8 cose che è meglio non fare davanti ai figli

Ha senso rimanere insieme per i figli?

8 cose che è meglio non fare davanti ai figli

Sono la mamma di uno splendido bambino di quasi tre anni. Col mio compagno le cose non vanno bene. Stiamo insieme solo per nostro figlio.

Non credo sia giusto che io continui a sacrificare la mia vita, però le paure sono tante, soprattutto quella di ferire il mio piccolo, portandolo via di casa e dal padre.

Intanto dobbiamo andare dall’avvocato per definire i doveri per il futuro. Io sono decisa, ma non voglio ferire mio figlio. Cosa devo fare?

Quando si è dentro ai problemi (come quello che sta vivendo lei: da un lato vorrei separarmi dal mio compagno, perché le cose non vanno bene tra noi; dall’altro lato temo che la nostra separazione procuri dolore e difficoltà a nostro figlio) è facile trovarsi a non saper come affrontarli, perché, vedendoli troppo da vicino, si rischia di perdere la visione panoramica complessiva.

Per potersi orientare, oltre a prendere in considerazione un percorso di mediazione, può essere utile ripensare agli inizi delle situazioni. Per quel che riguarda la formazione di una coppia amorosa, gli inizi prescindono quasi sempre e quasi del tutto dai figli.

Ci si mette insieme perché ci si piace, perché ci si può riconoscere nel partner, perché si desidera procurarsi reciprocamente piacere, perché si percepisce che si può instaurare insieme una buona intesa affettiva. È raro che si desideri mettersi insieme prima di tutto per fare dei figli.

Questo scopo, di solito, viene dopo: è una conseguenza del desiderio di reciprocità nel rapporto diretto fra i due partner.

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Non è compito dei figli tenere insieme la coppia

Come ogni progetto comune che non abbia per finalità diretta la coppia stessa e i due partner, anche quello di fare dei figli non è sufficiente a tenere insieme la coppia.

 Fino a pochi anni fa, con l’idea di salvaguardare l’interesse dei figli, molti genitori pensavano di far bene a cercare sistematicamente di passar sopra ai problemi relazionali della coppia, facendo finta che non ci fossero.

Spesso, però, era poi molto tardi quando si accorgevano di avere sacrificato pesantemente e invano gran parte della propria vita.

Anzi: quasi sempre, quando due stanno insieme “solo per i figli”, non solo perdono la propria vita, ma nei fatti danneggiano, spesso gravemente, anche quella dei figli, perché questi diventano il fulcro su cui la coppia pretende di appoggiarsi per sopravvivere.

I genitori non se ne accorgono quasi mai, e i figli, pur accorgendosene, non osano pensare che è un’ingiustizia il fatto che sulle loro piccole spalle venga posto a gravare il peso del destino della coppia dei genitori. Perché è di questo che si tratta.

Le piccole spalle dei figli non sono in grado di reggere un compito per loro del tutto sproporzionato.

Quali sono le motivazioni reali?

Affinché le cose funzionino bene, la relazione fra partner amorosi, sia nella mente di ognuno dei due sia nelle scelte reali, deve essere sempre distinta con chiarezza da ogni altra relazione (comprese quelle con i propri genitori e quelle con i propri figli) e deve comunque avere la precedenza su ognuna di esse. Metterla in subordine crea inevitabilmente dei guai.

Quasi sempre, la decisione di stare insieme “solo per i figli” è un alibi. Sembra una motivazione accettabile, addirittura encomiabile, meritoria, fondata su una pretesa generosità e su un maturo senso di responsabilità: «Per loro, mi sacrifico.

Ho donato loro la vita, facendoli nascere, e adesso sacrifico la mia vita per loro».

Basta poco, però, per accorgersi che queste motivazioni ne coprono altre, sentite come meno presentabili, meno encomiabili, meno meritorie, quali, per esempio, la paura della solitudine; la paura di non riuscire a dare una svolta alla propria vita; la paura di rinunciare a una persona conosciuta cui potersi comunque aggrappare, magari scaricando su di lei la responsabilità delle proprie frustrazioni; o, ancora, la paura di non essere più in grado di trovare un nuovo partner amoroso.

È pesante, inoltre, l’insieme di messaggi che si danno, sottobanco, ai figli, quando si sacrificano oltre misura le proprie esigenze amorose.

È come dir loro che nella vita bisogna annullare la propria soggettività; che, in fondo, l’amore è una cosa irrilevante; che spegnersi o ricurvarsi in una relazionalità chiusa, litigiosa o rancorosa è meglio che cercare di recuperarsi a una nuova vita.

Messaggi fuorvianti

È inevitabile che i figli arrivino a pensare (in modo più o meno inconsapevole) cose terribili, dalle conseguenze pesanti, tipo: «È colpa mia se mamma e papà sono infelici. È perché io esisto. Sarebbe meglio che io non esistessi. Se sparisco, li libero e li salvo».

O cose terribilmente invischianti, come: «Sono io che devo ricolmare di felicità la mamma (o il papà). Sono io che devo essere il sostituto del suo deludente partner amoroso. Per ricompensarla del sacrificio, non posso permettermi di realizzare una mia propria vita amorosa.

Rifuggirò l’amore, così le resterò sempre fedele».

Il rischio è che, cresciuti, i figli si convincano che la vita amorosa non sia poi gran cosa, e che rifuggano dal realizzare sé stessi nelle loro proprie relazioni amorose.

Che nascondano la loro sostanziale paura dell’amore, come fosse una realtà troppo pericolosa, dietro pretestuose idealità coercitive.

Proprio come hanno tragicamente imparato dall’esempio fuorviante dei genitori.

Questo non vuol dire che, al primo screzio, bisogna separarsi per i figli. Significa che, per la coppia amorosa, nelle decisioni sul separarsi o continuare a stare insieme i figli non devono entrarci minimamente. Questo sì per il bene dei figli (e dei partner).

 Non è possibile che i genitori si separino senza che i figli soffrano. Ma soffrirebbero di più se stessero insieme per forza.

Bisogna aiutarli ad affrontare il loro dolore per la perdita della coppia genitoriale stabile, spiegando chiaramente che non è colpa loro se papà e mamma si separano e che la vita è fatta anche così. Ma che la si può affrontare.

Bibliografia consigliata

Donata Francescato, Figli sereni di amori smarriti. Ragazzi e adulti dopo la separazione, Mondadori.
Molto chiaro e con tanti esempi, mostra come per i figli sia meglio se i genitori che non riescono più ad andare d’accordo si separino, piuttosto che sforzarsi di stare insieme a tutti i costi

Donata Francescato, Quando l’amore finisce, Il Mulino.
Bellissimo libro, utile non solo quando l’amore finisce, ma anche quando comincia, quando dura o quando non c’è. Rivolto alla coppia amorosa, non specificamente alla coppia genitoriale.

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Bibliografia:

Источник: https://www.uppa.it/psicologia/famiglia/rimanere-insieme-per-i-figli/

Come spiegare un lutto ai bambini: i consigli della psicologa VIDAS

8 cose che è meglio non fare davanti ai figli

Quando una persona cara è affetta da una malattia inguaribile, per tutti i componenti della sua famiglia si prospetta un periodo difficile, durante il quale i bambini sono spesso tenuti all’oscuro di ciò che sta accadendo.

In realtà anche i più piccoli devono essere coinvolti in questo processo di cambiamento che un lutto inevitabilmente prevede ed è necessario essere pronti a rispondere a tutte le domande che possono porre sulla morte.

Ma quali sono le modalità migliori per spiegare un lutto ai bambini? In questo articolo cercheremo di dare risposta a questa domanda, anche con l’aiuto di Giulia Crespi, psicologa VIDAS.

L’elaborazione del lutto nelle diverse fasi di vita del bambino

Il bambino ha bisogno di verità ed autenticità, perché è in grado di capire tutto ciò che gli accade intorno addirittura prima dell’adulto.

Questo perché “sente” ciò che accade all’interno della famiglia e inevitabilmente percepisce un clima di tristezza e dolore che lo circonda.

Evitare di spiegare ciò che sta accadendo è controproducente, perché lo induce a darsi delle risposte da solo, il più delle volte sbagliate e molto spesso autocentrate, tanto da arrivare ad attribuirsi la colpa della morte del nonno o del fratellino.

Il modo in cui un bambino elabora l’esperienza del lutto dipende poi da diversi fattori, alcuni soggettivi, come la sua personalità o il legame affettivo che lo lega alla persona morta o che sta per morire, altri oggettivi e che riguardano la fascia di età a cui appartiene.

Fino ai 3 anni i bambini non comprendono il concetto di morte, ma vivono comunque uno stato di confusione dettato dall’agitazione e dalla tristezza che percepiscono attorno a loro. In questi casi l’unica cosa da fare è dimostrare maggiore affetto con coccole, abbracci e continue rassicurazioni.

Dai 3 ai 6 anni i bambini vivono la morte come evento temporaneo e pensano che la persona morta prima o poi tornerà. In questa fase però sono in grado di provare dolore e sofferenza per la perdita e, soprattutto intorno ai 5/6 anni, rivolgono molte domande sul tema della morte, a cui è opportuno dare sempre risposte coerenti e realistiche.

Da 6 a 8 anni la morte diventa un’esperienza più reale e definitiva, i bambini dimostrano interesse verso i rituali come il funerale e la sepoltura, ma non sono in grado di incanalare correttamente le loro emozioni, che possono sfociare in comportamenti aggressivi, frustrazione e rabbia.

Da 8 a 11 anni la morte è interpretata come interruzione delle funzioni vitali, ma ancora i bambini non sanno interpretare ciò che sentono e lo manifestano attraverso atteggiamenti regressivi e aggressivi verso amici e familiari.

Dopo gli 11 anni, l’elaborazione del lutto è più matura e consapevole, restano tuttavia i problemi legati alla gestione delle emozioni, che d’altronde riguardano anche le persone adulte, e la difficoltà di comunicare i propri stato d’animo in maniera serena e partecipativa.

Come parlare di morte ai bambini

Non esiste un modo univoco e universalmente valido per trattare il tema della morte con i bambini, esiste piuttosto un canale comunicativo specifico per ciascuna famiglia, che solo chi ne fa parte (genitori, nonni, fratelli e sorelle) conosce nel profondo. La nuova realtà va costruita passo dopo passo insieme al bambino, attraverso un percorso che segua i suoi tempi.

“Non esiste una comunicazione giusta o sbagliata, esiste la comunicazione giusta in relazione a quel bambino in particolare e a quella situazione”. (Giulia Crespi)

Ci sono però alcune indicazioni generali per aiutare un bambino ad elaborare il lutto di una persona cara e interpretare la morte come un evento naturale che fa parte del ciclo della vita di tutti noi. Di seguito abbiamo raccolto alcuni consigli utili ad affrontare questo delicato momento, redatti anche con l’aiuto e l’esperienza di Giulia Crespi, psicologa in VIDAS dal 2018.

Educare al tema della morte

I bambini conoscono già il tema della morte, perché ne sentono parlare nei film, nelle canzoni, nelle conversazioni tra i genitori, non di rado hanno già avuto esperienze dirette, ad esempio a seguito della scomparsa di un animale da compagnia.

Il problema non è quindi introdurre l’argomento, quanto farlo in maniera schietta e sincera, magari partendo da un lutto che è già avvenuto per ricollegarsi a quel momento e spiegare l’evento con le stesse modalità. Meglio evitare spiegazioni troppo semplicistiche, che possono creare confusione e paure immotivate.

Giulia ci racconta così come una mamma ha spiegato in modo efficace la morte del papà a suo figlio:

“Ho in mente una famiglia che ho seguito: un bimbo di quattro anni che ha perso il papà e la mamma è stata bravissima nel raccontargli una storia legata alle stelle.

Gli ha detto che il papà sarebbe diventato una stella, una cosa sempre visibile, che c’è e il bambino può guardare come punto di riferimento.

Gli ha raccontato che il papà stava male, che non sarebbe guarito, spiegandogli che aveva una malattia (in questo abbiamo lavorato insieme, spiegare la malattia è un compito delicato e va fatto in modo che il bambino non pensi che se un altro componente della famiglia si ammala si tratti della stessa cosa) da cui non poteva guarire: lo sciroppo, le classiche compresse della tachipirina (elementi che il bambino conosce) non bastavano.  Ora questo bimbo quando sente la mancanza del papà chiede alla mamma di guardare le stelle e hanno comprato un telescopio proprio a questo scopo”.

Ascoltare, più che parlare

I bambini hanno bisogno di sapere che possono esprimersi liberamente con i loro genitori, i quali sono disposti ad ascoltarli e rispondere a tutte le loro domande, senza mai giudicare e reprimere le loro emozioni. In caso di lutto in famiglia, più che parlare bisogna ascoltare e accompagnare, come ci spiega Giulia:

“Con i bambini è molto più semplice perché loro sanno cosa vogliono. Spesso basta un ascolto attento di quello che stanno facendo e di quello che stanno vivendo e loro stessi indicano la strada”.

Un esempio concreto è la partecipazione ai funerali, per la quale in genere sono i genitori a decidere di non portare i bambini; invece la cosa migliore da fare è chiedere loro se hanno voglia di partecipare, per sentirsi parte della famiglia e avere la possibilità di dare un ultimo saluto a chi hanno amato.

Esprimere i propri sentimenti

Affrontare la morte è difficile anche per i genitori, che a loro volta possono essere legati da relazioni affettive molto forti con la persona che non c’è più.

La cosa migliore è far trapelare il proprio dolore anche davanti ai figli, perché questo li autorizza a fare lo stesso: piangere non è segno di fragilità, quanto il sintomo di qualcosa che rende tristi e che può legittimare anche i bambini a fare lo stesso.

“A volte i bambini si trattengono (nel piangere) perché vedono che i genitori non lo fanno mai.  Da una parte non vogliono dare dei pensieri, ma trattenere le emozioni per un bambino è complicato, perché non hanno altri strumenti come i nostri per esprimersi in altro modo, ad esempio con la verbalizzazione.

Un bambino non dirà mai che è triste, non riconosce la tristezza, dirà piuttosto che è arrabbiato. Un bambino triste non è per forza un bambino giù di morale, può essere anche un bambino che lancia oggetti, che si arrabbia, che è agitato, perché esprime la tristezza in modi diversi.

Per questo è importante da adulti farsi vedere nella naturale espressione dei sentimenti, in modo da legittimare i bambini a poter piangere se ne hanno bisogno”.

Comprendere le reazioni del bambino

I bambini possono esprimere il loro disagio legato alla sofferenza in molti modi differenti: rabbia, aggressività, problemi di alimentazione e di sonno, regressione sono solo alcuni dei sintomi che qualcosa non va.

La cosa migliore da fare è non colpevolizzare certi comportamenti, ma cercare di comprenderli e contestualizzarli nella situazione che il bambino sta vivendo, anche con il supporto delle insegnanti e della comunità sociale nel quale è inserito.

Prevedere un sostegno psicologico

Spiegare un lutto ai bambini non è semplice, soprattutto se i genitori per primi hanno difficoltà a elaborare l’evento.

Chi lo desidera e ne sente la necessità può rivolgersi a psicologi privati o associazioni che offrono un supporto psicologico rivolto sia agli adulti che ai bambini.

Come VIDAS, che dal 1982 è vicino a chi soffre, anche attraverso diversi servizi di sostegno al lutto rivolti sia alle persone sia alle comunità.Per maggiori informazioni sui servizi di sostegno al lutto di VIDAS scarica la brochure o contatta il numero 02.3008081.

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Источник: https://www.vidas.it/come-spiegare-lutto-ai-bambini/

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