Allattamento al seno e lavoro: suggerimenti per conciliarli

È possibile allattare al seno se si ha un lavoro a tempo pieno?

Allattamento al seno e lavoro: suggerimenti per conciliarli

È un bombardamento psicologico: l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda alle madri di tutto il mondo di allattare esclusivamente al seno per sei mesi, continuando poi anche una volta introdotto il cibo, fino ai due anni del bambino o addirittura di più. Il latte materno fornirebbe un buon apporto nutrizionale al bebé e lo proteggerebbe dalle malattie e dalle infezioni.

L’American Academy of Pediatrics (AAP), da parte sua, nelle sue linee guida ha scritto che: «L’alimentazione infantile dovrebbe essere considerata un problema di salute pubblica e non solo una scelta di vita».

Detto in altri termini: riuscire ad allattare al seno sarebbe di gran lunga meglio.

Qualche volta questa insistenza può pure suonare colpevolizzante: una donna può non poter allattare per svariati motivi e, in ogni caso, ha piena libertà di scegliere di non farlo.

In ogni caso spesso succede che ci si senta comunque costrette a smettere, nel momento in cui si torna al lavoro: come si fa ad allattare al seno quando si va in ufficio, quando si esce alle 8 del mattino e si torna alle 20?

È Francesca Manuela Riffaldi, ostetrica alla Clinica Mangiagalli del Policlinico di Milano e docente del Corso di Laurea in Ostetricia UNIMI a spiegare come si può fare per riuscire a combinare l’allattamento al seno con un lavoro a tempo pieno: «Intanto è fondamentale sapere come lo Stato Italiano sostiene l’allattamento.

C’è una legislazione (art. 15 della legge 8 marzo 2000, n. 53) che indica, che, se la madre rientra al lavoro, ha diritto a 2 ore (1 ora + 1 ora) di riposo giornaliero fino al primo anno del bambino.

Questo riposo si riduce a 1 ora se l’orario di lavoro è inferiore alle 6 ore e a 1 ora (½ ora + ½ ora) se il bambino è accolto in un nido aziendale.

Inoltre alcune Regioni, come la Lombardia, stanno promuovendo la formazione di una rete di luoghi di lavoro che si impegnano a realizzare buone pratiche nel campo della promozione della salute dei lavoratori, e, rispetto all’allattamento, sono definiti i requisiti per la creazione di uno spazio all’interno dell’azienda dedicato all’estrazione e alla conservazione del latte materno. Un altro impegno di alcune Regioni è stato redigere protocolli per permettere alle madri di continuare al allattare i loro bambini ai nidi dell’infanzia e, nel caso fossero impossibilitate a recarsi direttamente al nido, di consegnare e far somministrare il suo latte dal personale educativo».

Chiaro poi che lo scenario cambia notevolmente rispetto all’età del bambino quando la mamma rientra e a quanto tempo la madre sta lontana da lui: «Così, per esempio, se il bambino ha 6 mesi o più, è facile che abbia già iniziato ad alimentarsi con cibi solidi, quindi la sua richiesta di poppare dovrebbe essere ridotta.

Consiglio di allattare appena prima di andare al lavoro e subito dopo essere rientrata a casa.

Se la donna rimane lontana dal suo bambino parecchie ore (più di 5) può essere utile spremersi o tirare il latte una volta nell’arco delle ore di lavoro: l’ideale sarebbe avere a disposizione un frigorifero e se non fosse possibile, basta organizzarsi con una borsa termica e dei panetti congelati.

In questo modo il seno continuerà a produrre una buona quantità di latte e questo potrà essere somministrato al bambino quando lo desidera, da chi lo sta accudendo quando la mamma è al lavoro. Se invece il bambino ha meno di 6 mesi», continua Francesca Manuela Riffaldi, «le poppate saranno più frequenti.

Mantengo il consiglio di allattare appena prima di andare al lavoro e subito dopo essere rientrata a casa. Per il tempo in cui mamma e bambino sono lontani sarà necessario lasciare a chi si occupa del neonato una “scorta” di latte idonea a rispondere al suo bisogno nutrizionale.

Se il bambino fosse accudito nel nido aziendale, la madre potrebbe andare ad allattarlo quando lui lo richiede. Se questo non fosse possibile, la madre avrà la necessità di spremersi o tirare il latte durante l’orario di lavoro (ideale sarebbe ogni 4 ore); il latte raccolto servirà per il giorno successivo. Se la donna non ha la possibilità di spremere o tirare il latte con frequenza al lavoro, potrebbe tirarlo a casa».

Ma quanto tempo si conserva il latte materno?
«A temperatura ambiente 26°C 4-6 ore, se invece la temperatura fosse intorno ai 15°C anche 24 ore. In frigo arriva a 8 giorni,  in freezer 3 mesi e in congelatore6 mesi. Poi, una volta scongelato, lo si può tenere in frigo per 24 ore».

Quanto tempo prima è necessario «fare scorta» di latte?
«Tante donne pensano che sia necessario iniziare a “fare scorta” di latte molto tempo prima della ripresa del lavoro. In realtà basta iniziare a conservare il latte una settimana prima. Questo è molto importante perché permette a mamma e bambino di non cambiare il loro ritmo prima del necessario!».

Ma queste sono regole che valgono per tutte le mamme?
«No, questi consigli sono di necessità generici: ogni mamma e ogni bambino sono una coppia unica! Quindi se la madre ha bisogno di un confronto può chiedere aiuto all’ostetrica del consultorio o a una consulente in allattamento al seno (IBCLC): in questo modo sarà aiutata a trovare la soluzione migliore per lei e il suo bimbo. Di solito nei corsi preparto vengono comunque date le prime indicazioni e in ospedale è facile che lascino dei recapiti da chiamare in caso di necessità».

Rientro al lavoro: come gestire l’allattamento?

Allattamento al seno e lavoro: suggerimenti per conciliarli

L’Organizzazione Mondiale della Sanità e le maggiori associazioni scientifiche internazionali raccomandano l’allattamento esclusivo fino ai 6 mesi di vita del bambino. In Italia queste raccomandazioni sono ancora notevolmente disattese: gli ultimi dati ISTAT ci dicono che le donne che allattano i loro bambini esclusivamente al seno sono troppo poche.

Se si analizzano i dati, si nota che la percentuale scende ulteriormente tra il terzo e il sesto mese di vita del piccolo, arrivando appena al 6%, mentre nello stesso periodo aumenta la percentuale di mamme che fanno uso di un’integrazione con formula artificiale. Tra i molteplici motivi di questo drastico calo incide in maniera rilevante il rientro al lavoro.

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Scelte difficili

La ripresa dell’attività lavorativa di una mamma che allatta è in genere il primo vero distacco sperimentato dalla nascita del bambino, e rappresenta purtroppo una delle principali cause di interruzione precoce dell’allattamento.

Le esperienze riportate dalle donne sono tutte diverse l’una dall’altra: si va da chi non ha iniziato neanche ad allattare, perché sa di dover riprendere molto presto l’attività lavorativa, a chi addirittura non sa neppure se riuscirà a mantenere il proprio posto di lavoro.

In quest’ottica il rientro al lavoro, più che una scelta serena, può diventare un vero dilemma per la mamma; riuscire a conciliare le tante esigenze e trovare un equilibrio armonioso sembrano traguardi solo per “privilegiate”.

Dubbi e paure

In questa fase, spesso, è l’accudimento complessivo del bambino a destare preoccupazione: con chi lasciarlo? Con i nonni, con la baby-sitter o al nido? Come farà a addormentarsi? Soffrirà il distacco? Starà bene? Tuttavia la prosecuzione dell’allattamento è uno dei problemi avvertiti con maggior urgenza.

La paura principale è, in genere, di perdere il latte. Infatti, se il bambino poppa di meno per l’assenza della mamma, la produzione di latte diminuisce. Ma con alcuni accorgimenti, che vedremo tra poco, è possibile scongiurare questo rischio.

Talvolta si teme anche la stanchezza: non sarà troppo faticoso continuare ad allattare mentre si ricomincia a lavorare fuori casa? Sono soprattutto parenti e amici a interrogarsi in proposito: per la mamma, in realtà, l’allattamento è anche un modo per ricongiungersi al bambino dopo un periodo di separazione, e quindi può rappresentare un aiuto per ritrovarsi dopo il distacco.

Pianificare il rientro

La legge italiana tutela l’allattamento concedendo alle mamme delle ore di permesso quotidiane durante tutto il primo anno di vita del figlio. Spesso, però, questa misura si rivela insufficiente, soprattutto se il bimbo è ancora molto piccolo.

Diventa quindi fondamentale pianificare e organizzare in anticipo il rientro, in modo che ogni famiglia trovi le strategie più consone ed efficaci; le esigenze e le circostanze di ognuna, infatti, sono molto diverse, e bisogna tener conto dell’età del bambino, della distanza dal luogo di lavoro, delle ore di assenza…

Esistono situazioni in cui l’organizzazione della ripresa è abbastanza semplice. Alcune donne, ad esempio, potranno optare per il telelavoro, e in questo caso sarà sufficiente la presenza di una persona che accudisca il piccolo, portandolo alla mamma quando chiede di poppare.

Se si sceglie un part time e le ore di lontananza dal piccolo sono limitate, la strategia più efficace potrebbe essere quella di allattare subito prima di uscire di casa e appena si rientra, opzione valida anche se il bambino è più grandicello.

In questo caso, nelle ore in cui la mamma è fuori potrà essere offerto uno spuntino con alimenti diversi dal latte. Se il luogo di lavoro non è distante, nei momenti di pausa la mamma potrà tornare a casa ad allattare, oppure potrà chiedere alla persona che accudisce il bambino di portarlo da lei per la poppata.

Una possibile soluzione è anche iscrivere il piccolo a un nido nei pressi del luogo di lavoro, raggiungibile nei momenti di pausa.

Estrarre il latte

Nel caso in cui nessuna di queste soluzioni fosse praticabile, è sempre possibile continuare ad allattare, ma sarà necessaria un po’ di organizzazione in più, poiché si dovranno fare delle scorte di latte da lasciare per il bambino nelle ore di assenza.

Sarà opportuno iniziare a estrarre e conservare il latte circa 15-20 giorni prima del rientro al lavoro, in modo da prendere confidenza con lo strumento (se si sceglie un tiralatte) o con la tecnica (se si opta per la spremitura manuale).

Inoltre, è consigliabile trascorrere del tempo insieme al piccolo e alla persona che si prenderà cura di lui: così la mamma avrà modo di tranquillizzarsi e la figura accudente di impratichirsi con gli strumenti per offrire il latte, come un bicchiere o una tazzina (con i lattanti di pochi mesi è meglio evitare il biberon, perché può interferire con l’allattamento).

Se il lavoro comporta un’assenza prolungata, per mantenere una produzione di latte regolare ed evitare fastidiosi “ingorghi” bisognerà avere la possibilità di estrarlo anche fuori casa, attrezzandosi con una borsa termica per la conservazione e il trasporto.

Cosa può fare il datore di lavoro?

Il datore di lavoro non avrà nessun costo aggiuntivo nel sostenere una donna che sceglie di proseguire l’allattamento.

Anzi, ci sono importanti vantaggi da considerare, primo fra tutti la serenità della dipendente, che potrà lavorare senza preoccupazioni.

Inoltre, un bambino allattato a lungo si ammalerà di meno e, di conseguenza, la madre avrà bisogno in misura minore di permessi per accudirlo.

Ma cosa può fare concretamente un datore di lavoro per aiutare le donne? Se non si possono creare dei veri e propri nidi aziendali, come avviene in alcuni ambienti lavorativi, si potrebbe iniziare garantendo la presenza di un posto confortevole per estrarre il latte e di un frigorifero dove riporlo, assicurando le pause necessarie alle madri e facendo sì che possano portare il bambino sul luogo di lavoro per farlo poppare. Gesti semplici, quasi banali, ma di grande valore per ogni donna che allatta e per tutta la società.

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Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/nascere/allattamento/rientro-al-lavoro-e-allattamento/

Allattamento al seno e ritorno al lavoro

Allattamento al seno e lavoro: suggerimenti per conciliarli

Provare per tempo il tiralatte, organizzarsi in anticipo con il datore di lavoro, cercare la collaborazione dei colleghi e altro ancora: tutti i suggerimenti dell'esperta

Allattamento al seno e ritorno al lavoro: un momento delicato

Che sia dipendente, autonomo o precario, per molte mamme il ritorno al lavoro dopo la maternità rappresenta un momento critico per l'allattamento al seno, specie se esclusivo. Non a caso, molte lo abbandonano proprio in coincidenza con il ritorno alle loro occupazioni.

“Lavorare e continuare ad allattare è certamente possibile, ma non è detto che sia facile” conferma Chiara Losa, infermiera pediatrica e consulente per l'allattamento IBCLC che lavora all'Ambulatorio allattamento dell'Ospedale Buzzi di Milano. Anzi, in molti casi non lo è per niente, se si mettono in mezzo difficoltà con il tiralatte, ostilità di colleghi e datori di lavoro o rifiuto del biberon da parte del bambino.

Ovviamente, molto dipende dall'età del bebè: un conto è parlare di un piccolo di tre mesi ancora allattato in modo esclusivo, un altro parlare di un bimbo di sei mesi che comincia ad avvicinarsi all'alimentazione complementare, o addirittura di un anno, che ha già ampiamente diradato le poppate. “Le criticità della situazione e le preoccupazioni delle mamme sono tanto più grandi quanto più il bebè è piccolo” afferma Losa.

Ecco allora una serie di consigli per affrontare al meglio questo momento con bimbi con meno di sei mesi, o vicini ai sei mesi ma non ancora pronti allo svezzamento.

Consapevoli che se proprio non si riesce a continuare l'allattamento esclusivo si può serenamente andare verso un allattamento misto. “La cosa più importante è il benessere della coppia mamma-bambino e in generale della famiglia” afferma Losa.

“Ci sono situazioni nelle quali questo benessere può tranquillamente passare per qualche biberon di formula artificiale”.

1. Preparare in anticipo un piano di rientro, variabile a seconda delle condizioni

Tornare al lavoro per tre o quattro ore al giorno è diverso che farlo per otto.

Nel primo caso potrebbe non essere necessario tirarsi il latte durante il lavoro: “Potrebbe bastare spremere un po' il seno con le mani, dopo averle lavate con cura con acqua calda e sapone, se dovesse risultare troppo pieno.

Naturalmente, bisognerà averne tirato un po' a casa, da lasciare a chi accudisce il bebè” spiega la consulente. Nel secondo caso, invece, sarà necessario ricorrere al tiralatte anche sul luogo di lavoro.

Per una pianificazione efficace potrebbe essere utile rivolgersi a una persona che si occupa di allattamento e che possa dare una mano alla mamma a trovare una strategia valida per lei e modificabile nel tempo. Tra le figure a cui rivolgersi si trovano ostetriche e infermiere pediatriche nei punti nascita e nei consultori, consulenti professionali IBCLC, o anche mamme alla pari di gruppi di sostegno come la Leche League o il Mami.

2. Cominciare per tempo a fare piccole scorte di latte

Il tiralatte non è sempre semplice da usare: ci sono donne che, pur con un allattamento perfetto, ai primi tentativi non riescono a estrarre che poche gocce.

Per questo è fondamentale cominciare qualche settimana prima a fare delle prove, e non arrivare troppo a ridosso del ritorno al lavoro.

Altrimenti si rischia di andare in panico, perché si teme di non produrre abbastanza latte di e non riuscire a metterne via a sufficienza.

“Non bisogna spaventarsi”, afferma l'esperta. “Il tiralatte funziona con una tecnica diversa rispetto alla suzione da parte del bambino, quindi è normale che all'inizio possa esserci qualche difficoltà. Bisogna solo imparare a usarlo nel modo migliore, e nel momento migliore per ciascuna donna”.

Ecco perché Losa consiglia di fare piccole scorte piano piano nel tempo, provando il tiralatte in diversi momenti della giornata: un accorgimento importante per vedere come si reagisce a questo strumento e capire quali sono le condizioni migliori per usarlo.

“Alcune donne, per esempio, si troveranno bene a estrarre il latte al mattino, dopo il picco notturno di prolattina. Per altre, invece, sarà meglio farlo dopo la poppata, se il bimbo non svuota completamente le mammelle.

Così aiuterà il seno a svuotarsi meglio e ad aumentare la produzione di latte.

In altri casi, invece, potrebbe esserci il problema contrario e bisognerà fare in modo di non esagerare con il tiralatte per non ottenere una produzione eccessiva, con il rischio di un ingorgo”.

In generale, mettere da parte 100-150 ml di latte una o due volte al giorno dovrebbe permettere di tornare al lavoro con scorte adeguate.

“Alcune donne raggiungeranno questa quantità con una sola estrazione al giorno, per altre potrebbero essere necessarie più sessioni (non semplicissime da organizzare, quando si sta accudendo un bebè), ma non lo si può sapere se non si è fatto qualche tentativo per diversi giorni di fila”.

Se l'uso è saltuario, per esempio qualche volta alla settimana, può andare benissimo la spremitura manuale del seno o il tiralatte manuale. Se invece l'uso è più frequente (una o più volte al giorno, magari anche in ufficio) meglio un dispositivo elettrico.

Misura della coppa

Fondamentale è la misura della coppa, altrimenti l'estrazione non è efficace e c'è il rischio di provocare piccole lesioni dolorose ai capezzoli.

“Le misure delle coppe – dalla S alla XXL – non si si riferiscono alla circonferenza della campana che si appoggia sul seno, ma al cono in cui entra il capezzolo, che deve trovarsi posizionato nel suo centro, senza toccarne le pareti ma allo stesso tempo senza 'ballarci' dentro” spiega Chiara Losa.

“Se il capezzolo tocca le pareti del cono significa che la coppa è troppo piccola; se invece nel cono entra anche parte della mammella, significa che la coppa è troppo grande”.

Come utilizzarlo

Per quanto riguarda la modalità di utilizzo, nel caso di tiralatte singoli Losa consiglia di alternare l'estrazione alle due mammelle: “Si può stare sette minuti sull'una, poi andare sull'altra, poi tornare sulla prima per cinque minuti e sull'altra per altri cinque e ancora sulla prima e la seconda per tre minuti”. Nel caso di tiralatte doppio, invece, si può tirare ininterrottamente per 7-15 minuti: “Ma attenzione: l'estrazione in doppio aumenta la produzione di latte, per cui bisogna stare attente a non esagerare”.

Per favorire la produzione di latte sarebbe opportuno che la mamma riuscisse a ritagliarsi un momento molto tranquillo, in cui magari possa guardare qualche foto del suo piccolo, ascoltare una musica rilassante, mangiare qualcosina che la faccia stare bene. “In questo modo si stimola il rilascio di ossitocina endogena, che a sua volta favorisce quello di latte” spiega la consulente.

Come pulirlo

L'ultimo consiglio riguarda la pulizia: “Dopo ogni uso – e questo vale anche per il posto di lavoro – il tiralatte va lavato bene con acqua calda e un detergente neutro (va benissimo quello per i piatti) e asciugato con un panno pulito. La sterilizzazione, a freddo o a caldo come si preferisce, va fatta invece una volta al giorno”.

3. Fare per tempo anche delle prove di scongelamento

Anche questo è importante, per evitare di trovarsi con del latte che sembra andato a male o che viene rifiutato dal bebè. “Può succedere nel caso di donne che abbiano livelli molto alti di un enzima chiamato lipasi che rompe i grassi del latte: una condizione assolutamente normale, ma che può creare problemi con il latte conservato” spiega Losa.

Poiché il congelamento non la inattiva, nel momento dello scongelamento la lipasi entra in azione degradando i grassi: questo fa sì che il latte prenda un cattivo odore, un po' rancido. “In realtà è ancora buono e il bambino potrebbe berlo senza problemi, ma molte mamme giustamente si spaventano. Senza contare che alcuni bambini comunque non lo gradiscono”.

Risolvere il problema è molto semplice: basta sbollentare il latte prima del congelamento, per inattivare la lipasi. “Bisogna metterlo in un contenitore a bagno maria, togliendolo dal fuoco quando cominciano a formarsi delle bollicine nell'acqua intorno al contenitore stesso. A questo punto lo si lascia raffreddare e poi lo si congela”.

Ecco perché è opportuno fare delle prove per tempo evitando di riempire il freezer con scorte inutilizzabili. Basta fare qualche congelamento e, dopo una settimana, scongelare il latte per vedere se ha un odore strano e se il bambino lo prende o meno: in questi casi si procede come spiegato sopra. Altrimenti via libera al congelamento “classico”, subito dopo estrazione.

4. Confrontarsi in anticipo con il datore di lavoro e i colleghi

Se c'è di mezzo la necessità di tirarsi il latte al lavoro il clima che si trova sul posto al ritorno dalla maternità è un aspetto molto importante nella possibilità di continuare l'allattamento al seno.

“In questi casi è opportuno organizzarsi per tempo, chiedendo un colloquio con il capo prima di tornare.

Sarà l'occasione per condividere come si intendono usare i permessi per l'allattamento previsti per legge – e magari trovare una soluzione che soddisfi entrambi – ma anche per chiedere dove mettersi per tirare il latte.

Servirebbe un posto tranquillo, con un lavandino per lavarsi bene le mani e lavare il tiralatte, anche se nella pratica questo posto è spesso il gabinetto” spiega Losa.

Quanto al frigorifero per conservare il latte, non è detto che serva per forza. “Secondo i protocolli della Rete allattamento Milano, se la temperatura ambiente è sotto i 25 gradi, il latte può stare fuori frigo per un massimo di otto ore. Altrimenti ci vorrà un frigorifero, oppure una borsa termica funzionante”.

A onor del vero, va detto che in genere a creare problemi non sono tanto i capi, quanto i colleghi.

“Magari ci sono altre donne che sull'allattamento hanno fatto scelte diverse e arrivano a creare attrito con la decisione di continuare ad allattare, o magari ci sono colleghi che non capiscono il senso e l'utilità di questa decisione.

Con molta pazienza bisogna allora cercare una via di collaborazione, spiegare che cosa si sta cercando di fare, possibilmente senza assumere toni da paladina della giustizia, che rischiano di essere controproducenti”. Chiaramente un compito difficilissimo, ma vale la pena fare un tentativo.

Al datore di lavoro e ai colleghi va anche sottolineato che si tratta di attività temporanee: con il passare delle settimane e la crescita del bambino, le “pause” per tirare il latte si ridurranno progressivamente.

5. Puntare alla serenità

Le sfide per le mamme che desiderano continuare ad allattare al seno anche dopo il rientro al lavoro sono tante e diverse. Nonostante la convinzione e l'entusiasmo, può succedere di non riuscire a vincerle tutte: in questo caso, è importante cercare di concentrarsi sulla serenità del proprio rapporto con il bambino, più che sul tipo di nutrizione che gli si offre.

Se la scelta di continuare l'allattamento esclusivo dovesse rivelarsi troppo complicata o frustrante da portare avanti, non c'è nulla di male nell'ammetterlo e nell'accettare l'aiuto di qualche biberon di latte artificiale.

“L'importante, in questi casi, è dare il tempo alla mammella per adattarsi alla nuova situazione di minore richiesta di latte da parte del bambino. Meglio allora continuare per qualche giorno a tirarsi un pochino di latte, via via sempre meno, in modo da evitare ingorghi ma senza sollecitare troppo la produzione.

Poco per volta il latte diminuirà e non ci sarà più bisogno di tirarlo o di spremere manualmente il seno per dargli sollievo”.

Источник: https://www.nostrofiglio.it/neonato/allattamento/allattamento-al-seno-ritorno-al-lavoro-consigli-pratici-per-affrontarlo

Allattamento e lavoro: situazioni a rischio, diritti e consigli

Allattamento al seno e lavoro: suggerimenti per conciliarli

L’allattamento al seno è quanto più indicato per il tuo bambino.

Ma se devi tornare a lavoro come si fa? Molte donne pensano che non ci sia altro rimedio che il latte artificiale perché effettuare l’allattamento a richiesta non è più possibile.

E’ sicuramente più comodo e comporta meno stress ma con qualche piccolo accorgimento e un po’ di flessibilità è possibile continuare a offrire al tuo bambino il latte materno e tutti i benefici che ne comporta.

Estrazione e conservazione del latte

Puoi estrarre il tuo latte in due modi: con la spremitura manuale che dura dai 15 ai 20 minuti per lato o con il tiralatte (manuale o elettrico) con il quale bastano 10-15 per volta. Effettua la spremitura in un luogo silenzioso e tranquillo, meglio se di mattina. Concentrati su tuo figlio e rilassati, puoi anche effettuare degli impacchi caldi prima della spremitura.

Cerca di portare sul luogo di lavoro una borsa frigo per conservare il latte fino al ritorno a casa. Indossa sempre un abbigliamento quanto più comodo possibile. Per fermare le perdite di latte e non macchiare maglie e camicie utilizza delle coppette assorbilatte.

E’ possibile spremere il seno una o due ore dopo la poppata per assicurarti di soddisfare le esigenze di tuo figlio oppure dopo ogni poppata raccogliendo il latte da più poppate. E’ anche consigliato tirare il latte da un seno mentre con l’altro si effettua la poppata approfittando del riflesso che facilita l’uscita del latte anche dal seno non stimolato direttamente.

Ma come capire quanto latte serve al bambino?

Nelle prime tre settimane la mamma che non è ancora tornata a lavoro può imparare a conoscere le esigenze di suo figlio per regolarsi con l’estrazione una volta fuori casa. Una giornata di “prova” può aiutarti ad organizzarti meglio: ad esempio programmando un’uscita e cominciando ad abituare il tuo bambino alla tua assenza. Programma di tirarti il latte aggiungendolo alle tue riserve.

Il latte estratto deve essere conservato in frigo, congelato o anche mantenuto a temperatura ambiente a seconda delle necessità: nel congelatore puoi tenerlo circa 3-4 mesi, nello scomparto per il ghiaccio si mantiene fino a due settimane mentre nel frigo non dura più di 5-8 giorni.

Una volta scongelato deve essere consumato nelle 24 ore. Non puoi riscaldarlo e congelarlo di nuovo.

Se noti che il latte cambia odore e sapore non congelarlo ma offri a tuo figlio solo quello spremuto in giornata. Per lavare i contenitori usa acqua calda e detersivo una volta al giorno.

Tieni conto che la qualità del latte cambia a seconda delle esigenze di tuo figlio dovute alla sua crescita per cui non mettere da parte più di 12 sacche da 120 grammi da utilizzare ogni 4 settimane e utilizzando ovviamente prima il latte più vecchio.

Come dare il latte se non c’è la mamma

Per non disabituare il neonato alla suzione al seno si possono trovare delle alternative al biberon come ad esempio una siringa, un cucchiaio o una tazzina, oppure i biberon simili al seno. Questo perché il modo di succhiare il seno è molto diverso rispetto alla modalità di suzione dal biberon e il bambino potrebbe cominciare a rifiutare il seno.

Occorre tenere il bambino in una posizione verticale e appoggiare la tazzina o il bicchierino sul labbro inferiore in modo da far leccare il latte al bambino.

Se si preferisce il biberon occorre fare attenzione a sceglierne uno con tettarella non molto rigida e larga e con la punta corta e stretta. Anche in questo caso il bambino va tenuto in posizione verticale, quasi seduto con il biberon in posizione orizzontale e la tettarella sempre piena di latte.

Vedi anche neonato rifiuta il biberon.

I permessi dal lavoro

La madre lavoratrice è tutelata dalla legge con ore di riposo giornaliero che le possano permettere di non smettere di dedicarsi a suo figlio anche una volta terminato il congedo obbligatorio (ovvero il diritto della donna lavoratrice di assentarsi dal posto di lavoro nei tre mesi successivi al parto).

La donna dipendente che ha un lavoro full time ha diritto a due ore di riposo giornaliero (anche cumulabili), mentre la donna che ha un impiego part time ha diritto ad un’ora. Queste ore di riposo giornaliero si raddoppiano in caso di gemelli.

E se cambi lavoro? Anche se abbandoni il tuo lavoro precedente per una nuova opportunità lavorativa i tuoi diritti non vengono persi: hai sempre diritto alle ore di riposo giornaliero che ti spettano e di cui ti puoi avvalere fino al primo anno di vita di tuo figlio.

Se la donna è lavoratrice autonoma o comunque non se ne avvale queste ore di riposo spettano al padre dipendente se ne fa richiesta. Sono considerate vere e proprie ore di lavoro che portano alla maturazione della retribuzione. Queste ore retribuite vengono anticipate dal datore di lavoro e dopo rimborsate dall’Inps.

Sta attenta a far rispettare i tuoi diritti: il tuo datore di lavoro non deve ad esempio confondere la pausa pranzo, dove prevista, con le ore di permesso che ti spettano.

Sono due pause dal lavoro alle quali hai diritto ma totalmente separate l’una dall’altra per cui non permettere che si cerchi di accorparle per nessuno motivo.

Stessa cosa vale per i buoni mensa ai quali hai diritto in ogni caso.

La donna lavoratrice non potrà però esimersi da effettuare straordinari o turno domenicale se rientra nel contratto di lavoro purché il datore di lavoro rispetti le ore di riposo giornaliere.

Mentre deve essere assolutamente esonerata dal lavoro notturno fino al primo anno di vita di suo figlio (diritto proprio).

Il padre invece può esserne esonerato dal lavorare in questa delicata fascia oraria solo in caso la madre rinunci a questo diritto (il suo viene definito diritto derivato).

Certo queste ore di riposo non sempre bastano per continuare ad allattare al seno, specialmente nel caso di allattamento a richiesta: per questo motivo molte donne sono tentate di ricorrere al latte artificiale, che è sicuramente la via più comoda.

Si può però cercare di far capire al proprio datore di lavoro l’importanza di questo momento chiedendo una stanza a disposizione all’interno del luogo di lavoro in modo da poter tirare il latte da dare al bambino o magari per poterlo direttamente allattare.

Ci sono casi in cui gli stessi datori di lavoro offrono una zona nido per le mamme lavoratrici, anche se sono davvero rari.

Il lavoro a rischio

La legge tutela anche la donna che lavora in condizioni che possono essere rischiose per l’allattamento.

Come funziona: se hai un lavoro che può mettere a rischio la salute del tuo bambino perché capace di pregiudicare il latte che gli fornisci devi comunicare al tuo datore di lavoro la nascita di tuo figlio e la volontà di tornare al lavoro al termine dei tre mesi che ti spettano.

Il tuo datore di lavoro dovrà verificare se la tua mansione è nociva per l’allattamento e nel caso affidarti un’altra mansione temporanea che non risulti essere rischiosa, modificando dove serve anche le condizioni e gli orari di lavoro e informando di questo il Servizio Ispezione del Ministero del Lavoro.

Se il rischio non può essere evitato in alcun modo occorre informare il Servizio Ispezione della Direzione Territoriale del Lavoro che provvederà ad interdire la donna lavoratrice anche sino a 7 mesi dopo il parto a seconda dei casi.

Quando la donna lavoratrice rischia di danneggiare il proprio latte?

  • a causa di agenti fisici: la presenza di radiazioni all’interno del posto di lavoro, se è a contatto con rumore industriale, se subisce vibrazioni sugli arti superiori o se lavora a bordo di mezzi di comunicazione come navi, aerei, treni, ecc.; se è soggetta a sollecitazioni termiche (troppo caldo o troppo freddo);
  • a causa di agenti biologici: se è esposta ad agenti chimici ad esempio nel caso di donne che lavorano in lavanderia o in ospedale; se a contatto con mercurio, piombo e derivati; se utilizza pesticidi come chi lavora nel settore dell’agricoltura; se è a contatto con macchinari che utilizzano il monossido di carbonio; se è a contatto con sostanze cancerogene, sensibilizzanti, nocive, tossiche, corrosive o estremamente infiammabili;
  • altri rischi quali lo spostamento di carichi pesanti, dover stare in piedi diverse ore, lavoro notturno (dalle 24 alle 6), se lavora su scale o impalcature come nel caso del lavoro domestico.

Non dimenticare che essere mamma è un diritto così come lo è essere una madre che lavora. Informati presso gli enti competenti e non aver timore nell’esigere quello che ti spetta. Per il tuo bene e quello del tuo bambino.

Источник: https://www.allattamento.org/blog/allattamento-e-lavoro.htm

Gravidanza
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