Adolescenti che uccidono i genitori: il parere della psicologa

Adolescenti che uccidono i genitori

Adolescenti che uccidono i genitori: il parere della psicologa

Adolescenti che uccidono i genitori: la psicologa ci spiega perché accade e cosa spinge un adolescente a compiere questo gesto

Il più giovane serial killer della storia nasce a Boston nel 1960 e all’età di 11 anni comincia ad aggredire e torturare altri bambini. Denunciato viene rinchiuso in riformatorio e per buona condotta esce dopo un anno.

La prima vittima della sua carneficina è una bambina e lui ha appena 14 anni. Non è raro nella storia trovare adolescenti o giovani ragazzi che uccidono, ancor meno episodi di parricidi, matricidi, genitoricidi, famiglicidi.

L’omicidio dei genitori risulta quasi incomprensibile sul piano razionale poiché vi è l’eliminazione diretta di chi ha donato la vita e la mera volontà di eliminare la propria fonte di sostegno emotivo, le proprie figure di riferimento.

I dati del 2009 e del 2010 riportano in numero maggiore i casi di parricidio rispetto al matricidio.

Cosa spinge un adolescente a uccidere i propri genitori?

In adolescenza, definito un periodo critico, è difficile stabilire quanto lo stato bordeliner sia delineato da una patologia o dalla crescita: la caratteristica dello slancio verso l’indipendenza e l’autonomia, e spesso anche sinonimo di trasgressione, è l’acting out ossia la messa in atto. La necessità di dar vita al proprio istinto, di sfogarlo, di rappresentarlo attraverso un’azione: rendere reale una fantasia, un pensiero, soddisfare un bisogno diventa un priorità. La razionalità lascia così il posto all’istinto.

Secondo l’interpretazione psicoanalitica, il complesso di Edipo riflette a grandi linee la motivazione secondo la quale un figlio maschio uccide il proprio padre, il suo rivale.

È proprio la necessità di liberarsi dal vincolo che induce il ragazzo o la ragazza ad uccidere il genitore.

Nei casi di parricidio generalmente il componente maschile è assente emotivamente, distante, pertanto la rabbia dell’adolescente si trasforma, sul piano di realtà, in vera e propria aggressività assassina quasi a voler eliminare con quel gesto la forte frustrazione che deriva da una relazione inesistente, da un padre freddo e inesistente che non riconosce l’altro da sé e non trasmette amore.

Diverso, anche se con la medesima esigenza di liberarsi da un vincolo, è il caso dei matricidi:  la donna che ha generato il proprio figlio risulta essere  castrante e, tramite l’uccisione, l’adolescente tenta di divincolarsi da questo legame simbiotico con l’intento di appropriarsi di una propria autonomia e identità.

Il caso più eclatante è l’uccisione di Agrippina ad opera di suo figlio Nerone. La mancanza di spostamento dell’investimento emotivo dal genitore all’esterno porta ad una situazione di incastro che può sciogliersi solo con il decesso dello stesso, almeno a livello immaginativo.

La famiglia di appartenenza

I contesti familiari in cui si consumano questo genere di delitti sono delineati da situazioni economiche stabili ma con livello culturale basso. Il padre risulta essere assente o poco partecipe ma anche lo scambio emotivo è inesistente.

In pratica la famiglia è mera espressione di aridità sentimentale e tutte le emozioni negative vengono negate e rimosse per lasciare il posto all’apparenza.

Così i ragazzi non hanno la possibilità di esprimersi e ciò che può essere esternato è solo qualcosa di positivo, non corrispondente ad uno stato interiore realistico.

Pertanto il nucleo familiare non riesce a contenere a livello emotivo i suoi ragazzi ed è così che tutte le emozioni soffocate irrompono in un unico istante attraverso l’acting out ossia col passaggio all’azione. 

È così che i ragazzi apparentemente normali si rivelano all’improvviso dei killer  sbalordendo l’intera comunità.

Secondo il noto criminologo Bruno Francesco (2004) le categorie degli adolescenti assassini sono tre: alla prima appartengono i malati mentali, alla seconda i rivendicatori e alla terza i liberatori.

  • Nel primo caso è facile comprendere che l’azione è una conseguenza della patologia;
  • nel secondo il senso di prevaricazione e aggressività nei confronti della figura paterna si esaurisce con la sua morte;
  • nel terzo caso la dipendenza economica dai genitori li rende schiavi e succubi di una realtà difficile da gestire per cui eliminandoli diventerebbero eredi dei loro averi. Quest’ultima categoria ha la peculiarità di non provare nessuna emozione e pertanto non prova sensi di colpa.

Cosa è possibile fare?

È difficile riconoscere o prevenire queste eventualità.

Ma sicuramente l’adolescenza è un periodo contornato da ovvie esigenze di separazione-individuazione dalle figure adulte che diventano un ostacolo alla crescita.

È quindi ovvio che quando questo legame diventa opprimente ha necessità di essere scisso anche con la morte. È quindi il contesto familiare problematico e il gesto estremo è espressione di dinamiche patologiche perverse.

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Источник: https://www.pianetamamma.it/la-famiglia/il-bimbo-nella-societa/adolescenti-che-uccidono-i-genitori.html

Da Benno agli omicidi di Avellino e Reggio Emilia: perché i figli uccidono i genitori

Adolescenti che uccidono i genitori: il parere della psicologa

Pietro Maso, Erika e Omar, Benno Neumair, Elena e Giovanni, Marco Eletti. Figli, prima che assassini. Figli che uccidono i genitori. Figli che pongono fine alla vita delle persone che hanno dato loro la vita.

Il ritrovamento del cadavere di Peter Neumair, padre di Benno, ha riportato prepotentemente alla ribalta il tema degli omicidi famigliari. “Parricidio”, in gergo tecnico.  Nella pratica si traduce nella distruzione di una famiglia. Nel corso degli ultimi decenni sono stati diversi i casi in cui i figli hanno ucciso uno o entrambi i genitori.

Più rara, e in qualche caso come “effetto collaterale” rispetto al piano principale, è l'uccisione di fratelli o sorelle. 

Tre casi in pochi mesi

Dall'inizio del 2021 sono stati ben tre i casi di parricidio in Italia. Il primo è stato quello dell'omicidio di Laura Perselli e Peter Neumair a Bolzano. Poco dopo a confessare è il figlio Benno Neumair.

Ad essere ritrovato per primo è il cadavere della madre Laura, mentre per il corpo del padre Peter bisogna attendere di più.

Poi a distanza incredibilmente ravvicinata sono arrivati il delitto di Avellino prima e subito dopo quello di Reggio Emilia.

I precedenti 

Quello di Pietro Maso è uno dei più noti casi di omicidio famigliare di tutta Italia. Anche perchè il movente è di quelli che fanno rabbrividire: il denaro. Il 17 aprile 1991 Pietro Maso, allora neppure ventenne, aiutato da tre amici uccide entrambi i genitori, Antonio Maso e Mariarosa Tessari. L'arresto avviene due giorni dopo.

La fine della sua condanna era prevista per il 2018, ma dal 13 aprile 2015 Pietro Maso è in libertà. In libertà sono anche Erika De Nardo e Mauro Favaro, noto come Omar. I due erano adolescenti quando il 21 febbraio del 2001 si sono macchiati del duplice omicidio di Susanna Cassini e Gianluca De Nardo, rispettivamente mamma e fratello di Erika.

In quel caso a sconvolgere l'opinione pubblica non era stato soltanto il terribile delitto in sè, ma anche la predisposizione del piano omicida: i due avrebbero dovuto colpire solo la madre, Susy Cassini, ma poi il fratellino di Erika, Gianluca, sentendo le urla, era intervenuto e quindi nella mente criminale dei due assassini si era resa necessaria anche la sua eliminazione.

Dopo il duplice omicidio, la coppia di fidanzati aveva diffuso la versione secondo la quale si sarebbe trattato di una rapina messa in atto da una banda di delinquenti albanesi. Versione del tutto smontata pochi giorni dopo dalle forze dell'ordine e la colpa era poi ricaduta sui reali responsabili di quella mattanza, ovvero i due adolescenti Erika e Omar.

Quest'ultimo è stato scarcerato il 3 marzo 2010, Erika De Nardo è invece tornata in libertà il 5 dicembre 2011.

Perché i figli uccidono

I moventi sono i più diversi: si va dai soldi sino alla necessità di togliere di mezzo un ostacolo a una relazione di coppia, passando per il bisogno di porre fine a contrasti famigliari nei quali ad essere al centro delle reprimende da parte dei genitori è proprio l'offender.

Motivazioni che non giustificano di certo nessun tipo di aggressione, figurarsi un omicidio. Eppure nella visione distorta di chi commette un crimine così efferato come è un assassinio l'eliminazione fisica del soggetto che crea il problema è l'unico modo per risolvere il problema stesso.

Così Pietro Maso voleva avere denaro per vivere alla grande, Marco Eletti – sospettato per l'omicidio di Reggio Emilia – avrebbe voluto i proventi della vendita di due appartamenti da parte dei genitori, Erika De Nardo si sentiva molto distante dagli obiettivi che la madre aveva per lei, Benno Neumair aveva contrasti costanti con i genitori ed era sempre particolarmente prepotente in famiglia, Elena Gioia voleva continuare a vivere la relazione con il fidanzato Giovanni Limata e vedeva la propria famiglia come un ostacolo. Dal punto di vista psicologico, le motivazioni possono essere individuate nella crisi identitaria e nell'instabilità che caratterizzano la società moderna. Un consumismo portato agli eccessi, un consumismo anche di emozioni. Un consumismo che non attribuisce il giusto valore alla vita. Una tendenza dettata anche dall'incredibile numero di prodotti televisivi – serie tv in particolare – ormai estremamente accessibili e che raccontano sempre più di serial killer, violenze, piani criminosi. Che siano documentari o prodotti di fantasia poco importa: serie tv e social network contribuiscono a dare una visione della vita svalutata e quasi “rigenerabile”. Una visione irreale. Da non trascurare c'è anche il consumismo delle emozioni, ovvero quel “tutto e subito” che ha tolto soprattutto ai giovani tanto il gusto dell'assaporare quanto la pazienza del sacrificio. E quindi se c'è un ostacolo, nella visione di menti distorte, bisogna eliminarlo il prima possibile. A qualunque costo. Ad avvalorare questa tesi contribuisce la premeditazione degli omicidi. Non è mai un raptus, così come non lo è stato nel caso dell'omicidio di nonna Rosina da parte del nipote Enea a Montecassiano nelle Marche. Tutto pianificato nel caso di Pietro Maso, di Erika e Omar, di Elena e Giovanni. Tutto frutto di ragionamenti, di suggestioni che poi si traducono nella più terribile delle pratiche.

L'onda mediatica

Pietro Maso era stato raggiunto in carcere da una serie infinita di lettere di fan femminili e così era successo anche per Erika De Nardo, per la quale si era ipotizzato persino un fidanzamento epistolare con un fan che le aveva scritto per anni.

L'assassino può suscitare ammirazione proprio nell'ottica di una progressiva diminuzione del valore della vita.

Da un lato il fascino del male – le storie del serial killer americano Ted Bundy e di un criminale come Pablo Escobar fanno ben comprendere come a volte il lato oscuro possa incuriosire anche persone che non hanno mai compiuto reati -, dall'altro la non totale percezione di quanto il male possa essere devastante. 

Источник: https://www.ilgiorno.it/cronaca/da-benno-agli-omicidi-di-avellino-e-reggio-emilia-perch%C3%A9-i-figli-uccidono-i-genitori-1.6300653

Adolescenza: la famiglia tra crisi e sviluppo

Adolescenti che uccidono i genitori: il parere della psicologa

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L’ingresso di un figlio nell’adolescenza costituisce un evento critico che pone a volte la famiglia di fronte a non poche difficoltà, mettendo alla prova le sue capacità adattive e di cambiamento.

La caratteristica peculiare dell’adolescenza è infatti quella di essere una fase di passaggio dall’infanzia all’età adulta, e tale transizione vede coinvolti oltre al ragazzo, anche i parenti del giovane, compreso il nucleo familiare allargato (nonni, zii, cugini, ecc..).

Tutti vengono a qualche titolo coinvolti in questa fase del ciclo di vita della famiglia, e devono dare il loro contributo in modo utile, rispettando tempi e spazi sia del ragazzo che dei genitori.

Durante il periodo adolescenziale i ragazzi sperimentano nuove conoscenze, capiscono di più del mondo che li circonda e delle sue regole, ed in famiglia tendono ad introdurre nuove idee e nuovi valori, mettendo a volte in discussione le figure genitoriali. Questo è il momento nel quale i ragazzi iniziano a volersi muovere in modo sempre più autonomo nell’ambiente sociale, e a tollerare sempre meno le regole della famiglia. Ciò è normale, succede sempre.

La famiglia dell’adolescente (specie i genitori) è messa di fronte al compito non semplice di conciliare la propria tendenza al mantenimento dell’unione familiare con una nuova e a volte anche intensa sollecitazione del figlio, che vuole trasmettere nuovi punti di vista e nuove forme di relazione.

Rispetto ai compiti di sviluppo della famiglia stessa (Carter e Mc Goldrick,1986), intesa come “organismo” fatto da più persone in stretta e vitale relazione tra di loro, in questa fase il principale è quello di favorire in modo “protetto” il processo di separazione psicologica dell’adolescente dai genitori, permettendo cioè al giovane di costruirsi un’identità propria e separata ma al contempo non permettendo che la famiglia si “sfaldi” nelle sue linee costitutive di fronte alle spinte spesso confuse e poco “finalizzate” del ragazzo.

Questo processo, che è parte della “separazione-individuazione” (Blos, 1971), è piuttosto complesso (soprattutto se la famiglia è un po’ rigida verso i cambiamenti) e spesso produce nel suo svolgersi ansia sia nel ragazzo che nei genitori. Per realizzarsi compiutamente questa separazione-individuazione richiede che siano stati interiorizzati rapporti stabili e di fiducia tra i membri della famiglia. La “separazione – individuazione” non è un processo “a senso unico”, svolto cioè solo dal ragazzo, ma deve avvenire contemporaneamente anche per i genitori, altrimenti l’adolescente rischia di trovarsi di fronte ad un “muro” di resistenze difficile da superare e che lo confonderà rispetto alle proprie spinte interne. I genitori dal canto loro potrebbero invece trovarsi a dover gestire un adolescente arrabbiato e confuso.

Si può quindi dire che la famiglia deve raggiungere un equilibrio tra due compiti opposti: da un lato favorire il cambiamento e l’indipendenza emotiva (quindi “separarsi” dall’adolescente e dunque un po’ “dividersi”) ma dall’altro restare unita per poter essere una “base sicura” (Bowlby, 1988) proprio per il ragazzo, soprattutto nei momenti di difficoltà.
Per aiutare il figlio adolescente i genitori dovrebbero essere in grado di contenere le sue (normali) oscillazioni tra movimenti di esplorazione del mondo e movimenti di ritorno al “nido sicuro” della famiglia.

Dunque è chiaro che con la crescita del ragazzo il rapporto genitori-figli non si interrompe, ma piuttosto si modifica ed evolve verso forme più mature, cioè caratterizzate da maggiore flessibilità e rispetto per le differenze, da capacità di cambiamento, anche se all’interno di una rassicurante continuità.
I genitori devono far capire all’adolescente che sono disposti a dargli progressivamente sempre più fiducia, che lo ritengono competente ma anche in via di formazione, devono accettare le sue opinioni in modo criticamente costruttivo e chiedere sempre di più (rispettandolo!) il suo punto di vista.

Non sempre però è facile assecondare le oscillazioni del proprio figlio senza sentirsi “minacciati”, o anche abbandonati e messi da parte. Non è facile infatti per i genitori modificare in modo spesso abbastanza significativo il loro punto di vista sulla educazione, sui rapporti familiari, ecc…

Certo è che una giusta flessibilità tra autonomia e dipendenza dalla famiglia è ciò che permette all’adolescente di sperimentarsi “all’esterno”, nell’ambiente sociale, in modo adeguato, e di costruire relazioni significative al di fuori della famiglia che lo aiuteranno nell’affrontare al meglio i compiti della vita.

Come molti sapranno, l’evento che segna in qualche modo l’inizio dell’adolescenza è lo sviluppo puberale del ragazzo: i cambiamenti fisici e corporei che questo sviluppo comporta sono irreversibili e testimoniano nel giovane la fine della condizione di bambino.

Va detto che i cambiamenti a livello corporeo (spesso notevoli e repentini) che avvengono nel ragazzo implicano per loro stessa natura nuove aspettative sia nei genitori che anche nella società, rispetto ai ruoli e alle norme di comportamento che l’adolescente deve iniziare a tenere e rispettare.

Spesso per i ragazzi non è semplice accettare i cambiamenti fisiologici, ed in questo possono essere molto aiutati dai genitori, che con un atteggiamento di apertura, ascolto, comprensione e rassicurazione, posso fare davvero la differenza.

Le paure degli adolescenti e le loro idee sui loro cambiamenti fisici non vanno mai derise né sottovalutate, ma anzi da un lato ascoltate, prese “sul serio” e discusse, e dal’altro normalizzate e armonizzate con il processo di crescita (per esempio riportando esempi della propria storia di adolescenti “..sai che anche a me succedeva qualcosa di simile alla tua età, e poi …”).

Ciò detto, anche i genitori, così come i figli adolescenti, si trovano ad affrontare una vera e propria crisi di identità: essi infatti con un figlio adolescente devono accettare che la loro giovinezza è passata e che comincia il definitivo ingresso nell’età matura, devono fare i conti con le modificazioni che pian piano, e in modo irreversibile assume per esempio il loro corpo e devono tollerare la comparsa dei primi segni dell’invecchiamento. Quindi anche i genitori si trovano (come i figli) a dover elaborare delle perdite: i figli perdono “l’innocenza dell’età infantile”, mentre i genitori la loro forza biologica e il loro ruolo di genitori “onnipotenti” (Scabini, Iafrate, 2003). Talvolta i genitori devono affrontare anche le perdite relative alla morte o alla malattia dei loro stessi genitori, magari già anziani o sempre più bisognosi di assistenza.

L’adolescenza dei figli implica un cambiamento significativo anche nella relazione di coppia. Ora che i figli sono cresciuti e l’impegno genitoriale diminuisce progressivamente, i coniugi iniziano a ritrovarsi nuovamente da soli (come all’inizio della loro storia) e ad avere maggiore tempo da dedicare a se stessi e all’altro.

Ciò porta a dover ridefinire la relazione coniugale e a dover reinvestire in essa: se prima infatti il solo fatto di essere dei genitori poteva in alcune situazioni bastare o “supplire” a qualche mancanza della coppia, ora che i figli stanno diventando grandi la dimensione genitoriale non basta più a compensare eventuali difetti nella coppia. Questo può portare a delle difficoltà. Questo fenomeno, definito “sindrome del nido vuoto” (Lutte, 1987), è ben conosciuto dagli studiosi della famiglia. In seguito ai cambiamenti del sistema familiare i due partner per restare coppia dovranno coltivare interessi culturali e sociali sia come singoli che congiuntamente, valorizzare l’attività lavorativa di ciascuno, ecc..

Se i singoli e la coppia riescono ad elaborare questi cambiamenti si attuerà un processo di ristrutturazione e un’evoluzione positiva della coppia stessa verso nuove modalità di relazione, mentre se ciò non avviene le tensioni potrebbero arrivare a creare una crisi coniugale.

Conclusioni

Il rimodellamento della personalità dell’adolescente può e deve diventare lo stimolo per il rimodellamento della famiglia nel suo insieme.

Si può quindi dire che vi è e vi deve essere un parallelismo evolutivo tra la crescita dell’adolescente e quella del sistema famiglia, e che queste due evoluzioni sono “circolari” e complementari tra loro (Malagoli Togliatti e Lubrano Lavadera, 2002).

Il passaggio cruciale della transition to parenthood (Palkovitz e Sussman, 1989) è rappresentato dall’adolescenza dei figli. Il racconto della conquista dell’identità e dei problemi implicati in questo processo è stato oggetto di numerosi studi psicologici.

La progressiva acquisizione di autonomia da parte dell’adolescente ha come cornice una storia che alterna una “presa di distanza”, spesso polemica, e una “richiesta di vicinanza”, in continua oscillazione tra l’esigenza di soddisfare i propri bisogni di esplorazione e la necessità di rassicurazione sull’affidabilità dei legami familiari.

Fondamentale appare dunque l’esperienza dell’autonomia e del distacco, ma solo a partire da basi sicure e da solidi punti di riferimento: è dimostrato, per esempio, che l’essere cresciuti in un ambiente ricco di ritualità, in famiglie nelle quali il significato simbolico della vita è condiviso e stabilmente ancorato a valori di riferimento, favorisce negli adolescenti il senso d’identità (Fiese e Kline 1993). Il compito evolutivo dell’adolescente è perciò segnato da quel lavoro emancipatorio che esiterà nell’acquisizione della piena responsabilità adulta con le sue componenti affettive, ideative e sociali. Se è noto l’itinerario dell’adolescente, meno noto, ma altrettanto cruciale, è il fatto che anche i genitori dell’adolescente affrontano, dalla loro parte, il processo di svincolo, con le quote di dolore che ogni distacco implica. I genitori si trovano in una condizione per alcuni versi paradossale: devono infatti favorire un processo di svincolo che avrà come esito l’abbandono della relazione privilegiata con loro stessi. Con l’adolescenza del figlio lo sviluppo della famiglia diventa un’impresa evolutiva congiunta di due generazioni. Quando i figli sono adolescenti la cura responsabile si traduce in un atteggiamento di “protezione flessibile” che tiene conto vuoi degli aspetti di dipendenza ancora presenti nella condizione adolescenziale, vuoi degli aspetti di autonomia e della loro difficile e mutevole composizione. Molti studi e ricerche psicosociali si sono centrati sugli stili educativi dei genitori (Palmonari, 2001). In particolare il modello di Baumrid (1989) individua due dimensioni indipendenti: l’accettazione, che consiste nell’accettare il figlio per quello che è, valorizzandone le qualità personali senza pretendere di modellarlo secondo i propri criteri, ed il controllo, che consiste nel guidare e stimolare il figlio sia sul piano psicologico, sia su quello comportamentale. Un equilibrio armonico tra la funzione di sostegno e la funzione di guida dei genitori risulta essere lo stile educativo (stile autorevole) che maggiormente favorisce un adeguato superamento della transizione adolescenziale.

Ciò che occorre ribadire è dunque che affetto e norma non sono scelte educative alternative: comporre un giusto equilibrio di entrambe, sviluppando sia gli aspetti affettivi sia quelli normativi che consentono di interiorizzare il senso di ciò che è bene e male e di fare l’esperienza del limite, è il compito principale a cui padri e madri sono quotidianamente chiamati per garantire una sana crescita dei figli.

Dott. Marco Schneider,Psicologo e Psicoterapeuta sistemico-familiare,Esperto di psicologia della coppia e psicologia dell’età evolutiva,

Rho

Dott.ssa Stefania Ferrari,Psicologa e mediatrice familiare,

Rho

Bibliografia

  • Amerio P., Boggi Cavallo P., Palmonari A., Pombeni M.L., “Gruppi di adolescenti e processi di socializzazione”, Il Mulino Ricerca, 1990
  • Baumrind D., “ Rearing competent children”, in Child development today and Tomorrow, 1989
  • Belotti G., Palazzo S., “Genitori, la sfida educativa”, Elledici editore, 2007
  • Blos P., “Ladolescenza: un’interpretazione psicoanalitica”, Angeli, 1971
  • Bowlby J., “Una base sicura”, Cortina, 1988
  • Fiese B.H. e Kline C.A., “Development of the family ritual questionnaire: Initial reliability and validation study”, in Journal of family Psychology, 6,3, 1993.
  • Fruggeri L., “Famiglie”, Carocci, 2007
  • Lutte G., “Psicologia degli adolescenti e dei giovani”, Il Mulino, 1987
  • Malagoli Togliatti M., Lubrano Lavadera A., “Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia”,2002
  • Mc Goldrick M., Carter E.A., “il ciclo di vita della famiglia”, a cura di F. Walsh, Angeli, 1986
  • Palmonari A., “Gli adolescenti”, Il mulino, 2001
  • Palkovitz R. J., Sussman M. , “Transitions to Parenthood”, Routledge, 1989
  • Scabini E., Iafrate R., “Psicologia dei legami familiari”, Il Mulino,2003
  • Scabini E., Rossi G. (a cura di), “Le parole della famiglia”, Vita e Pensiero editore, 2006
  • Walsh F. (a cura di), “Ciclo vitale e dinamiche familiari, tra ricerca e pratica”, Franco Angeli, 1995

Источник: http://www.psicologo-rho.com/17-pubblicazioni-online/5-adolescenza-la-famiglia-tra-crisi-e-sviluppo.html

Gravidanza
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