, e dal proliferare di gruppi social in cui l’esperienza di avere e allevare un bambino viene descritta come una serie di prestazioni in cui una “brava” mamma deve dare il meglio di sé, dimostrare di essere sempre all’altezza, e magari, se possibile, battere anche qualche record. Una specie di nuovo sport olimpico, in pratica.

In realtà, l’esperienza della maternità è un’esperienza di relazioni: la relazione speciale, unica, con il bimbo che deve nascere; le relazioni con i familiari, con chi è più vicino alla mamma in quella fase della vita; le relazioni con i professionisti che affiancano la donna nel corso della gravidanza: l’ostetrica, il ginecologo, il medico di famiglia. Per vivere bene l’attesa è importante pensare a quelle relazioni come a una rete protettiva, e come a una riserva di risorse da utilizzare al meglio: immaginare la maternità come un’avventura solitaria è rischioso, e ingiustamente faticoso.

Quando la preoccupazione è troppa…

I timori delle mamme alla prima esperienza riguardano sia gli aspetti legati al benessere e alla salute propria e del bimbo, sia gli aspetti legati alle incombenze che le attendono nei primi mesi di vita del piccolo.

Preoccupazioni che ovviamente si mescolano: uno dei cambiamenti più profondi prodotti dall’esperienza di maternità è la comparsa di quella che è stata definita “preoccupazione materna primaria”, una condizione emotiva che porta la mamma a mettere in primo piano il benessere del bambino prima ancora che venga alla luce. Se questa condizione diventa prevalente, può svilupparsi il timore di danneggiare in qualche modo il piccolo durante la gravidanza, con conseguenti ansie per tutto ciò che si mangia e la paura di contrarre qualche infezione pericolosa. Sorgono timori legati al parto, e diventa quindi difficile scegliere come e dove partorire, o da chi farsi assistere. Si acuiscono i timori per la propria “resistenza” nei mesi in cui il benessere del bambino dipenderà totalmente dalla capacità della mamma di allattarlo al seno a qualunque costo, di sopportare fino all’estremo l’affaticamento, la mancanza di sonno, la tensione provocata dal pianto di un neonato…

La domanda «Sarò in grado?» può diventare motivo di ansia, di insicurezza, di malessere.

 Il benessere e la salute, fisica ed emotiva, della donna sono invece una componente fondamentale dell’“essere una brava mamma”: una brava mamma è innanzitutto una persona che sa prendersi cura di sé, per potersi prendere cura del suo bambino con tutte le energie e l’equilibrio che questo compito richiede.

SPECIALE

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La maternità non è solitudine

Tale equilibrio non lo si può raggiungere da sole: in tutto il percorso della maternità è importante sentirsi circondate da relazioni valide e positive.

Con il proprio partner innanzitutto, con cui è bene parlare per tempo di ciò che potrà, vorrà, saprà fare nel suo ruolo di papà.

La collaborazione nell’accudimento di un neonato non si può improvvisare, va preparata – anche se poi la realtà è sempre un po’ diversa da come avevamo immaginato –, tenendo conto in modo realistico delle caratteristiche di “quel” papà, dei suoi tempi di lavoro, della sua situazione.

Circondarsi delle persone giuste

Relazioni valide significa anche relazioni selezionate.

Visto che l’immaginario collettivo prevede che una donna incinta sia un po’ “capricciosa” – le “voglie” sono ammesse in quasi tutte le culture –, concedetevi di essere “capricciose” anche per quello che riguarda le persone: chi non vi fa stare bene, chi vi bersaglia di critiche su come vi comportate, o di racconti terribili sul parto, sull’allattamento, sui drammatici primi mesi del bambino fra pianto ininterrotto, coliche, rigurgiti e diarree; chi vi riempie di consigli e indicazioni infallibili sul miglior ginecologo da cui farsi seguire, il miglior ospedale a cui affidarsi, il miglior professionista alternativo a cui rivolgersi invece di farsi “incantare” dalla medicina ufficiale; chiunque, insomma, interferisca nella ricerca del vostro equilibrio fra legittima preoccupazione e fiducia nelle potenti risorse che la natura mette a disposizione della donna nel percorso di maternità, va tenuto gentilmente a distanza.

Selezionate le amiche vere, quelle che vi fanno ridere e non vi obbligano a pensarvi solo come una macchina da riproduzione da tenere in perfetta efficienza.

Selezionate chi vi seguirà fino al parto e oltre – l’ostetrica o il ginecologo di cui sentite di fidarvi – e con quelle persone siate oneste e sincere, esprimete paure e dubbi senza timore di essere giudicate sciocche o fifone.

Costruite in anticipo una rete di sostegno che sia pronta ad affiancarvi dal momento in cui tornerete a casa con il neonato fino a quando non sentirete di avere la situazione “sotto controllo”: più gli aiuti nelle prime settimane saranno validi, più sarà facile acquisire una buona routine, con ritmi adeguati alle caratteristiche del vostro bambino e alle vostre esigenze di sonno, riposo e anche svago e sollievo dai compiti di accudimento.
Questo evita il rischio che la “preoccupazione materna primaria” – che lo psicologo Donald Winnicott ha definito “malattia fisiologica”, cioè una condizione anomala ma necessaria, purché di breve durata e attraversata con equilibrio – diventi una condizione stabile che compromette la salute e il benessere psichico della mamma, e di conseguenza quelli del bambino.

Non siamo “supermamme”

All’immagine della “supermamma” eroica, che tutto supera e sopporta per il bene del suo bebè,  potremmo provare a contrapporre quella della mamma di alcune culture orientali, alla quale è dovuto, per almeno quaranta giorni, lo stesso accudimento che si riserva al neonato: parenti e amiche si prendono cura di lei, la coccolano, la riempiono di attenzioni e anche di piccoli regali, badano alle necessità del bambino condividendole gradualmente con la madre. Pare che in quelle culture il baby blues, per non parlare della depressione post-parto, sia sconosciuto.

Anche se non possiamo trasportare altre tradizioni e altre culture nel mondo in cui viviamo, possiamo però accoglierne il significato: una mamma serena e non stressata, non stremata, non esausta è una mamma migliore. Questo cambia un po’ la prospettiva: la domanda preoccupata «Sarò una brava mamma?» può diventare «Come posso farmi aiutare a essere una mamma serena e non stremata?».

Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/nascere/gravidanza/diventare-mamme-fra-gioia-e-preoccupazione/

Ansia in gravidanza, 4 consigli per gestirla

Ansia del nono mese: aver paura di non saper fare la mamma

La gravidanza è un periodo di emozioni travolgenti: avere un po' di ansia è normale! Ecco quattro consigli indispensabili per mantenere la calma e godersi questo momento magico.

Se siete in dolce attesa e, al tempo stesso, vi sentite in ansia, sappiate che siete in buona compagnia. Ci sono tante donne cnella stessa situazione.

L'ansia in gravidanza può indurre a immaginare gli scenari peggiori e può provocare sbalzi di umore estremi, ma non solo.

Può dare anche problematiche fisiche, come la sensazione continua di tensione e l'insonnia.

Ma la gravidanza è fantastica. In 40 settimane, due cellule passano dall'incontrarsi alla trasformazione graduale in un piccolo essere umano.

Per alcune persone, avere un bambino è una sorpresa e per altre è il risultato di un lungo e arduo viaggio verso il concepimento. Per alcune ancora è terrificante; per altre è qualcosa di naturalissimo.

Per tutte, l'esperienza è unica.

Per una donna incinta, la quantità di cambiamenti fisici, mentali ed esistenziali che si verificano in così poco tempo può essere vertiginosa. È facile, quindi, sentirsi sopraffatte. In generale, il rischio di ansia è più alto se:

  • avete una gravidanza ad alto rischio;
  • in passato avete avuto un disturbo dell'umore;
  • avete avuto difficoltà durante gravidanze precenti o infertilità;
  • avete alti livelli di stress nella vita e nelle relazioni.

Ciò non significa che siete condannate ad avere una brutta esperienza di gravidanza. Anche se provate ansia, sappiate che è del tutto normale essere nervose. Dopotutto state attraversando uno dei più grandi cambiamenti di vita che ci possano essere. Ecco, perciò, alcuni suggerimenti, identificati dal magazine Quick and Dirty Tips, per mantenere la calma.

1. “Educate voi stesse alla gravidanza”

Una buona quantità di preparazione e di conoscenza può fare molto per alleviare l'ansia per la gravidanza e per il parto. Spesso le cose di cui ci preoccupiamo sembrano spaventose perché non sappiamo esattamente cosa temiamo. Perciò, invece di restare nelle paure vaghe, astratte, immaginate, guardate il mostro dritto negli occhi.

Ad esempio, una cosa di cui molte donne hanno terrore sono i dolori del parto. Come biasimarle? Sapere cosa aspettarsi e quali sono le varie opzioni può essere estremamente utile.

Perciò, parlate con gli operatori sanitari (medici e infermieri) delle varie opzioni per la gestione del dolore. Ci sono rischi e benefici, ad esempio, nel caso dell'epidurale. Conoscere le varie possibilità e la scienza che è dietro ad esse aiuta a fare una scelta informata e potenziata.

Visitate il luogo in cui partorirete. Può essere utile avere un'idea di dove sarete e di come vi prenderete cura di voi stesse.

Partecipate a un corso di preparazione al parto. Così non avrete sorprese. Imparerete che, ad esempio, è normale che il tappo del muco esca molti giorni prima dell'inizio del travaglio. Imparerete anche che una persona di supporto può essere in grado di aiutarvi durante il parto e che può alleviare un po' di pressione.

Parlate con i vostri amici delle loro esperienze. Anche se l'esperienza del parto di ogni donna è personale e unica, almeno sentirete che la maggior parte delle persone ci riesce bene, nonostante le varie paure. Potreste anche apprendere suggerimenti e trucchi per mantenere la calma.

2. Alleviate l'ansia accettando radicalmente l'incertezza

Molte donne tendono a pianificare eccessivamente, pensando che più avranno sotto controllo l'esperienza di nascita imminente, meglio staranno. Ma tutti, mamme e professionisti della salute, ripetono che le cose non vanno mai come previsto.

In effetti, potreste essere preoccupate per qualcosa che non va durante la gravidanza: potreste essere particolarmente spaventate se in passato avete avuto complicazioni, aborti o infertilità. Ma, in realtà, nessuno può rassicurarvi al 100% e dirvi che il peggio non accadrà.

Anche perché è tutto al di fuori del vostro controllo. Soprattutto se rientrate in quel tipo di persone a cui piace pianificare. Il duro lavoro non garantisce necessariamente un maggiore controllo. È qui che arriva l'accettazione radicale.

L'accettazione radicale è un'idea che già possedete istintivamente. Per esempio, ogni volta che salite in macchina, accettate radicalmente che potreste morire in un incidente d'auto. Ma scegliete comunque di guidare perché vi permette di fare qualcos'altro che apprezzate: vedere amici, fare il vostro lavoro, partecipare alle attività della comunità, ecc.

Durante la gravidanza, questa radicale accettazione può richiedere più pratica. Non bisogna reprimere le emozioni e i pensieri, ma occorre riconoscere quanto siano validi.

Quindi, sedetevi con loro e attraversate la tempesta di disagio che deriva dall'incertezza.

Se permettete al ​​disagio di restare abbastanza a lungo con voi e se non cedete all'impulso di controllare i sentimenti, quello passerà, o almeno diventerà sopportabile.

3. Entrate in contatto con il vostro corpo durante la gravidanza

Quello della gravidanza è un momento particolarmente indicato per entrare in contatto con il corpo. Ci sono così tante cose incredibili che accadono in questo periodo unico…

Il corpo si prepara per ospitare un nuovo essere umano e vive nuove sensazioni ed esigenze.

Forse avete voglie pazze, forse il desiderio sessuale è diverso, e magari, ad un certo punto, avete iniziato a sentire il piccolo calciare, singhiozzare e fare un vero putiferio all'interno…

Sensazioni come bruciore di stomaco, mal di schiena, gonfiore, pressione o attacchi di panico occasionali sono decisamente spiacevoli. Ma, se sono inevitabili, potreste anche “restare lì con loro”. Apprezzate il fatto che il corpo stia facendo tutto questo per creare una nuova vita. Anche le cose fastidiose vi preparano ad essere legate, anima e corpo, al futuro bambino.

Più prestate attenzione a come vi sentite, meglio risponderete ai bisogni del corpo. Ad esempio, se avete un lavoro in ufficio, ascoltate le sensazioni di gonfiore e di rigidità, in modo da poter ricordare di fare delle pause regolari. Ascoltate la fatica e la sonnolenza, così sapete quando riposare e quando non dovete dormire per forza.

Ascoltate la tensione e il nervosismo, e, in tal caso, fermatevi. Rallentate per fare alcuni respiri di pancia e ricordatevi dell'accettazione radicale. Potete esercitarvi a mettervi in contatto con il corpo eseguendo meditazione o mindfullness.

4. Acquietate l'ansia cercando e accettando il supporto sociale

Come nel caso di qualsiasi cambiamento di vita, avere il vostro “villaggio” vicino è il modo migliore per sopravvivere e prosperare.

Noi umani siamo animali sociali e fino a poco tempo fa la maggior parte delle culture si prendeva cura delle donne in gravidanza e postpartum, facendo in modo che fossero circondate da sorelle, zie, mamme e amiche.

Il fatto che viviamo in modo più individualista ora non significa che abbiamo superato quella necessità.

Le donne non hanno solo bisogno di supporto logistico – come, ad esempio, l'aiuto per allestire la casa per accogliere il bambino -, ma hanno anche bisogno di supporto emotivo.

Poi, chiedete sempre i dettagli. Ci sono alcune cose che il vostro dottore potrebbe non dirvi nei termini che dovete conoscere. I dettagli possono essere spiacevoli, ma è meglio sapere piuttosto che essere sorprese quando, magari, avete appena partorito e un'infermiera vi consegna un pannolino per adulti…

Esercitatevi ad accettare aiuto. Anche se siete molto indipendenti, è opportuno che sappiate che tutte hanno bisogno di aiuto durante la gravidanza. Non ci deve essere assolutamente vergogna nell'accettarlo.

A partire da ora, chiedete alle persone favori specifici, come, per esempio, aiutarvi a montare la culla. Ringraziateli e astenetevi dal chiedere loro continue scuse.

Avrete bisogno di ancora più aiuto dopo il parto, quindi ora è il momento di esercitarvi ad accettarlo con gratitudine.

Cercate il supporto emotivo. Siate chiare su ciò di cui avete bisogno da coniuge, genitori, amici e colleghi. Non potete aspettarvi che gli altri sappiano se preferite i consigli pratici o semplicemente una rassicurazione. Siete esauste di sentire le esperienze di parto di altre persone oppure volete più informazioni? Ditelo.

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Come ogni anno l' International Association of Professional Birth Photographers ha premiato i migliori scatti sul parto nella Birth Photographers Image of the Year Competition . I fotografi…

Источник: https://www.nostrofiglio.it/gravidanza/salute-e-benessere/ansia-in-gravidanza

Risvegli notturni ed ansia di separazione dalla mamma: come aiutare i bambini a dormire sonni tranquilli

Ansia del nono mese: aver paura di non saper fare la mamma

Intorno ai 6-7 mesi i bambini sperimentano l’ansia di separazione dalla mamma.

In questa fase della crescita, infatti, il bambino comincia il processo di individuazione: il bambino inizia cioè a sentirsi come qualcosa di psicologicamente separato dalla figura materna, fino ad allora vissuta dal bambino come un tutt’uno con se stesso (la cosiddetta fase simbiotica).

Si tratta di una fase che non ha nulla di patologico o di anormale; è anzi, normale, utile e necessaria per il corretto sviluppo psicologico del bambino. E infatti a questa età il bambino comincia ad esplorare il mondo che lo circonda ed inizia ad aprirsi all’esterno.

Ma ha anche paura, proprio perché, se fino ad allora era un tutt’uno con la mamma, ora è “da solo” (o almeno così pensa di essere…), alle prese con qualcosa che gli sembra sì interessante, ma anche inquietante.

La paura dell’abbandono

Tale individuazione genera inevitabilmente la paura di essere abbandonati dalla madre e questa paura si manifesta (anche nel bambino sino ad allora tranquillo e che, tutto sommato, rispettava un certo ritmo sonno-veglia diurno-notturno) tipicamente all’addormentamento, quando il bambino, pur assonnato, sembra rifiutarsi di prendere sonno, o durante il sonno, con frequenti risvegli, anche parziali, accompagnati da pianto.

Perché? Perché, nel caso specifico del sonno, per il bimbo chiudere gli occhi equivale a non vedere più la mamma e, non vedendola, per lui la mamma non c’è più.

Egli non ha ancora “capito” che anche se non vede la mamma, questa c’è ugualmente e non l’ha abbandonato, che la voce rassicurante della mamma dalla sua camera significa che la mamma “arriverà”, che la stessa presenza del papà (in questa fase apparentemente inutile, visto che il bimbo generalmente vuole solo la mamma e si calma solo con lei!) è rassicurante perché c’è comunque qualcuno in grado di prendersi cura di lui in attesa dell’arrivo della mamma.

E’ ovviamente un vissuto molto complesso, e non così lineare e consapevole come descritto.

Cosa si può fare?

E’ difficile rispondere a questa domanda, non tanto perché questa fase sia di difficile soluzione. Prima o poi il bambino, se sostanzialmente sereno, la supererà.

Non è possibile dare ricette perché ogni contesto familiare fa a sé: ogni coppia di genitori deve trovare la propria strada per accompagnare il bambino in questo delicato momento della crescita.

Il punto di partenza è rassicurarsi sul fatto che si tratta di qualcosa di normale, non di patologico, che tutti i bambini passano. Anzi, si tratta di una fase necessaria, che va appunto accompagnata, non bloccata.

Il bambino va rassicurato da due genitori (ribadisco 2) adulti, che di fronte al panico del bambino non vanno a loro volta in ansia, facendosi prendere dall’isteria (perch? non ve ne è alcun motivo!) o, viceversa, dalla “compassione” (per che cosa? non è un problema grave, è anzi è una fase utile allo crescita!).

Non esistono ricette magiche. Ecco però alcuni consigli.

  • Meglio addormentare il bambino nel lettino (o comunque metterlo giù ancora nel dormiveglia) che in braccio.
  • Quando il bambino si risveglia ed inizia a piangere nel suo lettino, meglio tenere duro e continuare ad andare avanti e indietro dalla sua cameretta (anche il papà, perché a suo modo deve essere coinvolto nella gestione del bimbo, anche se la sua azione sembra poco efficace) piuttosto che portarsi il bimbo nel lettone.
  • Far precedere il proprio arrivo in camera da tentativi (inizialmente del tutto inutili, o almeno così sembra) con la voce, magari rassicurando il bimbo che “state arrivando”. E’ meglio che intervenga prima il papà e poi, in un secondo tempo, la mamma. Non attaccatelo al seno o non offrite il biberon subito e comunque non sempre. In sostanza, occorre cercare una gradualità e progressività di intervento che serva al bambino a capire che a questo (la voce della mamma che lo rassicura)  segue quest’altro (la comparsa di un adulto), finché può essergli sufficiente anche solo il primo passo per calmarsi.
  • Tenere comunque le luci soffuse, ed evitare di mettersi a giocare con lui. Il messaggio che deve passare, anche con l’espressione del volto, è che “di notte si dorme”: non arrabbiature isteriche ma un fermo e, per quanto possibile, tranquillo atteggiamento che trasmette la realtà del momento (niente cioè di tragico, ma neppure di piacevole).
  • Durante il giorno, giocare a bau-settete (nascondendosi per un istante il volto con le mani per poi tornare a farlo vedere): insegna pian piano al bambino che anche se qualcosa non si vede quel qualcosa c’è lo stesso, e ricomparirà (compresa la mamma!).

Provvedimenti comesomministrare latte o tisane durante i risvegli andrebbero evitati, perché rischiano di creare abitudini che finiscono per mantenere nel tempo i risvegli, invece che attenuarli.

Tantomeno utile cercare di distrarre il bambino mettendosi a giocare con lui o portandolo in salotto, magari accendendo la televisione: come si è detto, il bambino deve ricevere chiaramente il messaggio che “la notte è fatta per dormire, e non per giocare”.

E’ esperienza di chi scrive il caso di un papà che riferiva durante la visita di controllo dei 3 anni di aver finalmente risolto il problema del sonno del suo bambino, anche se per farlo riaddormentare doveva tutte le notti fare con lui su e giù con l’ascensore per una trentina di volte…

I preparati per favorire il sonno del bambino, solitamente a composizione vegetale (melissa, passiflora, camomilla, valeriana), danno risultati modesti; qualche risultato si ottiene talora con la melatonina, somministrata la sera, prima del sonno, e continuativamente per un periodo di almeno 15 giorni per valutarne l’efficacia. Nel caso, valutatene l’opportunità col vostro pediatra (evitando tassativamente il fai-da-te), senza eccessive speranze e senza eccessivi sensi di colpa.

Mi permetto anche di consigliarvi, papà e mamme, la lettura di un libro molto utile, perché in modo semplice e chiaro fa riflettere, e aiuta a trovare, nel proprio contesto, unico e diverso da ogni altro, il bandolo della matassa. Si tratta del testo A piccoli passi, di Silvia Vegetti Finzi, Mondadori. Leggetelo insieme, anche partendo dal capitolo del “Bambino che non dorme”, e parlatene insieme. Vedrete che qualcosa escogiterete.

Un’ultima cosa: non pensate esistano soluzioni “magiche”. Il percorso rimane lento, graduale.

Bisogna lasciare ad un bambino (e a qualsiasi persona) il tempo per superare pian piano le proprie paure, i propri dubbi.

Pretendere, da lui, come da voi stessi, di trovare la soluzione dall’oggi al domani vuol dire perdere di vista lo sviluppo di un bambino e le dinamiche delle persone che sono, invece, lente e graduali.

Leggi anche Come aiutare i bambini a superare la paura del buioLeggi anche

Источник: https://www.amicopediatra.it/crescita/risvegli-notturni-ed-ansia-di-separazione-dalla-mamma_genitorialita_primo-anno_disturbi-del-sonno/

Gravidanza
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